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29 maggio 1848 -  Giugno  Agosto 1866

 

GLORIOSO RICORDO ITALIANO
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IN QUESTI CAMPI DI CURTATONE E MONTANARA IL 29 MAGGIO 1848

L'AUSTRO MARESCIALLO RADETZKY ASSALIVA COL PODEROSO SUO

ESERCITO,  UN PUGNO DI GIOVINI TOSCANI AFFATTO PRIVI DI OGNI SOSTEGNO.

RESISTETTER SETTE ORE ED INFINE ESAUSTE LE MUNIZIONI, PIEGARONO

IN GOITO E CASTELLUCCHIO. NON OSARONO I NEMICI INSEGUIRLI.  ERA DUCE

DEI TOSCANI IL LOR CONCITTADINO, GENERALE CESARE DE LAUGIER.

BENEDIZIONI E MEMORIA AI MARTIRI DELL'AMOR PATRIO.
 

 

 

 

il gen. C. de laugier

 

 

29 MAGGIO 1848 

I VOLONTARI TOSCANI A CURTATONE E MONTANARA

 

 

La sera del 27 maggio, Radetzky partiva da Verona con 35 mila uomini e una consistente aliquota di artiglieria, dirigendosi per Isola della Scala. Il giorno seguente alla stessa ora giungeva in Mantova. Durante il giorno, da Nogara e da Castellaro disertarono dalle file austriache ben duecento soldati italiani che si presentarono al Maggiore Fontana, in località Governolo. A questi rivelarono il disegno del Radetzky. E cioè piombare sulla Div. Toscana e annientarla, passare il Mincio e distruggervi i magazzini ed i ponti. Sgominare successivamente, sulla linea le schiere piemontesi e quindi entrare trionfante in Milano approfittando dello scompiglio generale. Il Magg. Fontana, senza perdere tempo, avvertiva il Gen. Bava, che si trovava a Custoza e il Gen. De Laugier, il quale era presso il quartier generale alle Grazie. Il messaggio di Fontana trovava il De Laugier già avvisato da Bava, il quale gli aveva promesso soccorso. Il generale toscano, con 4.685 fanti, 100 cavalli, 6 cannoni e 2 obici, spiegati sulla lunga linea da San Silvestro alle Grazie, senza precise istruzioni, senza precise promesse d'aiuti, sentiva di assumersi una grande responsabilità. Se senza combattere si fosse ritirato su Goito, si sarebbe esposto alle più odiose critiche infangando il suo nome. Aspettando di piè fermo gli Austriaci, esponeva i suoi ad un macello, ma salvava l'onore suo e quello della gioventù toscana, pronta come i soldati di Leonida, ad ogni sacrificio per l'Italia. De Laugier decideva di star saldo. Verso la sera del 28 maggio, riceveva dal Gen. Bava un altro dispaccio, in cui gli veniva ordinato di schierarsi a difesa; e nel caso avesse dovuto cedere terreno, si ritirasse in buon ordine verso Gazzoldo e succesivamente sin sotto Volta, dove si trovava il suo corpo d'ordinanza. De Laugier cominciò a dare le opportune istruzioni, ed intimò al Magg. Fortini, il quale aveva sparso il suo battaglione di volontari in Rivolta, a Sacca e a Castelluccio, di sorvegliare le sponde del Mincio, di distruggere se fosse stato necessario il ponte di Fossa Nuova e di difendere i ridotti dell'estremo paesello, per sostenere la ritirata ai compagni. Avvisò poi il Campia a Curtatone e il Giovannetti a Montanara di ciò che avrebbero dovuto operare tanto nell'attacco, quanto nella ritirata. Egli rimase alle Grazie con un solo obice; più tardi mandò anche quello col tenente Giovanni Araldi a Montanara, chiedendo di là un pezzo da sei che non gli fu spedito. Alle ore nove e mezzo della mattina del giorno 29 maggio, il nemico, forte di trentamila uomini con cinquanta pezzi d'artiglieria, avanzava sulla strada per Mantova. I bersaglieri dei volontari toscani venivano presto a contatto con il nemico e le artiglierie rispondevano gagliardamente alle austriache. A Montanara e a San Silvestro, i volontari toscani, nei quali l'ardente amor di patria suppliva al numero, saltavano le barricate e battevano allo scoperto. De Laugier passava per di là richiamando il Col. Giovannetti alla prudenza ma questi gli rispose: «Gl'Italiani debbono mostrare il petto al nemico. È viltà il nascondersi. Lasciamolo fare agli Austriaci!». Nel mentre il Cap. d'artiglieria Contri operava con un manipolo di cannonieri e di volontari un'ardita esplorazione sul fianco sinistro del nemico. Ma si trovò di fronte due battaglioni austriaci e se pur per breve tempo, riuscì a fermarli, non ricevendo aiuti, fu obbligato a ripiegare. Ma, rinforzato da due compagnie di fanteria, riprendeva l’ offensiva, bloccando sul momento la colonna nemica. Il Battaglione degli Universitari, forte di duecentottanta uomini, e comandato dal Col. Melani, era stato posto come riserva a Curtatone. Se non che, non resistendo al loro patriottico ardore, si portarono oltre il ponte, là dove meglio ferveva la mischia, e rinforzavano i punti più ferocemente assaliti. Quivi moriva il Capitano Leopoldo Pilla, professore di geologia nell'Università di Pisa.  Mentre i razzi nemici avevano appiccato il fuoco ai cassoni delle polveri, sfigurando orrendamente gli artiglieri. Era ammirabile la condotta del Caporale cannoniere Elbano Gaspari, il quale, rimasto solo in vita fra i compagni, rispondeva con tre pezzi d'artiglieria ai 22 degli Austriaci che aveva di contro; solo e nudo per essersi dovuto togliere i panni che gli bruciavano addosso. Mirabile pure era la condotta dei due ufficiali sanitari, Zannetti e Burci, professori di nome, che avevano lasciato le loro clientele e gli ingenti guadagni, per seguire sul campo i giovani volontari. Il loro zelo operoso ove più ferveva la mischia ha pochi riscontri nella storia. I promessi aiuti non giungevano; nessuno dei messaggeri mandati a Goito ritornava con liete notizie. La mitraglia nemica continuava a mietere spietatamente le file dei volontari toscani e alle grida di entusiasmo era succeduto il silenzio. Il De Laugier riceveva frattanto un dispaccio da Bava, in cui era detto che un reggimento di cavalleria era in Goito, che due altri erano poco lontani con una batteria di campagna, e che un'intera divisione di fanteria con due batterie accampavano a Volta. Il generale spediva un aiutante per chiedere un sollecito soccorso, e gridava ai suoi: «Coraggio, figliuoli, costanza; i Piemontesi non sono lontani ». Il vigore si riaccendeva e vi furono prove d'indicibile eroismo. Il Col. Chigi aveva una mano tronca da un colpo di mitraglia e lieto sorrideva agitando il moncone sanguinoso, gridando Viva l'Italia! - Il Campia pur era ferito e molti ufficiali e soldati giacevano morti o feriti al suolo. Battute le ali, battuto il centro, non giungendo nessun soccorso, era chiaro a tutti che si doveva ripiegare. Senza riserve e senza artiglierie che tenessero a distanza il nemico, era impossibile eseguire con ordine la ritirata. Si era in rotta; le voci dei capi non venivano più udite. Ognuno, per naturale istinto di vita, cercava scampo. Il Capitano Malenchini riuscì a riordinare i suoi bersaglieri e qualche altro dei volontari, contenendo l'irrompente nemico, il quale cercava di tagliare la ritirata dalle Grazie. Il professore Giuseppe Montanelli colle parole e cogli atti infiammava i compagni; e intanto che, pietoso dava l'ultimo bacio di affetto ad un giovine amico, caduto morto a' suoi piedi, una palla lo feriva nella clavicola e cadeva. Il Morandini sorreggevalo, lo difendeva da un'orda di Croati, e veniva con esso preso prigioniero, con loro anche il Barellai e il Paganucci, giovani chirurghi, i quali, per mancanza di ambulanze, non avendo potuto salvare i feriti, vollero seguirli per aver cura di essi. Bella prova di eroismo forniva l'aiutante Giuseppe Cipriani, il quale cedeva il proprio cavallo al Generale De Laugier nell'atto che, stramazzato al suolo e calpestato dai suoi cavalieri in fuga, era per essere raggiunto da un drappello di ulani. Il Cipriani, uno dei feriti più gravi a Curtatone per l’esplosione delle polveri, rimase sempre al suo posto e fu uno degli ultimi a ritirarsi dal luogo del combattimento. Passato il ponte, che era minato, le confuse schiere si riordinavano, e lentamente potevano procedere verso Goito, ove giunsero verso sera.

