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Sei personaggi in cerca dell'autore
Gaetano Barbella
giovedì 14 settembre 2006
Uomo Agrippa
«Tutta la misura del corpo può distendersi in cerchio e, provenendo da questo, si riconosce che sempre vi tende». (1)
Sarò scarno nel presentare questo scritto, a differenza di come si fa di consueto col descrivere compiutamente premesse e motivazioni per un tema in proposizione, cose che sacrifico lasciando al lettore di concepirle dopo aver letto ogni cosa.
Il tema, chiaramente visibile con la figura in alto, è l'uomo espressione solare di un sistema planetario che sostanzialmente è visto in chiave terrena. La terra è la sua matrice, da cui trae ogni cosa nel nascere espandendosi circolarmente in base a una mirabile geometria, e ad essa ritorna presso il suo centro d'origine.
Mi vien da aggiungere solo una cosa ed è questa che mi ha indotto ad elaborare il presente scritto dall'aria di una concezione didattica.
Dirò che mi giova peregrinare per il web e soffermarmi presso i vari blog che non si contano. Internet è una certa nuova terra epocale dell'uomo, tutta da esplorare e da conquistare, in virtù della sua natura che ha sempre dominato in lui, l'arte del navigare. A volta sono attratto da alcun post davvero interessanti che meritano riflessioni da parte dei convenuti invitati a commentarli, ma resto deluso non ravvisandovi nei contenuti, a volte nutriti, ciò che poteva ravvivare il dialogo in atto e farlo diventare un amabile convivio. In talune occasioni mi sono accinto a intervenire a modo mio riuscendo ad accendere il dialogo, almeno con il padrone di casa del blog e questo mi ha appagato.
Ecco, ho detto abbastanza per far capire quante occasioni di riflessioni si perdano banalmente sul filo del web che è un vero laboratorio scolastico. Con questo scritto cerco, appunto, di rimediarvi portando sul palcoscenico telematico dei personaggi-post a mo' di emblemi cui riferirsi simili a specchi, esprimendo le mie riflessioni; ma ognuno può vedere le cose dello specchio in questione a modo suo in base alla propria natura e inclinazione. Insomma prendeteli come «sei personaggi in cerca dell'autore» per rifarmi al famoso dramma quasi omonimo di Pirandello.
Si tratta di quattro interventi postati nel blog «Il Cannocchiale Blog» con la rubrica, «Scrittorisimuore» - Diario del 14 novembre 2005 e poi di un quinto post facente parte dello stesso blog, ma della rubrica «Scrittricesivive» - Videosogni dell'1 marzo 2006.
Di seguito ai rispettivi post ho riportato i miei commenti trasmessi a suo tempo e che ora pongo sistematicamente in evidenza in un immaginario laboratorio in rete.
Mi si chiederà, a questo punto, manca il sesto «personaggio». È vero, ma lo si scoprirà all'ultimo capitolo di questo scritto perché è lui che alla fine dà il tocco finale alle esplicazioni dei cinque post, riportandole in modo equilibrato al loro centro terreno, là dove sono nate. Ma è un mio ipotetico «personaggio» che, dopo averlo conosciuto, rientrerà nel mistero dell'averno come fu per la mitica Proserpina che fu rapita e fatta sposa da Plutone. Si sa che la madre, Cerere, fece di tutto per riaverla, però Plutone vigilava e fece in modo da indurre Proserpina a stare con lui almeno per un terzo dell'anno facendole mangiare il frutto del melograno. Questa versione trova riflesso nel racconto biblico del frutto dell'albero della scienza del bene e del male che Eva fece cogliere da Adamo. E poi il terzo dell'anno infero di Proserpina trova rispondenza nell'atto del «dragone rosso» dell'Apocalisse di Giovanni che con «la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra». (Ap 12, 4)
Mercurio

Asino in tension (lessing)

Primo post del 10.11.2005:

«Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo. Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto. Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando».

