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L'arcangelo Michele del Moretto
Gaetano Barbella mercoledì 6 settembre 2006

Fosche previsioni di un filosofo bresciano

Incoronazione della Vergine
Alessandro Bonvicini detto il Moretto (1498-1554), l'Incoronazione della Vergine coi Santi Francesco, Nicola e l'Arcangelo Michele. Dipinto olio su tavola del 1534 esposto nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso di Brescia.
«LA TRADIZIONE OCCIDENTALE SARÀ DISTRUTTA. E IL MONDO SARÀ GOVERNATO DA UNA TECNICA SENZA ETICA», così è intitolato un articolo, riportato da Newton RCS Periodici con il servizio «Scommetti sul futuro». L'autore è il filosofo bresciano Emanuele Severino, docente di ontologia fondamentale all'università vita-salute del San Raffaele. E questo di seguito è il testo relativo.
«La tendenza in atto - sostiene il prof. Severino - fa intravedere sempre più radicalmente la distruzione della tradizione occidentale e siccome l'Occidente è alla testa del Pianeta, assisteremo alla disintegrazione dei valori che hanno dominato la Terra. Questa distruzione è operata dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli, che mostra ciò che comunemente viene chiamata la morte di Dio, cioè la fine di ogni verità assoluta, di ogni fondamento, di ogni centro del mondo. Se non c'è alcun Dio, e cioè nessun limite, nessuna verità che argini e guidi l'azione dell'uomo, allora la scienza e la tecnica hanno via libera, ricevono da parte della filosofia del nostro tempo l'autorizzazione a procedere al dominio totale delle cose. Sto parlando di una tecnica e di una scienza che tendono ad avere sempre più come scopo l'incremento della capacità di produrre scopi.
Avremo un mondo regolato dalla scienza, che ha la scienza come autoreferente, ma con questa essenziale precisazione: non sarà la scienza degli scienziati che intende in modo ingenuo la tecnica come strumento. Fino a quando c'è un'ideologia, che in laboratorio dice al tecnico fermati, perché oltre un certo limite tu non puoi andare, altrimenti ti scontri con il mio messaggio cristiano o islamico, oppure umanistico, questa tecnica è debole. L'etica non è più ciò che era un tempo, cioè la guida che dice alla tecnica: “Tu puoi arrivare fin qui e non oltre”. Ma è la tecnica a servirsi dell'etica, per aumentare la sua stessa potenza».

L'Incoronazione della Vergine del Moretto

Ecco, avete letto le fosche lamentele del prof. Severino di Brescia? Però ora, per capire in che misura e fino a che punto egli ha ragione soffermiamoci sul dipinto sopra esposto che è una famosa opera del 1534 di Alessandro Bonvicino, meglio noto come il Moretto, nato nel 1498 e morto nel 1554 circa, anche lui bresciano. È l'Incoronazione della Vergine in un contesto rappresentativo mistico diverso dal solito, anzi molto diverso, sopratutto per la concezione dell'Arcangelo Michele fuori dai canoni tradizionali (1), davvero un emblematico Arcangelo.
La critica d'arte, nelle vesti di un noto esperto bresciano, il prof. Luciano Anelli, tutta presa per la pittorica del quadro in questione, che però esclude l'evidente rivoluzionario contenuto esoterico, così presenta l'opera: «In alto, la serena figura del Cristo, ignudo fino alla cintola, e poi avvolto da un manto di raso azzurro, incorona la Vergine, inginocchiata sulle nuvole poco più in basso di Lui. Attorno i putti appena abbozzati è come riassorbitio dalla luce potente che emana dalla mistica scena (alcune testine sono del Settecento, quando la pala fu trasformata in rettangolare da centinata che era). In basso, sotto la “piramide” compositiva della sezione alta, si dispongono, secondo una sorta di “teorema di geometria” (la felice espressione è del Vezzoli) le figure dei quattro santi in bilanciato gioco di sporgenze e rientranze. Al San Michele in piedi nel primo piano: tra le teste dei due potrebbe essere tirata una diagonale che si può tendere tra il S. Francesco inginocchiato nel primo piano a destra ed il San Giuseppe inginocchiato nel secondo piano a sinistra.»
E poi ancora altre significazioni come queste: «...Michele è in atto di trafiggere il demonio: ma ha già vinto: non c'è dramma nel gesto che Egli ripete solo per darne esterna significazione ai devoti. La sua vittoria è già avvenuta, ed il gesto che compie ora sulla tela è fuori dal tempo e della storia...»; «...Nelle tenere membra asessuate di Michele il chiaroscuro denso e sostanzioso della tradizione foppesca fa tutt'uno con la cronia veneta che il Bonvicino aveva respiarato da Tiziano: il risultato è quello di un chiaroscuro di straordinaria evidenza luministica. Il comun denominatore dei toni grigio-argentei che scorre sulla figura le conferisce l'evidenza dell'Angelo, in quanto creatura celeste, tramite tra cielo e terra, tra divino ed umano. E si noti che questa qualità è osservata senza enfasi, senza retorica e senza stupore, con la sola pretesa di farlo essere ciò che semplicemente Egli è: un Angelo. Ma la meditazione del Moretto su questa realtà semplicissima – e pur profonda – è tanto acuta e tanto coerente che ancor oggi sa comunicare il suo massaggio, che un messaggio di Fede, a chi guarda l'Arcangelo senza la pretesa preconcetta di volergli vedere esprimere dei drammi ch'egli, obiettivamente, non può ne vuole avere, come non può provare dolore, ribrezzo, repulsione per il peccato (il demonio a terra) che è sostanza di un cielo ove dolore, ribrezzo, peccato non possono, non che esistere, nemmeno essere oggetto di un pensiero...».