A Goito,  oltre al presidio toscano e napoletano di 940 fanti, 14 cavalli e due cannoni, sotto gli ordini del Colonnello Rodriguez, non si trova nessun altro reparto tra quelli che aveva promesso il Gen. Bava. Sguarnite le posizioni delle Grazie e di Curtatone, Radetzky spingeva forti colonne ad investire quel pugno di eroi che, con una ostinatezza senza pari difendeva ancora i ridotti di Montanara. Ma alla furia dei colpi e alle grida dei nostri, gli Austriaci credevano che fossero truppe fresche, e indietreggiavano. Poco oltre le quattro, il generale Lichtenstein si accorse che i casolari della Santa non erano presidiati e, marciando in quella direzione, minacciava alle spalle i compagni del Giovannetti. L'intrepido Toscano contrastava palmo a palmo il terreno, finchè, vedendo indebolite le sue file, e constato che le altre linee erano già state abbandonate ordinava la ritirata. Appena passata la porta di Montanara vedeva dinanzi a sè sbarrata la strada di Santa Lucia. Il Colonnello si teneva sulla destra coi Napoletani e coi volontari, e spingeva un reggimento in colonna dietro l'artiglieria per difenderla. La spessa mitraglia lo sgominava; i cannonieri anch'essi saltavano il fosso sulla destra e si sparpagliarono nei campi. Il solo Tenente Araldi, ferito, rimaneva al suo posto. Incitato dal Giovannetti a ritirarsi, rispondeva: «Un buon artigliere, quando non può salvare i suoi pezzi, muore su di essi.» E trascinava a braccia con sessanta volontari i cannoni nella cascina dove erano deposti i feriti, e lì  proseguiva un fuoco micidiale contro il nemico per più d'un'ora,  finchè, dopo una disperata difesa insieme a soli dieciasette uomini tutti feriti, gli austriaci entrati nella cascina lo prendevano prigioniero.  Dopo parecchi tentativi, e sempre combattendo, il Giovannetti poteva imboccare in una traversa, che l'introduceva sulla via di Castellucchio, da cui proseguiva il cammino verso Marcaria e San Martino. Soltanto quattro cannoni andarono perduti per mancanza di cavalli che li trasportassero. Le bandiere furono tutte salve. Gli ufficiali Lavagnini e Andreini, che, con un drappello di soldati d'ordinanza le avevano in custodia, circondati da ogni lato, in procinto a cadere prigionieri, tolsero le insegne dalle aste e le nascosero sotto la divisa, religiosamente le spartirono in Mantova tra i compagni. E quando furono liberi mostrarono ai loro conterranei quelle onorate reliquie, come memoria d'un infelice destino e della loro intemerata fede. Nella giornata del 29 maggio 1848, gli Italiani non vennero meno a sè stessi. Ricordandosi che in quel medesimo giorno, nel 1176, i loro avi, pochi di numero, avevano in Legnano combattuto e vinto i soldati del Barbarossa, fecero prove stupende d'abnegazione e di valore. Tutti convinti nel proposito di far vedere al nemico quanto valesse il braccio dei figli d'Italia, tutti volevano morire sul campo. Ma alla fine, frementi si ritiravano, lasciando sul suolo morti e feriti, e molti prigionieri. E nella morte e nella prigionia non smentirono il loro spirito italiano. Tutti sino all'ultimo gridarono: Viva l'Italia. Molti di essi sia per ingegno e chi per dottrina erano le più belle speranze della patria: v'erano avvocati, medici, professori, artisti, studenti, che formavano la parte più eletta delle città toscane. Morirono venticinque di Firenze, sei di Pistoia; altri di Livorno, di Pisa, di Lucca, di Montepulciano, di Massa, e di altre città toscane. quei giovani immortali, che, come i trecento di Sparta, insegnarono ai superstiti che per vincere bisogna saper morire; li accenniamo per causa di venerazione, e per ricordare ai nuovi campioni il sangue che spetta le loro vendette. Che gli Italiani si rendano degni di coloro che dai primi albori del nostro risorgimento, hanno con prove indefesse e continue preparato le vittorie della nostra libertà, che come gli immortali di Dario hanno sempre presentato la stessa fronte al nemico, allora sì che il completo affrancamento della patria diverrà un fatto compiuto.

I CADUTI

Leopoldo Pilla, professore di Pisa, nacque a Venafro, il dì 20 ottobre del 1805. Tra i pochi a cui parve sicura la morte gloriosa sui campi di Lombardia, ci fu di certo Leopoldo Pilla, Capitano d'una compagnia del battaglione universitario. Nel giorno della battaglia  il Pilla stava sopra un rialzo con Mossotti: gli scolari lo pregavano di ritirarsi perché troppo esposti. Poco dopo, una scheggia gli fracassò l'avanbraccio destro, e gli lacerò corrispondentemente il basso ventre. Lo raccolse il Bini, al cui orecchio giunse un grido e si voltò. Accorsero subito il Livi e altri due scolari, i quali lo posero su moschetti; e lo portarono sull'argine destro dell'Osone, dove lo lasciarono con la speranza che un'ambulanza lo avrebbe raccolto.

Ferdinando Landucci, maggiore nelle milizie stanziali, nacque a Pescia nel giorno 4 dicembre 1791, morì alle Grazie il 17 maggio 1848, per ferita riportata nel combattimento del giorno 10.

Armando Chiavacci, nacque a Pistoia il 18 agosto 1818, morì a Montanara il 29 maggio. Nel marzo del 1848 si diresse alla frontiera passando per San Marcello, piano Asinatico e l'Abetone. Ma scoraggiato dalla lentezza del procedere, dalla discordia tra comandanti e comandati, e dalla poca disciplina, lasciò il suo corpo, desiderando trovarne uno ove fosse maggior ordine e vigoria di comando. E sul cominciare dell'aprile tornava a Pistoia ed a Firenze a rivedere la madre inferma e la sorella: poi il medesimo mese prendeva lo schioppo e il sacco dalle mani del gonfaloniere di Pistoia; e con alcuni altri della compagnia Bellorini si volgeva a Bologna per arruolarsi in quella del modenese Piva, antico soldato napoleonico. Il 10 aprile scriveva da Revere ad un suo amico grandissimo: «Nel vedere il Po e quelle immense pianure, nel calcare questo suolo desolato ed afflitto, mi sono sentito compreso da entusiasmo e da orgoglio indefinito, pensando che anch'io sono qua, e che presto coi Napoletani, Romani, Lombardi potrò io pure combattere e versare il mio sangue pel santo riscatto.» E il 20 di aprile scriveva: «Sono in Montanara e sto benissimo: spero di battermi, e allora starò meglio». Un soldato cittadino come lui generoso, tenero, impetuoso, impaziente, infiammato della patria e della gloria italiana, doveva pei primi cadere il dì 29 sulle barricate di Montanara, ferito in fronte da palla di moschetto.

Luigi Pierotti, volontario, nacque a Pistoia nel 1818, fu ferito mortalmente alle Grazie il 29 maggio, e morì all'ospedale di Castiglione delle Stiviere, il 7 di giugno 1848.

Alberti Bechelli, volontario, nacque a Pistoia agli 8 di dicembre 1828, morì a Curtatone il 29 maggio.

 

Luigi Barzellotti, volontario, nacque in Pian Castagnaio, morì il 29 maggio a Curtatone. Ferito volle pur continuare a combattere; il professore di matematica di  Pistoia, che gli caricava il moschetto, e dicevagli di ritirarsi, lo vide cadere a terra tronco del capo che una palla di cannone gli aveva portato via.

Pietro Parra, volontario, era nato a Pisa; era giovane e ricco. Convinto che gioventù e ricchezza sono perle vanamente sprecate per chi appartiene ad una famiglia di schiavi, per chi si sa figlio d'una Nazione, che non può levar la testa nel consesso delle Nazioni. E convinto di questo supremo dovere, gemente com'era la Toscana sotto la sferza d'una polizia tirannica ed onnipotente, si univa con animo pronto alle manifestazioni politiche che avevano luogo in patria contro le mene de' Gesuiti e dei Gesuitanti. Il 22 marzo, Parra partì coi volontari. Ma quelle milizie cittadine, per altrui colpa, tergiversavano nelle montagne di Lunigiana quindi decise di lasciare i compagni e corse ai campi di Lombardia col fratello Antonio, con Luigi Fantoni e Giovanni Frassi. Intanto la Legione Toscana aveva passato il Po, e si accampava sotto Mantova. Parra allora in compagnia di Giuseppe Montanelli, volle tornare fra' suoi, al campo di Curtatone dove era stanziato il battaglione pisano. Era di poco giunto al campo toscano, quando la prima scaramuccia ebbe luogo il dì 5 di maggio. Presente anche allo scontro vittorioso del 13 di maggio, d'altro non si lamentava che d'aver dovuto restare a guardia della trincera, invidiando chi da bersagliere era avanzato nei campi, inseguendo più da vicino il nemico. Intanto sorgeva l'alba del 29; le scaramucce, gli scontri, che avevano avuto luogo fino allora, cedevano il passo ad una vera e disperata battaglia, dove, come vedemmo, << il valore d'una mano di Toscani osava tener fronte per sette ore all'urto delle migliaia, al fulminare delle artiglierie austriache>>. Egli, incorporato in quel giorno alla compagnia Malenchini, vide per tre volte piegare gli Austriaci, li vide tornare rinforzati all'assalto e quando la disperata resistenza dovette cessare, per le munizioni scoppiate, per le artiglierie sguarnite, quando si dovette volgere a ritirata, che fruttò più di una vittoria, alla voce di Montanelli, il quale gridava a pochi: «Dobbiamo morire ma non ritirarci,» lo seguì al posto disperato del Molino, e là, mentre accanitamente ferveva la mischia, una palla lo colpiva nella fronte, stendendolo senza vita su' campi sanguinolenti, gli cingeva alla fronte la corona del martirio.

