COMUNICAZIONE

Il primo termine da sottoporre alla nostra attenzione è la parola stessa "comunicazione".
Con tale termine in genere si intende molto semplicemente la "trasmissione di informazioni". Ma se andiamo appena più a fondo ci accorgiamo subito che tale definizione è molto generica e piuttosto asettica.
Infatti la comunicazione sottintende, al di là della semplice intenzione di trasmettere informazioni, la volontà di influenzare l'altro, per sensibilizzarlo verso un problema o imporre un comportamento, per attirare la sua attenzione o chiedere qualcosa, o anche solo per condividere emozioni o sensazioni.
Da ciò si evince che la comunicazione non può essere semplificata in una mera definizione, essendo essa un processo aperto e dinamico che comporta un'interazione fra partners.
I POLI DELLA COMUNICAZIONE
Anche i partners sono elementi mai definibili nel processo comunicativo, in quanto persone con proprie modalità di approccio interattivo. Essi, quali poli di trasmissione, sono al tempo stesso

TRASMITTENTE e RICEVENTE.

Ma questi poli non sono semplici
terminali di macchine ricetrasmittenti quanto, piuttosto, microcosmi, persone vive, ognuno con una propria cultura, con personali interessi, portatori di valori soggettivi, con specifici ritmi attentivi, con particolari modalità di codificazione e decodificazione dei messaggi.
POLI DELLA COMUNICAZIONE
CIASCUN POLO E' AL TEMPO STESSO "TRASMITTENTE" E "RICEVENTE"
Va sottolineato che la comunicazione avviene attraverso una serie di elementi non sempre perfettamente funzionanti in quanto utilizzati con tecniche diverse, a volte non conosciute o non condivise da entrambi i partners.
Tentiamo comunque di descriverne i più evidenti:

MESSAGGIO:
è l'informazione che si vuole trasmettere o si deve ricevere; è l'oggetto della comunicazione;

CODICE:
è il modo in cui un messaggio è espresso; il tipo di lingua parlata; il gesto utilizzato; è un accordo in base al quale si stabiliscono i significati dei diversi segnali;

CANALE:
è lo strumento usato per comunicare: la parola, la scrittura, la musica, la pittura, le diverse espressioni dell'arte, ecc...;

MEZZO:
è la via attraverso la quale si fanno passare i segnali = organi della voce, organi dell'udito, onde sonore, sistemi di amplificazione, ecc...;

LINGUAGGIO:
è l'insieme di segni e/o di simboli convenzionali per potersi esprimere e comunicare;

FEED-BACK:
è l'informazione di ritorno: un cenno, una parola, un segnale per affermare che il processo di comunicazione è completo. Consiste nella possibilità data al ricevente di segnalare l'esito della ricezione del messaggio (confermando, negando o esprimendo dubbi e chiedendo di ripetere il messaggio)
ELEMENTI DI DISTURBO
Va poi aggiunto che la comunicazione è spesso influenzata da elementi di disturbo presenti nell'ambiente, che ne compromettono l'efficacia:

DISTURBI ESTERNI:
disturbi che, indipendentemente dalla volontà di coloro che stanno comunicando, impediscono la perfetta codificazione e decodificazione del messaggio = rumore, squillo del telefono, confusione di persone che parlano a voce alta contemporaneamente, ecc...;

DISTURBI INTERNI:
disturbi di natura psicologica che l'individuo trova dentro di sè = ansia, paura, stato emotivo, ecc...;

DISTURBI DI TIPO MECCANICO: rumore del mezzo di comunicazione, difetto dell'apparecchio telefonico o ricetrasmittente, errori di stampa, ecc...;

DISTURBI PER DIFETTI DEL CANALE:
voce bassa, annuncio troppo corto, lungo, incompleto, sordità, miopia, eccc...;

