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una poesia di Ferruccio Brugnaro

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DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA

Venere giace nella sua ferita, colpita
da un astro e le rovine sensuali creano
stagioni sopra il liquido universo.
Il bianco spunta nelle tenebre.

*
Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: “Figlio marino dell’onda”.
Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s’iscriverà all’università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il “South Wales Daily Post”, e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico “Sunday Referee” – a cui egli collabora – vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell’anno seguente, in un legame sentimentale.
Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita.
Già prima dei vent’anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall’alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l’irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l’ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena
dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme.
Nell’agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato “Sea View” in cui sarà ambientato il “Dramma per voci” (Under Milk Wood, 1954).
Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l’industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato “The New Apocalypse”. Tali
poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l’impeto creativo, è tuttavia da
rilevare in Deaths and Entrances, del 1946.
“Nell’inevitabile contrasto di immagini”, dichiara Thomas, “io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia”.Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie.
Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem.
Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l’enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale.
Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come “l’opera di un ubriaco irresponsabile”.
Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare.
Nell’autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina.
In ottobre si reca per l’ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel
cimitero di St. Martin a Laugharne.
Da rilevare che nel 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell’Angolo dei poeti dell’Abazia di Westminster, a Londra.

* * *
L’opera thomasiana è definita caotica e ineguale.
A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell’inno; si vedano i “canti d’innocenza” o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di “Visione e preghiera “, che inizia con questi versi: “Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l’aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della
nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all’impronta del cuore dell’uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo”. (L’intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice).
Sovente nella sua opera poetica pare che l’autore giochi sul caos e sul filo dell’ambiguo “per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata” (Gabriele Baldini nell’introduzione a “Poesie”, 1974). Ma di tutto si può accusare questo “alchimista” della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d’innocenza, e l’ossessione è quella dello scavare in profondità nell’alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l’altra “nascita” che è implicita nella morte. (“Dopo la prima morte non ce ne sono altre”: è l’ultimo verso di “A Refusal”). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: “La forza che
urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa la radice degli alberi // E’ per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l’acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le
sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (…).
La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare”, scrive Alfredo Giuliani, “è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall’autore (…) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro,
sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo”.

Nota
Per la vasta bibliografia si veda “Dylan Thomas – Poesie”, Oscar Mondadori 1974, o anche “Letteratura mondiale del 900”, Edizioni Paoline 1980.

Felice Serino
SIMONE WEIL, IL FUOCO DELLA VERITA'

Personalità dal carattere forte e volitivo, che per la sua fede nella verità fu spesso pietra d’inciampo e che eccelse in coerenza fino al limite dell’estremismo più radicale, Simone Weil nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi.
A 14 anni attraversa una crisi di sconforto adolescenziale (“ho seriamente pensato a morire a causa della mediocrità delle mie facoltà naturali”). A 21 le si manifestano quelle cefalee che la faranno soffrire atrocemente sino alla fine della sua vita. (“Il mio impulso, nelle crisi di mal di testa” – confessa – “è colpire qualcuno alla testa”). Un estremo sforzo di attenzione le permette di lasciar soffrire la carne “ per conto suo, rannicchiata in un angolo”. All’inizio degli anni ’30, quando milita nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario, la Weil professa unantimilitarismo radicale. “Il patriottismo (…) non tende ad altro che a trasformare gli uomini in carne da cannone” (1).
Professoressa al liceo di Auxerre, Simone nel dicembre ’34 non disdegna di sperimentare il lavoro manuale, prestando opera come manovale presso Alsthom (società di costruzioni meccaniche) a Parigi (“lavoro durissimo, calore insopportabile, fiamme che lambivano le braccia…”). L’anno seguente la Weil lavora come
fresatrice alla Renault. A settembre, in Portogallo, nel villaggio Pavoa do Varzim, a 80 chilometri circa a nord di Porto, ella percepisce l’affinità tra Cristo e i più poveri, scoprendo il cristianesimo nella sua dimensione più vera e
straziante. Quella data, 15 settembre, è la festa patronale di Nostra Signora dei 7 Dolori.
Nell’agosto ’36, Simone Weil s’impegna nella guerra civile in Spagna nelle file degli anarco-sindacalisti. Partita per prendere parte a una rivoluzione, ella si rende conto di non far altro che partecipare a una guerra. L’anno
seguente, Assisi è la prima delle tre tappe della sua conversione. “Fu una volta che ero intenta a recitare la poesia Love” [di George Herbert, n.d.a.] – scrive – “che Cristo stesso è disceso e mi ha presa”. Da allora la poesia diventa preghiera. La sua conversione assume contorni più netti durante il soggiorno all’abbazia di
Solesmes, nella settimana santa. Ha allora 29 anni.
Nella primavera del ’40, Simone conoscerà le Bhagavad Gìta, dalla cui lettura riceverà, per sua ammissione, un’impronta permanente. Su consiglio di René Daumal ella si avvierà allo studio del sanscrito, lingua originale del testo sacro.
Dopo aver lasciato Parigi, il 13.6.1940, giorno in cui la capitale francese viene dichiarata “città aperta”, Simone in settembre s’installa a Marsiglia e prende contatti con gli ambienti della Resistenza. La rete alla quale appartiene viene scoperta, e nella primavera del ’41 ella viene interrogata per quattro volte dalla polizia. Ogni volta si aspetta di venir arrestata e prepara la valigia con alcuni vestiti… Resterà fino al marzo ’42 alla base dell’organizzazione e della diffusione dei quaderni clandestini della Resistenza, i Cahiers du Témoignage chétien per i sei dipartimenti del Sud-Est. Nel giugno ’41, Simone va a trovare padre Joseph-Marie Perrin presso il convento domenicano a Marsiglia, dietro richiesta di questi di conoscerla; lei gli chiede di voler fare l’operaia agricola, e il frate la indirizza da Gustave Thibon a Saint Marcel d’Ardeche. La Nostra si appassiona al Tao Te Ching e studia le Upanishads. Impara a memoria il Pater in greco; inoltre s’interessa molto di Platone e riconosce in lui un mistico, vero testimone di Dio. L’incontro con Lanza Del Vasto, avvenuto lo stesso anno, a Marsiglia, permetterà a Simone di
percepire meglio il reale significato della “non-violenza alla Gandhi”. Come la Weil, anche Del Vasto si meraviglia delle compromissioni della Chiesa col potere e con l’impero della violenza. Egli ricorda Simone in un suo libro, e ad un certo punto aggiunge che, ascoltandola parlare, “nel giro di dieci minuti non si vedeva più il suo viso; si percepiva soltanto l’anima, in cui risplende il fuoco della giustizia” (2).
Il 6 luglio ’42, Simone Weil parte per New York. Qui conosce, fra gli altri, Jacques Maritain. Il 14 dicembre si stabilisce a Londra, dove viene assegnata come redattrice alla Direction de l’interieur de la France Libre (commissariat à l’action sur la France).