La forza che manca al mondo laico

Detto questo e ritornando alle lamentele del prof. Severino, pur non sottovalutandole, sono perplesso per tutto ciò che egli ha detto su Dio quando penso a quel che aveva affermato tempo addietro in un articolo di fondo, sul Corriere della Sera di lunedì 4 aprile 2005, sul conto del defunto Papa Giovanni Paolo II. Il titolo dell'articolo era «La forza che manca al mondo laico». Si trattava di una forza straordinaria che il filosofo bresciano riconosceva nel Papa e di conseguenza - secondo la mia visione - anche nella sua Chiesa, ma che non ravvisava nel mondo laico. «Nessuno ha saputo fare per il tempo che viene quello che il Papa ha fatto per il tempo che se ne va», egli stigmatizzava fra altre cose come queste: «Il mondo laico, si limita a galleggiare: non vede più la potenza che all'inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del pendio... Forse intravede la tragedia che, a valle aspetta il torrente, ma evita di guardarla in faccia e di assumersi la responsabilità del presente».
Viene da dire subito, ebbene sarà anche la stessa cosa per la «scienza e la tecnica», nelle mani del mondo laico in balia delle onde. Resterà ciò che deve salvarsi, quel mondo che ha saputo tenere salda la fede di Dio, per esempio quello del Papa «venuto da lontano» tanto coraggioso e intrepido, grazie alla stessa «forza» mancante al mondo laico.
Ma è solo la provvisorietà di questo istante a farmi dire così, cosa che è assolutamente incerta, quando c'è il modo di vederci chiaro come non mai attraverso il dipinto del Moretto che si dimostra meravigliosamente attuale. Infatti, per cominciare, mi pare ti intravedere nel roccioso e pensoso San Giuseppe, guarda caso proprio il filosofo Severino a ragione delle sue suddette perplessità. E poi rilevare la fondatezza del pensiero di questi, che riconosce nella Chiesa «La forza che manca al mondo laico».
Dove se non attraverso l'ercole San Nicola, dalle mani possenti e sicure: la sinistra capace di soppesare e mantenere saldamente unite le tre simboliche sfere mistiche di influenza sull'uomo, quelle della fede, speranza e carità; la destra di mantenere in equilibrio il pesante pastorale, sulla sua spalla. Nondimeno anche lui sembra domandarsi sul potere della supposta «forza» (che ai laici mancherebbe) di cui dispone che però non deve assolutamente esercitare se non per affermare le suddette tre virtù teologali attraverso la sola parola, quella del «buon pastore».
C'è da domandarsi allora in che modo Iddio si serve di questa «forza», non disponendosi nemmeno attraverso il corpo di San Michele (che è come se fosse Iddio stesso), vistosamente effemminato e privo del tradizionale paramento da guerriero, fra corazze, elmo ed una vera lancia o spada? Non disorientano, in cambio, i lucidi rasi lascivi per vestimento, la ghirlanda di fiori sulla testa e quella strana e sottile asta che arma non pare? Ma le domande sono appena all'inizio con dei perché di notevole mole da chiarire.