Torquato Toti, volontario, nacque il 18 febbraio 1823 in Val d'Arno, morì il 29 maggio a Curtatone.

Roberto Buonfanti, volontario, sacerdote del Vangelo, nacque il 20 novembre 1826 in Lamporecchio, morì, credesi, il 29 maggio a Curtatone. Ove giaccia la sua spoglia mortale s'ignora. Forse che la mano del nemico la compose nel sepolcro. Neppur breve nota indica al passante il nome di lui.

Domenico Vincenti, volontario, nacque in Santa Reparata di Corsica nel 1828, morì il 29 maggio.

Riccardo Bernini, volontario, studente di medicina, nacque a Livorno nel 1827, morì alle Grazie il 29 maggio, colpito nel petto al di là delle barricate che egli saltò per andare incontro al nemico.

Giovacchino Biagiotti, volontario, nacque a Firenze nel 1829, morì a Curtatone il 29 maggio. poderoso delle falangi austriache, fra' primi che opposero disperata resistenza fu Giovacchino. Il quale, quando il valore tornò vano sul numero, sdegnoso di sopravvivere, con pochi de' suoi, fra il piombo e le scaglie che gli strisciavano sul capo, passò le barricate continuando a combattere finchè, fulminato dalle batterie nemiche, cadde morto sul campo.

Raffaelle Zei, volontario, studente di medicina, giovane di raro ingegno, nacque a Firenze il 16 novembre del 1829; ferito di molti colpi il 29 maggio a Curtatone, morì nel campo nemico. Come quella del Buonfanti, ignorasi ove giaccia la sua salma.

Giuseppe Ginnasi, volontario, nato a Imola nel 1827. Nel 1848 trovavasi di Pisa; e allo scoppiar della guerra di Lombardia muoveva col battaglione dei suoi condiscepoli, e si trovò alla mischia il giorno 29. Quando vide che già da qualche ora combattevasi e il suo battaglione rimaneva inoperoso, corse dove il pericolo era maggiore, cioè ai posti avanzati della sinistra, ove era una mano di Napoletani sotto gli ordini del tenente Fonseca. Combattè da prode, quantunque la natura non lo avesse fornito di grande coraggio: ma lo incitavano il sentimento, il dovere, l'amor della patria e il farsi degno della mano di una carissima vergine. — Colà una scheggia di granata lo ferì prima alla fronte, e medicato alla meglio, ritornò al fuoco. Si ripararono poi dietro una casa, e di là continuarono a far fuoco, caricando i moschetti sotto le scale, quando una palla di stutzen colpì nel petto il Ginnasi e lo gittò sul terreno.

I fratelli Sforzi: Temistocle Sforzi, nacque in Livorno il 24 luglio 1826. Fu di ingegno pronto e vivace, di animo schietto e generoso. Negli anni più frequentò le pubbliche lezioni di San Sebastiano, e poi la scuola privata d'eccellente Istitutore. Ottenuto, dopo replicate istanze, il consenso del padre, partiva da Pisa col battaglione universitario, ansioso di difendere colle armi quella indipendenza che aveva gridato nelle feste di settembre. Chi ha conosciuto il gracile temperamento e le abitudini di Temistocle Sforzi, dice, non potersi immaginare come egli abbia potuto sopportare i disagi del cammino e del sereno. Il 29 di maggi, colpito nel ventre da una palla di cannone, spirò dopo pochi momenti e fu il primo a morire nel passaggio del piccolo ponte di comunicazione fra le due parti del campo, rimanendo ferito dal medesimo colpo l'altro milite Brachini di Siena. Aristide, l'altro fratello di Temistocle, nacque in Livorno il 16 giugno 1830. Fino dalla sua infanzia mostrò intrepidezza non comune, anzi disprezzo del pericolo e del dolore. — Agli studi letterari mostrava preferire una vita più attiva e faticosa. Chiese ed ottenne di entrare nella Marineria di Guerra Sarda, ma gli avvenimenti del 1848 gli fecero cambiare proposito. Partì da Livorno come milite civico colla prima colonna comandata dal capitano Mussi, In età di non ancora diciotto anni sopportò tutti i disagi delle marce nè mai nelle sue lettere accennò a lagnanze; la traversata dell'Appennino, fatta con un temporale orribile, non strappò dalla sua penna che espressioni di compiacenza: «ora posso dirmi soldato perchè ho potuto tollerare questi disagi senza risentirne danno». Nonostante il difetto di età, fu scritto nella 6.a compagnia del 2.° battaglione, colla quale combattè il 13 maggio a Curtatone, mostrando un ardore che da molti era tacciato, e forse con ragione, di temeriaretà giustificabile dalla sua giovane età. Fu aggregato poi nella 4.a compagnia del medesimo battaglione . Con questa si trovò a Montanara il 29 maggio, e là dopo distinte prove di valore, cadeva mortalmente ferito da un colpo di moschetto. Così periva Aristide Sforzi innanzi di compiere il diciottesimo anno, lasciando immersa nel lutto una famiglia, che doveva piangere la perdita di Temistocle nello stesso giorno a Curtatone, e deplorare ancora la prigionia di un fratello degli uccisi, Napoleone.

Cesare Taruffi, volontario, nacque a Firenze il 6 gennaio 1832, morì a Montanara il 29 maggio.

Giuseppe Amidei, volontario, nacque a Massa Marittima il 28 agosto 1823. Sebbene allevato in povera ma onesta famiglia, sebbene educato al lavoro ed al grave lavoro dell'incudine e del fuoco, sentì che oltre al babbo e alla mamma, eravi una mamma più ancora venerabile, la patria: oltre ai doveri di cristiano e dell'officina, eranvi quelli non meno sacri del cittadino e della patria. E perchè avesse meglio inteso i suoi doveri, imparò a leggere e scrivere. Maggiore di sei figliuoli, tre fratelli e altrettante sorelle, egli avrebbe voluto esser di conforto a' bisogni della famiglia col suo amato genitore. Il quale, incuorandolo di certo a ben fare quando, era chiamato come milite della guardia nazionale, agli esercizi e ai doveri della pace, seppe con ammirabilissime parole accommiatarlo, abbracciandolo piangendo, e dicendogli: «Sai, il tuo dovere ti chiama; e se fossi più giovine, volerei anch'io in soccorso della patria>>. Ultime parole che il giovine ascoltò, e che il padre gl'indirizzò. Il 29, combattendo con animo fierissimo all'estrema difesa del Molino, fu ferito nel braccio sinistro, e condotto a Castiglione delle Stiviere, sopportando coraggiosamente i patimenti della ferita, nè d'altro lamentandosi che d'esser posto nell'impossibilità di pugnare, in quell'ospedale il dì 11 di luglio diede l'anima a Dio.

Giuseppe Fusi, volontario, dottore in medicina, nacque a Massa Marittima il primo di novembre 1831, morì il 29, valorosamente combattendo, colpito da una palla di cannone nel momento in cui stava piegato per evitare lo scoppio d'una bomba vicina.

Raffaele Luti, bersagliere, nacque ai 24 ottobre 1826 a Sant'Angelo. A 19 anni andava all'Università. La medicina, come scienza d'affetto, ministero di carità e scuola di verità, gli piacque meglio, e non come mezzo venale di brancicarsi così materialmente, ma come scopo santissimo da intendervi anima, ingegno, vita, tutto sè stesso.

