I2MOV - Radioamatore

Opinioni

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Questo interessante articolo era stato da me scannerizzato già da qualche anno e finalmente, oggi, ho deciso di pubblicarlo sul Web. L'ho ricavato da "Propagazione Radio Ionosferica" periodico di previsione della radio propagazione, scritto da due radioamatori veronesi molto validi.
Propagazione Radio Ionosferica - Direttore: Enzo Ziviani I3CNJ - Redazione: Luciano Piva I3LPL - Anno 1976

OPINIONI DI I3CNJ
Avevo in mente da tempo di tentare un chiarimento di quella specie di crisi che si avverte tra i Radioamatori, a livello individuale e di Associazione.
Si sente infatti che l'immagine del nostro status è cambiata rispetto alle origini; sono cambiate anche le motivazioni di adesione dei nuovi Radioamatori; è innegabile uno stato di difficoltà a livello associativo, sentito anche in periferia nella vita di sezione.
L'occasione è maturata durante una riunione della nostra Sezione veronese; si andavano analizzando i motivi del disimpegno quasi generale, e cercando possibili rimedi.
La situazione mi è apparsa più complessa di quanto sembra a prima vista e non risolvibile solo con iniziative di carattere contingente, e pertanto da approfondire in modo più ampio.
Così è partita questa analisi che con pretese limitate e sperimentali ora pubblichiamo.
Ad evitare ogni malinteso credo opportuno insistere sulle seguenti considerazioni preliminari:
- L'analisi esprime idee ed argomenti certamente incompleti; perciò non va presa alla lettera ma semmai come spunto di discussione.
- Per ragioni di spazio siamo obbligati a stamparla a puntate e invece sarebbe da leggere tutta insieme: forse qualcuno vorrà farlo a

  pubblicazione ultimata.
- Le affermazioni vanno intese a livello di opinione e non di teoria, dunque con tutto il margine di approssimazione che uno sviluppo

  più completo potrà consentire, compreso l'eventuale dissenso; inoltre non vanno schematizzate né generalizzate: ogni persona ha

  una individualità propria che non può identificarsi compiutamente in schemi generali.
- Infine è stata intenzione costante mantenere il massimo rispetto anche dove la critica sembra essere più provocatoria, in modo che

  la ricerca non vada confusa con alcuna intenzione d'offesa a persone o alla Categoria.
Ciò premesso riprenderei col dire che da qualche tempo è entrato in crisi il concetto di "Radioamatore"; con il passare del tempo ne sono mutate le funzioni: prima pioniere, sperimentatore, poi studioso, poi semplicemente affezionato; e ancora; competitivo (vedi contest e diplomi) disponibile per l'emergenza, solidale nell'amicizia (vedi l'editoriale del Presidente Vollero su Radio Rivista 7/75) e via dicendo. Ma oggi queste definizioni non convincono o almeno non convincono completamente e sono tuttavia importanti perché in questa ricerca di identità si intravvede se non altro una situazione di incertezza del resto comune anche ad altre associazioni e istituti, e non facile da risolvere.
Il Professor Francesco Alberoni, chiaro scrittore e sociologo, ha esposto in modo convincente una interessante teoria detta "stato nascente" che mi pare si adatti alla nostra analisi.
Essa spiega che le forze spontanee culturali, politiche, religiose, sociali, che insorgono negli uomini e nei gruppi associati, danno luogo a movimenti dinamici e a grandi momenti creativi nei quali emergono iniziative idee e individui di notevole rilievo ed entusiasmi che possono mobilitare intensi sentimenti comuni a varie persone e capaci di produrre effetti associativi in quanto innumerevoli individui di idee affini finiscono per trovarsi insieme appunto per il comune denominatore da essi costituito.
Allo stadio iniziale le idee e gli entusiasmi che esse suscitano hanno effetti di coagulazione, capacità di diffusione, di proselitismo e dibattito e producono in breve la crescita del piccolo movimento iniziale con un vigore difficilmente spiegabile in termini razionali.
Mi limito qui a questi cenni incompleti, e avrò occasione di tornare più oltre sull'argomento.
(Chi volesse meglio documentarsi può vedere il libro dell'Autore: "Statu nascenti" editore Il Mulino, Bologna, 1968).
Trovo che l'impostazione teorica è applicabile anche all'evoluzione della nostra Associazione e dei singoli Radioamatori:
quando agli inizi la radio costituì una novità rivoluzionaria vi si accostarono dapprima schiere ristrette di persone appassionate che trovavano vivo interesse nella sperimentazione, e lo sperimentare - allora - era praticamente senza confini; nel dimostrare a sé stessi e agli altri l'utilità della nuova scoperta ed anche la loro abilità personale che non era alla portata di tutti; nel discutere i risultati con i colleghi e nel metterli a confronto sviluppando la competizione insita in ogni paragone.
I mezzi disponibili erano pochi ma ciò non diminuiva, anzi stimolava le realizzazioni come del resto avviene in altri campi della tecnica; se tutto fosse stato facile, se tutti capaci o ugualmente abili, sarebbe caduto un importante presupposto del gioco: le difficoltà non stimolano solo l'ingegno ma tengono desto quello stato indefinito e continuamente progressivo che è appunto "stato nascente" espressione dinamica di una tensione spirituale in rinnovamento.
Quando dalla ricezione si passò alla trasmissione, queste considerazioni rimasero valide e si aggiunse il maggior stimolo che essa comportava: la ragione principale sta nel fatto che l'individuo "ricevente" è in fondo un soggetto passivo mentre quello "trasmettente" diventa un soggetto attivo; dal punto di vista psicologico la differenza è grande perché il protagonista ora non è più solo costruttore ma anche operatore dei mezzi da lui realizzati e inoltre, proiettando all'esterno i segnali, è utilizzatore in prima persona dei complessi fenomeni naturali che ora può impiegare alla pari con i grandi operatori scientifici, commerciali, militari e civili.
In proporzione aumentano i problemi e le difficoltà e si riduce la schiera delle persone che possono tenere il passo.
Questo inizialmente è un fatto positivo perché le difficoltà rinsaldano il proposito di procedere, i confronti stimolano la competizione, la riduzione degli "addetti ai lavori" contribuisce a serrare maggiormente le prime organizzazioni, a migliorare le conoscenze, a costituire una minoranza meglio adatta a stupire ancora di più una maggioranza già meravigliata; si crea a questo livello il concetto di "gruppo" che si rafforza con l'uso di un linguaggio quasi cifrato, noto ai soli iniziati, che li divide dagli uomini comuni ma li lega tra di loro in una comunità più salda e compatta.
