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L'oro in Melencolia I di Albrecht Dürer
Gaetano Barbella
lunedì 13 aprile 2009
Albrecht Dürer, Melencolia I.
Illustrazione 1: Albrecht Dürer, Melencolia I. Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, 4680 st. sc.

Prologo

«Per essere veramente immortale un'opera d'arte deve uscire completamente dai limiti dell'umano: in essa il buon senso e la logica mancheranno del tutto. In tal modo l'opera si avvicinerà al sogno e anche alla mentalità infantile.» [1]
Questo detto, del famoso artista contemporaneo, Giorgio de Chirico, permette di capire quali siano le migliori condizioni intellettuali di chi si accinge a visitare templi d'arte come quello in proposizione, Melencolia I, di Albrecht Dürer (vedi illustrazione 1).
Dunque, conta essere come bambini, ma anche con spirito di chi è capace di svincolarsi dalle pressioni della ragione sia quella imperniata sulla concezione del materialismo, che l'altra disposta a radicali concezioni metafisiche. Perciò nel caso della lettura di opere come questa, Melencolia I, le ragioni siffatte sono di serio ostacolo.
Tuttavia la presenza del bambino suddetto tiene in vita un clima di serena fiducia, per quel tanto che basta, per disporsi all'opera di Melencolia I in studio, fuori dai canoni accademici del razionale. E a questo punto può anche cedere e disporsi ad altra fede ignota che serve per stadi superiori di verità da conseguire. Ed è questo che vuole significare la presenza del cane dormiente che tanto ricorda Argo il cane di Ulisse, dei racconti omerici, che lo riconobbe al suo rientro ad Itaca e che poi morì. Ma Argo porta alla consapevolezza del modo di riconoscere un certo suo "padrone", cosa che ci viene dal mito. Argo (in greco, Άργος) è un nome che si riscontra spesso. Esistono infatti altre quattro figure mitologiche che portano tale nome.
  1. Argo Panoptes (Argo "che tutto vede") è un gigante con cento occhi. Era anche il fratello della ninfa Io.
  2. Argo era l'eponimo della città di Argos. Figlio di Zeus e Niobe, figlia di Foroneo, successe allo zio Apis come Re di Foronea, che ribattezzò dandole il suo nome.
  3. Argo è il nome della nave usata dagli Argonauti, nonché il nome del suo costruttore. Il vascello venne usato da Giasone nella sua ricerca del vello d'oro. Giasone e i suoi compagni si chiamarono Argonauti dal nome della nave.
  4. Argo era il figlio maggiore di Frisso e Calciope, figlia di Eeta. Argo e i suoi fratelli partirono per far ritorno nel regno del nonno, ad Orcomeno, ma fecero naufragio e vennero salvati dagli Argonauti. Argo e i fratelli Frontide, Melante e Citissoro, aiutarono Giasone e gli argonauti nella loro ricerca, e fecero ritorno assieme ad essi in Grecia.
Come si è visto, da Argo derivano gli Argonauti, ma poi Argo fa coniare altre parole come argot, per esempio. Su argot traggo dal libro di Fulcanelli, «Il mistero delle cattedrali», edizione Mediterranee, le seguenti argomentazioni.
I dizionari definiscono la parola argot come «il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno». È, quindi, una vera e propria cabala parlata. Gli argotieri, quelli che si servono d'un tale linguaggio, sono i discendenti ermetici degli argonauti, i quali andavano sulla nave Argo, parlavano la lingua argotica, navigando verso le fortunate rive della Colchide per conquistare il famoso Vello d'Oro.
Ancor oggi si dice d'un uomo molto intelligente, ma anche assai scaltro: sa tutto, capisce l'argot. Tutti gl'Iniziati si esprimevano in argot, anche i vagabondi della Corte dei Miracoli, – col poeta Villon alla loro testa, – ed anche i Frimasons [2], o frammassoni del medioevo, «che costruivano la casa di Dio», ed edificavano i capolavori argotiques ancor oggi ammirati. Anche loro, i nautes costruttori, conoscevano la strada che portava al Giardino delle Esperidi.