Alberto Acconci, bersagliere, nato a Pisa il 9 dicembre 1828. Alberto nell'allontanarsi dalla casa paterna sentiva palpitare il suo cuore diviso in due affetti. — La speranza di salvare la patria, il dolore di aver lasciato i suoi cari genitori. Vinto però dal suo primo dovere, la mattina del dì ventidue marzo 1848 si unì alla Civica pisana, salì nel convoglio della ferrovia lucchese, e giunto a Lucca, si diresse a Pietrasanta, da Pietrasanta a Fivizzano, e quivi, unitosi al battaglione senese, traversò gli Appennini. Colà il padre gli scriveva perchè ritornasse in patria presso l'adorata famiglia, la quale non attendeva che il momento di riabbracciarlo. Ed egli rispondeva in questo tenore: — «Se ella è mio padre, non mi discorra di tornare adesso, che vi è qualche pericolo. Fino dalla mia prima età ho sognato questo momento, e adesso che è giunto non dovrei approfittarne — E soggiungeva:  << da parte di tutti coloro che sono qua con me, quei tali che ci chiamano vagabondi, dica loro, che se non si crepa tutti, torneremo, e sapremo loro rispondere, che il vile ha sempre bisogno di una scusa per nascondere agli occhi di tutti la sua dappocaggine.» — E più sotto ancora: — << Sento con piacere che stiate tutti bene, ed io pure starei, se il desiderio di rivedere la mia famiglia non mi facesse alcuna volta stare di cattivo umore: ma per ora ci vuol pazienza. Iddio mi darà forza, e mi farà combattere per la salvezza dalla mia bella Italia, e se a Lui piacerà, ritornerò sano e salvo a rivedere i miei.» Giunto a Mantova, dopo varie scaramuccie avute coi nemici, il tredici maggio 1848, Alberto Acconci non solo si distinse per il suo coraggio, quanto ancora per la sua destrezza delle armi: ed il ventinove, combattendo da valoroso, facendo animo a' suoi amici, e difendendosi colla maestria di un vecchio soldato, cadde sventuratamente prigioniero. Ognuno può immaginarsi il dolore, l'angoscia e la disperazione che regnava nella famiglia Acconci dopo il giorno ventinove. Eglino credevano estinto il loro figlio, e ne avevano ben donde, poichè stettero un mese e mezzo nella più crudele incertezza e nell'assoluta mancanza di sue notizie. Finalmente parve che il cielo volesse mettere un termine al loro dolore, e la mattina del dì diciassette luglio 1848 giunse una lettera di Alberto diretta a suo padre, che lo ragguagliava della sua prigionia. Egli scriveva da Budwei quando giunse l'ordine di trasferirsi a Theresienstadt. Giunto in quel luogo (facendo quasi sempre a piede quel viaggio per non togliere sui carri un posto a chi egli nella sua delicatezza credeva ne fosse più degno), ricevè lettere di sua famiglia, scrisse varie poesie, e si mostrò cogli amici pieno di coraggio e di rassegnazione. Ma, oh fatalissima circostanza! o fossero i disagi del lunghissimo tratto di strada che aveva percorso, o fosse il cattivo vitto, o il clima variabilissimo e costantemente umido di quel luogo, una sera dopo qualche malessere provato durante il giorno, gli comparve una febbre. La credè una effimera, e giudicò non essere necessario il riguardo. Nel secondo e terzo giorno la febbre tornava, ma non essendo accompagnata da gravi sintomi, pensava di superarla senza bisogno di costituirsi ammalato. — Io desidero morire presso di voi, diceva a' suoi compagni, piuttosto che andare L'ospedale mi fa orrore... non so perchè... ma sento che ci ho una grande avversione. — Il quinto però essendo più forte la febbre, cedè alle istanze di tutti i suoi amici, che gli promisero di assisterlo e di mai abbandonarlo, come infatti fecero, e fu condotto all'ospedale. Alla sordità si aggiunse l'insonnio continuo, quindi il vaniloquio, un delirio placido, e finalmente dopo due giorni di continuo sopore, il dì diciassette agosto 1848, spirò fra le braccia de' suoi più cari amici. Prima che fosse entrato in delirio, diceva spesso ai suoi compagni: — Io sento che è ultima ora, eppure assicuratevi che morirei più volentieri, se fossi sicuro di lasciare l'Italia libera. Ah! potessi almeno rivedere i miei genitori, i miei fratelli; i miei parenti!... quando sapranno la nuova della mia morte.... mi amavano tanto!... infelici!... e dovrò morire lungi da loro senza rivederli mai più!... Ah! per pietà, che eglino non lo sappiano!... io sono certo che ne morirebbero di dolore! — Dopo di ciò, uscito fuori di sè non si udiva che proferire queste interrotte parole: — Madre mia!... Padre mio!... mia bella Italia!... morte ai Tedeschi!...

Achille Becheroni, bersagliere, nacque in Poggibonsi il 5 ottobre 1817. Spuntati i giorni sereni del risorgimento italiano, e suonata l'ora del riscatto, partì, caldo d'amor di patria, nella seconda compagnia del primo battaglione dei volontari. Giovine pieno a ribocco d'onore, ma educato alla bellezza e alla pace delle arti, era assai inquieto, e passò dal primo al secondo battaglione nella compagnia dove erano tenenti Federico Fabbrini e Ferdinando Materassi. Poco dopo fece altro mutamento per combattere nei bersaglieri, e per essere insieme con altri artisti. E avendo affrontati con ardore tutti i disagi della insolita vita, il 29 maggio 1848, ferito mortalmente, da due palle nel basso ventre a Montanara, morì, dopo 24 ore, nelle stanze dell'ambulanza di Mantova, di morte gloriosa e onorata, e fra il compianto de' suoi compagni d'arme, che con lui eran caduti vivi, nelle mani dell'inimico.

Pietro Pifferi; bersagliere, nacque in Arcidosso di Val d'Orcia nell'anno 1828. Quando scoppiò la guerra patria si arruolò nella quinta compagnia del secondo battaglione. Il dì 29 fu ferito alla coscia destra e menato all'ambulanza; ma essendo pieno il luogo, venne collocato sulle stanghe per salvarlo dall'nemico che sopraggiungeva. Nè però si sottrasse alla morte, chè piombò la cavalleria ungherese; ed il soldato Baroncelli, ordinanza del capitano Giannelli, il quale anch'esso era fra i feriti, dette al Pifferi il suo moschetto, ed egli con fermezza e coraggio indescrivibile lo scaricò addosso ai nemici. Della qual cosa irritati gli ungheresi, si dettero a menare in tondo e alla cieca i loro squadroni su tutti quegli sventurati, e più sul Pifferi, che fu orribilmente mutilato e quasi ridotto in pezzi.

Alessandro Ceccherini, bersagliere, nacque a Pisa da genitori popolani nel 1824; ferito mortalmente il 29 a Montanara, morì a Mantova i primi di giugno.

Pietro Sarcoli, volontario nei bersaglieri, nacque in Massa Marittima il 26 giugno 1817. Giovane serio per natura, e sempre prudente e morigerato, ei non tenne come pompa vana l'officio e l'abito di milite nella guardia nazionale; finchè all'annunzio della guerra, prima di scriversi soldato volontario co' suoi compagni, avuta la notizia che potesse la fortezza di Ferrara essere assalita, vi si recò rapidamente, e non essendosi poi quest'assalto, raggiunse in Viadana la compagnia, dov'erano annoverati i suoi carissimi Massetani. Il Sarcoli il 29 era distaccato con dieci uomini ad un posto avanzato. Quando i nemici sopravvennero, e col numero soverchiarono i nostri; egli non si volle ritirare. Proseguì colla baionetta spianata contro gli Austriaci e fu trucidato.

Paolo Sacchi, nacque a Bibbiena. Appena scoppiata la guerra s'inscriveva nella settima compagnia dei volontari. E quanto amor di patria sentisse e di quanto coraggio avesse pieno l'animo solennemente il dimostrò a Curtatone il dì 29, quando i suoi soldati, restati privi di cartucce per l'incendio de' cassoni di munizione, egli andava a cercarne nelle tracolle dei morti in mezzo a una grandine di palle e di razzi, sempre mantenendosi il medesimo fino a che una palla d'archibugio non gli passò una coscia. Egli dapprima voleva disprezzare la ferita, e a chi amorosamente dimandavagli: «che! sei ferito?» rispose: «non è niente, non è niente» e intanto si fasciava là dove sgorgava il sangue. Ma non potè durare lungamente, e quindi trasportato in una casa poco distante sulla destra del lago, fu con altri fatto prigioniero e menato all'ospedale di Mantova. Forte e robusto, potè in pochi giorni essere a tale da muovere per la Germania, ed era a Theresienstadt, quando vennegli la lieta novella del cambio dei prigionieri. Partì immantinente ma quella vita che era rimasta salva in cotanti pericoli non potè superare una febbre cagionata anche dalla riapertura della ferita, che gli sopraggiunse in Budwei; e così in terra straniera rimase il di 22 di agosto il corpo trafitto di Paolo Sacchi.

Clearco Freccia, volontario, nato nel 1831 a Noceto. Lasciato lo scalpello correva nel 1848 a combattere le battaglie della patria indipendenza. Il dì 9 di maggio il battaglione in cui era inscritto dividevasi colle stanze fra Rivalta, Sacca e Castelvecchio; e Clearco, volendo correre i maggiori pericoli, e non esser fermo di presidio, si unì a' bersaglieri, comandati e ammaestrati dal valoroso maggiore Beraudi piemontese in Monteggiana sulle rive del Po. Così combattè strenuamente il dì 29 nel campo di Montanara, e mortalmente ferito insieme al Becheroni, furono entrambi menati prigionieri in Mantova, dove all'alba del dì 30 insieme spirarono nelle stanze di osservazione nell'ospedale, senza un abbraccio e una lagrima pietosa de' fratelli e degli amici.

Francesco Barzacchini, volontario, nacque il 21 luglio 1821, in Campiglia, morì a Montanara il 29 maggio.

