Politica Tempo di capire - Politica Indice della
Sezione
Tempo di capire - Politica

Italia 1946: la polemica Vittorini-Togliatti

 

ultima modifica: 20/1/2010


 

vai a:

La "domanda" di Vittorini  -   La risposta di Togliatti
Suonare il piffero per la Rivoluzione?
Osservazioni

 

Note, riferimenti, link  vai


 

Nel periodo tra la caduta del fascismo e l'approvazione della Costituzione (1945-47) divennero di dominio pubblico in Italia gli orrori della guerra e dello sterminio.

Nei fermenti di quel periodo, mentre i più si impegnavano nella lotta per la redistribuzione degli spazi di potere, si manifestò una certa volontà di rinascita, non solo economica. Era naturale che le generali aspirazioni alla pace, al benessere, alla "libertà", alla "giustizia" venissero strumentalizzate ai fini della conquista del potere; ma sicuramente alcuni, forse molti, interrogarono con sincerità la loro coscienza sul passato e sul futuro degli individui e della società.

Poteva sembrare e sembrò a molti, in quei giorni, che i "liberatori" dell'Italia (in primo luogo gli USA), avrebbero permesso un sostanziale rinnovamento, la "resurrezione" di un popolo avvilito, umiliato e corrotto, prima da vent'anni di regime fascista, poi dalle vergogne della guerra. In una tale atmosfera, fortemente impregnata di emotività, nacque per iniziativa del PCI (partito comunista) la rivista Il Politecnico.

 

 

La "domanda" di Vittorini

Pochi mesi dopo la fine della guerra (1945), Elio Vittorini scriveva sul primo numero del Politecnico:

 

"...I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati (...) i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. (*)
 
 Di chi è la sconfitta più grave  in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l'esistenza dei bambini. Questa non è altro che la cultura (...) e se ora milioni di bambini sono stati uccisi, la sconfitta è innanzi tutto di questa cosa che c'insegnava la loro inviolabilità.


 Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non ci avesse insegnato ad esecrare  già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato a esecrare, non dobbiamo  chiedere proprio a questa cultura come e perchè  il fascismo ha potuto commetterli?


Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro.  É' qualità naturale della cultura  di non poter influire sui fatti degli uomini?"

(*) Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau: campi di sterminio nazisti. Nei "lager" morirono, fra gli altri, circa 6 milioni di ebrei; ma in totale le vittime furono circa 15 milioni di persone, tra cui praticamente tutti gli oppositori del regime. Su questi è calato il silenzio (in fondo erano "comunisti", quindi se lo meritavano), mentre sugli ebrei la maggior parte degli "storici" e dei mass-media hanno continuato a battere la grancassa.
La guerra fece circa 62 milioni di morti, di cui 37 milioni tra la popolazione civile. Nella sola Russia vi furono 20 milioni di morti tra la popolazione (oltre a 6 milioni di militari).

 

 

E'  qualità naturale della cultura  questa strana impotenza? Una domanda apparentemente ingenua: Vittorini se la prendeva con tutto il ciarpame, l'armamentario ideologico ereditato dalla tradizione religiosa, letteraria, scolastica, patriottica, risorgimentale: la cultura dei valori "universali", delle parole da scriversi (e dirsi) con la maiuscola: il Bello, il Vero, il Sacro, la Virtù, la Patria, la Giustizia, il Bene...

Era il periodo in cui, sperando in un'alleanza con il partito della Chiesa, il PCI tentava di avvicinarsi alla piccola borghesia non marxista, soprattutto agli intellettuali, e faceva al Vaticano concessioni gravissime (la conservazione del Concordato con i fascisti), che alla lunga sarebbero state determinanti nel fallimento della "sinistra" italiana.

L'esperienza de Il Politecnico faceva parte di questo progetto, e infatti ne era stato nominato direttore Elio Vittorini, che pur non essendo marxista era stato anche (per un brevissimo periodo) direttore del quotidiano di partito (L'Unità).

La domanda di Vittorini era dunque l'invito ad aprire un dibattito sul concetto stesso di cultura e su ciò che avrebbe dovuto essere una cultura "nuova", capace di intervenire nella società per eliminare la sofferenza, lo sfruttamento, la povertà: vale a dire su ciò che avrebbero dovuto essere gli intellettuali portatori (e magari anche artefici) di una tale cultura.