Dal primo numero del Radiogiornale del 15 dicembre 1924 avuto cortesemente in copia dal Prof. Vittorio Ligustri, si nota quanto ristretto era il numero dei Radioamatori. Gli apparecchi radioriceventi erano allora:
875.000 negli Stati Uniti; 492.000 in Gran Bretagna; 250.000 in Francia; 1.000 in Italia.
Evidentemente le stazioni trasmittenti d'amatore erano molto meno numerose.
Sullo stesso giornale, già cominciava un vocabolarietto per il gergo in atto e per spiegarne i termini più correnti.
Il fenomeno non è né unico né tramontato: basta osservare ancor oggi il linguaggio delle persone addentro nella tecnica dei calcolatori (che essi chiamano computers) o il linguaggio dei politici, dei medici, talvolta degli economisti e in un tempo non lontano il latino delle Chiese.
Si tratta di rituali che servono a creare un certo mito, necessitano di un linguaggio speciale, di un contenuto "magico" e gli iniziati, amministrando questi riti legano maggiormente tra di loro.
In queste associazioni l'aspetto esterno non va oltre il distintivo, ma esso è "in nuce" l'inizio della divisa che invece le associazioni più potenti usano apertamente.
Sono situazioni "esclusive" nel senso che tendono ad escludere gli estranei ma nello stesso tempo a proteggere i soci.
Gli esempi antichi sono forse anche più numerosi dei moderni: come si può notare nel giuramento di Esculapio il medico si impegna a trasmettere la sua arte solo ai proseliti e a negarla agli estranei; la trasmissione esclusiva dei segreti tribali è un altro esempio dettato da necessità di salvare attraverso la compattezza la vita della tribù.
Le successive difficoltà, nel periodo della clandestinità e altre occasioni simili confermano che in presenza di problemi l'associazione si rianima. Di fronte a difficoltà esterne infatti i membri di un'associazione, come di una famiglia e di una nazione si sentono tutti minacciati e incapaci di cavarsela da soli e da ciò viene l'accantonamento, magari provvisorio dei dissensi e il rafforzamento dell'associazione.
Tornando al nostro caso si è visto da qualche anno a questa parte una ventata di iniziative in occasione dell'allestimento dei ripetitori, sia per superare i problemi tecnici che quelli legali e organizzare la distribuzione delle frequenze.
Sembra di poter dire che un'associazione per sopravvivere ha bisogno di cimentarsi continuamente, come l'atleta per mantenersi in forma; non c'è difficoltà ad accettare questa tesi ma essa è ancora troppo semplice per spiegare i fatti più complessi che in realtà abbiamo di fronte.
Riprendiamo la teoria dello "stato nascente" citata all'inizio: essa dimostra che i movimenti spontanei passato lo slancio iniziale tendono ad esaurirsi oppure a confluire in movimenti organizzati su base istituzionale; gli esempi in campo sociale sono innumerevoli e quelli politici sono tra i più evidenti: un movimento ideologico interessa dapprima una cerchia di persone, poi tende a diffondersi - pacificamente o violentemente - e più tardi, se non si esaurisce, confluisce a formare un partito o un sindacato o un comitato sociale fortemente caratterizzato da un'organizzazione a base statutaria piuttosto rigida.
Anche per i Radioamatori è accaduto lo stesso, e infatti passato lo slancio iniziale il movimento poteva esaurirsi o istituzionalizzarsi. Che cosa è accaduto? Che sono nate le varie associazioni nazionali tra le quali l'A.R.I. e quelle internazionali, mentre sul piano degli individui alcuni hanno abbandonato la radio e gli altri, in maggioranza, sono confluiti nelle associazioni suddette organizzate da statuti e successivamente riconosciute dall'autorità dello Stato.
Questa evoluzione, o involuzione, non avviene in un giorno ma in un arco di anni e segna la fine del movimento spontaneo e l'inizio di quello organizzato, ma rappresenta anche la fine dello stato nascente che era stato la forza propulsiva e creatrice.
Il rischio maggiore di questo trapasso è che esso costituisca la fine di tutto. La nuova istituzione ha ereditato l'impulso iniziale ma ora ha di fronte il problema della sopravvivenza e deve rinnovarsi senza sosta, ma la sua costruzione organizzata e accentrata le impedisce movimenti troppo bruschi e inoltre deve agire nell'ambito delle leggi, dello statuto che si è data, dei propri bilanci, e non può neppure essere troppo tollerante verso gruppetti eretici o isolate iniziative centrifughe, mentre si rende conto in pari tempo che il suo essere "amministrativo" finirà per uccidere il movimento o spegnerne la vitalità.
E allora si cerca di promuovere iniziative non sempre felici, comunque non più spontanee, per polarizzare per un certo tempo l'attenzione dei nuovi iscritti, mentre i più vecchi le osservano a distanza senza partecipazione attiva e rimangono nell'associazione solo perché ormai ci sono già da tempo, ma non rappresentano più una forza animatrice mentre d'altra parte i giovani, i nuovi, sono bloccati nei regolamenti e non possono neppure facilmente accedere ai posti direttivi, per rinnovarli, essendo essi tuttora detenuti dagli anziani di cui s'è detto.
Si capisce che questo stato di cose tende ad invecchiare l'associazione.
Circa la possibilità di proporre un modo concreto per mantenere in una certa misura lo "stato nascente" vorrei tornare più oltre. Mi pare che si debba prima approfondire anche un altro aspetto della questione e cioè l'immagine del protagonista - del radioamatore - spostando ora l'analisi dal piano dell'associazione a quello degli individui che la compongono.
Chi è il radioamatore tipico? Sarà opportuno evitare di generalizzare ma neppure sembra accettabile l'iconografia convenzionale espressa dai vari decaloghi abbastanza melliflui e comunque troppo vecchi per essere adatti agli uomini e alle donne di oggi.
Viene un po' da sorridere leggendo per esempio: il radioamatore è cortese, leale, progressista, cordiale, equilibrato, patriottico, e guardando poi con sincerità noi stessi e gran parte del colleghi; non è che simili radioamatori manchino ma credo che non siano la maggioranza, né che le qualifiche sopra descritte siano le più adatte a identificarli.
Anche il nostro Presidente Dr. Vollero, nell'accennato editoriale di Radio Rivista 7/75 si è posto la domanda; "Chi siamo e dove andiamo?" e si è anche chiesto se fare dell'A.R.I. una grande Associazione di radioamatori o una Società di Servizi.
Egli ha ritenuto, cogliendo nel segno, di individuare tra i radioamatori "... un comune desiderio di comunicabilità, di fraternità, di amicizia, senza remore e senza angosce" ed ha ritenuto di ammirare "strette di mano ... che dicevano tutto nel più bel linguaggio ... quello dell'amicizia senza limiti" rimarcando più oltre la possibilità di realizzare un Servizio Sociale costituito da una "valida collaborazione per la Protezione Civile".