Un San Michele Arcangelo che disorienta

Dunque cominciamo dal fatto che trattandosi di un'opera pittorica, per giunta anche molto famosa a Brescia, come premessa sostanziale occorre convenire che la critica d'arte in genere, ed in particolare per il caso in esame, non sempre è incline ad occuparsi della questione esoterica che spiegherebbe i perché che ho posto prima. Perciò quasi sempre essa si limita a ribadire concetti catechizzati ufficialmente e nulla di più per la buona pace di tutti i credenti, e giocoforza contano i paramenti esterni ed il brillio cromatico dei colori. Ma è anche la «donna vestita (più o meno) di sole» per condurre l'argomento ad un necessario legame con il tema dell'Apocalisse giovannea, come farò vedere. Per il nostro caso non può essere il contrario, altrimenti l'opera in discussione sarebbe stata forse considerata profana e così non sarebbe stata esposta per il culto religioso sino ai nostri giorni. Questo spiega perché ho ritenuto opportuno far riferimento a quanto espresso nel volumetto sulla Chiesa dei santi Nazaro e Celso a cura del citato critico d'arte Luciano Anelli ed edito nel 1997 dalla Parrocchia omonima. È qui che il dipinto in esame si trova esposto, come suddetto, ed è inserito in un polittico del quale altri cinque dipinti fanno da cornice. Il tutto è collocato a ridosso del secondo altare a sinistra entrando nella Chiesa suddetta.
Nel quadro in esame vi sono molte cose che non vengono ravvisate dal citato Anelli che se ne è occupato, proprio a causa di «...quel fruscio delle sete e dei rasi pieno di luccichii, di molle e tenera grazia...», che egli rileva amabilmente preso dal magnete dell'arte in lui, ma che però ingenera l'assoluta convinzione di una realtà terrena dell'umanità decisamente formale.
«Michele è in atto di trafiggere il demonio ma ha già vinto: non c'è dramma nel gesto che ripete solo per darne significazione ai devoti. La sua vittoria è già avvenuta ed il gesto che compie ora sulla tela è fuori dal tempo e dalla storia...» Insomma, tutto è predisposto, come a far capire che quel Michele-Demonio è una replica della volontà di Dio, una sorta di macchina-robot al servizio dell'uomo stesso, quello devoto, ma che fa comodo un po' a tutti, e perciò nessuno si preoccupa di veder chiaro nella faccenda. Occorre solo osservare certe regole, coltivare la fede, le opere di carità, accettare magari anche come necessario qualche scabrosità, e scaricare con un fare rituale ciò che risulta sgradevole in eccesso nei confessionili, a causa dei rimorsi di coscienza (ma non sempre).
A questo punto mi si dirà, dopo tutto questo parlare ozioso, cosa c'è di tanto misteriosamente anomalo nell'Incoronazione della Vergine del Moretto, da far rizzare i capelli e sconvolgere magari tanti tranquilli cristiani, casa e Chiesa e companatico?
Nulla che possa allarmare, ma mi è parso di intravedere l'intimo segreto che ha animato l'autore del dipinto in esame, l'idea principe che deve averlo predisposto a fare questo capolavoro d'arte in modo che potesse arrivare nel suo giusto futuro capace di poterla porre in atto - mettiamo - oggi mio tramite. E per questo il Moretto si è attenuto scrupolosamente al gioiello delle scritture sacre del canone delle verità della chiesa di Cristo, l'Apocalisse di Giovanni apostolo, sopra appena accennato, giusto in relazione al perno su cui ruota ogni cosa nel suo quadro, l'Arcangelo Michele e la Bestia.