Anche ai nostri giorni gli umili, i miserabili, i disprezzati, i ribelli avidi di libertà e d'indipendenza, i proscritti, i vagabondi ed i nomadi parlano in argot, dialetto maledetto, bandito dalla buona società, da quei nobili che non lo sono affatto, dai borghesi pasciuti e benpensanti, avvoltolati nell'ermellino della loro ignoranza e della loro fatuità. L'argot resta il linguaggio d'una minoranza d'individui che vivono al di fuori delle leggi codificate, delle convenzioni, degli usi, del protocollo, ad essi si applica l'epiteto di voyous, cioè di voyants [3], e, quello ancor pitì espressivo, di Figli o Bambini del sole. Infatti, l'arte gotica è l'art got o cot (χο), l'arte della Luce e dello Spirito. Si potrebbe credere che questi siano soltanto dei giochi di parole. Noi ne conveniamo di buon grado. L'essenziale è che guidino la nostra fede verso una certezza, verso la verità positiva e scientifica, chiave del mistero religioso e non la mantengano, invece, errante nel labirinto capriccioso dell'immaginazione. Quaggiù non esistono né il caso né la coincidenza, né i rapporti fortuiti; tutto è previsto, ordinato e regolato, e non spetta a noi modificare a nostro piacimento la volontà imperscrutabile del Destino. Se il senso comune delle parole non ci permette nessuna scoperta capace di elevarci, d'istruirci, d'avvicinarci al Creatore, allora il vocabolario diventa inutile. Il verbo, che assicura all'uomo l'incontestabile superiorità e il potere sovrano, esercitato su tutti gli esseri viventi, perde, in questo caso, la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua bellezza e diventa soltanto un'affliggente vanità. Ma la lingua, strumento dello spirito, vive di per sé, anche se è solo il riflesso dell'Idea universale. Noi non inventiamo nulla, non creiamo nulla.
Tutto è in tutto. Il nostro microcosmo non è altro che una particella infima, animata, pensante, più o meno imperfetta del macrocosmo. Ciò che noi crediamo di scoprire con lo sforzo della nostra intelligenza esiste già da qualche altra parte. La fede ci dà il presentimento di ciò che esiste; e la rivelazione ce ne dà la prova definitiva. Spesso noi passiamo accanto al fenomeno o al miracolo, quasi lo tocchiamo, ma non lo vediamo neppure, come se fossimo ciechi e sordi. Quante meraviglie, quante cose insospettate potremmo scoprire se sapessimo sezionare le parole, romperne il guscio e liberare il loro spirito, la luce divina da esse racchiusa! Gesù si esprimeva solo con parabole; possiamo noi negare la verità ch'esse ci insegnano? E, nella conversazione corrente, non sono forse i doppi sensi, le approssimazioni, i bisticci di parole o le assonanze che caratterizzano le persone di spirito, felici di poter sfuggire alla tirannia della lettera, e che si mostrano, quindi, a loro modo cabaliste senza saperlo?
Detto questo, tanto per fissare quanto sia necessario un atteggiamento peculiare che la figura di Argo suggerisce, possiamo entrare nel tema della melancholia qui sviluppato allegoricamente in Melencolia I, che tanto si accosta al comune sentimento della malinconia, che purtroppo è di casa in molte persone epocali. Ma a me preme occuparmi in particolare dei giovanissimi "malinconici" d'oggi che sin da bambini sono vittime di violenze di massa, in molti paesi di questo mondo. E questo li rende orfani di tante cose fondamentali, a cominciare dai genitori e fratelli, oltre alla privazione del necessario per vivere. Che ne è di loro? nella cui mente si insedia la morte il più delle volte come insanabile stato depressivo da cui germinano cupa tristezza ma anche stati di irrevocabile pessimismo. Ne consegue molto spesso, nel diventare adulti, l'esplicarsi in loro di una vita da violenti nel delinquere, ma anche con le parvenze di giustizia da conseguire: di qui il passo è breve per vedere molti di questi ricorrere ad atti di terrore contro la comunità.
Di seguito comincio a presentare Melencolia I con l'intento di predisporre le cose in modo da proporre una disamina tutta nuova con punti di osservazione concepiti a mio modo che non rispecchiano criteri accademici in generale. Ma i sorpassi innovativi non possono che concepirsi in tal modo.
Il tema qui sviluppato dal Dürer riguarda un processo rigenerativo di pertinenza della pratica esoterica, questo è risaputo, ed è difficile predisporre un approccio che sia comprensibile al pubblico profano, tuttavia troverò il modo di spianare ogni cosa di quest'opera tale da disporla con criterio razionale se pure su un filo di rasoio. Ma non è facile.
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Note
  • 1) G. de Chirico, Il senso del presagio in Metafisica a cura di E. Coen, Electa Mondadori, 2003, p. 52.
  • 2) Dall'inglese Free-mason (libero muratore), da cui derivano i corrispondenti termini in italiano ed il francese: framassone e fran-maçon.
  • 3) In italiano: teppisti e veggenti. Come si nota la radice dei termini francesi deriva dal verbo voir: vedere. In italiano questo doppio senso è intraducibile.
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