Ora io mi unisco al nostro Presidente, ma purtroppo solo nell'auspicio e non nella constatazione.
Se è vero il desiderio di comunicazione e l'angoscia che ne sta spesso alla base, sono in realtà tutt'altro che diffusi l'amicizia vera, l'altruismo, il disinteresse, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, la generosità anche economica; ed i casi che fortunatamente si possono citare sono, nel contesto generale, non più di belle eccezioni che confermano una diversa realtà.
La differenza tra impegno e sentimentalismo, tra strette di mano e vera amicizia è enorme e non mi pare - anche per le ragioni che dirò - che i radioamatori siano in questo senso particolarmente disponibili.
Conviene tentare un altro tipo di analisi, magari incompleta, ma più realistica.
Nello sfondo il radioamatore, anche quello d'oggi, conserva un certo interesse più o meno generico per la scienza, per il meraviglioso, per la competizione e qualche volta anche per la fantascienza, la parapsicologia, l'astronomia, ecc.
Queste motivazioni non sono tuttavia talmente specifiche da indirizzarlo proprio verso la radio e non per esempio verso la fotografia.
Talora varie "passioni" coesistono, e ci sono riviste destinate a radioamatori, CB e affini di cui basta guardare il tipo di pubblicità per comprendere che il pubblico cui si dirigono è in larga parte suscettibile di essere sensibilizzato da più d'uno degli interessi suindicati.
Però il radioamatore "puro" a differenza di quello "ibrido" può bensì conservare interessi collaterali ma essi sono di gran lunga superati dalla passione per la radio.
Dunque ci deve essere una qualche motivazione addizionale e peculiare che lo sospinge in questa direzione ed è appunto quello che qui cerco di chiarire.
Mi pare che il radioamatore senta in modo particolarmente acuto il bisogno umano di comunicare con gli altri, superando i limiti oggettivi e talvolta molto ristretti imposti dalla vita organizzata.
E' un bisogno che in varia misura sentono tutti: appena un uomo, interrogando sé stesso, incontra i limiti di sé e dell'ambiente sente la necessità di comunicare e di estendere ad altri la sua interrogazione.
Questa necessità di comunicazione è ostacolata in primo luogo dalle difficoltà "esterne": la mancanza di tempo, il tipo di lavoro, l'ambiente eventualmente estraneo o ostile, la vita in una città straniera. La comunicazione tra persone è difficile anche per altre ragioni, talmente numerose da non potersi facilmente elencare e commentare.
L'incomunicabilità non è una spiritosa invenzione moderna; e lo sanno bene coloro che anche a causa del carattere, oltre alle difficoltà esterne aggiungono le proprie personali, ancor più difficili da superare.
Ho osservato che un ulteriore ostacolo alla comunicazione diretta tra persone è la loro determinatezza, la presenza fisica di quel preciso interlocutore con i suoi limiti, la sua personalità, che può incutere preoccupazione o timore o troppo rispetto o apparire scostante o sgradevole o imbarazzante, anche se piacevole, per sentirsi inadeguati alla sua presenza o per tante altre sensazioni difficili a definirsi ma non meno vere.
La radio protegge da tutte queste difficoltà e anche dal pudore di ammettere la vera ragione dell'appello, del resto spesso sconosciuta al protagonista e sentita solo a livello subconscio; la radio riesce a giustificare l'appello, a camuffarlo con il pretesto scientifico: ma evidentemente esso è un pretesto, lo stesso che per malinteso pudore gli alpinisti di fine secolo adducevano per giustificare le scalate, considerate allora cervellotiche, costringendosi a portarsi zaini di termometri e altri inutilissimi strumenti.
Tra le molte citazioni possibili ne trascrivo una trovata in questi giorni presso una mostra alpinistica retrospettiva; " V'ha un articolo nel nostro statuto che vieta di proporre escursioni senza uno scopo di utilità generale" (Gruppo alpino di Vicenza, 27 ottobre 1874, Almerico da Schio).
E' certamente presente anche il movente sportivo: perciò esistono Contest e Awards; esso non è diverso da qualsiasi altro movente di competizione, per cui un individuo cerca di affermarsi dimostrando a sé stesso ed agli altri che è riuscito a qualche cosa di importante e difficile e comunque nuovo o intentato, o tentato da pochi.
Tuttavia va onestamente osservato che la radio riduce di molto lo sforzo che altri sport richiedono, elude l'impegno fisico e il coraggio, elimina la pubblicità della sfida, in altre parole elimina il rischio e dunque sotto questo aspetto rappresenta una competizione molto relativa, e con ritirata sempre libera.
Riprendo il movente a sfondo affettivo che mi pare di prevalente importanza.
L'uomo-radio cerca risposta da lontano, come se ciò ampliasse l'orizzonte della solidarietà, quella solidarietà che lui sente mancante nell'ambiente in cui vive.
Qui il mondo gli è estraneo, e invece oltre i mari c'è chi gli risponde: altri esseri irraggiungibili gli prestano un'attenzione che lui ricambia.
Mettiamo che esistesse un telefono universale e gratuito: esso non assolverebbe all'appello del nostro soggetto.
Per telefonare egli dovrebbe formare un numero: quale numero? E anche se si decidesse, significa che gli risponderà quella determinata persona cui ovviamente bisognerà fare un discorso determinato; non si può chiamare un individuo per non sapere che dirgli: è questa determinatezza, non diversa dal fermare uno sconosciuto per parlargli, che rende impossibile il discorso.
L'angoscia è indeterminata, non vuole parlare troppo di sé, non può neppure spiegare sé stessa, ma solo può gridare che esiste e sentire un'eco, non più.
E a questo fine la radio può servire, con le sue possibilità, con la sua protezione, con la sua indeterminatezza.
Il mondo così si dilata: se qui non ho amici, tuttavia posso dire di averne molti e dappertutto; se qui nessuno mi ascolta, ho migliaia di persone che mi prestano attenzione; se le mie parole qui non hanno successo, si sappia che esse possono raggiungere gli antipodi; se il mio lavoro non è considerato importante, tutti possono verificare quali apparecchi so fare e so manovrare; forse molti che hanno successo non sanno fare queste cose.
La società mi ha escluso da tanti dei suoi santuari, essa vive in un mondo che mi è in parte vietato, parla, linguaggi di una cultura che non conosco; e allora? Il mio mondo della radio è ancora più esclusivo, loro non lo capiscono; e poi parlo almeno quattro lingue, e in quanto ad esclusivo chi mi può comprendere quando opero in telegrafia se non gli iniziati come me?