La donna nel messaggio morettiano dell'Incoronazione della Vergine

Incoronazione della Vergine
Particolare dell'Incoronazione della Vergine.
Nell'Apocalisse si parla di una grande guerra che scoppiò nel cielo: «Michele e i suoi angeli combatterono contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu posto per essi in cielo... Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio (destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio). Ma furono date alla donna le ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei... Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza.» (Ap. 12).
Ecco, ora non viene da chiedersi perchè premeva al drago la donna sfuggitagli di mano grazie all'Arcangelo Michele e le sue schiere? Doveva essere molto preziosa..., o da temerne le conseguenze a causa sua, al punto da perseguitare la sua discendenza! Era forse la portartice di un grande potere vitale, meglio di una forza per dominare? Viene da capire di volata che si tratta del potere generativo che, naturalmente, doveva essere in precedenza legato alla Bestia, ossia al Demonio meglio definito come Drago. Meglio allora, sarebbe più appropriato sentir dire da questo fantomatico drago «Cherchez la femme», visto il suo l'accanimento contro la discendenza della donna (che prima era «vestita di Sole»: citazione dell'Apocalisse). «Cercate la donna», due parole famose, come d'ordine anche per molti artisti e poeti del passato, quale il sommo poeta Dante Alighieri per l'ideale Beatrice e fra questi indubbiamente anche Alessandro Bonvicino, meglio noto come il Moretto, non vi pare?
Di Dante sappiamo, infatti, della sua inclinazione per un sottaciuto pensiero fuori dai canoni ecclesiastici, aderendo in un primo tempo alla setta dei «Fedeli d'Amore» a cui aderirono, per esempio, altri famosi poeti come il Cavalcanti, il Boccaccio, il Petrarca. Si dice che fu Giovanni Boccaccio a salvare la Commedia dalla scomunica, rassicurando gli inquisitori che Beatrice era una donna vera, conosciuta da lui stesso e da tanti altri, figlia di messer Folco de' Portinari e sposa del cavalier Simone dei Bardi.
Ma sappiamo anche che i poeti «Fedeli d'Amore» erano tutti innamorati di donne che si somigliavano tanto da far pensare ad una sola donna, quasi a identificarla in un medesimo simbolismo in cui nascondevano idee e dottrine iniziatiche ritenute eresie dalla Chiesa e perciò perseguibili.
Se così fosse, dove la «donna» del Moretto che deve aver posto in un rifugio sicuro al riparo dalle antiche velleità della Bestia? Non certo la Vergine Incoronata che costituisce l'umanità nel suo insieme ed a ragione di ciò, ovviamente, in qualche modo vi si ritrova. Dove dunque allora?
Senza tribolare tanto, zoomando lo scenario dei putti che fa da coro all'incoronazione della Vergine, si ravvisa la cosa che si sta cercando al lato destro (vedi particolare sopra). È l'immagine di un trasognato volto di soave fanciulla presente nel quadro morettiano. Ma il fatto che rende perplessi e che stordisce è che lo sguardo della giovane è rivolto verso l'esterno, nella direzione della cima a forma di spirale del pastorale nella ferrea mano di San Nicola di Bari. Sembra come in trepida attesa di chissà quale bel Signore del suo cuore, forse di là da venire da una meravigliosa galassia che la cima del pastorale ispira, e chiaramente non l'altro Signore al centro del cielo ove ella si trova, per giunta come guardata a vista da un tale alle sue spalle con sguardo poco raccomandabile.
Sin dal primo momento in cui ho ammirato il quadro in questione, frequentando la Chiesa ove ora si trova, quella timida fanciulla morettiana mi è parsa come un sogno, come un destino da compiersi ivi riposto, che oggi si rivela mio tramite come una fulgida realtà umana prossima a rinascere.
Trattandosi di una chiara cosa bresciana, mi sovviene il trasporto del masso di marmo estratto dalle cave di Botticino, poco distante da Brescia, che servì per la statua della dea Roma che troneggia al centro del sacrario del Milite Ignoto sul Campidoglio romano (2). Che imprevedibili e inspiegabili accostamenti con una Bella Italia unita in prospettiva che ai tempi del Moretto era poco o niente intravisibile, ma che oggi è abbastanza ammirevole agli occhi di tutto il mondo! È un segno bresciano da tenere in considerazione? Ma è solo una mia idea fuggente, tuttavia, come disse l'autore della citata frase «Cherchez la femme», Alexandre Dumas, «Si può resistere ad un'invasione da parte di un esercito ma non un'idea il cui momento è giunto». Ora è giunto il momento di parlarne e forse è già qualcosa, poi si vedrà.
Ritornando al Moretto, io credo che per lui quella triste fanciulla in attesa del suo intimo Signore sia l'evangelico «tesoro del campo» su cui, nel suo immacolato segreto, deve aver investito tutto sé stesso, ci si può giurare. Forse ispirato dalla nota Santa bresciana, Angela Merici fondatrice dell'ordine monastico delle suore Orsoline. Con questa Santa, grintosa e battagliera, credo che il Moretto si sentisse, nel suo intimo cuore, più che legato da cristiano amore, similmente a quello di Dante Alighieri per Beatrice, del quale ho prima accennato la natura di questo amore.