Francesco Pierallini di Bibbiena, soprannominato il Grillino, fu figlio unico di onesti pigionali. E quantunque, giovine di diciannove anni, fosse sostegno ai vecchi genitori col guadagno che ritraeva come garzone di postiglione, cioè come stalliere, pure quando Milano e Lombardia si scossero, sentì anch'esso il bisogno di consacrare all'Italia la sua vita. E non ebbe pace finchè non partì per Firenze con altri volontari del paese; ma giunto al deposito, non fu arruolato perchè mancante del permesso paterno. Laonde ripartì il medesimo giorno per Bibbiena, e si presentò al povero padre che, quasi previdente dell'avvenire, non voleva accordargli il suo consenso; ma dovè cedere quando scôrse la ferma risoluzione del giovane italiano, di togliersi la vita primachè esser scherno dei suoi compagni e de' suoi concittadini. Col desiderato permesso ripartì lietissimo, e ricomparve al deposito colla massima sollecitudine: ed ivi fu arruolato, e fin da quel momento diceva di esser diventato il giovane più felice della terra. Al campo, questo popolano fu esempio di valoroso ed ubbidiente milite, ed amore della sua compagnia. Il giorno 29 maggio 1818 fu il primo, cui una palla di moschetto colse mortalmente alla fronte; e di subito spirò fra le braccia del suo compatriota tenente Ghilardi.

Virgilio Bernardini, volontario, nacque il 1832 a Convalle in quel di Lucca. Alla battaglia di Curtatone, dopo la prima ora di fuoco, salito sul parapetto della trincea, sdegnando di parare il suo corpo, fu colpito in fronte da una palla, e cadde, gridando più volte: Viva l'Italia!

Giuseppe Solimeno, nacque in Marciana il dì 10 febbraio 1806, ferito mortalmente il 29 maggio, morì il 1 dicembre 1848 dopo dolorosa malattia, sopportato colla massima rassegnazione.

Giuseppe Nerli di Siena, deposto il grado tributatogli nella milizia cittadina, si distaccava dall'amorosa madre, volava ai campi di Lombardia. Ultimo negli onori, primo ai rischi e ai disagi, intrepido e feroce nel conflitto, pio, umano modesto, docile, mansueto fra i suoi, ei presto rendevasi modello ai guerrieri della libertà; e ben tale suonava e suona sempre il suo nome fra quanti durarono con lui quella infelice e gloriosa guerra. Nel 29 maggio rimasto con un solo compagno tra i nemici ferri, rispettabile ai nemici stessi per indomito valore, fu preso alfine e fatto prigione. Sopportò dignitoso i quattro mesi di sua cattività; fu paziente nella malattia contratta fra i travagli del campo; ma il cordoglio dei pubblici casi vinse le sue forze usate già con tanto abbandono. Attaccato dalla miliare, dissimulò alla povera madre il corso pericolo, e sperò, nella breve tregua avuta dal fiero morbo, tornare a lei consolatore del lungo affanno. La infelice gli corse incontro al ritorno, lo abbracciò vaneggiando, e nelle care sembianze ravvivate in quell'ultima gioia, non lesse, delusa! la imminente ruina. La cruda lue, appresa sordamente agli organi respiratori, insorgeva di nuovo, e dopo poca lotta, già puro e disposto a miglior soggiorno, spegnevalo tra le braccia di quella desolata.

Menabuoni, nacque il 19 luglio 1827 in Livorno. Lo scoppio della guerra lo chiamava nei campi lombardi ove difatti si inviava fra i primi il giorno 21 marzo 1848, quantunque afflitto da dolori reumatici acquistati poche notti avanti, allorquando nel compiere l'ufficio della ronda cittadina gli avvenne di scoprire ed inseguire alquanti malfattori. Partiva esso col primo battaglione livornese, comandato dal Mussi, e precisamente colla prima compagnia del capitano Dupuis. E ad un amico, il quale avendo stabilito di partire egli pure fra militi, lo impegnava ad aspettarlo per partire poi insieme solo due giorni dopo, il Menabuoni risolutamente rispose: «Ho dato la mia parola d'onore e parto oggi.». Nè valsero a ritenerlo neppure le calde esortazioni della famiglia, e specialmente del padre. E partì, tribolando pel dolore alle gambe; del quale però in breve restò libero, come egli stesso dopo non molti giorni scriveva. E coi Napoletani si trovò il 4 maggio al fatto di San Silvestro; ed ivi si segnalò per valore ed ardire, tantochè poco mancò non fosse ferito, come avvenne al suo compagno d'armi è d'affetto Riccardo Lacomba, che cadde il primo nelle mani del nemico. Il dì 29 era nella linea aperta de' bersaglieri di Montanara, aspettando con ansia di scaricare il suo archibugio già preparato, allorchè disgraziatamente fu colpito per negligenza da ferita mortale che subitamente il freddò. Lo piansero italianamente i suoi cari; e del padre suo desolatissimo non vogliamo tacere una bellissima azione, che meglio si scorgerà nelle due lettere seguenti:

 

<< Cittadino ministro,

Quando la patria ha d'uopo di soccorso, ciascuno faccia quel che può. Il sottoscritto perdè un figlio per l'italiana indipendenza: ebbene, sia pace all'anima sua.

Oggi, tanto esso, quanto la di lui famiglia, ascoltano le grida dell'eroica Venezia e le destinano la piccola somma di lire fiorentine cinquanta, inviandole a voi, cittadino ministro, acciò, unite alle altre sovvenzioni, possano essere di qualche utile a quei valorosi italiani.

 

Con distinta stima si pregia di essere

Livorno, 8 gennaio 1849.

Di voi, cittadino ministro dell'interno

Umil. devot. servo

 

Bartolommeo Menabuoni >>

 

 

 

 Il ministro F. D. Guerrazzi rispondeva il giorno 10:

<< Cittadino,

Leggiamo nei libri santi, come il Signore, di tutte le offerte, gradisca principalmente l'obolo della vedova e dell'orfano; e la patria sopra ogni altra, in verità io ve lo assicuro, avrà accetta la vostra offerta, che io chiamerei volentieri il dono del dolore. Non temete, no, che la vostra moneta vada confusa con le altre; ella vince di splendore quella dell'oro, perchè sfolgorante di ardentissimo amore e di sacrificio cittadino.Il cuore vostro di uomo forte vi ha consolato della morte del figlio; e poichè voi siete di coloro che si mostrano capaci di virili conforti, io vi dico che non si muore cadendo per la patria, ma si vive nella memoria degli uomini e nelle sedi più beate del cielo, dove si accolgono le anime elette. Credete, o, buon cittadino, a questa religione; imperciocchè, se tale fu la religione di Cicerone, di cui porge testimonianza nel sogno di Scipione e di Tacito, come si legge nella Vita d'Agricola, perchè non dovrebbe essere la nostra, dopochè con bene altri precetti e con divina certezza ce la rivelava Gesù Cristo, amico di ogni oppresso, nemico di tutto oppressore? >>

 

Ulisse Renard, nacque a Firenze nel 1823. Quando sorsero le voci di guerra, e si andava da molti con ampie parole animi de' giovani più arditi, Ulisse rispondeva con brevi, ma vere e sentite parole: «quando sarà il momento di combattere, non s'avrà che ad annunziarmelo soltanto, e non sarò secondo a nessuno.» Infatti lasciò subitamente Castiglion Fiorentino, appena intese le prime mosse, e partì volontario in uno de' battaglioni. Fu a' diversi fatti combattuti il 4, il 10 e il 13; e nella giornata del 29 aveva ricevuto tre ferite, una al piede, due al braccio, e pure non andava all'ospedale. Ritirati gli dicevano i compagni e gli uffiziali; ma egli rispondeva, bastargli ancora la vita, e tutta volerla dare all'Italia libera. Un cannone era per cadere nelle mani vi volevano audaci cittadini e soldati per salvarlo, e primo tra essi andò il Renard; ma presso venne colpito mortalmente da una palla nemica e cadde sul campo.

Liberato Molli, nacque in Arezzo nel 1822. Come architetto e ingegnere fu sempre adoperato alla tumultuaria costruzione e al mantenimento delle deboli trincee del campo in Montanara; ma non volle mai nè per viltà, nè per avarizia, pur di fatica, nè per aumento di provvisione lasciar la veste del caporale; sicchè, ora costruiva ed ora vigilava, quando ristaurava e quando proteggeva i campali baluardi; e ne prese cotale infreddatura, che il dì 25 di maggio fu obbligato dal chirurgo maggiore Chelli di cavarsi presto sangue e starsene qualche tempo guardingo in letto. E scriveva appunto in que' momenti di ozio una lettera al Pierotti, in cui, fra altro, così diceva: «Se mi sono prestato e mi seguito a prestare per le fortificazioni, lo faccio colla paga solita cha passano a' comuni, e ho rifiutato l' aumento, non dovendo esser lo scopo d'un buon figlio d'Italia l'interesse, ma sì vero la buona volontà d'occuparsi pel felice esito della santa causa per cui siamo mossi. Pur troppo si va dicendo che parecchi di noi stanno qua per speculazione, non già io e la maggior parte.» E in questa medesima lettera proponevasi di disegnare la chiesa e il posto delle Grazie, sicchè dimandava seste e righe e occorrenze da disegno. Ei lasciava subitamente l'ospedale ambulante per trovarsi alla già preveduta zuffa. Era appunto sui parapetti di Montanara, quando il furiere della sua compagnia, Leopoldo Pierotti, dicevagli: «Smetti, Liberato, oramai sono buone quattr'ore che fai fuoco. — È il mio dovere, rispondeva, dammi un solo bicchier d'acqua, che ho arsa la gola.» Andava subito l'amico, ma ritornato, una palla coglieva in fronte il Molli, il quale spirò sul suo parapetto.