L'invito fu accolto con generale entusiamo e al dibattito parteciparono diversi personaggi di rilievo (fra gli altri Concetto Marchesi, Antonio Banfi, Remo Cantoni, Giansiro Ferrata, Vasco Pratolini, Franco Fortini, Eugenio Montale, Arturo Carlo Jemolo, Galvano Della Volpe, Italo Calvino, Umberto Saba, Franco Calamandrei, Vitaliano Brancati).

Va ricordato che probabilmente nessuno di loro conosceva i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, che Giulio Einaudi cominciò a pubblicare nel 1948 e che contenevano, fra l'altro, un'ampia analisi storico-politica degli intellettuali e della loro funzione, insieme all'idea degli "intellettuali organici".

Erano filosofi, poeti, scrittori, letterati, storici, giuristi; dal dibattito emersero idee diverse ma fu evidente (o forse fu evidente in seguito) che non era possibile tracciare il profilo degli intellettuali di nuovo tipo, come essi avrebbero voluto essere, senza prima aver precisato come doveva essere la cultura "nuova", di cui essi avrebbero voluto essere i portatori; e che non si poteva definire tale cultura nuova senza prima aver precisato come doveva essere il "mondo nuovo" di cui si sentiva il bisogno ed in cui tale cultura avrebbe dovuto inserirsi creativamente.

Un'idea del dibattito ci può essere data da poche citazioni:

  • per Vittorio Sereni cultura è "tutto quanto pone in termini di pensiero e di azione i problemi reali che nascono dallo sviluppo e dai contrasti sociali". E, per fare un esempio, " è un problema di cultura quello dell'operaio che nella festa del sindacato si preoccupa dell'addobbo della sala".
  • il latinista Concetto Marchesi, a sostegno dell'insegnamento del latino nelle scuole, scriveva: "... la crisi della scuola cominciò quando il predominio delle tecnica moderna ha sovrapposto i fini dell'utilità a quelli della scienza, i valori materiali a quelli del pensiero,  i progressi tecnici a quelli spirituali  ... sulla base dell'utilità e della ricerca interessata si impaccia, si arresta il processo dell'intima formazione individuale ... la scuola deve fornire  "l'uomo di tutti i tempi"  (!!!)
  • il filosofo Antonio Banfi però gli obiettava che la cultura è "la coscienza della realtà che noi siamo e che ci circonda, dei problemi della nostra vita e delle loro soluzioni concrete e ideali" e che  "ogni società ha il suo uomo, storico e concreto."  

Va notato che a parlare di "uomo di tutti i tempi" era un antifascista, partigiano, comunista, membro del Comitato centrale del PCI; una figura di studioso e di onest'uomo che, un anno dopo, al momento di votare sulla conservazione del Concordato, sarebbe uscito indignato dal Parlamento rifiutandosi di obbedire agli ordini di Togliatti; ma evidentemente incapace di scollarsi dalla sua formazione idealistica.

 

La risposta di Togliatti

Vittorini aveva scritto che cultura è  "ricerca della verità, non predicazione della verità"  (cioè di una verità prestabilita) e che la politica "resta limitata entro i confini della cronaca", mentre è la cultura che "fa la storia" (quindi la politica deve restare subordinata alla cultura).

Subito un articolo sulla rivista ufficiale del PCI (Rinascita) gli tira le orecchie ricordandogli che il compito de Il Politecnico è di "creare un vasto movimento di interessi morali e pratici tra i ceti medi e intellettuali, per gettare anche da questa parte un ponte al di sopra della frattura che ha sempre separato questi ceti dal movimento democratico delle masse lavoratrici". Vale a dire che gli intellettuali hanno il dovere di mettersi al servizio di un progetto politico (giusto o sbagliato che sia), non quello di esplorare a proprio piacimento i campi della conoscenza "alla ricerca della verità".

Nello stesso articolo, Il Politecnico viene accusato di non aver saputo adempiere al suo compito, essendosi occupato di informare i lettori su tutta una serie di fenomeni scientifici, letterari e storici, cioè ritenendo che informare significasse educare, "cercando così di smuovere ed entusiasmare la fantasia, invece di favorire un processo cosciente di critica e autocritica".

Il messaggio è chiaro: noi (PCI) non informiamo, noi educhiamo. Il popolo, poverino, non deve sapere le cose, deve fidarsi di noi, che le sappiamo. Gli intellettuali non debbono raccontare al popolo ciò che trovano interessante, ma quello che noi riteniamo opportuno, cioè coerente con il nostro progetto politico.