(E infatti molto del fascino della telegrafia sta appunto nel suo misterioso linguaggio, misterioso per i non iniziati, chiarissimo per gli iniziati che lo vantano anche con i colleghi radioamatori tra i quali costituiscono una élite nella élite).
Andiamo avanti: il conversare con un lontano spesso sconosciuto e magari con più interesse che se la stessa persona fosse presente, e isolarsi dai familiari per parlare con la radio appare una alienazione nel senso, almeno, che non rappresenta un tipo di colloquio "normale".
Vale dunque la pena di considerarlo meglio; spesso è il non avere più niente da dire con i vicini e preferire i radiocorrispondenti, che oltre tutto sono numerosi; ma è sempre un sottrarsi a un rapporto reale e diretto, è un poco una fuga per certi versi simile a quella della corsa domenicale via da casa: spesso è perché la casa non ha più molto da offrire; il nuovo recapito probabilmente è un tentativo per lasciare l'angoscia certa per qualche cosa che si spera disperatamente migliore.
Dunque sembra possibile evidenziare, con la dovuta prudenza, una certa tendenza che può essere presente a livello individuale nei radioamatori, ma non solo tra essi, di "fuga da": fuga da un certo malessere, da reali o supposti insuccessi, da un carattere troppo timido, dal rischio eccessivo, dalle difficoltà connesse con i rapporti interpersonali diretti e così via.
Fuga anche dalla realtà, in una certa misura, e dunque una dose di schizofrenia.
(Capisco il rischio di usare un simile termine professionale, ma è solo per indicare una tendenza e non una diagnosi).
La radio può rappresentare una compensazione: chi è così equilibrato a questo mondo da affermare di poter fare a meno di compensazioni: cosa sono i diversi hobbies? Il gioco? Quel gioco per grandi che spesso è il lavoro?
Tuttavia a questo punto, una domanda si pone, e non appare immotivata: Quanto può essere sociale e socievole un radioamatore, visto sotto questi aspetti?   Cerchiamo di avvicinarci per gradi a una risposta che non si può improvvisare.
Le cause alienanti, le motivazioni della fuga, hanno spesso origine nell'ambiente prossimo al soggetto e nel suo stesso carattere; ma non è precisamente questo che qui stiamo cercando, né si vorrebbe dare un immagine pessimistica della situazione. Il dramma esistenziale è vissuto in vario modo da tutti e la tensione che ne deriva è spesso feconda:nell'arte e nella scienza le conquiste più ardue non si sono avute senza sofferenze e incomprensioni. Ma per creare qualcosa di valido è sempre necessaria una corretta visione della realtà, mentre l'atteggiamento di fuga dà risultati sterili.
La radio, specialmente a chi la conosce da vicino offre possibilità di compensazione e fiducia in sé stessi: è però necessario che questo non porti a fuggire la realtà con una specie di autoinganno. Se un individuo non dovesse riuscire a stabilire proficui rapporti interpersonali, i quali non sono mai esenti da contraddizioni, difficoltà incomprensioni, vittorie e sconfitte, e trovasse sufficiente compensazione "vincendo" il circuito che non funzionava, egli ha conseguito una vittoria apparente, essendo evidente che è assai più facile e meno rischioso lottare con le cose che con gli uomini. Quelle infatti, se affrontate con logica, finiscono per arrendersi, gli uomini non sempre.
E' troppo grande la sproporzione tra le parti in conflitto: un uomo intelligente sconfiggerà sempre un circuito difficile o un DX raro, ma questa vittoria dovrebbe allenarlo ad altre contese e non appagarlo; se tende ad appagarlo succede che quando egli si troverà a combattere con gli uomini si sentirà impari all'impegno e diventerà facilmente "polemico".
Avrà tendenza a considerarsi abbastanza capace in quanto tecnicamente abile, ma anche a rifugiarsi nel suo laboratorio, dopo le difficoltà, per trovarvi delle soddisfazioni che il giorno non gli ha concesso di realizzare, e secondo lui quasi sempre a causa degli altri.
Questa compensazione si svolge impegnando una piccola "quantità di azione complessiva" ed è perciò relativamente facile; utile perciò se viene dopo una giornata di contraddizioni affrontate con impegno; addirittura dannosa se vissuta a titolo di rifugio dopo un giorno solo apparentemente attivo. Se ciò si verifica, quando il soggetto si troverà daccapo fra i suoi simili, sarà ancor più debole e allo stesso tempo inconsciamente presuntuoso e ciò rischierà di renderlo ancor più polemico.
Si va mettendo a fuoco così un altro meccanismo asociale abbastanza diffuso tra i radioamatori, cioè la tendenza alla polemica, a beccarsi tra di loro a voler avere sempre ragione, a risentirsi per un nonnulla, a dimostrare con puntigli di essere dalla parte giusta, a farsi infantili dispetti.
Sono piccole rivincite per compensare l'insufficienza al confronto e alla contraddizione; apparenti piccole lotte per compensare l'insufficienza all'attivo impegno di tutta la personalità nell'ambiente sociale in cui essa dovrebbe affermarsi.
Tocchiamo ora un altro aspetto della situazione. Il conoscere i mezzi tecnici e scientifici che si usano (apparati, antenne, strumenti) o si usufruiscono (come la ionosfera, la troposfera, i fenomeni boreali) può essere esaltante e affidare la propria voce a strumenti potenti, specie se sono opera propria, dà un senso di possesso di queste forze, di sottomissione della natura, di possibilità di spezzare la solitudine, di superamento dei limiti quotidiani e della indifferenza dell'ambiente.
Questa sensazione mi è apparsa evidente leggendo recentemente su Radio Rivista che un radioamatore sacerdote, si accostava alla radio con attenzione perché aveva osservato di trovarvi un piacere e un coinvolgimento che gli faceva supporre di peccare. Su questo intelligente e sottile rilievo ho riflettuto con attenzione: l'osservazione senza dubbio non è banale; in questo senso di soddisfazione, tra l'operatore e la radio si crea una simbiosi che l'analisi freudiana credo potrebbe classificare nel concetto di "libido".
Non ci vuole molto a comprendere che la sfera della compensazione da parte della radio, come del resto di altri hobbies ed in particolare dell'automobile, si estende alla sfera della sessualità.
L'apparenza raffinatissima raggiunta dai moderni apparati non è certo studiata a caso dagli specialisti dei mass-media che sanno bene quali sono le vie inconsce adatte a soddisfare le istanze di compensazione dei loro acquirenti e sanno come servirsene: così l'aspetto, la cura, l'esibizione degli apparati, carezzati come creature, curati, modificati, resi docili, crea un rapporto quasi personale tra il radioamatore e i suoi apparecchi.