Il compromesso di Michele e il progresso della scienza

Incoronazione della Vergine
Particolare dell'Incoronazione della Vergine.
Resta ora il fatto saliente che riguarda da vicino l'Arcangelo Michele in sembianze femminili, quasi a rivedere nel volto adornato di ghirlanda di fiori di campo, lo stesso della Santa, Angela Merici, tanto ammirata da Alessandro Bonvicino. La domanda è ora, grazie a quale sortilegio la Bestia è adagiata ai piedi di Michele, tutt'altro che incline a qualsiasi ostilità. Infatti sembra gradire lo sfiorare di quel piede di Michele sul suo petto, ma c'è ben di più con quel puntale dorato della presunta lancia che avrebbe dovuto trafiggerla. Invece è come se si fosse stabilito un singolare gradevole rapporto fra la strana punta quadristellare ed una sorta di grossa coda eretta della Bestia ad essa attorcigliata con l'estremità (vedi particolare sopra). È una cosa che ha tutta l'aria di una rappresentazione fallica, non c'è che dire.
Che ha voluto suggerire, o esorcizzare, il Moretto con questa novità in fatto di disputa con le forze del cosiddetto male? Che così facendo potrebbero essere risolte o temporaneamente allontanate le questioni belliche fra i due? Se fosse così viene da capire che - secondo Moretto - ci vuole una donna per arrivare a tanto. Magari «...per un po' di tempo...» (Apocalisse 20,3) una donna potra “coesistere” con l'antico guerriero Michele armato di tutto punto, anch'essa a suo modo battagliera come lo era, per esempio (e non ha caso come ho supposto), la bellicosa ma amabile e caritatevole Suor Angela Merici. Però a questo stadio, «Cercare la donna» e trovarla ora non serve più a nulla perchè tutto è cambiato in bene e senza corpo ferire. Ecco gli effetti taumaturgici del supposto “coesistere” per un temporaneo stato Michele-Bestia, poi tutto può ritornare come prima ma a quel punto le possibili contese in Cielo e anche in Terra sarranno nel clima della moderazione.
Manca un'ultima cosa per completare il chiarimento per intero del messaggio del Moretto riposto nel suo dipinto che fin qui ho esaminato, la scienza, poiché il serpente, ovvero il demonio, era strettamente legato all'albero edenico dai frutti della scienza del bene e del male.
Al tempo del Moretto, il 1500, la scienza era ancora come quella fanciulla da me ravvisata nel quadro in esame. Perciò le cognizioni scientifiche stavano appena sviluppandosi per svincolarsi dalle vecchie nozioni via via in estinzione. Nondimeno quel puntale dorato dell'asta colorata di rosso nelle deboli mani della «donna» in Michele Arcangelo, più che opprimere al contrario funge da resistenza, per quanto ella si sforzi di spingere. E quella coda fallica eretta che, al tempo passato delle beghe in Cielo fra Michele e Lucifero era continuamente presa a tirare giù stelle («un terzo» si dice nell'Apocalisse), ora è tutta presa a sprigionare una prodigiosa forza pulsante ricreativa, grazie alle sue spire avvolgenti. Oggi scopriamo, per esempio, spire in vitale azione generativa, come quelle del Dna genetico di ogni creatura vivente. Non stupisce quindi che lo sguardo di quella fanciulla del dipinto morettiano sia rivolto verso una certa spirale, quella del pastorale di San Nicola.
Che dire? Che il Morertto le intuiva come è stato supposto per diverse altre cose analoghe nella Commedia di Dante. La si chiami anche profezia, va bene lo stesso, così contenti tutti, laici e clero.

