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Storie sui calamari giganti
Gaetano Barbella
domenica 14 gennaio 2007
Calamaro Gigante
Dai fondali del Pacifico emerge il calamaro gigante. Ricercatori giapponesi sono riusciti a fotografare per la prima volta (a 900 metri di profondità) una delle più grandi, misteriose e inquietanti creature degli abissi oceanici.
Traggo da un libro (1) alcune storie sui calamari giganti, chiaramente delle leggende e, una volta presentate, mi propongo di trarne delle mie riflessioni. Nulla che possa coinvolgere i “giganti” della cultura d'oggi, «accademici gulliveriani», orgogliosi del proprio io altamente erudito, che mal sopportano piccoli “gnomi” disposti a dar credito a certe leggende e bazzicare, emblemi, metafore, parabole, segni e quant'altro. Le cose del mondo sono andate sempre così, infatti al tempo del mito questa stessa razza di giganti riguardava, per esempio i Ciclopi il cui solo occhio alludeva all'io in questione che, però, fu possibile gabbare. Infatti l'odisseo ebbe la meglio sul ciclope siculo, ma occorreva che non filtrasse luce nelle “tenebre” profanate e quel «nessuno» di Ulisse serviva a tanto, almeno fino a quando tutto “pareva” in salvo. Però, come fu con l'Odisseo, non è detto che la cosa non si ripeta ora con questa mia iniziativa di dire qualcosa di inedito sui calamari giganti. Nel senso che qualcuno resti “accecato” preso nel suo ebbro dormire delle feste di questo Capodanno.
Ecco, intanto le cose del libro suddetto della scienza sui calamari giganti (illustr. 1) e qui nessuno può obiettare, poi dopo dirò quel che mi sono proposto di dire su questo tema, molto interessante a dire il vero.
«Famiglia molto importante dei Decapodi è quella degli Architeutidi che hanno un aspetto di assieme abbastanza simile a quello dei comuni calamari, ma con il corpo ancor più slanciato e affusolato posteriormente, le pinne terminali, il collo con pieghe tanto longitudinali quanto trasversali e le braccia munite di due o quattro serie di ventose. Quattro serie possiedono peraltro soltanto le parti espanse delle braccia tentacolari. Questi Cefalopodi, che vivono in gran parte in profondità sono probabilmente alla base delle leggende diffuse sino dalle lontana antichità circa i Cefalopodi giganti. Infatti è proprio tra di essi e non tra i Polpi veri, gli Ottopodi, che sono comprese le specie di maggiori dimensioni. Già Plinio narra di un cefalopodo mostruoso il quale aveva l’abitudine di portarsi sulle coste della penisola Iberica, a Castria, per raggiungere gli stagni prossimi al mare, e menare strage di pesci. Secondo il fantasioso autore doveva avere le braccia lunghe non meno di dieci metri. E la testa di grandezza equivalente almeno a quella di quindici anfore.
Olao Magno racconta di un cefalopodo che aveva il corpo lungo un miglio e che, quando affiorava, sembrava un’isola. L’arcivescovo di Nidaros scoprì uno di questi giganteschi animali che dormiva tranquillamente al sole e lo scambiò per un’immensa roccia sulla quale fece montare l’altare e celebrò la Messa. Il mollusco stette fermo e tranquillo per tutto il tempo della cerimonia, ma non appena l’arcivescovo tornò a riva, scomparve nel mare. Le feci di queste grandi bestie emanavano un profumo soave ed i pesci accorrevano da ogni parte per divorarle; allora il cefalopodo apriva la bocca, che aveva l’ampiezza di un golfo, e inghiottiva tutti i poveracci che vi si trovavano a portata.
«Fontoppidano, vescovo di Bergen, riteneva autentiche le storie dei Calamari giganti, ed assicurava che essi erano così grandi da permettere ad un reggimento di compiere manovre sul loro dorso. Sonnini nel suo “Suite a Buffon” reca un disegno di un cefalopodo gigante nell’atto di afferrare coi tentacoli un vascello di alto bordo. Tra gli ex voto appesi nella chiesa di Saint Malo ne esisteva, e forse esiste tutt’ora, uno il quale rappresenta un’imbarcazione sorpresa lungo le coste della Angola da un polipo e serrata dai tentacoli».