Commento al primo post, trasmesso il 5/3/2006, h 12:39:

«Questa storiella sull'asino, come altre del genere che lo dipingono d'oro, è un invito a commenti di ordine non tanto condivisi in quest'epoca materialistica delle grandi libertà. L'asino è l'uomo che merita di trovare collocazione su un piano nobile per la sua valenza intellettiva abbastanza diffusa. Ma resta l'amore altruistico da esprimere che vacilla. Persino per Gesù Cristo, accolto festante a Gerusalemme ma conscio del sacrificio cui andava incontro, ci fu bisogno del "somaro" da cavalcare con mestizia e sottomissione, poiché questo doveva costituire l'anteprima del suo mandato di conversione spirituale. E se promise di restituire il "somaro" "dopo", di certo intendeva alla fine del suo mandato di luce per gli uomini a cominciare dai suoi apostoli. Oggi forse questo si compie, come del resto è profetizzato nel Vangelo di Giovanni. Dunque tocca all'uomo far uso dello stesso genere di "somaro" cavalcato da Gesù Cristo, perché si moderino in lui gli istinti bellicosi e smodanti».

È interessante quest'altra mia versione sull'asino nel pozzo non compresa nel suddetto commento:

«L'asino è la bestia in noi che, al suo limite è in fondo la materia inanimata, ma non lo è per virtù di un provvidenziale dinamismo: l'amore in tanti svariati moti peculiari. Ecco per l'asino, il modo meraviglioso di costituirsi quale "macchina vivente". La testa del suo di sopra (del «pozzo»: l'abisso apocalittico) che decide ogni cosa (il contadino) e il corpo del di sotto (l'asino, la "macchina"). E se si scomoda il sommo Poeta Dante ci farà capire che, prima d'altro, il pozzo è il «pertugio» da superare ma in salita, però impropriamente. Perché impropriamente? L'uomo, per quanto si evolva, resta sempre nel buio in relazione al mistero della vita e prevalendo in lui il misticismo, il surrogato per accettare questa condizione, finisce per credere che la "terra" che piove su di lui (quella del racconto dell'asino) sia la provvidenza divina per ascendere a lui (Adamo ed Eva non furono fatti in questo modo?). Ma la provvidenza divina, per modo di dire, è anche quella del sistema in cui viviamo che ci sovrasta in tanti modi. Dante, alla fine della sua opera, che vuol essere «divina» ma che è anche una «commedia», ci addita finalmente «l'amor che move 'l sole e l'altre stelle». Astri metafisici o ancora quelli dei nostri giorni diurni e notturni? Verrebbe da dire: astri da commedia? Buoni o cattivi che siano questi, fatto sta che si finisce, giorno dopo giorno, per essere rimandati in continuazione «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Il nostro io è come quel contadino che è capace anche di decidere ai danni di sé stesso, nel suo asino finito nel pozzo. Non è così che tanti decidono di farla finita al punto di ricorrere al limite al suicidio? L'epilogo del racconto in discussione porta alla consapevolezza di una certa emersioni in noi del nostro "asino" che a questo punto può anche meravigliare perché è «parlante», ovvero è istruito. Infatti vediamo le moderne generazioni sono di gran lunga evolute rispetto al passato in fatto di capacità intellettiva, per esempio. Non senza certi rovesci da far arrossire se non vergognare o al contrario inorridire: è «l'asino» e nessuno se ne dolga perché è in lui «L'alto fattore» della «Città dolente», ci direbbe per concludere l'amico Dante con la sua Commedia. Era scritto, ma non si capiva: «Dopo questi (la bestia, il diavolo, satana) dovrà essere sciolto per un po' di tempo» (Ap 20,3).
Saturno

Yp man

Secondo post del 3/2/2006:

«Tantyssimo tempo fa (seek) in un monastero zen, il maestro Yp Man spiegava quel che c'era da spiegare stando soprattutto attento a quel che non c'era da spiegare. Infatti, la logica binaria è ottima per il tempo e nel tempo e fintantoche c'è il tempo. Yp Man, come tutti i maestri, era un maestro di velature e dischiusure: conosceva la membrana che separa i climi, quello terrestre da quello angelico soprattutto. Insegnava l'amore come similitudine, come contiguità, come condensazione manifestata nel tempo, innanzitutto. "Quel che c'è nel tempo in uno stesso tempo anche se su differenti piani si riconosce e si prende, anche se pare accidentale il loro stesso stare vicini". Soprattutto, dunque, condensazione, manifestazione. Da qui la saturazione, indi la dissoluzione. Ecco i tre movimenti della tridimensione, in divina proportione. La sezione aurea, ma Yp Man ignorava che si chiamasse così, lui la chiamava " Il rametto di tiglio che si allontana nel fiume insieme a suo figlio", è la legge assegnata dall'Uno alla tridimensione. La spirale dell'Ammonite è costruita in sezione aurea, se tagliate una mela in orizzontale, scoprirete che il ricettacolo dei semi è un pentagono in proporzione aurea. Le distanze dei pianeti dal sole, condotte su una retta, sono in proporzione aurea. Lo sapevano bene Piero della Francesca e leon Battista Alberti, o il Palladio, o Leonardo. Falange falangina falangetta sono in progressione aurea, così come la gemmazione di un rametto da un ramo rispetta la medesima proporzione. Oppure l'uovo, che ha l'asse maggiore diviso dall'asse minore in sezione aurea. More interesting: l'incremento della popolazione mondiale presenta una progressione aurea. I volumi di Castel del Monte rispettano, non ricordo quali corpi di fabbrica rispetto a quali altri, la sezione aurea. Anche il Partenone. Trasferito ciò sul piano del Tempo, Yp Man, nuova Lira apollinea, componeva musica per ogni ora del giorno, per ogni inclinazione della luce».
Giove

Nel periodo tang

Terzo post del 27/1/2006:

«Più di mille anni fa, ad un certo Principe venne notizia che l'espressione più alta dell'arte pittorica fosse da ricercarsi presso i cinesi. Un consigliere, tuttavia, consigliò appunto certi altri artisti. Volendo il Principe affrescare le pareti del proprio palazzo, e non sapendosi risolvere fra convocare gli artisti cinesi e gli altri, decise come segue: convocò entrambi i rappresentanti delle due scuole. Ai cinesi affidò un muro di un salone, che lo dipingessero come sapevano. Agli altri il muro di fronte. Per salvaguardare la concentrazione dei lavoranti e riservarsi il giudizio a fine opera, fece trarre un drappo a coprire entrambe le pareti. Dietro il loro drappo, a ridosso della loro parete, i cinesi lavoravano alacremente e perfettamente: riproducevano un bosco bellissimo, con tutte le sfumature dei colori del cielo e del verde, i chiaroscuri del sottobosco e le loro dissolvenze: ogni sovrapposizione, ogni saturazione, perfino il movimento era reso con insuperabile maestria. Gli altri, chissà come, si diedero a lucidare il muro. I movimenti dei Lucidatori generarono calore cosicchè la sabbia di cui era composto il muro fuse e miracolosamente si tramutò in un lindo specchio riflettente.
Quando il Principe ordinò d'abbassare i drappi vide che i cinesi, per parte loro, avevano creato un bosco bellissimo. Ma gli altri, d'altro canto, avevano prodotto uno specchio mirabile e, poichè le due pareti erano una di fronte all'altra, in esso veniva riprodotto alla perfezione il bosco dei cinesi, impreziosito dal brillìo delle gemme di luce che lo specchio prendeva e restituiva dal sole».

Tre commenti al secondo e terzo post, il primo trasmesso il 4/3/2006:

«Osservo da un lato, questo scritto "Yp Man", con un saccente maestro che si vuol far credere di grande valenza in fatto di auricità, con quel "rametto di tiglio" e dall'altro lato il tal Principe, del successivo scritto "Nel periodo Tang", amante dell'auricità, però, attraverso l'arte della pittura. Ma meravigliosa lezione della casualità, l'indeciso Principe, senza saperlo aveva fatto bene nel mettere alla prova le due giuste squadre di artisti affidando ad ognuno di esse due pareti contrapposte di una stanza, però divise da un drappo. Alla fine si ritrovò una parete con un meraviglioso bosco dipinto e l'altra parete con lo stesso dipinto perché era stato concepito come un perfetto specchio. Ecco, ora domando, non si è visto nulla di comune fra Yp Man ed il Principe? Ve lo dico io: le due pareti perfettamente uguali fra loro. Non sembra il miglior modo di concepire un esempio pratico di sezione aurea o media proporzionale su cui si è parlato tanto ma senza ben identificarla?»