Una nuova bilancia per Michele grazie alla moderna tecnologia

Cella pesatura
Caso di pesatura elettronica con una cella di carico soggetta a tensione per effetto di una forza applicata all'estremità (immagine di sotto). La parte superiore dell'elemento metallico (Test specimen) soggetta a trazione e l'altra di sotto soggetta a compressione, influiscono sui rispettivi estensimetri ad esse applicate (Strain gauge #1 e #2). I due estensimetri poi fanno parte di un sistema elettronico noto come il ponte di Wheatstone (Bridge unbalanced): di qui il segnale elettrico che ne deriva, viene ampliato, essendo di pochi millivolt, per essere elaborato e dare così l'esatta indicazione della forza in azione sulla cella di carico (3).
A perfezione dell'argomentazione scientifica, sopra appena sfiorata, mi preme far progredire - ma brevemente - questo lato che ho supposto come implicazione della strana raffigurazione esoterica della camuffata trafittura della Bestia ad opera di Michele del Moretto. Si tratta del ruolo specifico attribuito dalla tradizione a San Michele Arcangelo, che è quello della pesatura delle opere umane, e per questo nell'iconografia a riguardo compare una bilancia. Nel caso in discussione, quell'organo fallico della Bestia, così come è rappresentato su idea del Moretto - secondo me, da quel vecchio esperto di progettazioni di macchine e impianti industriali che mi ritrovo - può assimilarsi ai moderni dispositivi industriali di pesatura che fa ricorso a componenti elettronici, appunto, chiamati strain gauge, ovvero estensimetri applicati a celle di carico. Come si vede nelle due figure sopra, si tratta di un trasduttore usato per convertire una forza in un segnale elettrico. Questo componente è generalmente costituito da un corpo metallico elastico a cui vengono applicati uno o più estensimetri che convertono un allungamento o una compressione meccanica in una variazione di resistenza elettrica. Per amplificare l'entità del segnale la scelta più comune è quella di usare quattro estensimetri collegati tra di loro in una configurazione a ponte di Wheatstone (ma si possono usare anche da uno o due soli estensimetri). Il segnale elettrico ottenuto (differenziale) è normalmente dell'ordine di pochi millivolt e richiede un'ulteriore ampliamento con un aplificatore di tensione prima di essere utilizzato. Il segnale è poi elaborato mediante un algoritmo per calcolare la forza applicata al trasduttore.
Relativizzando ogni cosa suddetta all'intima iconografia del caso particolare della coda a spirale della Bestia, la configurazione detta a ponte di Wheatstone, risultando un sistema di quattro estensimetri, porta a vederci chiaro sulla particolare conformazione del puntale dorato quadristellare (presumibilmente immaginato dal Moretto in stretta relazione ai quattro elementi della terra) dell'asta rossa nelle mani di Michele. L'asta (la quintessenza tradizionale secondo il Moretto), di conseguenza non può essere che il microsegnale elettrico che per vie etere perviene al Cristo (direttamente alla fronte) seguendo la relativa direzione. Notare che la direttrice dell'asta in questione passa in tangenza della corona posta dal Cristo sul capo della Vergine: per significare che in questa sede si coronano o no i propositi dell'intera umanità in cammino nel tempo, e così per ogni singolo uomo.
In conclusione a questo punto, se il mio discorso sul progresso analogo a quello oggi riscontrato dalla scienza è sostenibile, si può immaginare che l'io-Cristo in noi, ne tragga grande vantaggio potendo meglio soppesare ogni sua decisione per condurci alla possibile realizzazione dei nostri buoni propositi che molte volte restano solo dei sogni. O - meglio ancora - non andare incontro a catastrofiche disavventure.