DISTURBI NELLA FORMULAZIONE DEL MESSAGGIO:
scarsa dimestichezza, emotività, distrazione, stanchezza, scarsa motivazione, sfiducia, ecc...
L' ENTROPIA
Alla luce di quanto finora esposto si arguisce che la "comunicazione" va vista in situazione. Non si può prescindere pertanto dal porsi alcune domande: "Che cosa? A chi? Quando? Dove? Perchè? In quali condizioni?". Ed è opportuno cercare delle risposte prima di intraprendere il percorso esplorativo del processo comunicativo.
E' poi abbastanza evidente che è pressochè impossibile realizzare una comunicazione perfetta o scevra da interferenze e/o disturbi di vario genere.
In primo piano vanno collocati i due partners del processo comunicativo: il ricevente e il trasmittente, i cui ruoli si alternano di continuo. Questi sono, abbiamo già detto, innanzitutto delle persone con un loro mondo interiore.
E ciascuno dei due, al di là della cultura, delle competenze, delle conoscenze, delle convinzioni politiche, sociali o religiose, non sempre riesce a dare forma compiuta ai propri pensieri, che spesso si affollano tumultuosamente nella mente e danno luogo a nuove idee che, ancor prima di poter essere esternate, devono essere elaborate.
Avviene così che nella mente di ciascuno dei partners c'è difficoltà tra il pensare e il dire, tra l'ascoltare e il ridire, tra il trasmettere e ricevere, tra il ricevere e il trasmettere.
Questo fenomeno, che nella sostanza è un degrado dovuto ad un dispendio di energia, mutuando il termine dall'ambito scientifico e trasferendolo nell'ambiro della "comunicazione", può essere definito ENTROPIA.
E, per restare nell'analogia, può anche essere misurato secondo le progressive difficoltà (ciò che si vuol dire, ciò che si dice, ciò che l'altro recepisce, ciò che restituisce) arrivando complessivamente ad una resa del 20 %.
Ma se tutto ciò non bastasse, volendo ripartire dal punto d'arrivo e riprendere il tentativo di comunicazione, considerando nuovamente le difficoltà da superare, si affronta nuovamente un percorso in salita con un nuovo rischio di caduta (Complesso di Sisifo). Si potrebbe quindi arrivare ad una nuova resa del 20 %.
Il che potrebbe costituire una resa finale del 20 % sul 20 %, pari ad un 4 % di quanto si voleva comunicare di prima intenzione.
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LA PERCEZIONE
La percezione ha la funzione di orientarci nelle relazioni con le persone, le cose e gli avvenimenti.
Ma i meccanismi percettivi spesso si rivelano ingannevoli e compromettono la stessa comunicazione o, quanto meno, ne condizionano il grado di efficacia.
Il primo dato teorico che, con la dovuta attenzione, si può riscontrare anche nella pratica è il seguente:

NOI NON FOTOGRAFIAMO LA REALTA' MA LA INTERPRETIAMO.

Se vogliamo avere rapporti validi con gli altri dobbiamo prendere coscienza di questa nostra naturale tendenza.
Per capire ciò che veramente A vuol dire, B deve fare una scelta all'interno dell'insieme dei segnali recepiti e interpretarli.

La DECODIFICAZIONE

di una comunicazione comporta in primo luogo la percezione, cioè la selezione, l'organizzazione e l'interpretazione del contenuto. Questo avviene in maniera inconscia ed in relazione alla proprie esperienze interne (bisogni, interessi, atteggiamenti).
Quello che noi vediamo non è la realtà ma la nostra esperienza della realtà. Perciò è necessario distinguere sempre tra fatti e interpretazione. Mentre i fatti sono oggettivi, le interpretazioni sono soggettive.
La nostra conoscenza è sempre esperienza di qualcosa; però l'esperienza non riporta l'oggetto in modo immediato e nella sua totalità, ma lo trasmette nel "significato" che esso ha per colui che lo percepisce.
Ogni persona vive così in un suo mondo personale ed unico di significati. La stessa realtà può essere vista, o meglio vissuta, da diverse persone in modi diversi.
Il BOSCO, ad esempio, costituisce:
> un insieme di alberi per i contadini;
> una riserva di caccia per i cacciatori;
> un rifugio per il latitante;
> un posto all'ombra per il viandante;
> una grande risorsa per un naturalista;
> qualcosa di immenso e misterioso per un bambino.

