Il teatro napoletano e' una delle piu' antiche e conosciute tradizioni artistiche della citta'
di Napoli, e il suo contributo al teatro italiano e' fondamentale. Le prime tracce di questa
tradizione risalgono all'opera poetica di Jacopo Sannazaro che tra la fine del Quattrocento
e gli inizi del Cinquecento recitava le sue farse alla corte angioina prima, aragonese poi. A livello
popolare famoso in questo periodo e' il Velardiniello, cantastorie di strada. Tra la fine dell'Ottocento e l'intero Novecento, il susseguirsi di due straordinarie generazioni di drammaturghi (Scarpetta, Di Giacomo, Bracco, Viviani, Eduardo) ha posto all'attenzione della cultura e del pubblico la singolare altezza drammaturgica del teatro napoletano. Il teatro napoletano pre-Novecento fu sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella. Pulcinella e' un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, e' un personaggio di umile rango sociale che grazie alla sua furbizia e alla sua arte dell'arrangiamento riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Come affermò Benedetto Croce, Pulcinella piu' che una maschera fissa è una maschera il cui carattere e' stato plasmato dai numerosi attori che l'hanno interpretata, l'hanno utilizzata come strumento di satira e critica politica. Metaforicamente quindi la maschera simboleggia la plebe napoletana che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalla cinica classe alto media borghese, si ribella a questi disumani potenti, che hanno fatto di tutto per rendere nel corso dei secoli una vita dura e avversa al popolo partenopeo. Quindi Pulcinella essendo l’anima del popolo minuto rispecchia la voglia di rivincita di quest’ultimo. Importante per il teatro napoletano e' il modo in cui Pulcinella viene 'rielaborato' a partire dall'Ottocento. L'ultimo e forse il piu' grande interprete di Pulcinella fu infatti Antonio Petito (1822-1876), che trasformo' il personaggio di servo sciocco nel cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlonesco, modernizzandolo e permettendone cosi' la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta. Egli ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca, supporter comico di Pulcinella. Alla morte di Petito, e con la scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano. Il teatro napoletano non era piu' "teatro di maschera" ma teatro di "carattere". Scarpetta quindi elimino' quindi definitivamente la maschera ormai obsoleta introducendo personaggi della borghesia cittadina che mantenessero pero' immutati i caratteri farseschi della tradizione. Sciosciammocca indossa un cilindro in testa, un abito a quadretti, il papillon, il bastone da passeggio, le scarpe lucide e usa un linguaggio imborghesito da 'cocco di mamma''.Le sue commedie su Felice Sciosciammocca ottennero un enorme successo a Napoli (Scarpetta si arricchi' oltre ogni immaginazione) e aprirono la strada al successo dei fratelli De Filippo.

'Napule è ’nu paese curioso:'
'e' 'nu teatro antico,
sempre apierto.
Ce nasce gente ca senza cuncierto
scenne p' 'e strate e sape recita'.
Nunn’è c' 'o ffanno apposta;
ma pe'lloro 'o panurama è 'na scenografia, 'o popolo e' 'na bella cumpagnia, l'elettricista e' Dio ch' 'e fa campa'..

I DE FILIPPO
Un primo tentativo di formare una compagnia viene fatto
da Eduardo nell'estate del '30 , il complesso viene chiamato
'Teatro umoristico di Eduardo De Filippo con Titina e Peppino
' con spettacoli a Roma e Civitavecchia. Dopo un breve rientro
dei fratelli nella Compagnia Molinari , il "Teatro Umoristico "
ha un breve debutto al Teatro Nuovo di Napoli ; nell'estate
del '31 riformata la compagnia recitano al Teatro Palazzo di
Montecatini .Dopo questi primi timidi tentativi il vero e proprio
debutto della Compagnia Teatro Umoristico "I De Filippo" avviene a Napoli il 25 dicembre 1931 con " Natale in casa Cupiello " , al Teatro Kursaal. Ottennero a Napoli un successo pressoché immediato. Sostenuti dal successo passarono dal Sud a Nord richiamando sul loro nome e sulla loro arte l'attenzione di tutti i pubblici italiani. I tre fratelli rimasero insieme 13 anni e la loro inseparabilità divenne un mito.
La Compagnia durera' fino al 1944.