Ma le leggende non si esauriscono qui, a detta dell'autore, che alterna alla trattazione meramente scientifica (si tratta del direttore dell'Istituto di Zoologia dell'Università di Genova, tenendo conto che questo libro è stato finito di stampare nel 1966).
Certo è che i cefalopodi, per l'alone di eccezionali bestie marine fra le più grandi accertate, che si portavano dietro − dice l'accademico autore −, hanno indotto molti ricercatori «a percorrere gli oceani calando reti e altri ordigni sino a profondità abissali, e ritraendoli poi con animali della fredda notte.
Si seppe così che gli Architeutidi e numerosi altri Cefalopodi, più o meno simili, grandissimi, di media dimensione o piccoli, erano veramente abitatori dell'abisso, e si capì che lo abbandonavano soltanto in casi eccezionali e probabilmente perché costretti. Con il trascorrere degli anni, parecchi suoi esemplari di Cefalopodi più o meno simili agli Architedici furono strappati dal fondo marino. Le catture furono numerose, ma non tali da soddisfare gli studiosi di biologia marina. Quale metodo bisognava escogitare per rendere le pesche di Cefalopodi abissali più fruttuose?
Era ben noto che i giganteschi Capodogli (illustr. 2) avevano una spiccata predilizione per i Cefalopodi, ed era noto anche che per procuraseli si spingevano a molta profondità. Un evento fortuito fece conoscere che questi cetacei penetravano addirittura nel domino delle tenebra abissali. L'evento è il seguente. Siccome un cavo telegrafico giaceva sul fondo del mare al largo di Capo Horn, risultava danneggiato, venne inviata una nave sul luogo dell'incidente allo scopo di riparare il guasto.
Il cavo fu ripescato da oltre mille metri, e si constatò che causa dell'incidente era stato un capodoglio. Aveva azzannato la conduttura danneggiandola gravemente e, non riuscendo più a disimpegnare i denti, era morto affogato.
Capodoglio
Capodoglio.
I Capodogli, dunque, si spingevano sino a mille metri sotto il livello del mare, e proprio con lo scopo di cercare le loro prede abituali: i cefalopodi. Per catturare gran copia di questi abitatori dell'abisso si poteva dunque dar la caccia ai grandi cetacei, eppoi frugare nel loro stomaco che doveva essere una specie di vivo magazzino di molluschi. Il Principe di Monaco fece sua questa idea e, con una nave dotata di apposite attrezzature, andò in cerca di capodogli. Non fu davvero una impresa inutile. Oggi varie specie di Architeuditi e di altri decadopodi simili sono note proprio attraverso esemplari e parti di esemplari trovati nello stomaco dei giganteschi cetacei.».
Detto questo, come già annunciato all'inizio, quasi che fossi un certo “capodoglio” del “mare del pensiero”, sono spinto a scovare eventuali “cefalopodi” che sembrano far luce a insondate “tenebre” (quelle dell'anima di competenza, per esempio, dei religiosi) certamente legate in qualche modo (come al solito), alle leggende in genere. Infatti quelle che vedrebbero coinvolte l'arcivescovo di Nidaros e poi il vescovo di Berger del suddetto racconto del prof. Giuseppe Scortecci, mi portano a trovarvi la giustapposizione nella Mitra episcopale, il copricapo in uso nella Chiesa di Roma. La mitra in origine era un berretto che i dignitari dell'impero romano orientale portavano come insegna. Poi, in forza della legge di assimilazione anche gli alti dignitari ecclesiastici adottarono un identico copricapo. Dal sec. XI la mitra “tenebre” è concessa per privilegio papale a certi vescovi, abati e qualche volta a laici di alto grado; nel secolo seguente è però già considerata come copricapo liturgico del vescovo.
Mitra
Gennaio 2007: una “mitra” oggi in difficoltà. Si tratta dell'Arcivescovo metropolita di Varsavia mons. Stanislas Wiegus che si è dimesso nello stesso giorno nel quale doveva prendere possesso della Diocesi. Un segno dei tempi?