IL PENSIERO, L'OPERA, L'ESPERIENZA SPIRITUALE

Nel ’34 Simone Weil scrisse Rèflexions sur les causes de l’oppression sociale et de la liberté, considerato dal suo maestro Alain opera di prima grandezza, e che lei non pubblicò mai soprattutto per le critiche di un amico. La Weil si ricollega volentieri alle analisi proposte da Marx sull’oppressione dei lavoratori da parte del sistema produttivo della grande industria e sull’asservimento dei cittadini da parte del sistema di governo dello stato. Ecco come si esprime in uno dei suoi pensieri dal profondo spessore filosofico: “Il padrone è schiavo dello schiavo nel senso che lo schiavo fabbrica il padrone”.
La Weil sarà anche tra i primi a denunciare le deviazioni della rivoluzione sovietica. Autrice di numerosi articoli su questioni sociali ( in L’ Effort, La Tribune, ecc.), ebbe anche varie conversazioni con Leon Trotsky, incontrato nel ’33 quando fu ospite dei suoi genitori per qualche giorno. Con lui nutriva divergenze di idee non tanto sul proletariato, quanto sulla difesa della “persona”. Una prossimità spirituale e politica tra la Weil e Georges Bernanos è davvero inconcepibile. Tuttavia, Bernanos denuncia “l’impero della forza” allo stesso modo di Simone. Egli teme che ben presto i giovani facciano “della crudeltà una virtù virile”, sicché la “misericordia” appaia loro segno di debolezza e stupidità. Ciò che ferisce più profondamente Bernanos è che i crimini della crociata franchista vengano commessi in nome del cristianesimo e con la benedizione della Chiesa.
Il poeta Joe Bousquet, che Simone aveva conosciuto a Carcasonne nel marzo ’42, riconobbe immediatamente la poetica autentica dalle poche pagine che ella gli aveva mostrato. “Si direbbe che il ritmo dei versi è per voi quello della coscienza”, le scriverà in una lettera (3). (Nel 1918, a 21 anni, Bousquet era un corpo che viveva solo a metà, colpito da un proiettile alla spina dorsale). La Weil aveva scritto una decina di poesie e le aveva sottoposte al giudizio di Paul Valèry e dello stesso Bousquet. Ella compose anche Venise sauvée, tragedia in tre atti, durante l’esilio a Londra, eche rimase incompiuta. “Sono convinta”, scrisse in una lettera all’amico Bousquet, “che la sventura da una parte, e dall’altra la gioia come adesione totale e pura alla perfetta bellezza, implicanti entrambe la perdita dell’esistenza personale, sono le due sole chiavi per mezzo delle quali si entra nel paese
puro, il paese respirabile, il paese del reale” (4).
“A me fa impressione, nella vicenda di Simone Weil, la sua situazione di apolide”, scrive Giovanni Pizzutto. “In realtà Simone Weil è ebrea ma è contro il semitismo; è marxista ma rifiuta il totalitarismo; è europea ed innamorata della cultura greca e della religione indù; è vicina alla Chiesa (…) però non si sente di entrare nella
Chiesa” (5). Il futuro papa Paolo VI diceva a Thibon che era cosa molto spiacevole che Simone non avesse spinto fino al battesimo la sua conversione al cristianesimo, perché meritava di essere fatta santa. Simone Weil apparteneva alla categoria dei predestinati che vivono “come se essi vedessero l’invisibile”. Per lei il vertice del cristianesimo era che l’amore e la verità si uniscono soltanto sulla croce. Perché la verità è terribile. Padre Perrin precisò i limiti entro cui Simone Weil rifiutava la formula agostiniana Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza. Tale formulazione del mistero cristiano è diametralmente opposta alla sua apertura universale. Simone riduceva la
Chiesa, istintivamente, al grande animale sociologico, secondo l’espressione usata da Platone. La prova crocifiggente dell’amicizia con Joseph M. Perrin fu proprio il rifiuto di Simone per il battesimo. Ella era trattenuta sulla soglia della Chiesa da difficoltà insormontabili, come lei asseriva, di ordine filosofico. Ma pare acquisito che Simone sia stata battezzata dalle mani di un’amica, Simone Deitz, probabilmente alla fine di giugno ’43, all’epoca del soggiorno presso l’ospedale Middlesex di Londra, dove ella era stata ricoverata il 15 aprile, perché ammalata di tubercolosi. Quale significato bisogna dare a questo tardivo battesimo, sul quale ella preferì mantenere il silenzio?
Riguardo il suo ineffabile desiderio di annientarsi in Dio, ecco dai Cahiers (17 quaderni di “pensieri” scritti dall’inizio del ’41, a Marsiglia, alla fine del ’42, in America) una breve preghiera, da far venire i brividi: “Padre, poiché tu sei il Bene e io sono il mediocre, strappa da me questo corpo e questa anima e fanne cose tue, e di me non lasciar sussistere, in eterno, altro che lo strappo stesso, oppure il nulla”. Desiderare d’essere nient’altro che lo strappo: sentimento inconcepibile per un comune mortale che non sia dotato di una “mente” superiore!
Trasferita al sanatorio di Ashford, nella contea di Kent, il 17 agosto, Simone Weil muore dopo una settimana, nel sonno. Viene sepolta il giorno 30 nel “New Cemetery” di Ashford.
Molte delle opere della Weil sono state pubblicate postume. Alcune fra le più importanti: Attente de Dieu, La Colombe, Paris 1950; La connaissance surnaturelle, Gallimard, Paris 1950; Cahiers I, II, III, Plon, Paris, rispettivamente negli anni ’51, ’53, ’56.

Bibliografia e fonti
(1) Simone Weil, Oeuvres complètes. Ecrits historiques et politiques, Gallimard, Paris 1960 ;
(2) Lanza Del Vasto, L’arca aveva una vigna per vela, Jaka Book, Milano 1980;
(3) Joe Bousquet, Cahiers du Sud, Rivage, Marseille 1981 (rèedition) ;
(4) Simone Weil, Pensée sans ordre concernant l’amour de Dieu, Gallimard, Paris 1962 ;
Canciani, Fiori, Gaeta, Marchetti, Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1984.

Felice Serino
LA POESIA DI NIL

Nedda Falzolgher, detta Nil, nasce il 26 febbraio 1906 a Trento, quando quella parte del territorio è ancora sotto il dominio austriaco. Il padre era un bancario e la madre di ricca famiglia. Primogenita, sensibile, intelligente, vive nei primi anni una vita serena e gioiosa. La bimba cresce bene fino all’età di cinque anni, quando inattesa la disgrazia viene a stravolgere il suo destino: è colpita da paralisi infantile, o più comunemente detta, poliomielite.
Ella si sente attratta per vocazione naturale verso la scrittura e la poesia; vocazione che rappresenta per il suo spirito sofferto una specie di resurrezione.
“Nil non poteva andare verso le cose, ma le cose venivano a lei a cimentare la sua forza e la sua gioia, e tutto la investiva e subito l’abbandonava, lasciando segni di grazia sulla sua anima con il moto dell’onda marina che scrive parole di vita su tutta la riva” (da Il libro di Nil).
I genitori cercano di renderle la vita meno disagevole possibile. La mamma la incoraggia in quella sua insaziabile sete di cultura che la indirizza verso la scrittura alimentando il suo mondo interiore. Nedda apprenderà ad uscire da quel mondo circoscritto dalle pareti di casa per conoscere il mondo esterno, perseguendo il raggiungimento di un ideale superiore.
Dall’età di 27 anni, ella riceve in casa amici poeti e artisti, e la sua dimora diviene presto un punto d’incontro culturale. Fra i giovani frequentatori c’è un ragazzo, Franco Bertoldi, che resterà per lei un amore impossibile.
“Non ti darò contro il petto dolore
più che il rigoglio delle fronde sciolte.
Dammi tu spazio allora per questa morte:
io non ho solco per vivere
e non ho paradiso per morire;
e sento in me stormire
quest’agonia d’amore,
bionda, contro la zolla che la ignora…”.
Nella sua opera Il libro di Nil, pubblicato postumo dal padre, c’è una sezione di poesie intitolata Ritmi dell’infinito, dove si leggono versi scritti durante la guerra.
“Stasera io sono stanca
delle tue mani lontane;
stanca di grandi stelle disumane,
com’è sazia l’agnella di erbe amare…”.
Il 2 settembre 1943 Trento fu bombardata e Nedda fu salvata dalle macerie, insieme ai genitori. In seguito, la ragazza inizierà una corrispondenza con Domenico, suo salvatore e amico, facente parte di un servizio di volontariato. Lo spirito altruistico e la bontà di Domenico fanno sì che Nedda si avvicini ad una dimensione spirituale personale intensa.
“Ma una luce è posata sulle cose,
come la carità senza parola;
e ogni vita attende sola
che la raccolga con gesto d’amore”.
La guerra termina e la ragazza può tornare a casa. Intanto la madre da tempo malata, viene a mancare nel settembre del ’50.
“T’amo, Signore, per la muta passione delle rose.
T’amo per le cose della vita leggere,
le cose che sognano i morti la sera
dentro la terra calda,
sotto il limpido brivido degli astri.
Ma più t’amo, Signore per la misericordia
delle tue grandi campane
che portano nel vento
verso l’anima della sera
la nostra povera preghiera”.
Nedda ha sempre continuato a scrivere nel trascorrere degli anni. Ora, sente la vita sfuggirle e soffre per quel che non ha vissuto.
“Ora tu vedi queste mie canzoni
simili tanto alle foglie che sperdi,
amaro Iddio del silenzio.
E sai che non hanno feste di sole
perché di tutto il sole tu inondi
la Terra dove cammina l’amore”.
“Ascolta ancora, Dio,
le sorgenti, e perdona,
e nella mano portaci, col seme
delle stagioni innocenti”.
Nil rende lo spirito il 2 marzo ’56, a 50 anni.

Chiudiamo questo breve excursus con dei versi stupendi, nati da quest’anima candida:
“…Che ansia, allodola pura,
questo palpito d’angelo sommerso
che ha smarrito la vena dei venti;
sul respiro del mondo senti
ancora tutte le stelle
mutar la tua voce in chiarore…”.

[Notizie liberamente tratte da: Nedda Falzolgher – la poesia, la vita, Isa Zanni, Linguaggio Astrale n. 136/04]
Bibliografia
Nedda Falzolgher: poesia e spiritualità, edizione Comune di Trento 1990
Nedda Falzolgher: il cuore, la poesia, edizione Comune di Trento 1990

Felice Serino
La difficile luce
(2005)


1


LA TUA POESIA

quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io
spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza



ANGELO DELLA POESIA

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

io-non-io: in me ti trascendi e sei

d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore



TECNICHE DELLA MORTE

atomi di solitudine
abbandoni / distacchi / fini
assaggi di morte
le morti figurate i
suicidi/omicidi camuffati
la notte blu dell'anima
morte presente dalla nascita
morire porta sul nascere
emigrare di forma in forma
o Dieu purifiez nos coeurs
ora e nell'ora della nostra morte



LA VITA INESAURIBILE

la mente in stand-by (fuori da un mondo
parallelo) - ti culla un canto
d'alberi e di cielo
assapori per poco ancora
il tepore delle lenzuola: ora
senti la vita che entra in te: ti scorre
dentro come un fiume
(batte rotondo nel sangue il tuo tempo -
ti senti in comunione col sole):
adesso che afferri
vita - più vita - nemmeno t'importa
di un corpo che sarà preda
del disfacimento



