Oggi siamo in presenza del più grande paradosso di tutti i tempi: una società che vive di comunicazione e, parallelamente determima un crescente stato di isolamento del'individuo.
Lo sviluppo tecnologico, con la proliferazione di strumenti sempre più sofisticati, consente comunicazioni velocissime, in tempo reale, anche da latitudini lontanissime fra loro sulla terra. I saperi e le conoscenze hanno carattere di precarietà ed evolvono tanto rapidamente da diventare obsoleti dopo pochissimo tempo. Si generano stimoli, linguaggi, codici, assai più rapidamente di quanto li possiamo selezionare. Il sapere divora se stesso e le distanze fra i popoli si accorciano sempre più all'insegna della globalizzazione.
Se tutto questo è da valutare positivamente sul piano dell'evoluzione tecnologica, va però considerato quanto questo processo comporta negli atteggiamenti delle persone e, di riflesso, sul piano sociale.
Oggi è l'ambiente stesso che parla. E rinunciare ad ascoltare significa rinunciare ad essere cittadini del tempo in cui si vive. Ma la parola è sopraffatta da immagini, portatrici di slogans, di gusti, di mode. La parola, anche quando non riesce a prevalere sugli altri moduli espressivi, risente fortemente del condizionamento ambientale. Così le frasi non provengono più dall' "ésprit de finesse", ma sono spesso ripetizioni di battute mutuate da produzioni cinematografiche, da fiction televisive, da spot pubblitari o da particolari circuiti di diffusione, quasi beni di consumo che devono evocare qualcosa. E questo stare "à la page" sembra quasi un tentativo per compensare la rarefazione dei rapporti interpersonali dovuto al progressivo isolamento di ciascuno di noi che trascorre sempre più tempo davanti allo schermo del computer. Mc Luan ha detto che la parola, al di là del suo uso strumentale, è diventata essa stessa "comunicazione". La comunicazione ha perso il suo valore esistenziale e viene accettata secondo la rispondenza ai dettami della moda.
Tutto ciò determina inconsapevolmente, ma inesorabilmente, un allontanamento degli individui gli uni dagli altri ed un ripiegarsi sempre più su se stessi.
Se immaginiamo di guardare per un attimo il mondo "alla finestra" ci accorgiamo facilmente di quanto i rapporti interpersonali siano sempre maggiormente improntati alla fretta: non si ha tempo di conoscersi, di frequentarsi, di coltivare nuove amicizie, di "ascoltare" gli altri. Occorre porre in atto comportamenti precisi, stereotipati, per non sentirsi esclusi dai circuiti sociali. Regna una sola folosofia: apparire prima di essere, proporre un'immagine di sè, dell'io, del gruppo, di ciò che si desidera che si veda, che faccia effetto, che colpisca subito.
Forse ciò che è meno visibile ed anche più difficile da ammettere, ma non per questo meno deleterio, è quanto avviene all'interno delle mura domestiche. Qui in molti casi si vive più che altrove l'incomunicabilità. Un tempo c'era la radio...poi arrivò la televisione. Questa scatola magica, che insieme alla voce faceva arrivare nelle case anche l'immagine, sostituì ben presto il focolare domestico polarizzando l'attenzione e riunendo intorno a sè tutti i familiari.
Ma c'era (quando c'era) un solo televisore, c'era un solo canale, c'erano meno distrazioni: erano altri tempi.
Oggi, complice un accresciuto benessere, data la vasta offerta di canali e di palinsesti, per evitare discussioni per il telecomando c'è un televisore in ogni stanza. Ed ognuno, nel buon nome della "privacy", trascorre il proprio tempo nella "sua" stanza. Ma in ogni stanza c'è pure la radio, c'è pure lo stereo, c'è pure il telefono, c'è pure il computer, c'è pure la playstation insieme a tante altre diavolerie di ultima generazione. E magari funziona tutto contemporaneamente mentre il ragazzo parla al telefono cellulare.
Anche quando si è a tavola insieme per il pranzo o per la cena si è estranei fra gli estranei: la televisione è accesa ma seguita passivamente; ognuno ha il suo telefonino in bella mostra in attesa di qualche chiamata o messaggino; ognuno insegue pensieri tutti suoi e si consuma il pasto velocemente per potersi presto "rifugiare" nella propria stanza. Sono scenari abbastanza frequenti. E, seppure non si arriva sempre a tali estremi, è abbastanza evidente che giovani e meno giovani amano immergersi, se non stordirsi, in un mondo virtuale protetto dalle mura di una stanza, piuttosto che "parlare" con fratelli, genitori,...figli.
Questo stato di cose è determinato il più delle volte da una inconfessata difficoltà a comunicare. Vi è una sensazione assai diffusa di non avere più possibilità di dialogo, di ascolto, di reciprocità...tanto..."nessuno avrebbe il tempo di ascoltarti"...e poi..."nessuno ti capirebbe".
Una corretta comunicazione interpersonale postula la disponibilità ad "incontrare l'altro" e la conoscenza ed il rispetto di una serie di regole. Ma purtroppo, nella maggior parte dei casi, non c'è la voglia di comunicare significativamente e le regole non sono conosciute e meno che mai rispettate. Così quasi sempre la comunicazione risulta poco efficace o disturbata.
Per porre rimedio a tutto questo, e non lasciarsi irretire nella pericolosa spirale della solitudine e del disagio esistenziale, si può tentare di migliorare il rapporto interpersonale disponendosi all' "incontro con l'altro" e cercando di capire meglio, e quindi governare, i meccanismi della comunicazione.
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