dal Corriere Eusebiano del 9 settembre 1995

 

     

Per un cosciotto di tacchino surgelato

     

Son tornato a Santhià in un torrido sabato di fìne luglio: il solito rapido giro tra il corso e la Circonvallazione con puntata verso l'officina, dove ho vissuto i miei ormai lontani vent'anni.

Venendo dalla via Corsica, c'è lo stop sulla G. Ferraris: una inchiodata quasi a farmi tamponare dall'auto che mi segue. Mi sento trafitto da una seguenza di insulti, perché segnalo la svolta a destra e giro a sinistra: improvvisamente mi è saltato l'orizzonte dei riferimenti memorizzati da almeno cinquant'anni.

Il profilo di quello che una volta era stata la mia casa, il cancello grigio, gli alberi dietro la cinta: tutto spianato con sopra un groviglio di cubi e piramidi gialle, rosse e verdi. Strutture ultramoderne di un supermarket, che dentro l'ambiente circostante assumono l'effetto del classico pugno nello stomaco.

 

 

Mi aggiro disperso tra le auto del parcheggio cercando invano qualcosa del mio passato, neanche più la casa dove ero nato, poco più in là; c'è solo il canale con il mitico carrello che va su e giù, oggi dotato di strane luci rotanti a sirena.

Dal piazzale un cancello sbarra il cammino dei miei ricordi: lì c'è ancora il ponticello da dove un operaio, mi sembra il marito della Rusin, sarta in via Svizzera, dondolandosi buffamente mi faceva ridere a crepapelle: allora ero piccolissimo in braccio a mia madre.

Poi le notti agitate scappando nei campi quando sopra la testa ci passava il rombo ossessivo degli aerei che andavano su Torino. I tragici giorni dell'aprile '45; scappammo dall'officina tra i bagliori di qualche incendio e il gracchiare dei mitra della colonna nazi.

 

Dopo la guerra un breve periodo che apparteneva ancora ad un'altra epoca e ad un'altra cultura. Dietro casa c'erano il pollaio e le gabbie per i conigli. Aldilà del canale, sotto le baracche di quello che sarebbe dovuto essere il campo di concentramento per gli inglesi, semmai ne fossero stati catturati, tenevamo il maiale. Noi ragazzi delle famiglie presenti in officina, eravamo affascinati da tutto quel rito che trasformava il maiale in fìlari di salami appesi al soffitto della cucina. Nulla andava perso: con il grasso immerso nella soda caustica si confezionava il sapone per uso domestico.

In una baracca contigua a casa, papà faceva il vino pigiando l'uva che andava a prendere a Borgo d'Ale, su verso la Polveriera. Già, la Polveriera: a sette, otto anni pensavamo fosse il mitico Eden da dove provenivano grappoli di dolce uva, pesche gialle, incredibili fichi rossi e castagne grosse come sassi.

Avevamo a disposizione un immenso territorio tutto da esplorare: la nostra creatività non aveva limiti. Le carrozze ferroviarie in demolizione erano il nostro eldorado con una gran quantità di oggetti strani che diventavano i giocattoli preferiti. Il nostro risiko erano armate di bulloni-soldati, con città, ferrovie ed aerei: bastava adattarsi all'immaginazione! Si giocava anche alla guerra con pistole e mitra di legno che il buon Bora ci faceva fare dal reparto falegnameria. Sulle littorine mitragliate poco tempo prima alla stazione di Santhià erano ancora visibili tracce e bende sporche di sangue.

Davanti alla cabina (la cabina di trasformazione dell'energia elettrica) erano state depositate delle grosse olle alte circa due metri, calcolando due di noi che all'epoca superavamo di poco il metro. Accostate le une alle altre, il loro profilo ricurvo lasciava ampi spazi e noi, con quattro assi e un po' di paglia costruivamo le nostre capanne.

Le lunghe sere estive: ci si ritrovava a chiacchierare sulle panche davanti casa. Ogni ora passava o il Gauna, o il Pollone che fermavano un momento. Contro le zanzare si accendeva un fuocherello con erba verde. Il fumo era garantito, le zanzare anche!

Nitido nella memoria il Nello, ragazzo di 19 anni: era rimasto fulminato da una scarica elettrica.

Erano i primi anni di scuola. La maestra ci raccontava «I ragazzi della via Paal, e noi costruivamo i nostri fortini sulle decine di cataste sotto le tettoie, qua e là per la fabbrica. L'ambiente era la nostra avventura».

 

All'inizio degli anni cinquanta ci trasferimmo nella via G. Ferraris, proprio dove ora c'è l'entrata del supermercato. Una casa a tre piani con una ripida scala in legno che una volta feci a capofitto misurando con il polso tutti i gradini, uno per uno. Risultato: la prova di disegno d'esame di terza media con la mano destra immobilizzata, dopo che mi era stata "segnata" dal medigone (lo sciamano) della zona, allora il sistema più diffuso per curare qualsiasi indisposizione.

Era la casa del ricordo doloroso per l'agonia di mia madre. La speranza dei miei diciassette anni non voleva arrendersi, ma un mattino di gennaio poco dopo le cinque andò diversamente.

 

Quella parte dell'officina era veramente tranquilla: potevo studiare sotto il fresco delle robinie, in cima ad un cubo di granito, con il fido Wolf accucciato a dormire. Le tortore e le rondini svolazzavano tra i maestosi ippocastani del refettorio degli operai.

Nel 1962 ce ne andammo per sempre dall'officina, alla quale erano legati i ricordi più belli della mia gioventù.

Mi ero ripromesso di ritornarci dapprima con mia figlia, e quindi anche con mio nipote, per far loro visitare i luoghi della mia infanzia, poiché penso sia importante far rivivere in qualche modo la memoria storica tra le varie generazioni di una famiglia, anche nelle piccole cose.

Invece sono stato ferito nell'orgoglio di ogni nonno per il proprio nipote. Mi sarà impossibile fargli vedere l'albero cui tendevo la pargoletta mano per staccarne le rosse mele. Al massimo gli potrò porgere un cosciotto di tacchino surgelato, anche se a me il tacchino non va proprio!!!

 

A tratti viene diffusa musica da una radio della zona,

mentre una voce con inflessione tipicamente locale,

 invita alla cassa 8 in apertura, la cassa 6 è in chiusura...

All'uscita l'ultima beffa. La "gabina", regno di papà,

è stata sostituita da un simil-container tutto giallo:

si sa, il progresso trasforma tutto.

 

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