ANGELI CADUTI

fuori dal cielo
bevvero l'acqua del Lete

ora non sanno più chi sono

presi nella ruota del tempo
mendicano avanzi di luce - curano
le ali spezzate

per risalire nell'azzurro



VENTO DI MEMORIE

è salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte
due braccia schiuse a croce
cielo di carne vento
di memorie la vita

ora sospesa

finché spunti
la trottola il suo perno *

* verso da Montale


LA FORZA GENTILE

Dio è paziente: ha sogni
per l'uomo infiniti - frutti
immarcescibili
(centro del cosmo: non è
il suo un giocare a dadi)
egli visita le nostre
piaghe - manda angeli
a spazzare gli angoli del cuore
(suo disegno è
la Bellezza)
la sua forza è gentile



I LATI DEL VOLTO

tra reale e apparente l'ovale
del volto che ti guarda dal fondo
dello specchio di un locale fumoso -
il non poterti vedere come gli altri
ti vedono - l'altra parte di te l'inespressa
forma che puoi immaginare assumere
nell'aldilà - (scorgerti di spalle o
spiarti di sbieco è perverso
gioco di hyde - incontro con l'Ombra)



IN FONDO AGLI SPECCHI
(a J. L. Borges)

in un moltiplicarsi di specchi (fuga di
nascite e di morti)
imprigionata è la luce
dei tuoi déjà vu -
s'odono se ascolti i sordi
tamburi del sangue
in fondo agli specchi dove si
legge l'eterno ritorno (la vita
ci misura) - lì è il centro il mondo
rovesciato: il tuo aleph -
la chiave l'enigma



ONNIAMORE

accettare di farsi
trasparenza (libro aperto)
lasciarsi attraversare
dalla vita - da morte-vita (rosa
e croce) -
da Colui-che-è: l'Onni
amorevole

di fronte all'Assoluto

...immersi
nell'Assoluto –

quando il R a g g i o
assorbirà le ombre



SOSPENSIONE

tempo elastico
passato < presente > futuro
gli orologi molli di dalì
tempo-sospensione l'aprirsi del fiore
tempo di blake
sospeso nel balzo
lucente della tigre
tempo diluito non-tempo onirico
tempo dilatato che
scandisce deliri di luce
in una tela di van gogh
tempo sospeso
immobile indolore
felicità animale



NEL SEME DELL'AMORE
a Tagore

ascolta
...non senti urgere vita più vita
nel seme dell'amore che
aspetta di esplodere in un abbraccio cosmico?



VITA IN NUCE
entrare nella
morte-vita (sangue del pendolo /
tempo-maya con occhi
di luce)
capovolti

"vivo"
è nell'Oltre: cuore
del sole abisso
di cielo - antimondo



A

1.
vocale
in sospensione come urlo
muto - il bianco
dell'urlo
il nero
di rimbaud

2.
ritrarsi del
fuocosacro a un
vaneggiare di gole
spiegate /
scimmiottanti maiacoschi



COGLI IL MIO MORIRE

cogli il mio morire tra una
radice di sangue strappata e un'altra
appena nata dal suo grido



GANDHI

miracolo il sorriso
interiore
mentre il mondo ti ringhia addosso

ti offri s'apre una rosa
di sangue

nel Cielo un canto d'alleluja



VERSI ALL'AMORE

irradia un sole il mio cuore
che vuole incenerirsi
nelle tue braccia
ove la Bellezza delira

il tuo sguardo s'instella
dove comincia il cielo
anima bella
farfalla imprevedibile del volo



PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce


INFANZIA

Eravamo nell’età illusa
Eugenio Montale

la tenerezza dei giorni verdi
sparpagliati
nell’oro del sole appesi
alla luna

il papà dalle spalle
larghe come la volta
del cielo

quel sentirsi dèi – quasi
alati senza peso – e
non sapere la vita


Innocenza nostalgia del paradiso
La difficile luce
(2005)

2




ADOLESCENZA ASPRI SAPORI

adolescenza aspri sapori
occhi belli fieno nei capelli
alle spalle della notte
fuggire nello schiaffo del vento




NEL PERDURARE LA LUCE

le ore arroventate: erano
estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia
sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere
la sanguigna polpa del giorno - ricordi? –



IL NULLA LUCENTE

in ka* nulla è casuale
credi morire non è farsi
pietra e silenzio: è grido
liberato pietà che vede -
ruotare
su cardini rovescio
del guanto - essere
sogno? luogo-non-luogo ubiquità
e s p a n s i o n e : lacerante
biancore il nulla lucente **

* ka: il "doppio" incorporeo dell'io
** P.P.Pasolini, da Poesia in forma di rosa



GRAVIDE DI LAMPI

la luna piegata sui miei fogli
compone queste lettere
gravide di lampi
tagliate nella luce
assetate
nel supplizio dell'inchiostro
vibranti
su pentagrammi di sogni



SEI LUCE SEI FUOCO

presente a te
chiamami Amore
la bocca colma di luce
sei fuoco
antimondo
chiamami a un silenzio di giardini
grumo vortice d'astri

presente a te
fuoco-luce chiamami
da un mondo di vetro
Amore fai ciak






POESIA ONIRICA

il sogno sfoglia
spirali di memoria
al lume di luna
disegna
il sonno delle rose



LA LUCE GRIDA

la luce grida aprendosi
uno spazio nel cuore



UN VERSO SALVAVITA

un verso salvavita ti bagna di luce
nell'orfanezza del Sogno



FIGURA

indiafanata da un vento di luce
sei immagine di sogno che svapora
in un cielo di cobalto



POESIA

scavare nascere nel bianco - parola
intagliata nel cielo del sogno - è
come estrarre sangue dalle pietre

(ecco forbici di luce
sfrondarti):

la pagina è tuo lenzuolo
mentre in amplessi
cerebrali muori-rinasci

(da un luogo puro giunge questo sole
sulla pagina)





ZEN

(non
studiare il taglio
di luce come l'artista)

non scegliere:

lascia
che sia fa il vuoto
fino
a essere e non essere



SONO DEL CIELO

sono del cielo
fuori dal suo azzurro

circumnavigo
psiche

abito la morte di me stesso
insieme a tanta vita



CADUCITA'

il tempo è uscito dal calendario
in un balenìo
di stagioni e amori svolando
obliquo
nel sole con ali d'icaro



A META' DEL SUO CORSO LA NOTTE

a metà del suo corso la notte
inghiotte l'ultima luce - rende
suoi ostaggi i corpi

su un mondo immateriale - più nostro -
il sogno apre il sipario



SOGNO DI ME

io non io esisto
di qua di là dello specchio (una
distanza mi separa: come
fossi da un'altra parte): vivo mi
agito dentro un sogno
lucido: Sogno di
me - creatura di sabbia




VOLI A SOLCARE L'INDACO

(voli a solcare l'indaco
staccandosi dal tramonto)

ti sveni come questa luce -
dai muri diroccati
dalle feritoie a spiarti
gli anni spogliati nel cuore:
l'infanzia che rimonta
dentro te come un sole (il sangue
sparpagliato nella luce):
l'esplodere dei sogni che aprivano
i mattini - l'innocenza
negli occhi di pianto
di quel fanciullo col suo aquilone -
sparito nel profondo azzurro...



MOMENTO

1.
una folla di stelle:
la stanza si riempie di cielo
come quando
in un punto
dell'eterno palpitò la mia essenza

2.
biancore irreale – carne-e-
cielo l'Io nell'oceanosogno
è guardarsi cadere
nell'imbuto fuori del tempo

fino all'attimo
prenatale alla luce del sangue



VISIONE: M'INONDO' IL SOGNO
(leggendo Jung - Storia del simbolo)

(luce che cresce il grido
della mandragora
l'albero capovolto)

...fuggii negli specchi
sprofondai nei cieli anteriori
cavalcando eoni-spaziotempo

vidi nella memoria cosmica
il centro di me
dove ardeva il mio sangue
in simbiosi col palpitare degli astri

coi segreti del vento la musica
delle sfere

il mio sangue confuso col cielo
della memoria

...precipitato nella vita
LA VITA NELLE MANI DEL VENTO

palpebre d'aria
chiuse sulla disfatta del giorno
(depistate tracce
rotte smarrite
a insanguinare il vento:
ruotare del tempo
nella sua vuota occhiaia)
anse d'ombre
annegano il grido
dell'anima giocata a testa e croce

Felice Serino
Da Fuoco dipinto, 2002

*

Commento critico di Luca Rossi
Settembre 2000

Occorre tirare le somme e vedere la realtà per quella che è o per quella che è
stata. La nostra anima, il nostro passato, non li possiamo cambiare.
Li abbiamo giocati al gioco del destino, apparso sempre così mutevole, come il
vento che ora soffia in una direzione e subito dopo nella direzione opposta.
Un vento che corre lontano prima che il giorno finisce.
E ora che si fa sera si devono fare le proprie considerazioni, come palpebre che
si chiudono alla disfatta del giorno.
Ma il giorno - la vita - è stato pieno di tante cose, di tanti avvenimenti, di
un destino falsato, di una scelta che non si è trasformata in realtà (rotte
smarrite, dice il poeta), che ha cambiato le sorti della stessa e ha macchiato
quel vento che porta oltre.
Restano le ombre, con le loro pieghe, con i loro risvolti che si accompagnano al
grido di quella che è ora la realtà dell'anima che vuole tornare a essere se
stessa, vita nelle mani del vento.