Originalmente la mitra era di feltro bianco. In seguito fu divisa a mezzo e così diede origine alle due punte (cornua) (illustr. 3). Le due strisce (vitte) che pendono dall'orlo della mitra sulle spalle, hanno origine nel sec. XII a imitazione di un ornamento profano. La preghiera che accompagna l'imposizione della mitra vede in essa l'elmo della salute; il simbolismo medioevale vedeva raffigurati nelle due punte i due Testamenti; ne fa cenno anche la suddetta preghiera. Con il nome di mitra anticamente si indicava anche la cuffia bianca del Battesimo.
Dalla mitra derivò nel Medievo la Tiara papale o Triregno (in latino: Triregnum), per l'aggiunta, prima di una, e poi tre corone. È il copricapo extra-liturgico che ogni Papa indossò durante la cerimonia dell'incoronazione da quella di Papa Clemente V a quella di Papa Paolo VI nel 1963, dopodiché quest'ultimo ne abolì l'uso. Venne messa in vendita e acquistata dal cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York. Il denaro ricavato fu utilizzato per le missioni africane. La tiara fu sostituita con la mitria.
L'emblema della Santa Sede usa la Tiara Papale con due chiavi incrociate.
Anche se non più usata, la tiara rimase negli stemmi dei papi insieme alle chiavi incrociate di San Pietro fino al 2005, quando Benedetto XVI la sostituì nel suo stemma con la mitra.
Ma il “capodoglio” in me, ancora dotato di una piccola bolla d'aria di respiro, si spinge ancora più in profondità, in “tenebre” che vedrebbero forse la radice della mitra episcopale suddetta nelle diverse fattezze della testa dei vari dei e faraoni dell'antico Egitto (illustr. 4). Guarda caso anch'essi a due punte come quelle dei vescovi che conosciamo tutti. Casuale coincidenza?
Cappella Funeraria
Antico egitto, affresco della cappella funeraria di Thutmosi III (sec. XV a.C.).
È interessante l'approfondendimento del confronto del Cristianesimo con la cultura dell'antico Egitto. Del Cristianesimo sappiamo ogni cosa, quindi non è il caso di parlarne. Sulla cultura dell'antico Egitto se ne sa molto meno ed in modo incerto. Si sa che faceva capo al culto di un pantheon di dei, e che con il faraone Akhenaton slitta nel monoteismo, ma è solo un provvisorio cambio. Tuttavia è tale da far supporre il sorgere della nuova corrente estranea all'Egitto, quella di Mosè biblico di un secolo dopo, che sembra ispirata appunto dall'eresia di Akhenaton. Ecco un primo barlume con cui sembra profilarsi il legame della religione egizia in discussione con quella ebraica al suo nascere in modo organico attraverso Mosè.
Ma ora si chiarisce ancor meglio e convincente ogni cosa degli antichi Egizi che ha presumibilmente permesso a Mosè, non solo di “addottorarsi” sulla cultura egizia, ma anche di permearsi di una concezione di vita assolutamente evoluta.
Si sono sentite dire cose meravigliose sulla cultura dell'antico Egitto, specialmente per la raffinata arte terapeutica che si fondava sull'analogia dei colori o di forma fra l'organo ammalato e una pianta o altro oggetto dotato di influenze benefiche, l'ingestione di formule magiche scritte o di immagini sacre. Cinquemila anni fa, in Egitto, si praticava la cauterizzazione, si amputavano arti, si contenevano fratture, si operava la cataratta, non senza una farmacopea sorprendentemente vasta. Una scienza medica di tutto rispetto, ma attraverso empirismo, ritualismo e magia, che si prendevano cura dell'antico uomo egizio, fino ad accompagnarlo nell'aldilà con formule che gli consentiva di “approdare oltre i territori del deserto occidentale”. Con una simile prospettiva, di “rudimentali” strumenti e mezzi operativi, fa meraviglia constatare che, in ogni modo, si siano ottenuti i sorprendenti risultati terapeutici sopra elencati, stando alla testimonianza dei numerosi ritrovamenti archeologici. Senza trascurare il lato umano di questa mitica civiltà che li vedeva proiettati verso un sacrale interesse per l'Uomo. Un interesse non solo per gli uomini illustri, tra faraoni e principese quali rappresentanti divini sulla terra, ma anche per i diseredati e gli umili. Senza dubbio, è il loro concetto di solidarietà e rispetto, nei confronti dei poveri e degli emarginati che si rivela attraverso gli abbondanti reperti grafologici, e che costituisce la ragione ultima di una modernità tale da renderli assolutamente immortali.