Da notare anche il riferimento ai concetti di critica (cioè noi possiamo criticare chi non è d'accordo con noi) e autocritica (cioè voi dovete pentirvi del peccato di superbia, che consiste nel non avere fiducia in noi). La stessa autocritica che in Russia dovevano fare i disobbedienti prima di essere deportati in Siberia, o fucilati.

Sempre su Rinascita, Togliatti interviene direttamente con una Lettera a Vittorini rilevando ne Il Politecnico "una strana tendenza ad una specie di cultura enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prende il posto della scelta e dell'indagine coerenti con un obiettivo e la notizia, l'informazione (...) sopraffà il pensiero". Dunque non la ricerca, non le idee nuove, non la vastità del campo degli interessi fanno cultura, ma la coerenza con (obbedienza a) le scelte di un partito.

 

 

"Suonare il piffero per la rivoluzione" ?

A questo punto (siamo nell'ottobre 1946) le posizioni non erano compatibili e la rottura era inevitabile. Tuttavia Vittorini volle fare ancora un tentativo di dialogo pubblicando sul Politecnico una Lettera a Togliatti in tono conciliante, accettando alcune critiche ma ribadendo chiaramente la propria tesi fondamentale.

In sostanza: un intellettuale non può essere privato della sua libertà di proporre esigenze "accanto o in aggiunta a quelle poste dalla politica". Un intellettuale che si mette al servizio di un partito rinunciando alla propria indipendenza di ricerca e di giudizio tradisce la propria funzione essenziale. Egli si riduce a  "suonare il piffero per la Rivoluzione",  ma chi suona il piffero per una politica rivoluzionaria non è migliore di chi lo suona per una politica reazionaria. In altre parole: si riduce ad essere il giullare dell'uno o dell'altro potere politico.

Intanto la storia si stava muovendo in fretta:

In giugno, comunisti e socialisti sono esclusi dalla coalizione di governo; in dicembre, con il voto determinante del PCI, viene approvata la Costituzione, che mantiene il Concordato fascista con il Vaticano. A questo punto, il PCI decide di chiudere il Politecnico. La polemica si è conclusa.

Vittorini restò nel PCI. Le sue dimissioni dal partito, un paio d'anni dopo, furono salutate dal sarcastico commento di Togliatti: "Vittorini se n'è gghiuto e soli ci ha lasciati".

 

 

 

Osservazioni

Un giudizio obiettivo su questa vicenda non può prescindere (com'è ovvio) dalle circostanze storiche in cui si svolse; e, innanzi tutto, dalla situazione internazionale.

Nella Conferenza di Yalta (1945) l'URSS e gli USA si erano accordati sulla divisione del mondo in due "sfere d'influenza". L'Italia, già occupata militarmente dagli Alleati, fu assegnata alle potenze occidentali.

Gli USA e il Vaticano erano pronti a tutto, pur di impedire una presa di potere democratica dei partiti di sinistra: per l'ipotesi di vittoria elettorale del Fronte popolare il colpo di stato era già deciso e organizzato. Una guerra civile si sarebbe risolta nel facile massacro (prevedibile e previsto) di comunisti, socialisti e antifascisti

Che, in simili condizioni, si potesse pensare realisticamente alla fondazione di uno Stato civile e democratico, è da escludere. Il problema, al momento, era quello di passare da una ad un'altra forma di governo reazionario: da Mussolini alla DC. Il "mondo nuovo" in cui sincermanete speravano tante persone non poteva nascere. Di tutto questo Togliatti era ben consapevole.

Che una "cultura nuova" potesse nascere ed affermarsi indipendentemente da un "mondo nuovo", è fortemente dubbio. Gli "intellettuali nuovi" non si formano dall'oggi al domani e quelli disponibili erano di vecchio modello (v. per es. le opinioni del buon Marchesi): sia pure antifascisti, sia pure onesti (e non tutti lo erano), ma con limiti evidenti.

Ma si deve aggiungere che forse Togliatti non volle capire che  il PCI non aveva – e non poteva avere – un futuro come partito di governo;  che poteva avere un ruolo importante come partito d'opposizione; che quindi la sua forza poteva consistere solo  nell'avere una base non influenzabile dalla chiesa cattolica,  consapevole dei propri problemi reali (individuali e collettivi), capace di organizzarsi autonomamente e di lottare per la difesa dei propri interessi.  Questa consapevolezza, questa capacità di auto-organizzazione avrebbero dovuto essere la base essenziale della "cultura nuova". 

In questo senso, la classe operaia italiana, fin dall'inizio del secolo e anche prima, aveva dimostrato di essere almeno sulla buona strada. Di tutto questo, probabilmente, Togliatti non seppe o non volle rendersi conto; sta di fatto che fece la scelta di cercare a tutti i costi un'alleanza con i cattolici.