Probabilmente con l'automobile questa situazione è cominciata prima perché essa ha raggiunto da anni un grado di finitura, di aspetto, di espressione di "status", di esibizione. L'auto infatti è spesso servita a persone bisognose di sicurezza come ostentazione, creatura da domare, da comandare, punire e premiare, far vedere agli altri, farsi invidiare.
Quando poi si è troppo diffusa ha perduto, ma non ancora del tutto, questa funzione rimanendo importante complemento per persone immature; essa è stata in parte sostituita dalle più moderne e inutilmente potenti motociclette: queste per giunta possono essere letteralmente cavalcate, sono più raffinate, rumorose, evidenti, proporzionalmente più costose e - secondo logica - assolutamente assurde: tutti fattori che sul piano della compensazione sono tutt'altro che negativi, anzi da considerare della massima importanza.
La "libido" ha infinite vie per far capolino: il binomio "donne-motori" è più alternativo che complementare; chi ama troppo i motori che in fondo sono ferraglia, ha spostato la sua affettività dalle persone alle cose e in questo senso è alienato (parlo naturalmente di casi limite; le graduazioni in realtà sono infinite).
Questo aveva forse intuito il radioamatore sacerdote che ho citato; se io amo la radio fino a trovarne troppo piacere mi vado alienando dal più giusto, equilibrato e sensato amore verso Dio e il prossimo.
Nel campo dei motori il fenomeno è forse ancor più evidente che in quello della radio sia per l'aspetto di "protesi" che il veicolo assume rispetto al pilota, sia per le cerimonie di vestizione, dei colori e via dicendo che diventano rappresentazioni di un mito. Una originale osservazione sull'argomento è apparsa su un bell'articolo di Franco Fornari sul Corriere della Sera dell'8 settembre 1974 intitolato "La gara di Monza e il dio protesi".
Per la radio la "protesi" è individuabile specialmente nell'antenna, e la cosa non stupisce se si pensa alla compiaciuta sensazione di potenza che essa, abbinata ai detti strumenti può dare e al senso di umiliazione, di castrazione, che il radioamatore denuncia con disagio quando non può disporre di una antenna adeguata, che per venire apprezzata non ha da essere solo efficiente ma anche e soprattutto più alta, più grande, più evidente di quella dei colleghi, insomma di aspetto potente e clamoroso.
Si tratta tutto sommato di una specie di "transfert" che il radioamatore opera trasferendo appunto sessualità e affettività dalle persone ai suoi strumenti.
Cercheremo di vedere come anche questa caratteristica possa entrare nella ricerca avviata.
Mi sembra che la "FUGA DA" la caratteristica "POLEMICA" il "TRANSFERT" affettivo nei quali si riassume il processo di EVASIONE, qualora non superati da una coscienza matura e disincantata inducano all'ipotesi della figura di un radioamatore con notevoli componenti non specialmente tese alla socialità, all'attività da affrontare insieme, ad una buona capacità di superamento nei confronti del mondo esterno.
Le componenti suindicate non sono, ovviamente, le sole né le più importanti nella personalità di ogni radioamatore; gli individui sono ben più complessi di ogni possibile schematizzazione, e più vari, e in evoluzione; semmai tra i radioamatori esse sono forse più frequenti.
Per sviluppare meglio il concetto di evasione accenniamo che esso è legato al non-impegno, al non-attività.
Esistono delle pseudo-attività che danno l'impressione dell'attività e non lo sono: esse favoriscono l'evasione anche perché il soggetto che ne ha già la tendenza s'illude per mezzo di esse di essere attivo.
Di per sé il radiantismo non produce l'evasione; anzi può costituire, debitamente affrontato, una reale attività.
Ma semmai è la pseudo-azione che esso può diventare, che essendo in realtà una non-azione, favorisce l'inattività.
Questa non-azione, per esempio, può verificarsi quando semplicemente utilizzando apparati strumenti e metodi nuovi si realizzano in sostanza dei risultati quasi automatici nei quali è pressoché nullo l'apporto dell'impegno personale.
L'individuazione delle carenze analizzate e delle loro cause mi sembra possa fornire due indicazioni; una sul piano del carattere che non ci proponiamo di valutare: dirò soltanto che quando le compensazioni offerte dalla radio diventassero definitive esse potrebbero addirittura impedire, anziché favorire, la maturazione consentendo di conservare personalità infantili e immature.
Il secondo rilievo che ci riconduce al motivo iniziale di queste note riguarda la possibilità di gestire una associazione in presenza di situazioni del tipo indicato.
Torniamo allora alla nostra associazione, e al punto da cui eravamo partiti e che ha dato lo spunto per questa analisi.
Ho accennato che l'associazione è il risultato di un movimento spontaneo iniziale che in essa è confluito, rendendosi istituzionale, e che per sopravvivere deve rinnovarsi continuamente, pena l'involuzione.
Dunque il problema è da un lato di trovare spunti di rinnovamento e dall'altro di realizzarli tenendo conto almeno in parte di certe caratteristiche dei protagonisti che formano l'associazione e delle quali abbiamo parlato.
Di fronte al disimpegno generale, durante la riunione menzionata all'inizio ci si chiedeva che cosa mai la Sezione avrebbe potuto fare per riscuotere maggior interesse.
Ne sono venute alcune risposte: acquistare strumenti ad uso dei soci; allestire una sala per le riparazioni e le esercitazioni; sviluppare un servizio di consulenza durante gli incontri di sezione da parte dei più esperti verso i principianti; mettere in funzione una stazione radio nei locali della sezione, e così via.
Possono essere suggerimenti più o meno validi ma penso che il problema non è stato centrato già nella domanda: parafrasando Kennedy dovremmo domandarci non già che cosa la Sezione può fare per i soci, ma ciò che i soci possono fare per la Sezione e cioè per la comunità dei loro amici e colleghi.
Vedrò di spiegarmi meglio.
Che cosa la Sezione può fare per i soci:
Poco più di quello che già fa, anche perché i soci non le chiedono di più; e perché non le chiedono di più? Per i motivi caratteriali prima descritti: l'attività di molti radioamatori si svolge ormai solo nel proprio angolino di casa; l'evasione gli è data dalla radio stessa che gli permette, sia pure alienata, una uscita dai propri confini; essi tendono a isolarsi dal contatto umano diretto e non sentono perciò troppo forte il bisogno di ritrovarsi in Sezione; il carattere tendenzialmente solitario è soddisfatto e la necessità di comunicazione è risolta dal poter trasmettere.
Inoltre la disponibilità di apparecchi acquistabili già pronti li esime dalla necessità di scambiare esperienze e dalla soddisfazione di confrontare i risultati della propria eventuale abilità di costruttori.
Dunque il socio, anche se si lamenta di un indefinito malessere non chiede niente di notevole alla Sezione, ed è quasi inutile che i suoi dirigenti si affliggano più del necessario per realizzare l'impossibile impresa di suscitare nuove più interessanti iniziative.