Con termini tecnici possiamo affermare che:

le DENOTAZIONI

sono le definizioni oggettive della realtà (es.: padre = genitore di sesso maschile);

le CONNOTAZIONI

sono i significati evocati (es.: padre = amico, confidente, punto d'appoggio...;padre-padrone, sfruttatore, nemico...).
Il significato connotativo di una parola varierà inevitabilmente da persona a persona in funzione delle singole esperienze. Ad esempio se un cane mi morde è un pericolo; se mi ha salvato è un amico.
Mentre le denotazioni possono essere giuste o sbagliate, le connotazioni possono solo essere diverse; possono essere condivise o non condivise ma mai oggettive.
PRINCIPI DELLA PERCEZIONE
La percezione è legata ad alcuni innegabili principi:

NOI NON VEDIAMO TUTTO

Noi, anche fisiologicamente non vediamo tutto ma solo ciò che selezioniamo. Sarebbe impossibile elaborare un numero infinito di stimoli. Più gli stimoli sono significativi e più è facile che suscitino la nostra attenzione.
Il modo in cui uno vede gli altri ed interpreta la comunicazione dipende:
> dalle sue aspettative;
> dai suoi atteggiamenti;
> dalla sua personalità.
Quasi sempre in situazione di comunicazione abbiamo determinate aspettative o "presupposti" che facilmente influenzano ciò che vediamo o crediamo di vedere.
La stessa affermazione proveniente da una persona di cui rispettiamo il giudizio o da un'altra che consideriamo stupida può essere percepita in modo diverso.
Inoltre tendiamo ad interpretare i segni in modo che risultino compatibili con le cose in cui crediamo. Se abbiamo dei pregiudizi nei confronti di una persona, qualsiasi cosa questa persona faccia o intenda fare la interpretiamo in modo negativo.
Alcuni stimoli ansiogeni, per fare un altro esempio, possiamo addirittura non vederli. Il fattore personalità può distorcere la percezione e far ignorare segnali che comportano critiche o giudizi negativi sul proprio conto, continuando a nutrire stima in sè e in alcuni altri anche di fronte alla disapprovazione altrui.

TENDIAMO A VEDERE L'INSIEME

Noi tendiamo a costruire un tutto: è radicata in noi l'esigenza di vedere l'unità. Se vediamo quattro lineee possiamo definirle come una casa. Se vediamo una testa possiamo immaginare il resto del corpo. La parte che noi vediamo è reale; il resto è ipotesi.
Di solito valutiamo gli altri in base all'esperienza che abbiamo fatto. Per esempio un bambino che non ha mai fatto esperienze accettanti quando si trova davanti ad una persona che lo accetta si disorienta, non sa dove collocare questa sua nuova esperienza.

ESISTE UN RAPPORTO FIGURA-SFONDO

In ogni realtà che vediamo esiste il primo piano ed esiste lo sfondo. Cosa è vero? Qual è la realtà? Siamo noi che lo decidiamo sulla base delle esperienze che abbiamo.
Le persone appaiono come noi abbiamo bisogno di vederle: il comportamento negativo di una persona amica possiamo metterlo sullo sfondo; diversamente lo mettiamo in primo piano.

DISTORSIONE DELLA REALTA'

Se siamo presi da una forte emozione possiamo distorcere la realtà e non vedere cose evidenti.
Nel corso di una ricerca sono stati indotti in un gruppo di individui stati emozionali diversi: sentimenti piacevoli, angosciosi, critici. In ognuno di questi tre momenti le persone dovevano valutare sei foto. Si è constatato che le persone erano influenzate in modo significativo dallo specifico stato emozionale. Anche la nostra esperienza quotidiana ci conferma questi risultati. Spesso, infatti, se siamo di buon umore percepiamo l'ambiente e gli avvenimenti in modo più positivo e ottimista di quando siamo di cattivo umore.
A questo punto possiamo renderci conto che comunicare correttamente è impossibile senza prendere coscienza di questi condizionamenti.
Perciò dobbiamo ridimensionare l'assunto egocentrico secondo il quale la nostra percezione sia l'unica possibile, la migliore, la più completa, la più corretta. Possiamo essere certi si ciò che vediamo e di ciò che sentiamo a livello emotivo, ma il resto è ipotesi. Se vogliamo comprendere l'altro dobbiamo ricordarci che comprendere significa comprendere i suoi stati emotivi. Lo stato emozionale è diverso dallo stato razionale. E la comprensione dell'altro passa attraverso la comprensione del suo mondo di significati.
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Dobbiamo poi prendere coscienza del fatto che la nostra rappresentazione della realtà subisce un lunga serie di condizionamenti:

FRAME OF REFERENCE

E' l'insieme delle emozioni, delle esperienze passate, del back-ground personale, che ci orientano nella nostra percezione:

CONTESTO/RUOLO

Un noto psicologo americano fece un esperimento in cui a due gruppi di studenti diversi fece sentire la stessa telefonata. Ad un gruppo fu detto che l'interlocutore era il rettore e all'altro che era uno studente. Invitati a valutare, affermarono che il rettore era buono; che lo studente era maleducato: il ruolo e/o il contesto condizionano il giudizio.