Nell'ottica di un partito di opposizione,  e quindi di una lotta di lunga durata, la funzione degli intellettuali avrebbe dovuto essere quella voluta da Vittorini: in sintesi la "ricerca della verità". Gli intellettuali sarebbero maturati ed avrebbero collaborato alla maturazione della classe: avrebbero avuto  la funzione degli autentici intellettuali rivoluzionari, che è quella di imparare e insegnare

Che poi Vittorini (e quelli come lui) potessero o volessero accettare una tale prospettiva ed assumersi un compito di tal genere, è un altro problema. Non sembra però che fossero consapevoli della necessità di un'opposizione di lunga durata e quindi di una cultura essenziale necessaria per la maturazione della classe; e cioè che soltanto in una fase successiva sarebbe stato ragionevole occuparsi del latino, degli scrittori americani, dei poeti russi, di Picasso e di Mozart.

Probabilmente questi intellettuali non seppero o non vollero capire una realtà che avrebbe dovuto essere evidente soprattutto a loro: tutte le bellissime cose della scienza, della filosofia e dell'arte, cioè tutte le cose che potevano "fare cultura", non avevano un valore assoluto, generalizzabile, perchè in sostanza non esiste un "uomo di tutti i tempi" (come credeva Marchesi), così come non esiste, in sostanza, un "uomo di tutti i luoghi." Era il vecchio vizio dei "valori universali" che si nascondeva sotto nuove parole (e neanche tanto nuove).

Nell'ottica di un partito speranzoso di andare al governo con i cattolici, la funzione degli intellettuali poteva essere solo quella di "suonare il piffero":  trasformati in funzionari di partito, obbedienti alle "direttive" della gerarchia di partito, pronti a fare "autocritica" per non averle seguite o interpretate nel modo giusto. Questo è ciò che accadde in realtà all'interno dei partiti di sinistra.

Ma Togliatti non aveva tutti i torti quando rimproverava al Politecnico una certa tendenza all'enciclopedismo, cioè la mancanza di una gerarchia di valori coerente. Coerente, siamo d'accordo: ma  coerente con chi?  Con i bisogni della gente a cui ci si voleva rivolgere, o con le decisioni di un partito che aveva la pretesa di rappresentare quella gente, di essere l'unico inteprete autorizzato di quei bisogni, di essere l'educatore di quella gente?

Qui dunque cascava l'asino: e Vittorini volle probabilmente addolcire l'espressione quando gli rispose di non essere disposto a "suonare il piffero per la Rivoluzione", perchè  in realtà si trattava di suonare il piffero per un partito, che con l'immaginaria Rivoluzione aveva ben poco a che vedere. 

Va osservato, però, che tutta la polemica sembra viziata da un equivoco, che è quello della distinzione tra intellettuali e politici. In realtà, il significato stesso della parola "intellettuale" era ed è rimasto tra i più imprecisi; ma questo tema dovrebbe essere trattato a parte.

Qui basterà ricordare che Antonio Gramsci era già morto da 10 anni, che nella sua teoria sugli intellettuali aveva sostenuto la  priorità dell'egemonia culturale su quella politica  e che le sue opere, che (non a caso) il PCI aveva tenuto da parte senza diffonderle, cominciarono ad essere pubblicate a partire dal 1948.

Priorità dell'egemonia culturale  significa che quando una classe vuole conquistare il potere deve innanzi tutto essere capace di affermarsi sul piano della cultura: solo così potrà  poi  affermarsi sul piano politico.

In sostanza, con ben altra chiarezza di idee e ben altra precisione di linguaggio, già da 10 anni Gramsci aveva espresso la stessa idea di Vittorini: che senza la capacità di "fare cultura", il "fare politica" resta limitato "entro i confini della cronaca", o meglio, come 60 anni di esperienza ci hanno dimostrato, della cronaca nera.

 

 

 Manda un tuo commento su questa pagina   vai

 

 

Note, riferimenti, link

Una buona antologia degli articoli comparsi sul Politecnico è stata pubblicata da Rizzoli (Il Politecnico, 1975). Vedere anche Recupero-Leonetti-Fiorani, La polemica Vittorini-Togliatti (ed. Lavoro Liberato, 1974, con nuova edizione aggiornata nel 1976).

concetto di "cultura"  vai

periodo storico: "Gli USA portano la democrazia in Italia"  vai

 

 


vai