Il secondo trasmesso il 5/3/2006:

«La "sezione aurea" del post di Yp Man e poi anche del successivo post, del Principe di Tang, può configurarsi nel frutto proibito dell'albero edenico. Ma qui la "bestia", l'asino di questo post, da che era libera e felice (l'uomo-asino), si ritrova nel "pozzo" (l'abisso) come "incatenato". Per altro è l'Uomo stesso che decide così. Ma intanto la scienza della "sezione aurea" si evolve nell'uomo-bestia e così questi ascende in virtù dell'intelletto progredito. Controversione del potere della "sezione aurea": dall'alto l'Uomo seppellisce da vivo la sua "bestia", mentre dal basso questa, credendo nella provvidenza divina attraverso la terra che piove su di lei, si dà da fare per avvalersene e così emerge alla vita. Era scritto, ma non si capiva: "Dopo questi (la bestia, il diavolo, satana) dovrà essere sciolto per un po' di tempo" (Ap 20,3)».

Il terzo trasmesso il 6/3/2006:

«Tanti "ricchi" della terra sono come i corpi neri della fisica, assorbono totalmente la luce senza rifletterla. Capirà il Principe la lezione offertagli dal caso attraverso lo "specchio" col "bosco riflesso"? E Yp Man dello scritto precedente (un altro "ricco", però sempre pronto a riflettere), giovandosi della "vicinanza" dello scritto in commento, capirà l'antifona dello "specchio" e del "bosco dipinto"? Tratterrà in sé il "figlio" di quel "rametto di tiglio" portato via dalla corrente del fiume? Viene detto che tal "figlio" è la "sezione aurea", ma perché fugge via all'occhio di Yp Man? Perché genera un suono speciale, lo stesso della mitica armonia delle sfere che il maestro Pitagora udiva. Ma Aristotile sosteneva che tal suono non è udibile ai mortali se non in contrasto con il proprio opposto, l'assenza del suono medesimo. Si sa però che Pitagora osservava il silenzio che chiamava "echemitia": quindi era un maestro capace di essere "corpo nero" e "riflettente"».
Marte

Fato e destino (il cervello d'oro)

Quarto post del 7/9/2005:

«C'era una volta un bambino con un cervello d'oro. I genitori se ne accorsero per caso, vedendo sgorgare oro, anzichè sangue, una volta che il bambino si era ferito alla testa. Presero dunque a sorvegliarlo con gran cura e gli proibirono di stare con gli altri bambini, per paura che lo derubassero. Quando il ragazzo, divenuto grande, volle andarsene per il mondo, la madre disse:" Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, anche a noi spetta un pò della tua ricchezza." Il figlio allora estrasse un pezzo d'oro dal suo cervello e lo donò alla madre. Ricco com'era, visse nel lusso insieme a un amico per un certo tempo. Ma una notte l'amico lo derubò e scappò via. Allora l'uomo decise che non avrebbe più rivelato ad alcuno il suo segreto; e poichè le scorte si assotigliavano a vista d'occhio, pensò di mettersi a lavorare. Un bel giorno s'innamorò di una graziosa fanciulla e ne fu ricambiato. Ma la fanciulla amava anche i bei vestiti che egli le comprava in gran quantità. Sposatisi, vissero felici per due anni, dopodichè la fanciulla morì, e per i suoi funerali, che dovevano essere grandiosi, l'uomo spese tutto ciò che gli restava. Un giorno, mentre debole, povero e triste si trascinava per la srada, vide in una vetrina un paio di stivaletti che sarebbero andati giusti alla moglie. Dimenticando di essere vedovo (forse perchè il suo cervello svuotato non funzionava più), entrò nel negozio per comperarli. Ma in quel momento crollò a terra e il venditore lo vide giacere morto dinnanzi a lui.
Fine racconto.
Commento: ci sono dei poveracci che pagano le più piccole cose della vita con oro zecchino, col loro midollo, con la loro sostanza. E' un dolore che si rinnova ogni giorno e poi muoiono. Tra le piccole ma indispensabili cose della vita rientra anche l'amore materno che a molti tocca pagare, paradossalmente, con la rinuncia alla propria vita. Il fato viene dalla madre e dal padre, il destino sta dopo l'espulsione delle immagini genitoriali».