CONTESTO SOCIO-CULTURALE

La nostra storia entra a far parte non solo del "frame of reference" ma anche della situazione socio-culturale entro cui si svolge la nostra esperienza, caricandosi di significati veicolati dalla cultura esistente.
Ne sono prova taluni comportamenti che, se calati in determinati ambienti socioculturali o collocati in determinate epoche storiche, sono considerati contro corrente o addirittura sacrileghi: per un arabo è peccato mangiare carne di maiale; per i musulmani le donne devono indossare il burka in pubblico; per gli indù le mucche sono sacre; Galileo, per aver affermato che la terra girava intorno al sole al tempo della concezione geocentrica, fu inquisito e incarcerato.
Durante la seconda guerra mondiale per i soldati americani il bacio era un comportamento normale non impegnativo. Per le ragazze inglesi invece aveva un significato molto importante. Per cui quando i soldati americani chiedevano alle ragazze inglesi un bacio, queste o si rifiutavano perchè era "troppo presto" oppure si abbandonavano completamente a loro ritenendosi impegnate per tutta la vita.
Da quanto detto sopra possiamo affermare che il nostro comportamento segue non la realtà ma la nostra percezione della realtà.
Pertanto è opportuno prenderne coscienza attraverso l'esplorazione del nostro "frame of reference" in modo da non essere rigidi nel comportamento e nelle nostre scelte. Ad esempio se sono convinto che i cani sono pericolosi, e inoltre non mi rendo conto che questa è solo una mia esperienza, sarò sempre condizionato nel mio rapporto con gli animali.
Inoltre essere aperti a comprendere il nostro "frame of reference" ci rende anche più disponibili a comprendere la diversità dell'altro. Che un altro abbia idee diverse dalle nostre possiamo pure ammetterlo, ma che percepisca la stessa realtà in modo diverso dal nostro ci mette ansia: o è cattivo o è matto.
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La percezione che noi abbiamo degli altri è importante, in modo particolare per la comprensione dei processi di interazione che avvengono nella sfera della comunicazione.
Nella vita di ogni giorno le impressioni e le valutazioni delle altre persone si formano in un'ampia gamma di situazioni. Ma soprattutto le esperienze percettive concernenti le persone che ci circondano sono influenzate dal modo in cui noi ci percepiamo.
Noi siamo portati a vedere gli altri in base alla percezione che abbiamo di noi stessi. Se ho fame, vedendo una persona, mi chiederò per prima cosa se può darmi da mangiare. Se sono timido, quando una persona non mi rivolge la parola penserò che lo faccia per superbia; poi magari scoprirò che è timida pure lei.

I SISTEMI DI ORIENTAMENTO

che ci condizionano particolarmente nella percezione degli altri sono i seguenti:

L'IMMAGINE DI SE'

Intendiamo il sé come una struttura di esperienze che si riferiscono alla propria persona. La dinamica più importante del sé riguarda la funzione di mantenere una propria adeguata struttura. Questo scopo è raggiunto servendoci della nostra tendenza a proteggere o aumentare la stima di noi stessi. Le ricerche e le esperienze cliniche consentono di affermare che, per mantenere una certa coerenza tra identità personale e comportamento, i soggetti, nel caso in cui l'ambiguità delle situazioni lo permetta, percepiscono attraverso i meccanismi sopraelencati, un loro comportamento corrispondente al proprio "concetto di sé".

LO STEREOTIPO

La formazione di uno stereotipo avviene nell'ambito di un gruppo, e trova la sua ragion d'essere o nella realtà effettiva o nell'immaginazione degli individui. Il meccanismo tramite cui si forma lo stereotipo funziona in modo da rendere "selettiva" la percezione. Cosicchè attribuiamo a determinati aspetti del mondo significati non elaborati dalla nostra esperienza ma mutuati dal giudizio di un determinato gruppo. Lo stereotipo inibisce la percezione differenziata della realtà poichè non la coglie in modo oggettivo ma in modo funzionale agli interessi del gruppo.