Ma ciò era destinato a finire. Venne il giorno della loro separazione che suscitò un grande rammarico. Eduardo era un
despota, aveva la pessima abitudine di trattare male tutti, Peppino compreso. La differenza di carattere e stilistica dei due fratelli li spinge a continui contrasti, tanto che arriva a litigare anche con Titina. Una sera, durante le prove di una commedia, Eduardo era particolarmente incollerito, non gli andava bene nulla. Interrompeva spesso Peppino villanamente, finchè Peppino si stancò di quei modi, davanti a tutta la compagnia, si alzò e gli gridò, col braccio alzato nel saluto fascista: "Duce! Duce!", e uscì dal palcoscenico.
Era il dieci Dicembre del 1944, al teatro Diana di Napoli e la compagnia "Il teatro Umoristico dei De Filippo" si scioglie, mettendo fine ad un lungo periodo fatto di contrasti, incomprensioni e stili artistici differenti. Da lungo tempo ormai i due fratelli camminavano su binari artistici differenti, e probabilmente all'origine dei loro dissidi c'era proprio la nuova concezione eduardiana del teatro. Eduardo elabora una forma di umorismo più costruito, che mostra la parte amara della risata, che s'immerge nel quotidiano da cui prende spunto. Peppino, invece, che aveva fondamentalmente il temperamento del comico, scelse la via della caricatura assoluta, dell'improvvisazione. Una comicità meno amara e più semplice e diretta. Si venne a creare così un vero e proprio solco nel modo di concepire il teatro stesso.
Il dissidio tra i due De Filippo, appena addolcito dalla mediazione di Titina, dura per molti anni, anche a causa del carattere duro ed autoritario di Eduardo. I due si rividero solo dopo molti anni e precisamente due giorni prima della scomparsa di Peppino, nel 1980.
Di questa situazione è testimonianza uno scambio di lettere conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze. (Due di esse sono qui riprodotte*). I loro toni rivelano i caratteri di Peppino e di Eduardo. Peppino cerca di intenerire, chiama in causa i sentimenti, la famiglia... E' glaciale, Eduardo, la sua e' una furia fredda, il senso di un’offesa profonda recata alla sua arte oltre che alla maggiore età che lo responsabilizza, fino alla tirannia, nei confronti del fratello più giovane.

Sui motivi contingenti della rottura Eduardo non si pronuncio' mai ufficialmente. Secondo la ricostruzione fatta dalla moglie Isabella nel libro Eduardo. Polemiche, pensieri, pagine inedite (IQDF 1985, pp. 42-5), alla base del litigio ci sarebbe stata la convinzione, da parte di Eduardo, che il fratello avesse intrattenuto trattative segrete per farsi scritturare dall'impresario Remigio Paone per uno spettacolo di rivista.
Delle ragioni artistiche che portarono alla separazione, Eduardo parlò invece in occasione di una conferenza tenuta nel 1981 al Teatro Ateneo di Roma:
"Peppino era eminentemente comico, mentre io non avevo questa sola prerogativa da imporre. Avevo la natura di attore che portava in scena la realtà e la volevo approfondire. Ma con Peppino e Titina, come autore, dovevo sottomettermi alla loro personalità di attori, tanto più che la compagnia aveva avuto successo e sarebbe stato un peccato disgregarla dopo poco tempo. Andai avanti scrivendo ruoli per Peppino, per Titina e il ruolo per me, fino alla guerra, quando non mi fu più possibile ignorare la realtà che era tanto cambiata per tutti [...]. (SUR 1981, p.13)

Peppino, in un'intervista al settimanale "Gente" (26 febbraio 1972), racconta in dettaglio l'episodio, attribuendo all'atteggiamento prevaricatore del fratello le ragioni della rottura: "I De Filippo fino a quando siamo stati riuniti non esistevano, c'era Eduardo e basta. Era lui il capo, lui quello che stabiliva il repertorio, lui il mattatore, lui il genio della famiglia"; e dichiara sibillinamente che, oltre alle ragioni artistiche, c'erano anche "altre storie a dividerci; storie di famiglia".

* leggi la lettera di Peppino

* leggi la lettera di Eduardo


Dint' 'a butteglia
n'atu rito 'e vino
è rimasto…
Embe'
che fa
m' 'o guardo?
M' 'o tengo mente
e d...

"Il teatro è qualche cosa
di magico che il pubblico
non deve sapere"
Eduardo

Il teatro di Eduardo spazia su cinquant'anni di storia
italiana (1920-1973), attraverso una serie di protagonisti nei quali
si riflette lo stesso autore. Eduardo sa che il mondo e' il luogo dove l'errore umano maggiormente si esplica, dove la verita' viene facilmente offesa; da questo mondo egli ha tratto il suo repertorio, l'umor comico, che spesso si trasforma in accusa e in invettiva. Dinanzi alle colpe, agli errori, all'ingiustizia, Eduardo assume un atteggiamento di denuncia con mezzi ora tipicamente teatrali (la magia, il gioco, il trucco), ora con un'analisi approfondita dei caratteri e quindi dei personaggi che ne sono invischiati. La vita, per Eduardo, cambia continuamente volto; è necessario, quindi, adattarsi alle sue trasformazioni, che sono sempre contemporanee all'uomo. Proprio l'uso di questa contemporaneità e il modo di trasferirla sulla scena, hanno sempre reso attuale e `rivoluzionario' il suo teatro.