Due commenti al quarto post, il primo trasmesso il 5/3/2006:

«La migliore cassaforte per l'oro, ovvero la solarità di un uomo, è nel suo cuore, così come è situato il nostro sole planetario. Male che vada ogni "pianeta" dell'uomo siffatto trova nel "mal comune mezzo gaudio", come si suol dire. Che suggerire ai dorati "mentali"? Di cercare amicizie e legami fra i giusti solari, quelli anzidetti del cuore ed evitare gli opposti egoici dorati erotici».

Il secondo trasmesso il 6/3/2006:

«Il "cervello d'oro" è l'uomo-mente, il matematico, il razionale e se predomina con la sua luce dorata può essere un guaio. Infatti tutte le grandi scoperte vanno a ruba ma con altrettanti rovesci. Si è visto cosa ha deciso di fare con "l'asino" finito nel "pozzo" (vedi post). In tema dei fatti dell'amore il matematico deve starvi alla larga possibilmente: anche nel disporsi a fare l'amore gareggiando col contare il numero degli "assalti"! Ecco perché il suo giusto posto è al limite nel cuore dove tutto è possibile, dove tutto si "appiana". È qui che la sua "sezione aurea" trova il modo di essere».

Finché...

Prima di passare al preannunciato quinto post di «Scrittricesimuore» - Videosogni dell'1 marzo 2006, mi preme dire alcune cose.
Può sembrare che all'uomo-mente suddetto, dal “cervello d'oro”, in diretto legame col cuore, possa bastare per avere al sicuro il presunto oro solare e così disporre di certezze assolute. Invece no, altrimenti la vita non avrebbe senso, poiché in teoria potremo riuscire a percorrere un itinerario vitale al limite evitando tutto ciò che è sinonimo di morte, quindi la morte stessa.
È superfluo prolungarci su questo tema ed accettare che sia saggio rimmetere alla sorte, almeno l'ultimo istante che precede i nostri attimi decisionali dell'arco della nostra vita, che non si contano.
Col quinto post in arrivo è proprio su questo punto che mi soffermo con il commento, lasciando intravedere la sostanzialità convalidata in seno al post stesso.
Venere

Specchio rotto: sette anni di disgrazie

Cartografia di Varese
Un mio disegno tratto dalla mappa di Varese.

Quinto post dell'1 marzo 2006:

«Dicono che i ragni portino fortuna, e davanti a me sul muro un ragnetto nero si ciondola. Come la mia gatta quando le passo la mano sul muso e strizza gli occhi, e mi porta qualcosa di buono da un altro mondo, il mio stesso ma un po' più leggero, distribuito su quattro zampe invece che due. Come la nebbia, che umida come me riduce il mio contrasto con l'ambiente circostante, e per l'acqua condivisa mi sento un po' terra ed un po' aria, e su fino a nuvola ho la sensazione di conoscere tutti i profili dei mari e dei continenti come fossero miei. La fortuna è capire di essere parte di questa meraviglia, che è già tanto, già tanto in questa vita. Fortuna.. come esser abituati la mattina a guardarsi allo specchio riconoscendo il proprio sguardo, e sobbalzare all'improvviso per strada, in ufficio, o tra le mensole di una libreria, quando trovi uno specchio in quel posto inaspettato e invece ti accorgi che son due altri occhi non tuoi, ma come uno specchio. Così rari, così buoni. Ma poi succede di aver i polmoni come un tappeto di vecchia polvere e non riuscire a parlare quando lo si vorrebbe, e quando a fatica si riesce non si ottiene risposta, neppure dallo specchio, dagli specchi. E il mondo cambia faccia, come me, e l'ennesima vita comincia nello stesso petto in cui ogni volta un cuore diverso si gonfia, quasi certamente per esplodere di nuovo, finchè stanco di fare regali tiene tutto per sé, e quello che tiene per sé, non condiviso, perde ogni valore».