*

NEL ROVESCIAMENTO
(a cura di Luca Rossi)

(non vedi al di là del tuo naso scientifico):
è come leggessi sull'acqua
lettere storte: poiché noi siamo
nel rovesciamento afferma
la weil - e negazione
ci appare la grazia

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Riscattare la propria condizione esistenziale è il fondamento di questa poesia.
Il nostro Io interiore e quello esteriore sono legati da un qualche cosa che li
determina, che li unisce per essere insieme un tutt'uno, a costruire un
significato.
Vediamo da un lato, mentre perdiamo visione dell'insieme dall'altro (non vedi al
di là del tuo naso scientifico), perché i parametri di giudizio sono quelli di
sempre, basati su una visione del cosmo troppo mediata dalla ragione e poco dai
sentimenti; dalla rigida regola di catalogare il tutto per dare una risposta a
ciò che avviene e poco dalla capacità di comprendere l'impossibilità di
penetrare i progetti della natura che sfuggono a ogni capacità di previsione.
La realtà può essere quella che vediamo riflessa in uno specchio d'acqua, ma può
anche essere quella che lo specchio d'acqua riflette quando la stessa viene
mossa e confonde l'immagine.
Eppure è sempre la medesima realtà vista in due modi differenti.
Poiché noi siamo l'una e l'altra: lettere ordinate, ben composte, ma anche
lettere storte che descrivono un racconto di vita diverso.
Leggiamo nell'acqua un volto, leggiamo un pezzo di cielo che la sovrasta,
leggiamo un desiderio precluso (quello di Narciso che non seppe vedere il
proprio rovesciamento) e ci appare distinto un progetto dove la luce colpisce,
dove la luce rende tutto più chiaro.
La grazia fa da tramite per vedere le due realtà in cui vivere; tempo speso
perché la vita resti quella di sempre scombinata nei suoi opposti.

Dicembre 2000

* * *

RIFLESSIONE PERSONALE DI GIANCARLA RAFFAELI
SULLA POESIA "MONDO" DI FELICE SERINO

Mondo
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato

tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un'altra dimensione?

mondo: piaga e grido
dell’uomo incompiuto
vòlto al cielo

io ti detesto - mondo

*

Mi soffermo sui versi più "inediti", su questo sguardo improvvisamente
catturato, quasi sorprerso, dall'iniquità del mondo.
Pesa sul cuore del Poeta l'angoscia che l'uomo possa rimanere "incastrato" tra
le due dimensioni (quella della innocenza e della colpa?) senza il riscatto
della scelta. Nessuna lacerazione ha risparmiato il corpo del mondo, eppure il
dolore non ne riscatta la colpa e il grido (senz'anima) non raggiunge il cielo.


Giancarla Raffaeli

* * *


IMPULSI CREATI DALLA LETTURA DELLA POESIA "L'OMBRA"

L'OMBRA

negativo di me mio vuoto
in proiezione mi copia con inediti
profili tagliati nella luce – se dal
di fuori la spiassi mi direi sono
io quello?
pulviscolare ha i contorni
del sogno e i suoi fòsfeni
si spezzetta se riflessa inafferrabile
fantoccio mi diventa
pure mio vuoto mia metà
che estinta con l'ultima luce
rientrerà nel corpo-contenitore
unificata con la terra – senza un grido
tutt'uno con la morte –
senza perché – solo ombra

Felice Serino
Da Il sentire celeste, 2006

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l'alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l'uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su "L'ombra" – 11 luglio 2005)
Flavio Ballerini
(Pesaro, 1951-2006)

*
L'ombra "morde" il corpo, i piedi dell'anima, si avvinghia e diventa viva come
qualcosa di te in catalessi. L'ombra ti permette di guardarti in proiezione.
L'ombra è un dissolvente che a sua volta si dissolve con la morte. L'ombra è
uguale alla fisicità dell'estasi, quando si stacca da terra. L'ombra è ciò che
si camuffa, come il vino che scivola per le strade può essere confuso con il
sangue della tua brocca rotta.
L'ombra è una stretta di mano a chi conosci già, una prolungata presentazione…
L'ombra è il silenzio che parla delle tue pene, le prolunga…ma non le stacca mai
da te.
L'ombra è un giocattolo serio che ha la tua stessa meccanica, solo che non puoi
prenderlo fra le mani se non quando saluterai il mondo con una "garbata
prostrazione".
L'ombra è un gemello senza peso che ha un suo peso, una sua energia (come
quella elettrica) che scarica a terra.

Andrea Costelli

*
[Segnalata al Premio "Paesepoesia", Belvedere Ostrense (AN),2005.
Nella motivazione il Presidente della Giuria, nonché Presidente del Circolo "La
Gioconda" di Ostra, Giancarla Raffaeli, così si esprime:
"L'ombra è un testo originale e personalissimo che, attraverso un ritmo spezzato
e drammatico, evoca l'atmosfera contratta della sospensione della coscienza di
sé e del proprio corpo, proiettati nell'inconsistenza estranea e divisa
dell'ombra".]

* * *


Nel segreto del cuore

tenere in serbo scomparti
colore del vento che oblìa
memorie: rossi
come il sangue della passione
verdi come le prime primavere
azzurri come il manto di madonne

custodirvi gocce di poesia
cavalli di nuvole ed arco
baleni –
le coordinate dei sogni – e
l’insaziato stupirsi della vita
da respirare su mari aperti

- che tenga lontano la morte

Felice Serino

* * *

Nota a cura di Andrea Crostelli
luglio 2008

"Nel segreto del cuore" enumera ogni attaccamento dell'anima alle cose che
ritiene essenziali. L'impronta che ci caratterizza che vorremmo avere sempre
davanti agli occhi per non perdere gli stimoli, gli entusiasmi.
Chi siamo e da dove veniamo... domande alle quali c'è bisogno di avere sempre
una risposta pronta per non smarrirsi. La morte, infatti, è la motivazione che
viene a mancare, è l'assenza fatta di vuoto (non l'assenza dello "stupirsi" che
è contemplazione, estasi, massima presenza). Il "respiro su mari aperti" è
laddove riusciamo ad essere liberi. Ad essere spettatori, a volte, di noi
stessi. In quei frangenti possiamo meravigliarci della nostra persona come se
venissimo a conoscerla improvvisamente, come il bambino che fa esperimenti e si
compiace delle sue capacità e allora parla ad alta voce, parla a se stesso.
Raccontarsi con la poesia, progredire nel presente dello spirito che muove le
cose, le inventa, le materializza, le valorizza, le sublima.
CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003

*
PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*

Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto
accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del
Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al
centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di
fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui
vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che
trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta,
dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde
le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente
dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio
involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza
prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà
il tempo vissuto.

* * *

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

SOSPENSIONE

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi

Da Il sentire celeste, 2006

*

In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da
cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare
sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a
spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e
poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un
pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano
inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora,
invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi
senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si
distoglie da lui e lo rassicura. Più va avanti e più in quello sguardo sente di
riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e
quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo
così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni;
tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose
che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non
ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le
mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).

Andrea Crostelli

*

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO "RICORDA"

Ricorda
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma
s e i a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido

ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere

- da La bellezza dell'essere, 2007–

*

"Ricorda", ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua
decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).
"Ricorda" ripercorre il cammino dell'uomo su questa terra nelle sue fasi
essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione
futura dell'Eternità.
Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che
lo proietterà dall'altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può
calcolare perché è all'oscuro della fattezza di quel buco... Quel buco è la mano
di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la
nostra natura, decide che sia giunta l'ora che ritorni secca; come sabbia
scivoli dal suo pugno. "Ma sei amato" e quindi ti riprenderà trasformato a sua
immagine e questa volta senza parentesi.

Andrea Crostelli

*

Considerazione sulla poesia "Lacera trasparenza"

Lacera trasparenza

insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza

sostanza di luce e silenzio

sapore dell'origine

fuoco e sangue del nascere

- da La bellezza dell'essere –

*

"Lacera trasparenza" la vita. Quanto fa pensare da solo questo verso. La vita
sporca le vesti pulite (trasparenti) del bambino che viene al mondo...