Paolo Caselli, nacque a Firenze nei primi del 1831. Mentre a Curtatone ferveva la pugna, gli ufficiali della compagnia, a cui apparteneva, dissero animosamente: «Giovanotti, chi di voi ha audacia e valore lo mostri: deggionsi portare le cariche a' nostri posti avanzati, che già cominciano a difettarne.» E Caselli, presane buona quantità, arditamente si spinse innanzi. Ma più non tornò fra' suoi, e veduto il bisogno pugnò nell'antiguardo e perì da forte.

Pietro Simoncini, nacque a Fucecchio. Nel 13 maggio fu ferito a Curtatone nella parte superiore dell'avambraccio sinistro, per cui fino al 29 luglio seguente stette all'ospedale di Villafranca sotto il chirurgo Burci, professore nell'Università pisana. Rimpatriò il 3 di agosto 1848, ricondotto dal suo fratello Giovacchino  e si mise sotto cura rigidissima; perocchè per due consulti fu minacciato della mutilazione. Ma poscia dalla estrazione di diversi frammenti e schegge degli ossi radio e ulna, si erano formate delle caverne intorno del condotto fistoloso, le quali facevano deposito, ed in alcune di esse rendendosi difficile lo scolo, chè le materie dovevano ripassare contro il proprio peso, si rese indispensabile la contro apertura, dietro cui migliorò assai. Sempre però accusava offeso il braccio; ma infine riprese servigio, e poteva considerarsi guarito. Ebbe a patire carcere in Samminiato dopo la ristorazione in seguito di processo; perocchè alla fin fine divennero sospetti colà tutti quelli che avevano combattuto per l'Italia. E per dolore, e per le conseguenze della ferita, nel febbraio dell'anno 1851 si rimise in letto, e agli 8 di luglio ad un'ora pomeridiana morì.

Pio Foresti, nacque in Casale il 19 gennaio 1813. Ai primi rumori della rivoluzione di Milano abbandonò ogni cosa per offerire il suo braccio alla guerra santa; e, vinta la ripugnanza de' genitori, che, come unico figliuolo, lo persuadevano a rimanersene a casa, si arruolò volontario nella legione Torres. — Giovane alto di statura, di colorido pallido, ma di fibra gagliarda, e d'indole aperta e risoluta, non tardò a dare prove di singolare bravura e di molta perizia nelle fazioni campali, per cui fu promosso al grado di Maggiore della Legione. Davanti a Mantova, nella fazione di San Silvestro, Pio Foresti, combattendo, cadeva il terzo giorno di maggio trafitto da una palla che gli passava da parte a parte il petto, senza poter mettere altre voci che Italia mia!

Enrico Lazzeretti, nacque in Montepascoli il 17 maggio 1827. Fece prodigi di valore nel combattimento del 13 maggio a Curtatone, sicchè meritò la medaglia da Carlo Alberto. Ed oggi la famiglia, che tien conto delle virtù cittadine di Enrico, le quali sono le prime virtù del mondo, conserva religiosamente quella medaglia d'argento, e, più che la medaglia, le parole del decreto, per aver sostenuto con molto coraggio l'assalto del nemico, riportando nell'azione una ferita al lato destro del torace. Giovanetto com'era, chiamava, morendo, la madre, e diceva al Buonamici, che ne raccoglieva l'ultimo sospiro: «Ella non voleva lasciarmi partire; la desolata sappia almeno ch'io sono spirato col suo nome carissimo sulle labbra e con quello d'Italia!»

Francesco Lotti, nacque a Pisa nell'anno 1818. Allo scoppiare della guerra si scrisse volontario nella prima compagnia del battaglione pisano comandata dal capitano Ferdinando Ruschi, e combattè valorosamente in tutta la giornata del 29 insino all'ultima ritirata: allora nel saltare una fossa fu colpito al fianco da una palla dirizzatagli da un Croato, rimanendo supino su quel ciglio, e proferendo un ultimo addio al fratello, ch'ei consegnava morente al suo compagno d'arme Giovanni Donzelli, ch'insieme con lui fu più fortunato nel saltare quell'ostacolo.

Leopoldo Fedeli, nacque a Siena il 1 aprile 1825. Egli esercitava la professione di stipettaio; nella quale si mostrava intelligente ed operoso; sicchè i lavori che uscivano delle sue mani, erano non solo eleganti nelle forme, ma esattissimi e netti. Cogli altri Sanesi ei partì per Lombardia il dì 24 di marzo 1848. Fu eccellente milite e di carattere esemplare: buono, obbediente, indefesso alla fatica, rassegnato a' disagi della guerra; e quantunque si fosse ammalato delle febbri dei pantani fin dal 24 di maggio, e il dì 29 si trovasse assai debole e febbricitante, si slanciò coi suoi fratelli d'armi nel pertinace conflitto a Montanara, e fu ferito alla coscia destra. Rimasto prigioniero, fu menato dai nemici in Mantova, dove imperterrito morì il dì 3 di agosto, tre giorni dopo l'amputazione di quella gamba, che per tre mesi lo aveva fatto stare fra la vita travagliata e la desiderata morte.

Tito Diddi, nacque in Firenze nel 1826. Nella famosa giornata del 29, egli ricevè moltissime ferite per fitta mitraglia, una delle quali all'inguine, che lo tolse di vita il 22 di giugno, dopo giorni di prigionia nell'ospedale di Mantova. E si racconta della sua costanza che, trafitto in terra, cercasse a un suo compagno lo schioppo carico, e sollevatosi come potè meglio volle trarre almeno per l'ultima volta contro il nemico d'Italia.

Alfredo Newton, inglese di nascita, italiano che portava alla nostra terra. Non tratto già da spirito inconsiderato di parte, ma da vero amor patrio, risolvè di partire per la guerra, non convenendo, diceva, a lui oramai italiano, starsene colle mani in mano, mentre gli altri, e singolarmente il fratello Gervasio, esponevano il petto alle spade e al cannone. Andò dunque e sempre si segnalò, singolarmente in due fatti d'arme, a testimonianza dei commilitoni superstiti. Nella battaglia del 29 in Montanara fu ferito da due palle di moschetto alla spalla sinistra, e caduto come estinto fu presso ad esser seppellito co' morti. Per sorte un uffiziale austriaco, vedutolo dar segni di vita, lo fece trasportare in Mantova, quando aveva già quasi vuote le vene di sangue: pur tuttavolta riebbesi nello spedale, mercè le cure dei medici e di persone che le rare sue doti gli amicarono ben presto. Intanto scriveva al padre più volte, nè mai ebbe risposta, per sinistro invio di lettere. Fu annunziato nella lista dei prigionieri già morti; e come tale fu tenuto per un mese all'incirca. Pienza, terra ove erasi accasata la famiglia Newton, ne piangeva dolorosissimamente la perdita, e con solenne funebre pompa ne ricordava la cara memoria; ed egli intanto stava a confortare caramente il suo compagno di prigionia e d'infermità Raffaele Zei, il quale gli offriva come segno di affetto e di ultimo addio il proprio oriuolo, e Alfredo ricusando, quegli soggiungeva: Tienlo, ti farà comodo: tu non hai un soldo: io poche ore ho da vivere. Dopo alquanto tempo finalmente vennero certissime novelle che Alfredo era ancor vivo. Il padre, che di quella perdita era desolatissimo, si mosse per le poste alla volta di Mantova per condurlo via. La nuova frattanto giunse ancora in Pienza, i cui cittadini trasecolarono come di cosa che non pareva credibile. Riavutisi dallo stupore i Pientini festeggiarono con pubbliche dimostrazioni d'esultanza e con rendimento di grazie all'Altissimo il fausto annunzio. Alfredo tornò in braccio a' suoi cari, malgrado però della spalla che tormentavalo sempre e mantenevalo abitualmente arso di febbre. Migliorò nondimanco mercè le sollecite cure del prof. Filugelli, e ottenuto alcunchè di miglioramento, eccolo col pensiero e coll'anima tutta alla sua Pienza. Riassunto il grado negli offici di capitano, la notte del giovedì santo del 1850, volle di per sè distribuire e vigilare la civica nella visita dei SS. Sepolcri. La febbre ingagliardì e lo pose in letto. Fu creduto vano ogni medico, e il 6 aprile, tra le smanie del male, quanto repentino, altrettanto doloroso, rese la bell'anima a Dio.

Alfonso Mazzei, nacque a Pistoia il giorno 29 settembre 1831, morì il giorno 29 maggio.

Mariano Mancianti, nacque in Siena il 2 gennaio dell'anno 1817. Fece parte del battaglione sanese-pisano, e nel dì 29 perdè fra' primi la giovine vita ne' campi di Montanara, trovandosi per l'appunto una delle più avanzate sentinelle in quel posto. Gridò il suono dell'arme, aspettò il nemico per ripiegare e congiungersi colle altre sentinelle della Gran Guardia e del Sostegno, e, nel battere la ritirata, cadde quasi in mezzo a' nemici, che forse nell'impeto dell'assalto gli calpestarono il viso insanguinato.

Romualdo Bianchini, giovane scultore allo studio dei Duprez, figliuolo d'un tappezziere, moriva il 29 maggio a Montanara.