Attenzione però, senza la giusta «donna» in noi e fuori noi, l'iconografia dell'Incoronazione della Vergine ci avverte che non sarà l'attaccamento tradizionale al vecchio Arcangelo Michele o San Giorgio, muniti di elmi, corazze e spade o lance, a caccia di draghi da infilzare, a mettere fine alle discordie in seno all'umanità.
Altra riflessione da fare è che la «donna» segnalata dal Moretto deve essere servita egregiamente all'arte sua e a tanti come lui del passato per sviluppare un disegno evolutivo, non solo attraverso le arti e la cultura umanistica, ma anche attraverso la scienza che nel 1500 cominciava a mostrarsi per ciò che oggi è. Primeggia fra questi Galileo Galilei, nato a Pisa nel 1564 e morto ad Arcetri nel 1642, fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano. Galileo è stato uno dei più grandi scienziati dell'epoca moderna. Oggi siamo grati a lui per le sue idee e scoperte e perché se ne traggono enormi vantaggi che però al suo tempo furono gravemente osteggiate dalla Chiesa Cattolica. A causa di ciò egli venne condannato come eretico e costretto nel 1633 all'abiura delle sue concezioni astronomiche.
Di Galileo ci resta il suo pensiero e raccomandazioni in un suo breve scritto, il seguente, che parla a modo suo specifico della preziosità della «donna» sua: «... questo grandissimo libro (della natura) che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.»
Dunque «cercate la donna» che fa per voi per trattarla come la regina del vostro cuore, anzicché affliggerla, ma dentro di voi prima d'altro. Come fu per Galileo, ella procurerà al suo amante grandi spine e tribolazioni, ma anche notevoli progressi in ogni campo della cultura. E così la stessa cosa ci raccomanda di fare Alessadro Bonvicino, detto il Moretto, col suo messaggio pittorico dell'Incoronazione della Vergine che è la «La forza che manca al mondo laico», come rileva il filosofo bresciano, il prof. Emanuele Severino. Egli ha veramente ragione di intravedere questa «forza» nei mistici poiché ce lo rivela superlativamente il Moretto con la sua stupenda pittorica trattata sin quì.
Il prof. Severino ha pure ragione nell'intravedere «la morte di Dio, cioè la fine di ogni verità assoluta, di ogni fondamento, di ogni centro del mondo.», perché «il mondo sarà governato da una scienza senza etica». Tuttavia, credendo (chi lo può) ad un processo spirituale a monte delle cause del mondo materiale, la stessa scienza tecnologica - ironia della sorte del «maligno» - agevola, come io ho immaginato in relazione al miglior sistema di pesatura elettronica al posto della tradizionale «vecchia bilancia», l'Io Cristo che troneggia in Cielo. Questa condizione di vantaggio, basato sulla «perfezione» (4), che ne deriva, nelle mani di Dio (quelle di «Chi come lui», l'Arcangelo Michele), farà il miracolo della Sua resurrezione, ancor prima che in terra, «la scienza senza etica» nelle mani della Bestia, abbia il sopravvento. Adesso si fa chiarezza sull'oscuro passo dell'Apocalisse di Giovanni quando viene detto che dopo la fine dei «mille anni», «il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana -... dovrà essere sciolto per un po' di tempo.». Cui fa seguito la visione rassicurante del profeta Giovanni che dice così: «Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare.» (5). Ma tutto ciò è già emerso quando parlo della «donna» che «potrà “coesistere” con Michele», riferendomi a Suor Angela Merici tanto ammirata dal Moretto.