Vediamo piuttosto che cosa i soci possono fare per la Sezione: probabilmente questo aspetto presenta migliori possibilità e vale la pena di analizzarlo.
Per mettere in esecuzione qualche iniziativa, pur essendo preferibile coinvolgere la maggior parte dei soci, bisognerà realisticamente ammettere che solo una parte, almeno inizialmente, può funzionare da settore traente.
Partiamo da una osservazione; in generale anche i soci meno attivi si mettono a fare qualcosa se ricevono un incarico.
Non ci si illuda troppo, l'incarico deve essere gradito e affidato alla persona giusta; deve stimolarla a riuscire, ed essere adeguato alle capacità, alla volontà, alla perseveranza del socio, deve essere spontaneamente accettato e non essere però troppo giudicato, perché il radioamatore come abbiamo dimostrato può essere suscettibile e subito raffreddarsi o entrare facilmente in polemica con i colleghi.
Il tipo di incarico inoltre non deve essere il risultato di una specie di delibera del Consiglio o del Presidente ma nascere come uno spunto colto a caso, non durare troppo a lungo nel tempo per non dar luogo a noia e disinteresse, né diventare troppo pesante sul piano dell'impegno e infine non far spendere soldi: a questi deve pensare la Sezione, o, senza darlo a vedere, chi altri crede di poterlo fare.
La direzione deve cioè non tanto fare, quanto tendere bene l'orecchio per cogliere i desideri che i soci hanno di fare essi stessi: cogliere cioè con la massima sensibilità quelle che oggi si chiamano le "istanze di partecipazione".
Così è la base che si attiva, e il vertice con mano leggera e con molta attenzione precede e appena coordina, tentando di sviluppare un processo partecipativo e facilitando i contatti, e si tratta pertanto di un'azione da condurre con grande sensibilità.
I compiti vanno suggeriti in proporzione alle possibilità delle persone: se si obbliga un bambino a un compito superiore alle sue forze egli fallirà e la frustrazione lo terrà lontano da altri impegni e lo renderà polemico non già verso se stesso considerandosi egli capacissimo, ma come sempre accade verso i dirigenti incapaci che non capiscono niente, e così si sarà perduto un socio che oltre a non fare più niente criticherà tutto e non contribuirà più a proporre qualcosa.
Pensiamo ora di fare degli esempi concreti.
Abbiamo discusso a lungo sulle cause delle nostre difficoltà associative, e pensiamo ora di fare delle proposte per superarle.
Ma le proposte non possono essere che parziali e contingenti; il nostro scopo era quello di cercare una diagnosi: se siamo d'accordo su essa, in tutto o in parte, ognuno, ogni Sezione, troverà nella propria situazione concreta gli spunti di superamento più opportuni.
L'aspetto del recupero dell'attività creativa rimane a mio avviso alla base di un sano lavoro personale e associativo.
Ciò non significa tornare per forza all'autocostruzione: anch'essa può essere passività se per esempio si limita a riprodurre schemi fatti da altri.
Si tratta piuttosto di ritrovare un impegno nell'indagine delle infinite cose che non si sanno; di riscoprire il desiderio di saperle, e di saperle bene; di trovare il gusto del sacrificio di tempo ed applicazione che questo comporta, e lo stupore, e la contentezza di aprirsi continuamente nuovi orizzonti.
La "creatività" non è necessariamente inventare o costruire cose nuove, ma anche scoprire per sé stessi ciò che esiste, ma che essendoci ignoto è per ciascuno di noi ancora nuovo.
Si tratta di ritrovare a livello personale e associativo quell'interesse che anima i giovani a scoprire il mondo, insomma a non rassegnarsi a non accontentarsi mai dei traguardi raggiunti.
E di nuovi traguardi ce ne sono in abbondanza.
Attualmente ad esempio si vanno scoprendo le possibilità delle SHF, dei QSO via luna in VHF e UHF: non saranno certo sfuggite le note di I4BER su Radio Rivista; gli amici della nostra Sezione sanno che I3CIG si è occupato anche lui dell'argomento; l'amico Giorgio non si vede spesso, dunque ci vorrebbe un socio che accetti di intervistarlo, che si faccia degli appunti, che con una Polaroid messa a disposizione da un altro socio faccia alcune foto degli apparati, che alla prossima riunione ne riferisca in Sezione; senza preoccuparsi se gli ascoltatori saranno pochi perché i risultati chiedono tempo e perseveranza e alla fine verrà probabilmente anche Giorgio in persona per chiarire meglio l'argomento.
I3MW è uno dei non molti OM attivi sui satelliti: sarebbe bene che ne riferisse in Sezione per alcune volte, e di sicuro egli sarà d'accordo e l'avrà qualche volta già fatto.
Sia l'intervista a CIG sia il racconto di MW dovrebbero essere ciclostilati in breve a cura di un terzo collega; i fogli vanno dati gratuitamente ai soci presenti e spediti agli assenti; non ci pigli l'idea di negare i fogli a chi non viene in Sezione.
Può accadere che parte dei soci presenti non sia interessata alle esposizioni suddette.
Ma la Sezione dispone di locali dove i non interessati possono continuare a parlare in tutta libertà; proprio tra di loro dovrebbe essere presente l'attenzione assidua e cordiale di chi ritiene di poter raccogliere da questi scambi di idee le "istanze" accennate nelle note precedenti.
E' proprio in questo aperto e libero parlare che dovranno emergere - magari soltanto una di buona su cento di banali - lamentele, richieste e proposte.
Esse saranno poi discusse in incontri successivi.
Un altro socio sarà incaricato di emettere un notiziario di Sezione ogni settimana in VHF: attenzione che non deve mancare cascasse il mondo; non deve sbagliare di un secondo l'orario fissato, deve potersi fare sostituire in caso di indisposizione, deve avere due trasmettitori per l'eventualità che uno si guasti e una batteria di scorta, mai e poi mai deve mancare all'appuntamento.
Questo notiziario dovrà essere ciclostilato e puntualmente spedito, a cura di un altro socio in collegamento col primo a tutti gli OM della Sezione, anche a quelli non in ordine con la quota sociale (che così gli verrà cortesemente ricordata).
Il notiziario inoltre ad un'altra ora altrettanto rigorosa andrebbe trasmesso in RTTY: fosse solo per questo, sicuramente almeno un socio su 200 metterà la telescrivente e avrà modo di parlarne alle prossime riunioni.
Il notiziario sarà breve, sintetico ma interessante, sempre aggiornato e al socio redattore la Sezione fornirà informazioni e rimborsi per le telefonate eventualmente necessarie per avere le ultime notizie.