Leopoldo Calosi, già dottorato nell'Università di Pisa, scolare di belle speranze, morì a Montanara il 29 maggio.

Tomaso Marchetti di Bagnacavallo, di 27 anni all'incirca, il quale a Montanara fece prove di immenso valore, e per una palla giuntagli alla gola, rimase freddo sul campo.

Colombi Cesare di Montepulciano, studente di legge, morì ferito da cinque palle il 29 a Curtatone.

Zenone Benini di Firenze, egualmente al canonico Bonfanti, ignorasi quando e come perisse.

Luigi Santini, del corpo dei bersaglieri, fu ferito mentre animosamente combatteva presso il mulino di Curtatone. I compagni, fra cui Giovanni Bozzano, incalzati furiosamente dal nemico non poterono soccorrerlo. Ed egli, trovata forza per alzarsi dalla caduta, passeggiava dietro una casa col petto insanguinato, aspettando senza lamenti e con disperata rassegnazione la morte.— Il Bozzano era uomo di cuore veramante italiano e commendabilissimo per bontà di costumi. Combattè animosamente alla trinciera: cadde colpito da una palla di moschetto nella fronte e morì.

Nella giornata del 29 maggio, coi Toscani, pur da prode moriva Beraudi Francesco, piemontese, Maggiore nelle milizie stanziali del granducato. Era nato il dì 29 aprile 1801 in Boves, borgo assai cospicuo nelle vicinanze della città di Cuneo, ultimo figliuolo di molta prole. Indottosi alla vita del soldato, entrava nel 1816 nella brigata Cuneo; nel 1822 era sergente nella brigata Pinerolo. Da grado in grado giungeva nel 1848 al grado di capitano nel 13° fanteria. Vi erano voluti meglio di nove anni, e quasi un'èra novella perchè il Beraudi avesse con dispaccio del 26 febbraio 1848 il grado di maggiore, e fosse «destinato al servizio della Toscana con paga e vantaggi fissati in Piemonte agli ufficiali dell'arma e grado stesso, con soprassoldo di lire 1000 annue, oltre l'alloggio, con riserva di ricollocarlo col suo grado nell'armata, e quando l'opera sua non tornasse più utile al servizio toscano.» E tanto più lietamente vi andava; quantochè l'unica sua sorella Caterina era colà maritata sin dal 1813 a Deograzias Manetti da Oratorio presso Pisa. Giunsero in Firenze il dì 22 di marzo gli ufficiali piemontesi, a' quali non fu data molta ingerenza; ma nessuno poteva, nè voleva impedire che nei pericoli supremi quegli eccellenti ufficiali avessero esposta, col pubblico vantaggio, la vita, facendo opera non pur di prodi soldati d'Italia, ma di guide sapienti e di conforto. E Beraudi, perito com'era negli esercizi e negli armeggiamenti da bersaglieri ammaestrò i più svelti militi de' due battaglioni toscani a guerreggiare nell'ordine sparpagliato; tenendo guardie frattanto sul Po verso Borgoforte insino al 4 di maggio. Nè si contentò di ammaestrarli e addestrarli, volle bensì guidarli e con essi bravamente pugnare. Laonde il dì 29, date le più acconcie disposizioni, disse la sera al capitano Bellandi, il quale avea preso il comando dei bersaglieri ed erasi presentato alla Canonica, dov'era l'alloggiamento del comandante: «ritornate alla compagnia, e procurate di star pronti e dormire come le lepri.» Alla domane egli era lieto e animoso alla testa delle sue giovani ribollenti milizie; e spintosi primo innanzi al fervore della pugna, fuori del campo trincerato di Montanara fu gravissimamente ferito nell'ippocondrio sinistro, e non ostante fosse raccolto dal sergente Luigi Maccianti di Prato Vecchio, che in quel giorno medesimo cotanto si distinse, e da Bartolomeo Gaube, i quali lo menarono nel quartiere del Colonnello Giovannetti, e fosse poscia collocato con altri feriti sopra un barroccio, pur ci cadde prigioniero al nemico. Nell'ospedale de' Cappuccini in Mantova, il dì 31 giugno spirò pietosamente fra la mesta compagnia de' prigionieri italiani, mandando l'ultimo sospiro all'Italia e al Dio degli oppressi.

Gli altri valorosi volontari morti sono:

 

Agostini Giovanni

Arrighini

Baldi Angiolo

Bardi Lodovico

Barlei Francesco

Benozzi

Berlinghieri

Bertuccelli Giorgio

Bianchi Gaetano

Boccardi Metello

Bonuccelli Raffaello

Bozzano Giovanni

Brilli Lorenzo

Camagrani Ferdinando

Cartoni

Catani Eugenio

Cateni Cesare

Ciaccheri

Ciacchi

Cialdi Giuseppe

Ciani Ferdinando

Cinganelli Michele

Comasoni Ferdinando

Fondi Ferdinando

Formichini

Francia Giuseppe

Franci Gioachino

Franchini Giuseppe

Giacomelli Giovanni Grossi Angiolo

Guidi Francesco

Lucchesi Ermenegildo

Marcucci Nicola

Marendi Nicola

Marruzzi Nicola

Martini Angiolo

Martinelli Luigi

Masetti

Masi, di Montereggioni

Masini Luigi

Mazzoni Angiolo

Micheletti Pietro

Molinelli Luigi

Monaldi Milziade

Nardini Giuseppe

Nusiglia Lorenzo

Paolo detto Giuseppe

Pavolini Domenico

Pelagatti Lorenzo

Pellegrini Francesco

 

Piantini Giacomo

Picchi Tito

Pieri Giuseppe

Pierolini Domenico

Pietrini Pietro

Pizzetti Ottavio

Rafanelli Ferdinando

Righini Angiolo 

Rivi Stefano

Rossi Alessandro

Rossini

Salvarelli Domenico

Sambuchi Angiolo

Sandrini Giulio

Santini Federigo

Savelli Gaetano

Scatarsi Luigi

Scelli Pietro

Tassi Cosimo

Tomagioni Lorenzo

Vibriani Leone

Vincenti Marco

Zellini Raffaello

Zocchi Gaetano

 

 

 

I nomi conosciuti sommano a 194, di cui solamente 70 appartengono alla truppa regolare e che sono i seguenti:

 

Angeletti Domenico

Balbiani Eugenio

Baliotti Pietro

enedetti Michele

Biagini Pietro

Bianchi Luigi

Borelli Pietro

Bossi Samuele, cadetto

Brunetti

Bruscatini Ferdinando

Camiciottoli Lorenzo

Caprilli Silvestro

Cartoni

Ciarpaglini Ellero, Magg.

Ciocchi Pietro

Clementi Gian Battista

Colzi Riccardo

Comparini

Comparoni

De Gambron Emmanuele

Donini Paolo

Fabbri Carlo

Foresti

Franci Gioachino

Fratini Andrea

Gasperini Cesare

Gattai Onorato

Gavazzi Pier Francesco

Ghelardoni Jacopo, Ten.

Giannini Antonio

Giuntini Oreste 

Grassolini Eugenio, Serg.

Gualtierolfi

Guarigieri Salvatore

Guerri Lorenzo

Ilari Luigi

Innocenti

Landucci Ferdinando Magg.

Lenzi Giuseppe

Livi Gioachino

Lorenzoni Costantino

Lucchesi Giovanni

Lupi Costantino

Lupichini Rinaldo

Luppicchini

Maffei Antonio

Mancini Antonio

Marchi Luigi, cadetto

Mattioli Tito

Nosi Giovanni

Pallini Michele

Pananti Claudio 

Pelagatti Cristoforo 

Pellegrini Francesco 

Pellegrini Costantino

Petronici Alessandro 

Piccinini Pietro

Poggesi Ranieri, cadetto

Pompei Gio. Antonio

Raspi Antonio

Rimbotti Giuseppe

Sandrini Giulio

Scoti Cesare

Tellini Raffaele

Tognocchi Giuseppe

Tonnacchera Andrea

Vigiani Giovanni

Trani

Viti Angelo

Zannoni Antonio

 

  ONORI AI CADUTI NELLE CITTA' TOSCANE

 

 

Alla gloriosa sventura non solo la Toscana, ma tutta Italia si commosse; e ai prodi che intrepidamente morirono si fecero dappertutto solenni esequie, e si decretarono onori di epigrafi e di monumenti.

 

Il giorno tre di giugno 1848 in Santa Maria del Fiore, e a gramaglia, e a fiori e a trofei, si raccoglieva tutta Firenze per pregare pace alle anime dei generosi Toscani che il sangue avevano versato della patria.

Ci piace riportare le epigrafi dettate in quella circostanza.

 

Al sommo della porta di mezzo leggevasi:

Ai Valorosi

 

Che il ventinove maggio

Anniversario della gloriosa giornata di Legnano

Nipoti non degeneri del Ferrucci

Palpitanti di libertà e di gloria

Sul Campo Lombardo

Per la santa Indipendenza

Morirono combattendo come leoni

Pregate o Cittadini

———

 Ai quattro lati del Tumulo:

Fortunati!