Due DVX gemelli

Non a caso ho inteso collegare la mia concezione di un'ideale «donna», cui si sarebbe ispirato il Moretto nell'accingersi a edificare il suo capolavoro pittorico dell'Incoronazione della Vergine, con la Beatrice di Dante Alighieri nella sua Commedia. Infatti, col presente scritto si verrebbe a scoprire che il Moretto ha racchiuso in suoi «numeri specifici» il suo DVX nell'emblematico San Michele Arcangelo, che sembra avere analoghe connotazioni del DVX del sommo poeta, un gemello a tutti gli effetti. Ma il DVX dantesco, cui io intendo, non è precisamente quello supposto dai commentatori della Divina Commedia nel tempo.
Ho ragione di sostenere che l'opera dantesca in questione, al pari di quella morettiana sopra eviscerata, non sono state stimate da “buon geometra”, considerato che a Dante gli si riconosce questo speciale ruolo squisitamente tecnico, più che umanistico.
Ora state a sentire cosa ho da dire, da quel geometra che sono a tutti gli effetti, sul Dvx della Commedia dantesca che tutti sanno attraverso tre emblematici numeri, «cinquecento diece e cinque».
Dunque, venendo all'«enigma forte» (Pur. XXXIII, 50), ancora da svelare, Dante Alighieri ha voluto far capire che è la «Sfinge» il “guardiano della porta” infera che parla e ragiona con la matematica alla mano. Perciò solo con una speciale password questi libera il passaggio, parlando in termini telematici.
Prima d'altro si considera la Divina Commedia come un insieme di versi senza fare alcuna distinzione di raggruppamenti di cantiche, tanto meno di luoghi d'espiazione o di piacere, lasciando, però, invariato l'ordine iniziale.
Prima lezione: si è tutti uguali davanti a Dio, compreso il Paradiso, il Purgatorio e l'Inferno! Ciò premesso si prosegue in questo modo:
Primo - «Cinquecento» starebbe per il 500° verso che corrisponde al verso 86 del III canto dell'Inferno che recita così: «Mira colui con quella spada in mano».
Secondo - «Cinquecento diece» starebbe per il 510° verso che corrisponde al verso 96 dello stesso canto precedente che recita così: «che sovra li altri com'aquila vola».
Terzo - Infine, «Cinquecento diece e cinque» starebbe per il 5105° verso che corrisponde al verso 116 del III canto del Purgatorio che recita così: «de l'onor di Cicilia e d'Aragona».
Se questo è il messaggio “veltrico” che Dante ha voluto, veramente, rilasciare cripticamente ai posteri, certo, resta ancora velato. Tuttavia, considerando l'amore speciale che il poeta ha voluto infondere nella sua Divina Commedia, ho pensato che «il messo di Dio», intravisibile nel messaggio adombrato «d'Argo» (Par. XXXIII, 36), non abbia una comune «spada in mano», così come è stata sempre intesa quale strumento di morte.
Può essere invece una prodigiosa “leva” come quella della ragione, per esempio, giacché si vuole un Dante squisitamente «geometra». Il passo è breve per individuare chi la brandeggia, uno di statura ciclopica, proprio in stretta relazione alla parola «Cicilia», riconosciuta come Sicilia.
È il siracusano Archimede famoso per il suo motto: «Datemi una leva e smoverò la terra». In questa chiave, risulta chiara l'allusione alla «mente» (Par. XXXIII, 139), la cui “leva” argomentata, la ragione, è disponibile a tutti gli uomini senza distinzioni, “in chi più, in altri meno”. Naturale e sacrosanto è, allora, lo scopo dell'uomo nell‘accingersi a concepire «l'onor di Cicilia» in modo da predisporre questa “casa” perché vi possa entrare la giusta «Regina» che è: «La gloria di colui che tutto move / per l'universo penetra, e risplende / in una parte più o meno altrove» (Par. I, 1-3). (6)
A questo punto, la concezione della leva dantesca, da me supposta, potrebbe anche far sorridere se non fosse per la visione di un'altra specie di leva intravisibile nell'asta rossa e puntale dorato quadristellare nelle deboli mani del Michele Arcangelo del Moretto sopra trattato. Da “buon geometra”, meglio da buon esperto di cose della meccanica, non si può negare che l'asta in questione possa essere assimilata ad una chiarissima leva torsionale dalle apparenze di puntale. La forza torcente è ovviamente quella espressa dalle spire della coda eretta della bestia, chiara espressione fallica. Dove la leva? Non una ma ben quattro leve attraverso le estremità stellari del puntale dorato quadristellare, appunto. Di qui, il passo è breve per collegare ognuna di queste quattro piccolissime leve torsionali al «Test specimen» munito di due «Strain gauges» della figura sopra esposta. Non resta altro, a ragione di ciò, per convincerci che non si può evitare di farci un bel pensierino sulle mie argomentazioni fatte, sia sul Moretto con la sua «donna» e sia su Dante con la sua Beatrice, che parlano di un DVX in comune tutt'altro che incline a fare il guerrafondaio, se pure per una giustizia terrena.
Note
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Il geometra pensiero in rete di Gaetano Barbella