Una provincia è estesa e molti soci abitano ai confini estremi in paesi piccoli dove a mala pena si trova in negozio il nastro adesivo. Se hanno bisogno di un componente per la radio, di un catalogo, di un foglio caratteristiche, non sanno come fare perché durante la settimana lavorano e poi al sabato i negozi in città sono chiusi: ci vuole perciò un socio che sia a disposizione per radio a ore determinate e rigorose e contro garanzia della Sezione si presti agli acquisti ed alle informazioni richieste facendo trovare il materiale alla riunione settimanale; tutti gli eventuali imprevisti dovranno essere regolati a carico della Sezione che si cautelerà opportunamente con i negozi citati per le eventuali restituzioni in caso di errori.
L'informazione sui nuovi prodotti può essere affidata ad un altro socio, sempre con la garanzia di un esatto e puntuale servizio.
Eventuali visite a stabilimenti, laboratori, osservatori, devono essere preparate da altri soci che prima vi si rechino e poi stendano un rapporto informativo sintetico ma esauriente: chi vi aderisce avrà una preparazione e sceglierà coscientemente di partecipare; chi non vi trova interesse rinuncerà in anticipo sapendo di che si tratta.
Il mantenere lo stato nascente vuol dire modificare continuamente, promuovere l'azione, combattere il disimpegno.
Non sempre ci sono i presupposti, ma alcuni non mancano: SSTV, TV a colori, satelliti ecc. sono argomenti abbastanza nuovi.
Bisogna leggere riviste qualificate cui la Sezione si deve abbonare: non abbonamenti in modo che uno o due soci possano leggere a sbafo; quelli, se sono interessati, si abboneranno per loro conto. Le riviste di Sezione devono essere affidate a chi si impegna a tradurre, commentare, ciclostilare e diffondere.
E tutti questi incarichi devono essere interpretati liberamente, valorizzati e sostenuti anche contro l'iniziale disinteresse e vanno ruotati in modo che l'accennata partecipazione aumenti alla base.
Sono cose che chiedono tempo: il bollettino della propagazione decollò con circa 200 adesioni, scese a 160 (ce n'era di che smettere), risalì a 300 e ridiscese nuovamente, ora è a 1500 e forse potrebbe salire ancora se potessimo organizzarci meglio, ma non è stata abilità o propaganda e forse neppure contenuto ma soprattutto esattezza di informazione, pochi errori, possibilmente neanche di stampa, puntualità e costanza.
La Mostra Mercato organizzata negli ultimi due anni dalla Sezione ha in parte dimostrato la validità della partecipazione e allo stesso tempo anche le sfumature caratteriali di cui abbiamo parlato; c'è stata partecipazione e dedizione da parte dei più che si sono responsabilizzati, e fuga da impegno da parte di altri; ma guai a passare il tempo a rammaricarsi e polemizzare, guai a mettere l'accento su quelli che sappiamo essere i nostri stessi limiti di radioamatori, è molto meglio invece pensare come molti collaboratori opportunamente responsabilizzati si sono prestati fino al limite di notevoli sacrifici.
Un altro esempio curioso: in febbraio dovevamo indirizzare, suddividere e impaccare per la spedizione circa 6000 bollettini; non potendolo fare da soli li portammo un sabato pomeriggio in Sezione. Si trattava di un lavoro banale, ma era "nuovo": ebbene, il lavoro andava quasi a ruba e in due ore fu finito. Tutti avevano l'idea - che era vera - di aver "fatto" qualcosa.
Ed è questo "fare" che dev'essere stimolato.
Penso che si potrebbero portare altri esempi ma questi vanno visti caso per caso.
Quello che in generale le persone desiderano è di impegnarsi e di partecipare. Si tratta perciò di conoscere bene il carattere delle persone e di promuovere le tecniche partecipative più idonee.
Penso che forse varrebbe la pena, col necessario buon senso, dedicare anche qualche scambio di idee intorno all'analisi fatta in queste note. Ne potrebbero venire osservazioni interessanti se la discussione, superati i comprensibili blocchi, si sviluppasse liberamente. Ma non mi nascondo le difficoltà enormi che l'argomento, in pratica, può presentare, e il notevole tempo che bisognerebbe dedicarvi.
Compiti certo non facili e di successo incerto; non risolti da queste note che si limitano a mettere in evidenza alcuni elementi per un possibile cambiamento di metodo dimostrandone le ragioni, almeno quelle che mi sono apparse evidenti.
Se poi anche il metodo partecipativo non dovesse dimostrarsi efficace, (ma ricordiamo che il processo chiede tempo) allora vorrebbe dire che proprio la Sezione non serve e che l'individualismo ha raggiunto livelli incurabili.
Ma allora non è più questione di metodo e vorrebbe dire che il radiantismo, almeno nella sua forma originaria sta finendo un ciclo e non sarebbe proprio più il caso di distinguere troppo puntigliosamente gli OM dai CB.
Anche in questo caso non staremmo a piangere perché la storia corre e non saremo noi a cambiarla, ma si dovrebbe almeno sforzarsi di verificare se è stato fatto tutto, e nel verso giusto, per la sopravvivenza del radiantismo, almeno di quel che di buono ne è rimasto.
Concludiamo con questa nota gli appunti su questo argomento.
I commenti ricevuti sono stati molti, e vari, e per la verità in generale abbastanza favorevoli.
C'è chi ha chiesto di sviluppare di più l'argomento: ma questa voleva solo essere la sede e l'occasione per sollevare il problema e avviare possibilmente un dibattito.
Chi ha osservato che nelle note c'è un che di volutamente patologico: può esser vero, ma se si vogliono mettere in evidenza le difficoltà è chiaro che bisogna cercare i lati meno belli della situazione che si esamina, dando per scontato che ce ne sono di certamente migliori.
Chi ci ha posto sull'avviso di non generalizzare troppo: ed è giusto, ma anche qui rimandiamo alla premessa iniziale dove noi stessi avvertivamo il pericolo e i limiti e le possibilità d'esser fraintesi.
Insomma noi speriamo non d'aver trovato o indicato soluzioni (sarebbe troppo bello, ma ingenuo) ma di aver indicato alcune cause di fondo che dovrebbero essere considerate tra le difficoltà presentemente riscontrabili nella vita Associativa. Esse sono in parte figlie del nostro tempo difficile; difficile, come s'è visto, perché per certi versi fin troppo facile.
Speriamo che sia un contributo modesto ma di qualche utilità, e ringraziarne chi ci ha pazientemente seguìto fin qui.
Enzo Ziviani I3CNJ

 

OPINIONI DI I2MOV

Questo mio articolo è stato pubblicato su S.T.R. di giugno 2007 alle pagine 16 e 17.