Andrea Crostelli

* * *

Commento alla poesia di Felice Serino "La tua poesia"
Di Luca Rossi.
Giugno 2003


LA TUA POESIA


quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza

Da La difficile luce, 2005

*

La poesia scritta da Serino è tutta un inno alla giovinezza, ma non alla
giovinezza in generale, bensì a quella dell'anima, la quale non si consuma ma
resta sempre uguale, e che il tempo non dissipa con il suo correre
inarrestabile; è un'indicazione sul modo di come fare per riappropriarsene,
quando ormai i giorni sembrano non averne più memoria ed è pure un canto alla
verità su cui si basa l'esistenza.
Aprendo la prima strofa con un verbo "montaliano"*, il poeta immerge fin da
subito il lettore nelle acque di un mare che è origine, inizio, ora zero,
epifania della vita, cioè quello del grembo materno, in cui la madre è
ricordata, in modo traslato, un po' come la madre Terra, da cui tutto è
generato. E non potrebbe essere altrimenti.
Per un attimo sembra che a un punto esatto dell'esistenza, facendo capriole,
come è tipico dell'età infantile, colui che legge faccia ritorno a quel tempo
originario, primordiale. E la vita rapidamente inverte il conteggio delle sue
ore, dei suoi giorni, dei suoi anni fino a pochi istanti prima del suo nascere;
un ritorno che è segnato dalla corsa rapida del pensiero che si fa viaggio,
perché il "pensiero" è sinonimo per eccellenza di velocità che brucia lo
"spaziotempo", come lo definisce Serino, in cui l'essere vi si trova immerso.
Ed è in questo preciso punto che il poeta ci fornisce la chiave di lettura del
testo; nel momento in cui dice (con parole che hanno un che di sapienziale e dal
fascino indiscutibilmente bello, nel senso più ampio del termine) che solo
allora "leggerai la sola vera poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito".
Eleganza del verso e simbolismo indiscusso di tutta una rappresentazione di
segni e concetti. E non è un caso se la parola poesia riportata nel procedere
della lettura è scritta in carattere minuscolo la prima volta ed in maiuscolo la
seconda; non si tratta di un errore, non è una distrazione di chi scrive e
neppure una "licenza poetica", in quanto la prima raccoglie la vita nel suo
significato generale, quella sociale, magari vissuta superficialmente,
banalmente, senza prestare attenzione ai segni criptati che ci provengono da un
destino già scritto, mentre nel secondo si vuole fare esplicitamente riferimento
alla vita del singolo, quella del lettore che diviene il vero protagonista del
messaggio a cui il poeta vuole indirizzare il suo pensiero.
Meriterebbero questi primi due aggettivi e il sostantivo che ne segue alcuni
approfondimenti, percepire il pensiero di chi scrive.
Il primo, vera, in quanto autentica, coerente con il proprio Io, con il proprio
credo, che forse è andato perduto con l'avanzare degli anni. Ma è solo una
percezione, un'intuizione a cui il poeta ci dice di porre attenzione.
Dopo tutta una vita spesa per "farci notare", per non essere esclusi dal
progresso nel quale se non si lascia un segno non si è nessuno, la riflessione
stessa a cui siamo stati chiamati ci porta a fare un'analisi storica del nostro
vissuto, interrogandoci sul fatto che sia stata proprio quella la via che
volevamo percorrere,e che siamo stati costretti a calpestare, per fare "sentire"
la nostra voce in mezzo alle voci di coloro che hanno voluto gridare di più per
apparire, per sembrare, per affermarsi.
Ed è in quel momento che la verità si fa strada e si rivela per quella che è,
nuda, scarna, senz'ombra, gettando quasi un alone di colpevolezza sulla propria
coscienza che ci portava a credere di essere nella verità.
Sola, perché non ne esiste un'altra. Non esiste un'altra verità che può essere
uguale alla nostra, confrontabile, similare, un io uguale all'altro col quale
porre limiti e infiniti orizzonti da cui trascendono i progetti.
Non è confrontabile un vissuto con l'altro, per quanti errori o cose positive
abbiamo compiuto all'interno della nostra vita.
Portiamo con noi una serie di prove da superare che forse non riusciremo a
portare a termine, un'infinità di progetti che vedremo fallire, ma anche la
speranza che forse qualcuno un giorno, fosse anche il fratello che proviene da
lontano, il pellegrino per eccellenza (inteso in senso cosmopolita) possa
comprenderle (nel senso etimologico del termine, prendere-con-sé).
Portiamo con noi anche le cose belle, compiute, quelle positive, costruttive,
dalle quali però il più delle volte ci aspettiamo riconoscenza, e non dovremmo,
perché la vera Poesia, e qui il sostantivo inevitabilmente viene riportato in
caratteri maiuscoli, deve rimanere anonimo, noto solo agli occhi di Colui che
tutto vede e di cui noi abbiamo conoscenza per fede e testimonianza teologica.
Qui il sostantivo acquista il suo vero significato, insindacabile, indiscutibile
della creazione.
Difficoltà estrema quest'ultima (indicata dal poeta con riferimento ai marosi)
dell'uomo, di cui la parola sangue ne rievoca chiaramente l'immagine e ne
sottolinea l'unicità, quasi fosse una carta d'identità, e con la quale è
chiamato a vivere senza mai perdere la sua vera bellezza, che il poeta recupera
prima della chiusura, in direzione di un azzurro verso il quale cavalcare;
colore di una giovinezza che fu, che continuò a essere e che sarà, ogni qual
volta l'eternitàci chiamerà a volgere lo sguardo verso un mondo che adesso non è
più, ma nel quale fino a un attimo prima eravamo vissuti.


* Capriolare.
ONNIAMORE

accettare di farsi
trasparenza (libro aperto)
lasciarsi attraversare
dalla vita - da morte-vita (rosa
e croce) -
da Colui-che-è: l' Onni-
amorevole

di fronte all'Assoluto
...immersi
nell'Assoluto -

quando il R a g g i o
assorbirà le ombre

Felice Serino

*

Commento di Luca Rossi.
Maggio 2002

La vita come apertura all'Assoluto, a ciò che è disciolto dalle cose terrene,
per confessare fin da subito la propria sincerità,quella sincerità che si fa
trasparenza dell'anima, ma anche del corpo: libro aperto che può essere
sfogliato da chiunque abbia volontà di leggerlo.
Ecco il senso dell'opera di chi scrive: rimettere la propria esistenza, il suo
senso, la sua durata, nelle mani di chi ci lascia liberi di chiuderci in noi
stessi senza confrontarci con il Mistero o di rapportarci con ciò che potrebbe
dare senso a quello che siamo.
Periodo di transizione difficile da vivere è la riflessione, soprattutto quando
si mette in gioco tutta una filosofia di vita, una morale che sentiamo
appartenerci, ma che è, lì, subito pronta a sfuggirci di mano.
"Onniamore" è una poesia a carattere fortemente religioso, interessante nella
forma, viva nel contenuto. "Viva" in senso di "sentita", di portare cioè chi
legge a porsi degli interrogativi, perché la fede in fondo non è che una
continua domanda che non trova risposta, se non nell'accettazione, come dice il
poeta, di lasciarci attraversare dalla vita e, subito dopo, dal ricordo
inestinguibile della morte.
Di forte impatto è la chiusura con il riferimento a quel "Raggio che assorbirà
le ombre": noi, nient'altro che esseri inconsistenti che per un attimo
proiettiamo la nostra figura sul suolo, quando il nostro corpo si interpone tra
l'astro che brilla e la terra sulla quale viene a definirsi l'immagine sempre
distorta di ciò che siamo.
Inconsistenti fino a quando ci libereremo del peso della nostra esistenza per
essere attraversati dalla Verità che libererà l'ombra dal suo oscuro colore per
essere luce, per essere consistenza di ciò che prima era solo labile fede.

* * *
QUALE AMORE
(a cura di Luca Rossi)

nell'amore sai non c'è ricetta
che tenga: è buona regola giocare di
rimessa / vuoi

possedere l'oggetto d'amore e
resistere all'amore Quello-che-si-
dona

tu cuore diviso tra cielo e
terra carne/amore non più che sparso
seme

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Il nostro incurabile istinto di possedere, di assimilare nel senso più crudo del
termine, è il mezzo attraverso cui passa gran parte della nostra esperienza
estetica.
Noi ci abbracciamo premendo un corpo contro l'altro, e così riduciamo a zero
quella bellezza umana che è fisica solo nel senso che la superficie del corpo è
animata da uno spirito che il nostro tatto in quanto senso non può raggiungere.
(Dag Hammerskjold - da DIARIO - Vagmarken: Piste)
*
La poesia sonda un territorio così vasto e profondo che potrebbe essere
considerato la prima e l'ultima sfida dell'esistenza prima di giungere ai
confini di una verità che renderà l'uomo finalmente libero dalle proprie
passioni.
L'amore è confronto perché ci porta non solo a relazionarci con gli altri, ma
anche a conoscere noi stessi, a metterci in gioco.
Quali comportamenti siano più indicati quando vogliamo che l'altra persona
divenga per noi nessuno ce lo può dire, perché il cuore detta legge a un uomo
nuovo che porta dentro di sé un sentimento forse mai sperimentato prima.
"Non c'è ricetta che tenga", dice chi scrive.
Eppure ci può essere una sorta di "educazione", capire che l'oggetto del nostro
amore è dunque per noi e non nostro nel senso possessivo del termine.
C'è chi vorrebbe fagocitare, ingoiare questo amore perché non si dilegui e c'è
invece chi mantiene le distanze per la paura di non essere corrisposti.Entrambi
comportamenti sbagliati che la poesia non cerca di correggere ma solamente di
sottolineare (vuoi / possedere l'oggetto d'amore e / resistere all'amore
Quello-che-si- / dona).
Bisogna imparare a gestire le proprie passioni cercando una nuova linea
d'orizzonte dove il cuore rimane libero di decidere (tu cuore diviso tra cielo e
/ terra carne/amore) sapendo che l'amore che vuole possedere è un amore che
rende prigionieri, che soffoca, che non permette alcuna realizzazione, nessuna
crescita.
Nutrire poi la terra con il proprio seme perché produca frutto, perché dia senso
a questo bisogno di donarsi.
Liberi dall'incertezza che il cuore non sia una prigione dove rinchiudersi e
dove rinchiudere, ma una terza terra di frontiera da esplorare in due, in ogni
istante.

* * *


CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003


PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*

Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto
accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del
Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al
centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di
fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui
vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che
trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta,
dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde
le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente
dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio
involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza
prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà
il tempo vissuto.

