(tnx P.Emilio Calliera)

 

Gli Austriaci avevano dato l'ultimatum in scadenza 29 aprile 1859, dopodiché  avrebbero invaso il Piemonte. L'ing. Carlo Noè,  il 22 aprile, ricevette due dispacci, uno dal ministro della guerra Alfonso La Marmora e l'altro dal ministro delle finanze, Giovanni Lanza: entrambi ordinavano di allagare tutta la zona a sud di Vercelli. 

Gli Austriaci erano appena oltre il Ticino, la città di Torino era sguarnita, i francesi stavano arrivando via mare ma erano ancora lontani, così come Garibaldi con i suoi Cacciatori delle Alpi. Quindi era fondamentale bloccare l'avanzata degli austriaci verso Torino. Senza aspettare l'ultimatum, già il 25 aprile Noè iniziò l'allagamento delle zone più basse di Crescentino, usando la roggia  Camera; per compiere l'allagamento furono effettuati degli sbarramenti trasversali sui canali in vari punti prescelti da Noè. Il problema era anche il mantenimento dell'allagamento perché tutti i terreni hanno una pendenza: vennero così chiusi tutti gli scarichi, lavorando anche di notte. Tutta la gente delle campagne partecipò attivamente, con la scorta della cavalleria.

Successivamente venne allagata la parte superiore arrivando a coprire interamente d'acqua una superficie di 45 mila ettari utilizzando la portata piena dei canali di 90 metri cubi al secondo, per cinque giorni per 39 milioni di m/cubi d'acqua complessivi. 

Carlo Noè scrisse una breve relazione, avente titolo " Delle artificiali inondazioni  fra la Sesia e la Dora Baltea prodotte dai canali  Demaniali, con strategico intendimento, nel rompersi guerra dell'Austria contro il Piemonte sul finire dell'aprile 1859 ". L'ing. Noè indica come 450 km quadrati la superficie di allagamento. Per allagare la zona centrale vennero usati il naviglio d'Ivrea, quello di Saluggia, il Rotto, il Depretis venne sbarrato a monte di Santhià il 28 aprile.

Noè annotò: "appositamente gli ultimi, da me riservati  per dar passo  ai Reggimenti di Cavalleria che da Vercelli dovevano ritirarsi, portandosi per san Germano, Santhià, Alice, a Cigliano .Questa ritirata  aveva  luogo il giorno appresso ( 29 ) e poco dopo l'inondazione  era ultimata col guasto della strada e ogni comunicazione  interrotta". Rimaneva ancora intatta la ferrovia per Vercelli, che serviva al Noè per sorvegliare le operazioni  da una macchina a vapore. Noè ordinò poi che fossero scalzate le traversine della ferrovia da San Germano a Saluggia e provvide all'allagamento della Valle Dora.

Scaduto l'ultimatum del 29 il generale Giulay attraversò il Ticino vicino a Pavia e il 2 maggio  gli Austriaci entravano a Vercelli senza incontrare ostacoli. Le truppe sfinite, impolverate, si buttarono sulla paglia nella piazza grande di Vercelli: quella fu l'ultima polvere che videro, nei giorni successivi trovarono solo fango e acqua; infatti, oltre agli allagamenti artificiali, piovve per diversi giorni.

Giulay l'8 maggio mandò 45 mila uomini e 200 cannoni in direzione di Cigliano, ma 24 ore dopo, a causa dell'inondazione, vennero richiamati indietro, impossibile avanzare. Torino sarebbe potuta essere occupata senza colpo ferire, ma quel lago che non risultava da nessuna cartina in dotazione al Giulay, fu invalicabile.

La città di Vercelli fu decorata con medaglia d'oro ma la medaglia l'aveva guadagnata la gente delle campagne che aveva collaborato volontariamente. L'esercito imperiale comandato dal Giulay rimase bloccato a Vercelli:

"'l Giulay l'è turnà ndrè cun la pauta tacà ij pè".

 

(sia per le date stranamente concomitanti, sia per la partecipazione popolare, sembra di rilevare un certo parallelismo tra vicende storiche nei due secoli del Risorgimento italiano)