Nel mese appena trascorso ci sono state due spedizioni importanti: N8S Swains Island e BS7H Scarborough Reef. Inutile dire che in frequenza ha dominato la solita maleducazione ed intolleranza a danno principalmente di chi avrebbe voluto ascoltare in santa pace i deboli segnali delle due stazioni.
Lo sapevamo tutti che sarebbe stato arduo riuscire a collegare queste due località in un così basso periodo di attività solare quale l'attuale, ma alcuni si sono proprio accaniti per rendere questi ascolti ancora più difficili e forse il danno maggiore lo hanno proprio provocato i vari "poliziotti" dell'etere.
In fonia ormai ci sono gli "orticelli" di proprietà, guai a toccarli, ed in questo caso noi italiani facciamo una figura meschina a livello
mondiale.
Anche la parte CW sta deteriorandosi ma per fortuna a livello minore. Andando a visitare giornalmente e brevemente un cluster, (non mando spot né annunci, leggo solamente) sono stato colpito da due fatti che mi hanno disorientato.
Un JA3 si vantava di aver collegato BS7H in molte frequenze e modi, (bella forza!) ma quello che mi ha turbato è il fatto che sfotteva
un F6 ed un ON4 che, secondo lui, da big quali erano, ancora non lo avevano collegato. Inoltre si accaniva con ON4 dicendogli che nemmeno il suo manuale di pratica operativa non gli aveva consentito di fare il QSO agognato. In quel momento il mito che avevo dei figli del sol levante, così educati, ricchi di inchini, ecc., improvvisamente è andato in frantumi.
Con questo non intendo assolutamente generalizzare, non tutti sono così, ma in me si è incrinata una certa immagine che mi ero fatto di loro.
Altro mito caduto: un OE2 pieno di euforia, scrive che ha collegato BS7H coi suoi due nominativi: OE2 e DK5 e che con entrambi è arrivato a quota 337 Paesi.
Un nordico gli chiede quanto dista dal confine: risponde che lui si trova vicino a Salzburg e l'altra sua casa è a Kassel !!!
Queste due città sono piuttosto distanti tra di loro ed alcuni nordici gli contestano di averlo lavorato dallo stesso paese, ne nasce una
polemica nella quale lui si dichiara disponibile a mostrare loro i log. Non lo avesse mai detto, nessuno gli crede...!
Anche qui sono rimasto deluso da quelli che ho sempre creduto, precisi, scrupolosi e rigorosi teutonici; ripeto, non bisogna mai generalizzare, ma purtroppo questo è un brutto segnale per la nostra attività.
Invece di cercare di migliorare la nostra pratica operativa pensiamo solo a fare i primi della classe, abbiamo messo al bando la solidarietà dei tempi passati ed inseguiamo la quantità a scapito della qualità.
Ma c'è di peggio: alcuni per invidia inventano addirittura falsità per screditare o danneggiare l'immagine di chi è più bravo o più fortunato.
Vogliamo tutto e subito, sempre pronti a criticare le stazioni DX che con enormi sacrifici stanno cercando di darci il Paese che desideriamo.
Se non colleghiamo il nuovo Paese, non muore nessuno, ci sarà di sicuro una prossima occasione; se facciamo tutto e subito poi non ci rimane più nulla per il futuro!
Bisogna provare a stare dall'altra parte per rendersi conto di quanti sacrifici stanno sostenendo questi colleghi per accontentare il maggior numero possibile di OM : spese, scomodità, condizioni climatiche avverse, mancanza di acqua potabile, infezioni, guasti, black-out, cicloni, ecc.
Purtroppo, alcuni di noi non hanno alcun ritegno a bollare questi OM con commenti ingiusti senza conoscere realmente in che condizioni operano. Sono sicuro che se ci andassero loro non farebbero sicuramente di meglio.
Negli anni scorsi ho fatto all'incirca 12.000 QSO in CW come TX4PG, ZK3SB e 5W0SB e posso dire di essermi trovato veramente dall'altra parte!
Dal Pacifico durante il giorno non si sente nulla, ci sono due brevi aperture per EU all'alba ed al tramonto, di notte si fanno USA e JA.
Questo vuol dire che di notte non si dorme...e di giorno ben poco! Sono gli USA e JA che fanno la parte del leone, EU deve purtroppo
accontentarsi di queste due finestre. Gli USA sono veloci, con loro puoi fare diversi QSO al minuto, non ripetono il loro nominativo se sentono che lo hai capito.
Gli JA sono lenti, in massima parte corretti ma continuano a ripetere il loro nominativo anche se lo hai capito.
Gli EU sono i più indisciplinati, continuano a chiamare anche se rispondi a loro per varie volte. Forse non ascoltano? Ma allora che chiamano a fare?
Posso dire che anche i nordici e UA non hanno nulla da invidiare agli italiani, tutto il mondo è paese...
Certamente gli europei, rispetto al Pacifico, non sono tanto fortunati quanto i loro colleghi USA e JA e questa è una attenuante a loro favore.
Scusatemi per la prolissità, non era mia intenzione fare un sermone a nessuno, perché ritengo che anche per me valga la frase: "chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Volevo piuttosto rendervi partecipi della mia amarezza e delusione per la brutta piega che sta prendendo la nostra attività di OM.
Purtroppo nel nostro Paese siamo malvisti, se posso evito di qualificarmi come Radioamatore a gente che non conosce la nostra attività per non sentirmi dire sempre la stessa cosa: quindi lei è uno di quelli che col "baracchino" disturbano la TV.
Invece all'aeroporto di Los Angeles ho avuto una gradita sorpresa: avevo un carrello con sopra un amplificatore lineare che stavo portando al controllo. Una guardia mi ferma chiedendomi il contenuto della cassa, rispondo che si tratta di un trasmettitore; allarmato mi fa cenno di no, ma quando gli dico che sono un Ham Radio mi sorride e mi fa passare.
Come vorrei che anche nel nostro Paese l'attività di OM fosse considerata alla stressa stregua!
Molti anni fa gli OM erano più leali, più sinceri, più solidali coi colleghi, meno in competizione, più rispettosi delle normative vigenti, ed è per questo che circa 50 anni fa decisi di entrare a far parte di questa nostra famiglia.
L'attività del vero Radioamatore, come l'avevo conosciuta, mi ha subito attratto e non l'ho mai abbandonata; la mia patente è del 1960.
Coraggio amici, uniamoci e bandiamo tutte le nostre rivalità cercando di migliorare il nostro comportamento in frequenza e aiutando la nostra Associazione, quello che ne ricaveremo sarà patrimonio di tutti.
Un saluto da Flaviano I2MOV

 

 

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Ultimo aggiornamento: 09-01-16