* * *

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

Sospensione

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi

Da Il sentire celeste, 2006

*

In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da
cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare
sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a
spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e
poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un
pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano
inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora,
invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi
senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si
distoglie da lui e lo rassicura. Più va avanti e più in quello sguardo sente di
riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e
quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo
così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni;
tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose
che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non
ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le
mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).
NEL PERDURARE LA LUCE
(a cura di Luca Rossi)

le ore arroventate: erano
estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia
sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere
la sanguigna polpa del giorno - ricordi? -

Felice Serino
Da La difficile luce, 2005

*

Poesia del ricordo, forse di una nostalgia che non è mai trascorsa e mai
passerà; una luce simbolo di una memoria che ha lasciato un segno doloroso (le
lesioni provocate ogni qual volta si cadeva) ma tangibile, reale, sperimentato
talvolta nell'incertezza stessa del momento, anche nell'incoscienza di una corsa
dal fine rischioso (come la vita del resto).
Tutto è luce (come potrebbe non esserlo la giovinezza che vede con gli occhi
trasparenti del giorno verso l'estate che non cessa di esistere?
E quelle ore che sanno di calore estremo che scotta la pelle se non si riescono
a dominare le proprie passioni?).
"Ricordi?", dice il poeta all'amico che gli fu accanto a quel tempo: immagine
riflessa in uno specchio della propria persona, del proprio essere, in un
soliloquio dove anche i compagni di allora più non esistono, se non nel vago di
una mente che cerca solo il ricordo.
Ma tutto è luce, grido di liberazione di un presente che si fa passato per
volervi rimanere.
E intorno il vuoto dell'esistenza, forte, penetrante, palpabile, di cui ci si
accorge solo quando si vede la notte che sta per venire; il mistero delle cose
che non abbiamo mai capito, dei momenti che non siamo riusciti a imprigionare,
ma che ritroviamo ogni qual volta uno spiraglio generato da uno spettro di luce
attraversa il tempo e fa breccia nel cuore, terra dove abbiamo sepolto per
sempre i ricordi, sommato il presente al passato.

Marzo 2003

* * *

INFANZIA
(a cura di Luca Rossi)

sentirsi dèi - quasi
alati
senza peso (e
non sapere che la vita è breve)

età d'oro:
come se non dovesse
aver mai fine

Innocenza nostalgia dell'uomo

Felice Serino

*

"Infanzia" descrive molto bene lo stato di un'infanzia-adolescenza, illusione di
tutta una vita, spesa di energie, specchio di un desiderio riflesso che forse
non sarà mai, onnipotenza del delirio assurdo e assoluto, nonché narcisistico,
di non volere divenire uomini per rinunciare al disequilibrio, all'instabilità
che genera emozioni in quel periodo della vita.
Periodo della vita in cui si può fare tutto e non si può fare nulla.
Periodo in cui si può amare come ci detta il cuore, giustificati dall'innocenza
degli anni e lontani ancora dai valori sociali che dovranno diventare regola.
Periodo in cui la potenza di un treno che corre sfida gli scambi pericolosi
lungo i binari della vita per andare oltre, o fermarsi per sempre davanti al
sogno che ci attende in una stazione costruita dal tempo, al cui botteghino si
vende un biglietto chiamato speranza.
Poesia-ricordo quella di Serino?
Poesia ancora impregnata di emozioni che non lo hanno mai lasciato.
Poesia-paesaggio di una stagione lontana e non più rivista quasi, ma viva dentro
la mente e il cuore e che ha generato il mondo-universo nel quale vive oggi.
Ricordo del fanciullo-poeta, del poeta non più fanciullo.
Ricordo del giorno del primo amore, davanti al quale sembrare un dio che concede
amore e lo pretende.
Ricordo di quell'uomo che non è più.

* * *


Note per Flavio


Si è detto che il poeta viva dentro un perpetuo stupore. (1)
A maggior ragione possiamo affermarlo parlando di Flavio Ballerini. Un poeta
straordinario, personalissimo nel singolare modo di esporre i suoi versi,
spezzati o dal ritmo musicale sincopato, espressi al tempo stesso con la forza
di una continua novità (2); la novità e il candore propri del bambino che si
agita dentro il suo essere diviso, che si lascia sorprendere dalla meraviglia
della vita, dal suo miracolo.


Questo è il poeta Ballerini, un alchimista, “ballerino” della parola.

- - -

1- “come protezione si custodisce / la luce viva del sognare…”; “la vita se non è
un miracolo muore” (pagg. 48 e 62 di “Emozioni maldestre”).


2- Si vedano ad esempio i pochi versi folgoranti ispirati dalla mia poesia
L’ombra (pag. 46).


* * *

PORTARE SE STESSO COME UN VESTITO
(a cura di Luca Rossi)


1.
processo è la vita stessa
il soggetto si racconta

1.a
da acque amniotiche
(da matrice atomica)
gettato dentro il mare-mondo


2.
l'io: tanti io diversi: io-
metamorfosi (voci di dentro)


2.a
io sospeso spasimo io qui-e-ora
io fatto vertigine e sogno stato di trance
un esistere in limine)


2.b
io-onda io moltiplicato
da specchi e pure a sé ignoto
io mancanza vuoto
di braccio amputato


[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
Felice Serino


*

Immagini che appaiono furtive. Sensazioni che lasciano, alla fine, dell'amaro in
bocca. Perché poi, al termine, ci si rende conto che qualcosa in effetti viene a
mancare; che non si è completi (gli ultimi due versi lo indicano in modo chiaro;
quelli attraverso i quali si chiude la poesia : "io mancanza vuoto / di braccio
amputato".
Quello che ci completa, se ci completa, è la concezione, la presa di coscienza,
che oltre il nostro limite non possiamo andare, perché è la nostra stessa
essenza che ce lo impone ("da matrice atomica", cioè da materia limitata).
Pensiamo di nascere sapendo già ciò che diverremo, con delle pulsioni che
vogliono plasmare il nostro uomo-interiore, ma non sempre indoviniamo.
Non è sempre così. Chi scrive lo sottolinea da subito con il sostantivo con cui
apre il suo lavoro: "processo è la vita stessa".
L'uomo-interiore va scontrandosi con un processo di trasformazione obbligatorio.
L'uomo-interiore, gettato dentro il "mare-mondo" dopo la nascita, entra in
relazione con il contesto che lo circonda.
Proviene da acque calde di donna che lo cullano (la madre-terra che lo genera)
ma che lo fanno successivamente immettere (ed è già l'esperienza del primo
trauma) dentro quello che sarà un vissuto più grande: il mondo, un mondo sempre
in movimento, come il mare, il "mare-mondo", appunto.
Sempre pronto a essere confuso, sempre pronto a perdere, quando meno se lo
aspettava (l'esperienza della stabilità nel grembo era durata tanto), i suoi
confini entro i quali aveva costruito le sue certezze: pareti di un utero troppo
stretto per essere solo la fine di un processo vitale.
Perché, come dice l'autore, processo è la vita stessa.
Quella che viene dopo, però; quella che si deve affrontare da soli.
Crollano i confini. Crollano le certezze: "l' io: tanti io diversi".
Subentrano i cambiamenti da cui non si può fuggire ("metamorfosi") mentre si
ascoltano istanze primordiali che non riusciamo a vedere (" voci di dentro").
Trasformazioni che non portano alla certezza del dopo ("io fatto vertigine e
sogno") ma al pensare solo del vivere presente e di una regione, uno spazio, in
cui stare (" io sospeso spasimo io qui-e-ora").
In uno stato di trance si costruisce un'identità confusa, ma sempre in
movimento, alla ricerca di una riva o di una stanza dove l'onda, sbattendo
contro gli specchi, quegli specchi che appaiono sul finire della poesia, si
moltiplica e si scompone in tanti frammenti che riflettono un'immagine interiore
ancora ignota.
Sconosciuta ancora per poco: nella transitorietà che è nell'istante presente,
come viene detto, si sente il freddo di una parte amputata.
Tanti "io" che vanno alla deriva (e dove altrimenti potrebbero andare le onde?)
di uno specchio.
E' lo specchio che fa da anta al guardaroba dove si può trovare un vestito da
indossare al momento opportuno, a seconda se essere o non essere, se volere
entrare o meno in quel "mare-mondo" che sta fuori dal ventre.
Portare se stesso come un vestito: ancora una ricerca introspettiva, come
guardare dentro alle parole che portano a credere che la poesia è ricerca del
vocabolo che riscatta dal rasentare i muri della superficialità per correre in
un vortice di sensazioni che solo il tempo ci permetterà di ricordare.


2 febbraio 1999


*


Insostanziale la Luce

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)

luce verde della memoria
scuote la morte:

il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile

- da La bellezza dell'essere, 2007 -
Felice Serino

*

La luce ha bisogno di arrivare, come nel tunnel di una galleria ha sempre fame
d'aria, di libertà, di spazi aperti, di correre fluentemente a gran velocità.
Non appartiene a nessuna sostanza (insostanziale) la luce: nella carne, nella
materia, si oscura, perde di forza, di energia, si appesantisce… La sostanza del
tempo / nel buio delle vene è universo / presto deperibile, ma la memoria salva
dalla morte, riesce a rendere vivi avvenimenti passati (luci) di gioie
irripetibili che sembravano perse. Si tratta di una memoria spirituale che non è
cancellabile, bensì eterna.
La poesia di Felice Serino è di una brevità lessicale e concentrazione di
significati unica. Se dovessimo catalogarla tra terra cielo e mare, diremmo
senza dubbio che è una poesia di cielo.


