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Hina Saleem un cador in olocausto per l'occidente
Gaetano Barbella
martedì 22 agosto 2006
Hina Saleem
Hina Saleem (fonte: Giornale di Brescia).
Comincerò col parlare del “cador” il tanto discusso velo islamico, giusto in stretta relazione con i tragici accadimenti bresciani sul conto della giovane pakistana Hina trovata uccisa. Ma perché l'accenno al cador, prima d'altro?
Perché «negli ultimi anni esso (il cador) è diventato veramente il pomo della discordia, un simbolo di identità contestato o difeso sia nei rapporti con l'Occidente sia soprattutto nell'ambito stesso del mondo islamico andando molto al di là come valore emblematico del fatto in se stesso. Nel Corano è previsto un velo, in arabo Higiab: letteralmete "copertura", che viene tradotto con velo e in francese talvolta anche con "foulard" che da una idea più elegante e gioiosa.
Queste e altre considerazioni ancora vengono variamente combinate e confuse e il velo diventa un nodo che non può essere semplicisticamente affrontato. In Occidente in genere non si intendono tutte queste motivazioni: il velo appare semplicemente come un elemento di subordinazione, di discriminazione della donna: ciò può essere vero solo nel senso e nella misura in cui si intende che certi principi siano contrari alla donna. Ma gli islamici affermano esattamente il contrario: i principi della morale tradizionale non sono contro la donna ma a suo favore.
Nel mondo mussulmano invece il velo viene considerato negativamente o positivamente come una riaffermazione della lettera del corano e della tradizione islamica, di una interpretazione che noi definiamo fondamentalista e per questo combattuto o difeso» (1).
E così il cador in discussione è fonte di polemica che viene definito a volte come questione culturale. Ma c'è chi afferma che è invece questione politica. Viene detto a ragione di ciò che «c'è un legame diretto del velo con il sistema patriarcale, con la supremazia degli uomini sulle donne e dell'inferiorità della donna giustificata per legge. La legge a cui fanno riferimento queste normative risale al VII secolo. Ma oggi siamo nel XXI secolo, anche le società dette musulmane sono evolute sociologicamente. Le donne hanno avuto accesso all'educazione, alla scuola, al lavoro remunerato - prima lavoravano, eccome, ma non contava - e ora la strategia è di conservare il controllo sulla loro sessualità. Gli islamisti dicono: facciano pure di tutto, ma velate. E' il simbolo di una strategia patriarcale» (2).
Ma non è mio intento, con questo commento, introdurre la questione sorta in questi ultimi tempi sul cador, nei termini sopra appena accennati, bensì del suo intimo significato interiore, un supposto potere emblematico ivi riposto che sembra sfuggire all'attenzione di tutti.
Quale se non quello della fede religiosa, ma anche dell'accettazione della croce che il destino dispone per l'uomo, non discosto dal modo di alleggerire quella disposta sulla povera gente, sui derelitti, incapaci di accettarla e su chiunque è degno di essere aiutato, ci dobbiamo convincere che, se ci ostiniamo a trovarne la ragione, anzi le cause, non potremo che intravederle. Nel senso che non sapremo mai con certezza il mistero che le avvolge. È la visione dell'incerto, del vago, attraverso questo velo, il cador orientale, che ritengo ancora carico di potere, ma che all'islamico sfugge questa provvidenziale velatura di natura protettiva. Non che la cosa sia conscia a quelli dell'Occidente, che oggi lo vorrebbero per le islamiche integrate al limite come una sorta di "foulard" («che da una idea più elegante e gioiosa» ...!?).
Ricordate la lezione evangelica dell'obolo offerto dalla vedova (3), «due spiccioli» che era tutto ciò che ella aveva, ma era quasi niente in rapporto al danaro che tanti ricchi donavano al Tempio? Quella donna, meravigliosa secondo Gesù, era nel contempo la personificazione della vera fede, ma per le sue condizioni infime era anche la personificazione della dispensatrice occulta della croce delle miseria e sofferenza.
Tutto questo per rimarcare che la dimostrazione della fede sostanziale è una cosa che è difficile riscontrare in noi e nel nostro prossimo, se non nello svolgersi delle piccole cose che però sfuggono all'osservazione, salvo ad essere attenti e disposti a tollerare tutto ciò che sembra fuori dalla grazia di Dio, come si suol dire di persone, a volte realmente moleste.