O rraù ca me piace a me
m' 'o ffaceva sulo mamma'.
A che m'aggio spusato a te,
ne parlammo pe' ne parla'.
Io nun sogno difficultuso;
ma luvamell' 'a miezo st'uso.
Sì, va buono: cumme vuo' tu.
Mo' ce avèssem' appicceca'?
Tu che dice? Chest'e' rrau'?
E io m'a 'o mmagno pe' m' 'o mangia'...
M' 'a faje dicere na parola?
Chesta e' carne c' 'a pummarola.

"Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato
e' teatro"
E.De Filippo

"Ogni minuto muore un imbecille e ne nascono due"
Eduardo

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Titina era la prima dei tre figli nati dalla relazione di Luisa De Filippo con Eduardo Scarpetta, che erano definiti "i figli del bottone", in quanto la madre era la sarta della compagnia del grande commediografo napoletano, nonchè nipote di sua moglie Rosa De Filippo, che conosceva e tollerava questa famiglia parallela del proprio marito. Essendo la primogenita e quindi la prediletta, Titina da piccola studiò musica frequentò una scuola gestita da monache e imparò il francese. Ma nata e cresciuta fra gente di teatro, è destinata a diventare attrice. Il palcoscenico esercita su di lei un fascino talmente irresistibile da spingerla ad improvvisare recite nella camera da letto della madre, davanti allo specchio di un grande armadio di noce intagliato e al fratellino Eduardo. A tredici anni Titina scoprì di essere anche figlia d'arte, cosa che la invogliò maggiormente a continuare su questa strada.
Titina era grande, era immensa, unica. Titina, che si rifaceva a tutti i più grandi modelli di attrici, ha rappresentato l'esplosione della rabbia della piccola borghesia, quella destinata alla giornaliera sopravvivenza, quella della Napoli che soffre, che lotta. La sua recitazione scevra da ogni artificio, la grande poesia del suo volto, della sua voce, l'hanno fatta assurgere a modello a cui rifarsi, a cui tendere. Titina sapeva calarsi,come pochi, nei personaggi di cui vestiva i panni sapeva viverne i momenti magici e al contempo palpitarne le emozioni; fu indefinibile la sua interpretazione di Filomena Marturano ed ecco le sue stupende parole a spiegarne il successo: "Commuovere la platea senza ricorrere al mestiere ed a lenocini, arrivare alla semplicità, alla umanità drammatica e bruciante, senza artificio ma con una dignitosa, aristocratica linea d'artista é cosa estremamente difficile, che esige enormi fatiche e grandi rinunce: ed io non so se ci sono riuscita. Un artista cosciente non può dire di avere interpretato un personaggio, se non lo sente nel sangue nei pori, nella pelle, se non respira del suo stesso respiro, se non parla con la sua voce, se non piange con le sue lagrime". Titina De Filippo era la donna della mediazione familiare, attrice poliedrica, affascinante, severissima nel lavoro. Come del resto lo erano anche Eduardo e Peppino.
Attrice di gran talento fece parte di moltissime compagnie di sceneggiate, comiche e drammatiche. Oltre che in teatro, la Grande Titina lavorò moltissimo in televisione e nel cinema. Anche nel cinema, prima con i fratelli e poi con il grande Totò, seppe far valere tutta la sua bravura artistica, godendo dei favori del pubblico e della critica. Va ricordato che Titina, oltre ad essere impareggiabile attrice, fu anche autrice di soggetti cinematografici, di commedie, alcune delle quali scritte con Peppino, fu sceneggiatrice cinematografica e scrisse anche delle poesie molto belle.
Da tempo sofferente di una malattia al cuore, si ritirò definitivamente dalle scene nel 1961. Si dedicò allora alla pittura di quadri collage di carta e alla poesia. Morì il 26 dicembre del 1965.
Il comune di Roma dove l'attrice viveva in via Archimede le ha intitolato una strada, mentre Vittorio De Sica le dedicò nei titoli di testa il film "Matrimonio all'italiana", trasposizione di Filumena Marturano.

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