Ecco, in conclusione, ora la risposta sulla ventilata “casuale coincidenza” in relazione alle leggende sui calamari giganti che mi ha indotto a soppesare gli emblemi dei “copricapi”, degli dei e faraoni egizi e quelli dei vescovi e del Papa del Cristianesmo. La risposta sembra propendere sul no, non è “casuale coincidenza”. Ma la verità assoluta resta nel mistero delle «tenebre» che è il più sicuro dei forzieri per tutelare un legame che non deve mai corrompersi. Come il calamaro gigante, che per quanto possa essere messo in difficoltà dall'uomo smanioso di scovare segreti, e si è servito del capodoglio per saperne qualcosa, resta sempre il padrone delle tenebre marine abissali, così è per i Vescovi e Papi sul segreto delle cose spirituali riposte nel dogma di fede della verginità della Madonna. È questo il «Confessionile» del cristianesimo Cattolico Apostolico Romano, dove entrano i «peccati» e fuoriescono i «peccatori» mondati attraverso il «Metiador Dei» operante nel sacerdote.
Resta ancora un altro mistero che tutelerebbe il segreto riposto nelle «tenebre» dei «Confessionili» del Cristianesimo, come suddetto. Ironia della sorte per l'uomo di scienza, che s'affanna a scovare i real segreti dall'encefalo umano, è la Scienza stessa che gli fa capire che Gesù Cristo stesso, il «Metiador Dei» della Chiesa dei «Confessionili», ha pensato come cautelarsi dai “predatori” dei suoi «pesci» intesi come antico simbolo cristiano. In greco si dice IXTHYC (ichtùs). Disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano un acròstico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
Ma ecco il fatto scientifico che potrebbe far capire come vanno le cose dei “predatori” e “prede” non solo del “mare”. Per “mare”, oggi si potrebbe intendere in modo traslato, per esempio, quello dei media, la stampa, la televisione, internet.
Dunque “la biomatematica, ovvero le probabilità di preda e predatori” del fisico matematico Vito Volterra, in particolare gli “studi analitici su habitat, animali e attività umane” per la “messa a punto per calcolare il punto di equilibrio fra specie diverse, ma legate fra loro dalla catena alimentare” , mi hanno portato ad ipotizzare l'idea espressa di seguito. Il fatto saliente di riferimento alla suddetta biomatematica, che si rifà alla relativa, cosiddetta, “legge di perturbazione delle medie” portata agli estremi, fa concludere che si presenta “la possibilità di un equilibrio con l'esaurimento della specie predatrice: la popolazione predatrice si esaurirebbe grazie alla pesca, mentre le prede raggiungerebbero un equilibrio”. Qui si esaurisce il fatto scientifico, ma riflettendo sul “fattore” umano della “pesca”, moderatore del supposto rapporto fra prede e predatori animali, con un sobbalzo, sono stato portato a trascenderne la funzione, intravedendovi la dimensione umana, anch'essa divisa fra “prede” e “predatori”. Da qui un altro sobbalzo, molto più significativo, mi ha lasciato intravedere la profondità ed importanza inimmaginata della missione del Cristo evangelico che si dispone a “trasformare” i suoi apostoli in «pescatori d'uomini» dopo il suo battesimo nelle acque del Giordano ad opera di Giovanni Battista, così come riportato, con estrema chiarezza, nei Vangeli di Matteo e Marco (Mt 4,19 e Mc 1,17).
Note
  • 1) Il libro è “ANIMALI INFERIORI” della serie “ANIMALI – Come sono / Dove vivono / Come vivono”. Opera di Giuseppe Scortecci – Edizione LABOR – Milano.
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Il geometra pensiero in rete di Gaetano Barbella