Oggi ci viene la lezione proprio da un caso di una tragedia consumata in casa nostra pochi giorni fa, il martirio della giovane e promettente pakistana, Hina Saleem, ad opera del padre. Perché ella era rea di non aver voluto onorare la tradizione della sua razza, decidendo di convivere con un giovane bresciano, perseguendo la vita secondo il costume di questi, e non unirsi in matrimonio con il suo promesso sposo da tempo stabilito dal padre e sottomettersii così al genere di vita suggerita dalla legge islamica.
Ma ciò che ora farò rilevare dai fatti di questo accadimento, ma con poche righe giusto in relazione della loro tenuità a sostegno del potere della fede nel cador, nessuno vi ha prestato attenzione, purtroppo, come già accennato all'inizio.
Tutto è racchiuso, come segue, nel titolo e sottotitolo che il «Giornale di Brescia» del 19 agosto 2006 ha riportato attraverso l'articolo sul caso Hina, il giornalista Tonino Zana:
«LE ANDAVA INCONTRO QUANDO LA FIGLIA VENIVA DALLA CITTÀ A ZANANO DI SAREZZO. ALLORA LE METTEVA IL VELO PER PROTEGGERLA DAL PADRE»

«QUELLA MAMMA CHE ATTENDEVA DAVANTI ALLA PORTA»
Poche parole per fare, prima d'altro, come Gesù per ammaestrare i suoi seguaci, l'intervento in favore della vedova dell'offerta al Tempio. Ecco, avete notato quel velo? Sì, quel velo che la madre soleva mettere sul capo di Hina per proteggerla dal padre a detta del giornalista Tonino Zana? Io dico che doveva essere portentoso! E considerato il fatto che albergava continuamente nello sciagurato genitore l'irresistibile volontà di malmenare violentemente la povera Hina, quel cador, in modo occulto, aveva veramente il potere di allontanarlo dall'infame proposito! Ma la fede può anche vacillare, ed ecco che viene meno l'immaginaria forza che da essa promana per dar corso all'evento di morte incalzante che sappiamo, il martirio della povera Hina. Non fu la stessa analoga immaginaria forza che fece vincere l'imperatore romano Costantino al Ponte Milvio contro Massenzio nel 312 d.C.? (4) Si sa, secondo una incerta versione storica, che egli creò un nuovo stendardo militare all'insegna del Cristo che doveva precedere l'esercito in battaglia. «In hoc signo vinces» («Con questo segno vincerai») gli fu detto il giorno prima in sogno e così avvenne infatti.
Io penso che le idee che mi sono venute in mente sui risvolti del cador posto dalla sua mamma sul capo di Hina, per quanto legate ad un tenue filo per sostenere tutto ciò che ho argomentato, non meritano di essere scartate, sopratutto quanto non si sa come risolvere oggi il grave problema dell'integrazione degli extracomunitari nel nostro mondo, un'Europa a mala pena riunita e continuamente discordi.
In conclusione la lezione che vi può attenere - se si dà credito alla mia teoria sul cador di Hina - è che la questione di questo problema riguarda una sana revisione di “costume e società”. Nel senso che all'Occidente farebbe tanto bene rimettere sul capo un ragionevole velo della discrezione. Più intimamente, riferendomi al “buon costume” del mondo femminile, occorrerebbe moderazione evitando di apparire sovente quasi ignude. Questo può anche andar bene e senza danno per l'uomo dell'Occidente ma non per tanti islamici in particolare e questo potrebbe spiegare l'imbestialirsi di quel papà di Hina e di altri vicino a lui che non sono riusciti ad accettare di vedere Hina, per essi, “conciata” come un'occidentale. Ma come si fa ad imporre moderazione all'Occidente di “costume e società? Resta il fatto che l'Oriente, se sta al passo del progresso tecnologico, non lo è in modo umanistico restando ancorato alle antiche regole di vita basate sostanzialmente sulle relative diverse religioni. Quindi tocca all'Occidente, avanzato sul lato umanistico, fare il miracolo di sé rivestendo, per quello che può, le sue “ignudità” che sembrano recare disordine nella mente di gran parte di quelli dell'Oriente.
Ho titolato questo scritto «Hina Saleem un cador in olocausto dell'Occidente», ma non manca un corrispondente velo della fede in olocausto dell'Oriente. Riguarda la giovane Elena Lonati uccisa e nascosta in una Chiesa di Brescia da un cingalese, a pochi giorni dalla tragica fine di Hina Saleem. Due fatti bresciani segnati da una matrice comune, la visione della «donna vestita di sole» (5) che acceca.
Note
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