Il mio commento al quinto post, trasmesso il 7/3/2006:

«Ragni porta fortuna, gatta di un altro mondo, acqua condivisa e specchi, un tutto di un vecchio mondo astrale! Ma scrittricesivive secondo il motto cui ti rifai in Internet, il mondo astrale allo scoperto di quest'epoca. Nulla mi vieta dunque di ritenere pertinente un neo (o vezzo?) del tuo bello scrivere che può sembrarti un'idiozia parlarne ma ai "due computer" nulla sfugge. Scrivere, è lo stesso che cantare, ed è l'armonia del suono che anche qui ha bisogno dell'assoluto rispetto dei tempi e tonalità. Il tuo specchio infranto, presumo sia l'argentea luna della prudenza e riservatezza a te congeniali, proprie (stranezze anch'esse dell'astrale) di una "e" chiusa, dell'unica parola «finchè», quasi in fondo al tuo scritto. Essa invece è erroneamente aperta. Quale la causa? Forse il tuo umidore, anch'esso congeniale, che ti trascina al mondo esterno. Pitagora udiva il suono dell'armonia delle sfere ma rispettava il suo contrario, il silenzio, che chiamava echemitia, e così la sua Teano».

Riscontro al suddetto commento, trasmesso l'8/3/2006:

«Hai colto il giusto in quel "finchè". La chiusura non mi è congeniale».
Luna

Il sesto personaggio, la coscienza

La terra si rivela da sempre con miriadi di configurazioni attraverso la sua topografia. Essa dimostra di essere come viva e, da mirabile ed impareggiabile artista, dipinge immagini di sé come meglio crede: a volte allegoricamente, altre in modo che sembra reale.
Non occorrono mani magiche per togliere il velo di Gea, il nostro pianeta Terra, per mettere in mostra la sua surrealtà imprevedibile. Basta solo la docile mano di un giovane studente, una matita ed una gomma ed ecco che da una cartina di un paese - per esempio - come quella riportata sopra che è Varese, si presenta alla vista una curiosa configurazione e tante altre che non si contano e che fanno pensare.
Eppure è come un semplice gioco, simile a quello per bambini della Settimana Enigmistica, «Che cosa apparira?», o l'altro, «La pista cifrata», solo che qui occorre immaginare i puzzle da annerire e le cifre da seguire.
Ecco, ora immaginate che il pianeta Terra veramente presenta di sé configurazioni che non si contano - non si potrà dire come - per dimostrare che essa vive interagendo a tutte le attività di superficie, soprattutto per opera dell'uomo. E se ci si dà un minimo di credito, non è poi tanto fantastica l'idea che gli uomini, in in virtù della cartografia - mettiamo quella suddetta di Varese, ma potrei esibirne tantissime di altre città fatte da me - rivestano la funzione più importante della terra vista in questo modo, quella del cervello. Ragionando in questa prospettiva si imparerà così a vedere che le costruzioni umane, i fabbricati, le strade, le grandi vie di comunicazione e ogni altra cosa sono forze che nascono, crescono e muoiono.
E la giovane donna varesina del mio disegno, davanti allo specchio scheggiato della sua coscienza in cattivo arnese? Sembra che sia assai preoccupata per sé stessa, non vi pare? I suoi occhi sbirciano in basso, forse perchè reca in seno una nuova vita e non sa come affrontare questo stato che non prevedeva?
A peggiorare le cose la sua coscienza le indica qualcosa, forse il segno di un monito. La direzione del dito di lei indica la strada per Como. Che potrebbe dire?
Mi sovviene il lago omonimo della famosa storia scritta da Alessandro Manzoni, «I promessi sposi». Due giovani, Renzo e Lucia che seppero contrastare le avversità alla loro promessa di matrimonio, finché, in modo indenne grazie anche all'aiuto della sorte, arrivò per loro il momento tanto atteso per unirsi per sempre davanti a Dio.
Sole