 

A voi toccò di morire per la Patria

E potete dal Paradiso

Vagheggiare la grande Vittoria

Frutto della vostra morte.

 ———

 Carissimi!

 

Finchè aura di libera vita

Spiri su i colli del bel Paese

Voi sarete il primo palpito

D'ogni Italo cuore.

 ———

 Benedetti!

 

L'Angelo il più innamorato

Raccolse il vostro sangue in

Arra d'intero trionfo

E Dio l'ebbe caro.

———

Gloriosi!

 

Palme di fronda immortale

Crescono per voi Martiri della Patria

Alla vostra eterna memoria

S'ispirerà l'avvenire.

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 Nella stessa Firenze poi i nomi dei 25 suoi martiri furono incisi in tavole di bronzo e posti nei Panteon di Santa Croce.

A Pisa i nomi degli otto pur caduti per la causa della patria vennero scolpiti in una lapide posta nel camposanto.

A Pistoia i sei prodi di Curtatone furono eternati nella facciata del palazzo municipale.

Ai tre di Massa Marittima, Pasquale Romanelli eresse un monumento.

Una scritta rammentò quei di Poggibonsi.

Per dodici anni l'Italia fu immersa nel lutto; vi fu un istante, nel 1849, in cui essa sperò risorgere a nuova vita; ma i generosi conati venivano dappertutto vinti dai soldati dell'oppressione. E la feroce reazione scatenavasi; mentre imprigionava o cacciava in esilio quanti rei fossero d'amare la patria, muoveva pur guerra alle ossa dei morti. Fra i tanti fatti, non crediamo doverne tacere uno inaudito, avvenuto nella gentile Firenze dopo che il Granduca fu rinsediato al potere.

Ai 29 maggio 1851, quando i cittadini di ogni ceto e d'ogni età gremivano il tempio di Santa Croce per pregare alla memoria dei fratelli, morti in quel glorioso sui campi di Lombardia, una masnada di sgherri, uscita d'improvviso dai sotterranei, ove s'era per tempissimo accovacciata, invase la casa del Signore, fece fuoco sugli inermi preganti, contaminò il luogo sacro, e produsse un tumulto pieno di spavento e di pericolo. Poscia furono tolte le tavole di bronzo, le quali per opera dei generosi cittadini passarono, in copia, nel palazzo municipale a Torino.

Anche a Pistoia la lapide dei Martiri venne tolta dal suo luogo.

Da questa proscrizione di morti scamparono per obblio degli infami persecutori solo quelli del camposanto di Pisa e quelli di Poggibonsi.

E le cose così perdurarono sino a che le mutazioni, prodotte dal 27 aprile del 1859, non redense le terre toscane.

A Pistoia, alle ore quattro pomeridiane di quello stesso giorno, non appena si seppe del rivolgimento accaduto a Firenze, il popolo accorse in folla sulla Piazza del Duomo e chiese che la pietra dei Martiri fosse ricollocata al suo luogo d'onore.

A Firenze, il giorno 28 aprile 1859 dal governo provvisorio venne pubblicato il seguente decreto:

 

Il Governo Provvisorio Toscano.

 

Al Tempio nel quale si adunano tante glorie italiane una sola gloria e la maggiore mancava, la gloria del sangue versato per la Patria.

Nel 1848 quando fu per la prima volta concesso agl'Italiani di morire per l'Italia, i nomi dei morti nella Guerra combattuta per l'Indipendenza d'Italia, incisi sopra tavole di bronzo, furono esposti in Santa Croce.

E poi, quando il dominio straniero non contento di averci ogni cosa rapita, volle anche rapirci le memorie e gli affetti, quelle tavole furono tolte alla pubblica venerazione, e nascoste in una fortezza, per esservi custodite da soldati austriaci, che allora la occupavano.

Il Governo Provvisorio Toscano, volendo e dovendo dare una pronta riparazione al sentimento nazionale oltraggiato, tra i primi suoi atti emana le seguenti disposizioni:

Art. 1. Le Tavole di Bronzo, nelle quali si leggono i nomi dei morti per la Patria nella Guerra della Indipendenza combattuta nel 1848, saranno immediatamente riposte al luogo che prima occupavano nella chiesa di Santa Croce.

Art. 2. Una solenne Commemorazione funebre sarà celebrata ogni anno, a spese pubbliche, nella chiesa di Santa Croce il giorno 29 maggio, anniversario della battaglia di Curtatone e Montanara.

 

Dato in Firenze il 28 aprile 1859.

 

Cav. Ubaldino Peruzzi

Avv. Vincenzo Malenchini

Magg. Alessandro Danzini

 

 

Per cui nella chiesa di Santa Croce, il Panteon di Firenze — ove i suoi più grandi uomini riposano fra la pubblica venerazione, — il 29 maggio 1859 celebrossi solenne festa; e il popolo, accorso in gran folla, rese solenni onori di preci e di pianto ai morti per la patria. «Il tempio era adorno, scrive il Vannucci, come si addiceva alla santa commemorazione. Nel mezzo era il catafalco a tre ripiani coperto di nero, tranne la parte superiore in cui eran dipinti dal Sanesi i fatti di Curtatone e di Montanara. Al disopra, l'urna con immensa ghirlanda tricolore. Nel primo imbasamento quattro grandi candelabri, e in terra quattro gruppi di fucili corrispondenti agli angoli: poi tamburi, palle e pistole da tutti i lati, e due cannoni dalla parte riguardante l'ingresso. Nel secondo ripiano altri quattro candelabri, e nelle quattro colonne coperte di nero, cartelli con iscrizioni, intrecciate di bandiere e coronati di alloro. Bandiere anche ai trofei dei fucili e ai candelabri. Fra il catafalco e l'altar maggiore era la statua d'Italia del Cambi, a mani alzate, con due corone nell'atto di offrirle a Dio. Alto tra la statua e il tumulo una bandiera pendente, a stendardo, nera, con iscrizioni bianche. Le due tavole di bronzo coi nomi dei morti erano piene di corone d'alloro, di bandiere e trofei. Bandiere ad ogni arco e a ogni capitello della navata principale. Le iscrizioni composte da Luigi Muzzi ricordavano eloquentemente la storia dei prodi caduti a difesa d'Italia e la venerazione che loro si deve. La festa riuscì splendidissima come conveniva alla santità dell'idea e degli affetti a cui era dedicata. Belle le armonie musicali dirette dai nostri più valorosi maestri: eloquenti, pie e generose le parole dette del canonico Novelli. Tutti gli astanti ne rimasero profondamente commossi, e da questa mesta cerimonia trassero eccitamento e forza alle nuove battaglie che allora preparavansi contro quel medesimo nemico di cui furon vittima i morti del 29 maggio

 

 

1862 ISTITUITA LA BRIGATA GRANATIERI "TOSCANA"

........I colori delle mostrine,  bianco e rosso, erano quelli tradizionali della Toscana e il nome doveva ricordare quanta parte ebbe la regione nelle campagne militari per l’indipendenza nazionale...........

   

Il 17 marzo 1861 il nuovo parlamento italiano riunito a Torino, rattificava l'avvenuta unificazione, attribuendo a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d'Italia. Praticamente si poteva considerare compiuto il processo risorgimentale e unitario anche se ancora rimanevano escluse la regione Lazio e le Venezie.

 

 

Con l'ordinamento dell'esercito del 1862, a seguito dell'annessione delle provincie dell'Italia centrale e meridionale e alla proclamazione del Regno d'Italia, si costituì una nuova brigata granatieri denominata Granatieri di Toscana. Il nome  doveva ricordare quanto i volontari toscani avevano dato partecipando ai motti del 1848/49 (Montanelli, Mazzoni, Guerrazzi) e negli anni successivi  e durante tutto il corso del processo di unificazione nazionale. Non avendo ad oggi dati oggettivamente certi sull'impiego della Brigata Granatieri di Toscana, è ovvio presupporre che la Brigata  si trovò agli ordini di uno dei due comandanti, il Gen. Lamarmora e il Gen. Cialdini.  Il Lamarmora, ebbe il compito di puntare e attaccare frontalmente il  "quadrilatero" (Verona-Mantova-Peschiera-Legnano). mentre il gen. Cialdini rimase lungo il corso inferiore del fiume Po.
La Brigata Toscana era articolata su due Reggimenti, l' 8° (in seguito 78°) ed il 7° (successivamente 77°) Granatieri. Nel 1871 fu cambiata la denominazione da "granatieri"  in  "fanteria" e sciolte le brigate. Rimase solo il 78° Rgt. Fanteria Toscana. Nel 1881, ripristinati i comandi di brigata, i due reggimenti vennero nuovamente riuniti nella "Brigata Toscana" e presero la denominazione ufficiale di reggimenti di fanteria. Appartenendo alla 17° Divisione di Fanteria. sia il 78° che il 77° presero parte alla campagna del 1866 e a quella contro il brigantaggio (1860-1870). Successivamente, alcuni suoi reparti ed ufficiali, contribuirono alla costituzione di unità nelle campagne di Eritrea del 1887-88 e del 1895-96.
 
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1848 - Curtatone e Montanara - Volontario del Btg. "Universitario Toscano" (Cartoncino con figurini - Museo del Risorgimento di Torino)