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Ricordate Pippo?
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Quest'anno,
2010, ricorre il 65° della Liberazione, che Santhià visse
come conclusione tragica di una guerra
che aveva segnato la vita del borgo con i suoi morti, i suoi
dispersi e i suoi prigionieri su tutti i fronti.
Allora
avevo cinque anni, ma, analizzando storicamente qualche episodio, posso
risalire forse ad un periodo precedente.
Il
mio primo ricordo di guerra: le notti agitate con mia madre che mi
vestiva in modo sommario, la sirena dell'allarme, mio padre che ci
scarrozzava con il triciclo sulla strada di Salomino, dove ci riparavamo
negli argini dei fossi tra i campi. Il rombo ossessivo degli stormi
degli aerei angloamericani, i bagliori lontani, solo molto tempo dopo
avrei capito che era verso Torino.
Ricordo
tanta gente nel corso, a Porta Aosta, uno vestito da militare in piedi
su una macchina scoperta: non so se era "lui" o più probabilmente l'allora principe Umberto.
Altre
sirene, un aeroplanino alto e brillante nel cielo, il Pippo, e noi a
buttarci giù nel rifugio scavato sottoterra davanti a casa.
Ho
in mente il volto e la gestualità di persone che non avrei più
rivisto: il cugino Emiliano che ci salutava dopo una licenza: è rimasto
in qualche dove sul fronte orientale. Rivedo un cappotto lungo che
un paio di volte la settimana
faceva
il giro dell'officina, fermandosi in casa
a chiacchierare, e forse a bere un bicchiere di vino: "ja,
gut, molto buono vini italianer!" Era Bruno, poveraccio vecchietto
miliziano austriaco, che fine avrà fatto? Ovviamente mio padre, prima
che quello arrivasse metodico sul far della sera, nascondeva lo
scatolone di legno gracchiante con cui si ascoltava Radio Londra, dopo
aver sbarrato porte e finestre.
In
altro periodo erano ombre furtive nella notte con un moschetto molto più
grande di me, oggi la loro fotografia è sul monumento dei Partigiani,
all'entrata del cimitero di Santhià.
C'era
anche stato qualche scontro a fuoco con i repubblichini della Muti:
forse era il giorno dei Santi, perché stavamo tornando dal cimitero.
Gran crepitio di mitra da una finestra alta sul corso, fuggi fuggi
generale, una corsa attraverso gli orti dell'ospedale. Una porta si apre
miracolosamente: "passate di qui", e via a casa con il fiato in
gola.
Penso
fossero le brigate nere: per un certo periodo mio padre venne prelevato
ogni giorno per essere interrogato dove avesse nascosto i motori
elettrici dell'officina, requisiti per essere inviati in Germania. A
guerra finita e a pericolo scampato, i motori furono dissotterrati e
rimessi al loro posto. Nella grande cava che era rimasta, sarebbero
state allevate le carpe e noi ci avremmo giocato con un buon spirito di
avventura. Poi la sequenza più nitida: la fatidica notte, dopo notti di paura, di luci schermate, di vetri blu, di sirene. Padre e madre agitatissimi mi arraffano su con pochissima roba, scappiamo verso l'uscita dell'officina, mentre la colonna di SS dal ponte del canale spara traccianti luminosi: è battaglia con i pochi partigiani rimasti in paese. Ci ritroviamo due o tre famiglie e si decide, via di corsa. Non so come. Ricordo i giorni passati in una cascina che sta in fondo alla strada vecchia di Biella, sulla doppia curva prima della piana del Brianco. Mio padre scendeva ogni giorno in paese a lavorare: ci raccontava dei cavi stesi tra la torre dell'acquedotto e il comando tedesco, le case minate, gli arresti e i rastrellamenti, l'episodio del Parroco Ravetti, al quale i nazi spaccarono una bottiglia in testa. Erano echi di massacri e di una atmosfera lugubre di terrore palpabile.
Sulla
strada di Cavaglià era stato ammazzato il figlio di una famiglia di
vicini, vittima di un agguato alle staffette partigiane. Una notte,
neanche troppo lontano da noi, si levarono alte le fiamme da due
cascine: era la strage della Magra e della Verna'. Notizie lontane di
stragi e uccisioni, di spie fasciste che bazzicavano con le SS nazi. |
Poi
tutto finì e ritornammo a casa, penso con il solito triciclo. Arrivarono le colonne partigiane dalla strada di Cavaglià: tutta la gente di Santhià era sul corso ad applaudirli. Era veramente la Liberazione dall'incubo instaurato da tedeschi e fascisti, ben dopo il 25 aprile. Poi il paese fece la conta dei suoi morti: i valorosi partigiani caduti in una imboscata, gli inermi cittadini prelevati dalle SS su indicazione precisa di spie fasciste locali, e trucidati nelle campagne, il barbaro eccidio di civili e partigiani nelle due cascine; un totale di più di cinquanta persone: un contributo troppo pesante per la Santhià di allora. E quando si seppe che il tribunale partigiano aveva giustiziato quelle spie, tutto il paese forse ne fu contento. Purtroppo era il segno di quel tempo contraddistinto da troppa violenza, tragica eredità di un regime e di una guerra non certamente voluti dalla gente comune.
Arrivarono
anche gli americani con il loro cioccolato e le loro caramelle.
All'entrata di Villa Magliola stazionava un blindato con una mitragliera.
Un soldato dormiva in una specie di gabbia per conigli con una
zanzariera bianca.
E
finalmente fu anche festa: un gran banchetto serale sotto gli uffici
dell'officina, con il direttore dell'officina, l'ingegnere, il geometra
e il ragioniere. Mio padre ovviamente aveva curato l'impianto elettrico
all'aperto, infatti non c'era più l'oscuramento, anche se rimanevano le
lampade dipinte di un blu scuro, retaggio dei momenti più brutti della
vita degli anni precedenti..
Noi
ragazzi, l'inverno successivo, giocammo tra montagne di neve altissima
sopra mucchi di proiettili di cannone , e ognuno di noi disponeva di una
collezione completa di bossoli di diverso calibro, E nel canale
continuammo a pescare, ancora l'anno dopo, una quantità incredibile di
monete che tedeschi e repubblichini avevano buttato giù saccheggiando
non so più quale ufficio pubblico.
Nel
frattempo in tanti erano tornati dalla prigionia, molti hanno lasciato
il loro nome su qualche cippo, di altri non si ebbe più notizia.
Solo
più tardi, sull'onda emotiva di tali ricordi, potemmo ricostruire una
identità storica che si sviluppò nel periodo successivo in forme
diverse. Oggi si tende a dimenticare quel tempo, o peggio, a rimuoverne la memoria in nome di un equivoco superamento delle divisioni di parte. E' ovvio che tutti i caduti meritano identico rispetto, dobbiamo però considerare le cause di quei tragici eventi, ricordando che dal 25 Aprile ha inizio la storia della nostra epoca, non da altra data, più o meno vicina, più o meno lontana. E da lì è nata la nostra Costituzione.
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un raro cimelio: il numero speciale di BAITA, giornale delle formazioni partigiane sulla strage di Santhià |
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a santhia'