Conclusione

Si è appurato che quel compromissivo «finchè» della «scrittricesimuore», la quinta della serie dei quattro «scrittorisimuore», anche se sospeso a un tenue filo delle certezze, porti veramente ai «sette anni di disgrazie». Forse perché la morte è legata intimamente allo scrivere? E che lo scrivere, appunto, sia altrettanto legato allo specchio a cagione della credenza che esso custodisce una parte dell'anima di chi vi si riflette. Questo è il motivo per cui rompere uno specchio porta ombre nere, perché con esso muore una parte della nostra anima. Tuttavia a chi crede ai sette anni di disgrazia per uno specchio rotto, si può raccontare che gli specchi, nel Settecento, erano preziosissimi, costavano molto denaro e ci volevano sette anni di lavoro per molarli e inciderli.
Ma si deve anche convenire che le dicerie sullo specchio rotto possono ritenersi fondate sul conto degli scrittori e le scrittrici, che, dal canto loro, fanno morire, magari, ciò che è degno ancora di vivere non avendo il dono di dire la pura verità. E la verità, piaccia o no, non ama catene ed è capace di romperle qualora occorresse, fossero anche estremamente resistenti.
Dunque sembra che lo scrivere sia un mestiere da sconsigliare? Allora, in via di principio, non c'è attività che non porti a prendere decisioni in base ad un certo “vero” o “falso”, ed a ragione di ciò quale il mestiere che si esplica da fermi in modo assoluto? Nessuno, e perciò che senso avrebbe la vita con la prospettiva di morte certa testé ipotizzata?
No, non può essere, perché ci si dimentica di un possibile intruso inaspettato, io nel caso in discussione, un certo «settimo» personaggio giusto in relazione alle «sette disgrazie» per far tornare tutto in pari, l'autore per l'appunto. Sì, quello che cercherebbero i sei personaggi della suddetta questione, giusto in relazione alla citata opera letteraria del famoso Pirandello da cui ho plagiato il titolo. E come?
Non vi siete accorti che ho introdotto un commento aggiuntivo al post dell'«Asino in tension»? Non che prevedessi i risvolti conclusivi che ho appena espresso. Si tratta di un commento che mi è piaciuto introdurre e che ho postato in un altro blog, «heliS Blog» del «Storiella» (anch'essa dell'asino nel pozzo) del 15.3.06 (8).
Qui è un'«amante della montagna ed informatica piu' per sfizio che per professione con il pallino della fotografia» la padrona di questa casa, così come predilige definirsi attraverso il suo stesso blog, e aggiunge con simpatica sfacciataggine: «Sto cercando lavoro .... hai qualcosa da propormi?».
Ecco un interessante e curioso curriculum che può mettere in buona posizione la brava «scrittricesimuore» troppo prudente e riservata, cause della rilevata «e» aperta e non chiusa come doveva essere. Perciò mettiamo che sia un aiuto provvidenziale all'insaputa di tutti che procederà in modo sommerso senza farsi notare, per far concludere allo scrittore o la scrittrice, come nelle storie a lieto fine, con la nota frase «... e vissero felici e contenti.».
Sul mistero di questa via “ombrata”, della surrealtà, mi sovviene la «mosca sul cartiglio» del «Ritratto di Luca Pacioli» di cui parlo nell'editoriale esposto su questo portale da cui traggo queste parole che illuminano ancor più quel che ho detto:
«Il sapere è una bella cosa ma porta a far scegliere all'uomo che se ne nutre a sazietà, quasi sempre la strada del benessere, che non è quella del giusto bene. Ecco che ora si capisce il mistero riposto nella mosca che è, molto spesso, portatrice di infezioni a volte inguaribili!».
In compenso, però, questa mosca può essere provvidenziale per il semplice fatto che essa, per un breve momento, porta a distogliere l'attenzione su un pensiero corrente deleterio o comunque un'altro genere di azione, quanto basta per alterare il corso degli eventi nella misura “suggerita” misteriosamente dalla brava Proserpina del mistero della surrealtà. O anche la «donna» di cui parlo nell'editoriale «L'arcangelo Michele del Moretto», anch'esso presente su questo portale.
Certo è che ci si rende conto che neanche io sono l'autore ricercato dai sei personaggi argomentati in questo scritto, assomigliando più ad un «mezzo» del quale si serve l'Autore degli autori in base ai fatti.
Note
  • 1) Tratto dal libro «La Filosofia Occulta o la Magia», vol. II, di Enrico Cornelio Agrippa – Ed. Mediterranee Roma.
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