Andrea Crostelli
Distacco


giungere dove ogni linea s’annulla


un brivido bianco… e sei altro


fiume che perde nel mare il suo nome *


* da un verso di Billy Collins


da In una goccia di luce, 2008

Felice Serino
_ _ _


Le tue poesie seguono sempre una linea ascetica spirituale, sono una proiezione per inquadrare l’al di là. Potrebbero essere racchiuse quasi tutte in un unico libro.
Mi è piaciuto assai il verso: un brivido bianco… e sei altro.
Il riferimento alla trasformazione che riceveremo sia nella carne che nello
spirito alla fine dei giorni terreni è in risalto e ben trasposto.
Chiaramente ti raggiunge anche il pensiero che già da adesso la vita si
trasforma per chi tende a giungere dove ogni linea s’annulla.
Tra le braccia del Padre come il fiume tra il seno del mare.


Andrea Costelli
[stralcio da lettera privata]

* * *


DOPPIO CELESTE

entrare nello specchio: esserne
l'altra faccia:

uscire dal sogno di te stesso
apparenza di carne tornata pneuma:

ri-unificarti col tuo doppio
celeste: il-già-esistente di là
dal vetro: tua sostanza e pienezza

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
Felice Serino

*

Sono il modo del verbo, quello infinito, ed il significato dello stesso, cioè
quello di "accedere a un luogo", che vengono sottolineati fin dall'inizio della
poesia, che già ci portano a
considerare l'aspetto introspettivo che i versi diranno di seguito.
E si è subito sul luogo della scena, senza premesse, in medias res.
Si è subito sul luogo del delitto (del proprio suicidio): in riva allo stagno,
dove, tra breve,superato il primo verbo che apre la poesia, l'immagine di
Narciso si specchierà chiara nell'acqua ("esserne l'altra faccia").
Non si arriva neppure a mettere in dubbio l'impronta fortemente narcisistica
dello scritto ("uscire dal sogno di te stesso").
O forse, superato il primo verso, può essere che le parti non siano le stesse
che la mitologia vorrebbe riproporre.
Può essere che l'oggetto (lo stagno, lo specchio, l'altra faccia) e la persona
(Narciso e il sogno che lo rappresenta) si confondano, proprio come talvolta
avviene nei sogni, dove ogni cosa può occupare posti e ruoli diversi,
differenti:
Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci
acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i
boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s'era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno dicendo:
"Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché era davvero
bellissimo".
"Ma era bello Narciso?", disse lo stagno."Chi potrebbe saperlo meglio di te?", risposero le Oreadi." Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza".
Allora lo stagno rispose: "Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza".
(Oscar Wilde - Il discepolo, 1893).
Lo stagno e Narciso erano la stessa persona, la stessa cosa: ognuno di essi non vedeva l'altro.
In "Doppio celeste" si esce invece dal sogno per accorgersi che esiste una
realtà, che è quella che lo specchio riflette, che poi è la stessa che, vista
specularmente, completa la parte spirituale mancante nell'uomo, finché questa non viene raggiunta.
Solo passando attraverso lo specchio ci si addentra nell'anima e si vedono con distacco le cose che stanno oltre il sembiante, quando anima e corpo, corpo e anima si trovano già in uno stato etereo.
Nella lettura della poesia, prima di entrare nello specchio, si percepisce
quanto l'autore voglia trasmettere che questa ricerca non sia stata del tutto
casuale, ma che anzitempo vi era stato un percorso alla ricerca, appunto, del
complementare; che vi era stata tutta una vita di riflessione a riguardo.
Ce lo sottolinea il modo in cui la poesia inizia, con quell' "entrare" scritto
con la lettera minuscola, abitudine certa di chi scrive nell'aprire i suoi
lavori, ma non in questo caso, come si potrebbe interpretare; un modo d'iniziare portato quasi a testimonianza che prima c'era dell'altro.
Ne seguono poi, nella costruzione delle strofe, un utilizzo dell'interpunzione
rappresentata dai due punti ben evidente e ripetuta. Si tratta di spiegare ciò che il discorso iniziato, continuato, ora vuole dire.
Scelta oculata, originale, non casuale della punteggiatura unita al senso della
poesia.
Dopo essere entrati nello specchio, al di là della sua superficie, al di là
della superficie dello stagno, c'è la distanza, la profondità dello stesso, che aumenta quanto più eravamo distanti da quel "doppio celeste" già presente.
Narciso conoscerà la sua essenza solo quando lo specchio d'acqua lo attirerà a sé tramite il gioco perverso della propria immagine.
Noi lo faremo quando l'immagine dello specchio rifletterà un azzurro che si
aprirà al di sopra dell'unico colore, quello nero, della morte.
Ma che la morte sia il vero senso con cui si chiude questa poesia è in dubbio.
Ciò che lascia questo dubbio è l'utilizzo dei verbi usati all'infinito (entrare
- essere - uscire dal sogno): all'infinito cerchiamo la nostra complementarietà
all'interno della vita e moriamo così tutte le volte che portiamo a termine
questa nostra ricerca, e rinasciamo subito dopo.
Sembra che in questa poesia non ci sia vita, non ci sia morte, perché la ricerca
dell'anima supera i confini del tempo e della storia.


Commento di Luca Rossi
6 dicembre 1998
La bellezza dell’essere
2007


La bellezza è una fatalità superiore alla morte
Tahar Ben Jelloun

lento sgretolarsi delle forme
che nei combusti vivono eterne e splendenti
Roberto Mussapi






LA BELLEZZA DELL’ESSERE

la bellezza dell’essere
è di una certa età
dipende
dal modo in cui la percepisci
quando ti commuovi per un nonnulla
scambiando un sogno per una visione
ti senti tornato bambino
lo sguardo perso ad inseguire un volo
non temi l’ ignoto
quando in vita ti sei ben speso



SULLE RIVE DEL MISTERO

ciò che non appare mistero
neppure è bello *

fragile come i sogni
spaesa il cuore
di là del mare

tutta
una vita –
… finché lo spaesare
non si adagia
sulle rive del mistero

* frase presa in prestito dal mio amico
pittore-poeta-critico Andrea Costelli


MAYA

il di qua dice l’asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno

sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito

non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra

si è dunque
del cielo o anelito
d’infinito ancor prima
del primo respiro?

- certa è la fiamma che dentro
ci arde – sottile -


IN SOGNO RITORNANO
[ispirata nella notte del 25.3.07]

in sogno sovente ritornano
amari i momenti del vissuto
che non vorresti mai fossero stati
per cui accorato in segreto piangi

si affaccia nel tuo sogno bagnato
quel senso di perdizione
incarnato nel figlio
prodigo che fosti

emerge dai fondali
dell’inconscio dove naviga
il sangue e tu
disfartene non puoi


INSOSTANZIALE LA LUCE

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)

luce verde della memoria
scuote la morte:

il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile


UNA VITA
(a Jung)

perdutamente
dei sangui
l’aprirsi d’echi
su cieli
anteriori
lo spazio
d’un grido


PREVITA

cosa saremo ora non sappiamo
bene ci conosce il Demiurgo già
in mente Dèi eravamo prima
della creazione pur senza saperlo
ingabbiati come siamo in questa vita

puro anelito di spiccare il volo



EVOCATIVO

come in una bolla d’aria

si ha vita
dentro il fiato
di sogni sgretolati



RICORDA
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma sei
a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo nido

ricorda: sei parte
dell’Indicibile - sua
infinita Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere



LACERA TRASPARENZA

insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza


sostanza di luce e silenzio

sapore dell’origine

fuoco e sangue del nascere




ALLA FINE DEI TEMPI

“Per risplendere devi bruciare” – John Giorno

deve il maligno consumare
il suo fuoco - stravolgere
la faccia del mondo
fin quando uscirà di scena

la vita: “la vita può andarsene domani ” *
- cerchio breve che si chiude

la consolazione per chi resta?
aspettarsi alla fine dei tempi
un radioso trapasso: “ch’io
non resti confuso…”


* verso di Paolo Bertolani


QUALCUNO MI CONOSCE

somigliano i sogni
a queste nuvole a stracci

mai come ora
ho bisogno d’un gancio
per appendermi al cielo



LONGEVI

brindano al mistero della vita
forzano le porte
della sera – vedono oltre
dove altri non vedono: per loro
il sognare non ha più fine:
hanno occhi
lavati con acqua celeste


UN SOLO RESPIRO

la porta stretta –
dove macera amore

(nell’oltretempo risiede
il Verbo e
il suo cuore-battito
d’universo)

a un solo
respiro si tende –
oltre un tempo
di transizione


IL PARADISO SE AMIAMO
(sentenza facile con versi facili)

[ispirata la notte del 2.9.07]

(il grido dell’afflitto
anima sparse stelle)

terra è dolore il cielo amore?
l’inferno ce lo facciamo noi

terra è pianto?
il cielo canto?

il paradiso se amiamo
è già qui



NELLA DANZA

quando ti adagerai nella tua ombra
e avrai già l’inverno nelle ossa
esulta perché sarà l’ora
d’essere trasfigurato
pervaderai con una particella
di te ogni cosa
l’anima si confonderà con le stelle
allora entrerai nella danza
nel Signore della danza



ENTRARE NELLA LUCE
[ispirata nel dormiveglia il 2.10.07]

1.
leggere sull’acqua
lettere storte
camminare nel mistero a volte
con passi non tuoi
“sei condotto là dove non vuoi”

2.
essere e proiezione
del Sé
(per speculum in aenigmate):
nella parusia entrare nella luce
goccia che si frange nel sole
- che contiene un mondo




IL SOGNO E’ UN’OASI

1.
un grande desiderio di azzurro
urge nel sangue
senza più odio e dolore
solo amore –
un arcobaleno di amore

2.
nella notte dell’anima
acceca il bagliore della lama
dello sparo – “caino dov’è
tuo fratello” –
ancora e ancora
l’assordare
dei martelli che inchiodano al legno

3.
è il sogno un’oasi di pace
nel cuore devastato

… non si tende alla bellezza?


SE CI PENSI

capisci quanto provvisoria
è questa casa di pietra e di sangue
dove tra i marosi il tempo
trama il tuo destino di piccolo uomo?

se ci pensi:
quale enigma ti sovrasta
mentre la vita non è che un batter d’ali

- e tu immagine
passeggera dentro gioco di specchi
copia sbiadita riflesso del riflesso -

ci sei ma non ti appartieni
sebbene all’esistere
ti attacchi come ostrica allo scoglio

mentre ti ripugna
il disfacelo lo scandalo
della morte il salto nel vuoto


MONDO
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato

tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un’altra dimensione?

mondo: piaga e grido
dell’uomo incompiuto
vòlto al cielo


io ti detesto - mondo


MOMENTO
ad Angela

[ispirata in dormiveglia il 28.10.2007,
a 48 ore dal mio 66° genetliaco]

torpore:
velo di tenebra sugli occhi
mano che ti muore nella mano

ed è bellezza anche questa:
minimo ritaglio dell’eterno


A SPECCHIO DI CIELO

a specchio di cielo
il tuo coniugarti
corpo-amore
albero che veste
primavere
grido
di terra
benedetto -
fonte di luce-vita
corpo-amore


ANELITO

rinascere dal cuore

come una fortezza
il peculio di pena ha elevato
il silenzio al rango della luce


SU UN VERSO DI PESSOA

prolungato sopore
postprandiale

di felicità effimera
brucia il tramonto in un volo
che si perde dietro l’ala
del palazzo ottocentesco – fino
a che arriva lo sguardo…

(apparizione in sogno o forse
déjà vu?)


dove ha fine la vita
“è solo la curva della strada ”
Felice Serino

In una goccia di luce
2008






Vedere un Mondo in un granello di sabbia
E un Cielo in un fiore selvatico
Tenere l’Infinito nel cavo della mano
E l’Eternità in un’ora.

William Blake



IMMERSI NELL’ASSOLUTO

come in una bolla d’aria o goccia
di luce

si ha vita
nel fiato del Sogno infinito


SPIOVE LUCE

spiove luce
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria

siamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?

AVVOLTI NELLA LUCE
[ispirato dalle parole in apertura,
che mi hanno tormentato per giorni]

se nascere nella morte
è questa vita
breve sarà il vagare
nella tenebra della conoscenza
per noi apprendisti dell’Indicibile
avvolti
nella luce della Parola
legati da una promessa di sangue
a Chi ci tende nei secoli
le braccia aperte in forma di croce


SIC TRANSIT…

confidare
nelle cose che passano
è appendere la vita
a un chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza –
arrivare all’essenza –
lo scheletro la trasparenza


DISTACCO

giungere dove ogni linea s’annulla

un brivido bianco… e sei altro

fiume che perde nel mare il suo nome *

* da un verso di Billy Collins


IN UNA GOCCIA DI LUCE

s’arresterà questo giro del mio sangue
lo sguardo trasparente riflesso
in un’acqua di luna
sarò pietra atomo stella
mi volgerò indietro sorridendo
delle ansie che scavano la polpa dei giorni
delle gioie a mimare maree
nullificate di fronte all’Immenso
allora non sarò più
quell’Io vestito di materia
navigherò il periplo dei mondi
corpo solo d’amore
in una goccia di luce


LIBRO SACRO

leggerne una pagina al giorno

perché la fede non sia acqua
Colui che te la dona
fallo uscire dal libro sacro
le righe nere diventino il tuo sangue
fa’ che sia pane
non polvere nel vento la Parola


SCAVANDO NEL PROFONDO
a Giuseppe Soffiantini

rimuovere i macigni
di odio e vendetta
che tengono in ostaggio per la vita:
il perdono
un atto creativo un rifiorire
dentro: questo
lèggere si deve
nel tuo animo regale
tu che umanizzasti il tuo carnefice

tu che sai il dolore
della luce - sentinella dell’aurora



NEL SEGRETO DEL CUORE

tenere in serbo scomparti
colore del vento che oblìa
memorie: rossi
come il sangue della passione
verdi come le prime primavere
azzurri come il manto di madonne

custodirvi gocce di poesia
cavalli di nuvole ed arco
baleni –
le coordinate dei sogni – e
l’insaziato stupirsi della vita
da respirare su mari aperti

- che tenga lontano la morte


L’ESISTERE SPECCHIATO

con lo stillicidio
del tempo a subire
questa piaga dalle nove porte *

ma a te presente un altro
te – il Sé celeste – l’esistere
specchiato: vita che si guarda
vivere –
un mondo in un altro

*il corpo secondo la Bhagavadgita


BARLUME

qui non altro
che un barlume di vero
dove cielo decaduto
è il cuore in tumulto
che spera anela a una riva
di pace

per acquietarsi



RI-CREARE LA BELLEZZA
A Lolek (Karol Wojtyla)

la pietra scartata è la prima
della Bellezza - che trasuda
il sangue della luce

- posata sulla stoltezza
del mondo


PENTECOSTE

aleggiare dello Spirito sulla
creazione

l’Avvento: respiro
dell’Altissimo
(virgola-di-fuoco) in
fragilissimo cuore
- un angolo
di cielo


TURBINE VORTICA

turbine vortica intorno al chi sono

non altro sapere che la tua
inconsistenza

- ma a un tempo
di contenere un mondo –


IN LIVIDA LUCE DI CREPUSCOLO

sulle braccia
della Croce
ci amasti da morire

in livida luce
di crepuscolo
per compassione Tu
ti spezzasti *

... e
fioristi

amen

* verso di Ungaretti




L’INVITO
Il poeta: un vuoto
G. Seferis

e tu di nuovo ostaggio della notte
l'invito
l'abbraccio del vuoto

parola neo-nata
la chiami nel buio
l'innervi in parole

la plasmi a scalpelli di luce




UNGARETTIANA

su un refolo di vento
adagio
la vita
trasognata




A CARLO ACUTIS

Morto a 15 anni di leucemia l’11.10.06
(del quale è stato avviato l’iter per l’apertura della Causa di Beatificazione)

ti so dolce presenza
-tu che visitavi i giardini
del cielo-
ti so dentro di me come
un amico o un figlio
l’altra notte in sogno
nell’apparirmi mi dicevi
sono uscito dalla vita vivo più che mai

-qui è il prima da dove siamo
venuti
si sta di un bene è un’infinita
fonte di stupore
noi voluti dal Cielo siamo stelle
per corona alla Madre Celeste

STEP

pensieri distesi nel mezzodì
incendiato –
sul letto una lama
di luce obliqua e nella
mente in sopore
insieme a un pezzo
di mare

il perdurare la tua immagine
di poco fa il moto
dondolante
del corpo – fatto d’aria –


QUESTO PANE

perché lo permette ti chiedi
permette tutto questo
ti senti dire: è una prova che ti dà
“dal male trae un bene” anche se
non puoi capirlo - allora
giustificato dal Suo sangue
spezza insieme agli altri questo pane
bagnalo di tutte le lacrime
del mondo
non una briciola si sprechi di questo
dolore


DELL’INDICIBILE ESSENZA

dell’indicibile essenza –l’altra
faccia del giorno-
noi sostanza e pienezza

solleva l’angelo un lembo
di cielo: in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce



DA UN’ONDA DI SOSPIRI

da un’onda di sospiri
risalire in sogno
la morte

fiorita
dal grido
di albe di cenere e
fermenti di voli
nel turbinio del vento



WELBY

nel giorno acceso
in trattenuta vertigine avvolto
nel mantello del vento
sporgersi da una rupe di passione
in un amen il ripercorrersi
di stagioni di là del mare
cogliere il fiore-essenza del tempo
sognare d’essere quasi
una finzione
- la morte un paradosso




ARMONIA COSMICA

espansione a irradiare
poesia a labbra
di luce

indicibile fiore
del sangue



NEGLI OCCHI FORTI DELLA LUCE

[ispirata all’alba del 19.10.2008,
a 11 giorni dal mio 67° genetliaco]

negli occhi forti della luce
vive il paese innocente

-dove approdare l’anima
esausta
di vita dispersa-
(una
gomena di avemarie
porge l’angelo a riva)


VASTITA’ DI TE SOLO
[su un verso di Ungaretti]

vastità di te solo
penetrata nei sensi:

nella tua fragilità
lo stupore
di sentirti
una “fibra dell’universo”
http://www.youtube.com/watch?v=VEwVAV3VPw4

Oklahoma! - canta Gordon MacRae
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