IL PREGIUDIZIO

Il pregiudizio è un atteggiamento sfavorevole verso qualcosa o qualcuno altamente stereotipato e tanto caricato emozionalmente da essere difficilmente suscettibile di cambiamento, anche di fronte ad informazioni contrarie.
I pregiudizi non solo possono influire in modo distorcente sul materiale informativo ricevuto, ma possono anche provocare un'esposizione selettiva nei confronti dell'informazione.
Alcuni studiosi hanno riscontrato che le persone si espongono in modo selettivo alle informazioni in quanto hanno la tendenza a cercare quelle informazioni che confermano le loro convinzioni ed ideologie.
Senza entrare in dettagli sugli influssi dei pregiudizi e degli stereotipi nella comunicazione interpersonale, concludiamo affermando che entrambi rappresentano il risultato di una semplificazione della realtà.
In questo processo la semplificazione si manifesta principalmente nel fatto che le singole qualità specifiche di un oggetto visto secondo il "cliché" stereotipino non sono percepite in modo differenziato.
In altre parole si tratta della precoce generalizzazione di un'esperienza prima ancora che questa sia stata percepita, sperimentata e definita.

LE STRUTTURE MENTALI

Altri elementi che concorrono ad una percezione più differenziata sono studiati nel settore della psicologia differenziale. Generalmente il grado di sviluppo mentale di una persona influenza la "selettività" e la "capacità organizzativa" della percezione. Per cui, ad esempio, la percezione di un bambino è differente da quella di un adolescente, così come quella di due persone diverse per cultura e bagaglio di esperienza.
Le ricerche sugli "stili cognitivi", realizzate nell'ambito della psicologia differenziale e dello studio della personalità, sono rilevanti per lo studio delle strutture mentali nella percezione soggettiva.
Ad esempio il "repressivo" tenderebbe a fuggire gli aspetti minacciosi del suo mondo mentre il "sensitivo" tenderebbe a reagire, sia pure attraverso un processo inconsapevole.
Un gran numero di equivoci possono sorgere nella comunicazione a causa di una sbagliata "attribuzione di intenzionalità" nel comportamento.
Ecco un esempio di percezione interpersonale sbagliata:
Una coppia di novelli sposi era seduta al bar la seconda sera della luna di miele. Quando la moglie intavolò una conversazione con una coppia seduta accanto a loro, il marito si rifiutò di unirsi alla conversazione e rimase in disparte sentendosi trascurato. La moglie s'irritò per la reazione del marito ed ebbe luogo una forte lite. Qualche tempo dopo l'equivoco fu chiarito. Lei aveva iniziato la conversazione perchè eccitata dalla sua nuova posizione sociale di moglie e in questo suo nuovo ruolo desiderava intraprendere insieme al marito relazioni con altre persone. Il marito invece vedeva la luna di miele come un periodo in cui poteva ritirarsi in un mondo privato con sua moglie allontanandosi dalle normali relazioni sociali. Secondo la moglie il comportamento appartato del marito era un insulto perchè le impediva di provare la gioia di unirsi ad altre coppie. Il marito, invece, si sentiva insultato dalla moglie perchè il comportamento di lei implicava che la sua compagnia non le era sufficiente. Ciascuno aveva tratto inferenze sbagliate sulle intenzioni dell'altro.
Possiamo quindi affermare, per induzione, che l'attribuzione delle intenzioni influisce notevolmente sul modo in cui una persona percepisce il comportamento di un altro.
Nel caso in cui una persona pensi di aver ricevuto un regalo perchè l'altro non aveva più bisogno dell'oggetto, indubbiamente farà una valutazione del dono e del gesto diversa da quella che farebbe se pensasse di averlo ricevuto unicamente per amicizia o per stima.
Le teorie implicite sono le ipotesi da noi costruite nei confronti dell'altro.
Prendiamo in considerazione soprattutto due effetti che scaturiscono dall'uso di queste ipotesi:

EFFETTO ALONE:

se abbiamo un'impressione globalmente positiva di qualcuno tendiamo ad estenderla per deduzione anche a tratti specifici, sopravvalutando i tratti positivi e sottovalutando quelli negativi.
Per converso se abbiamo un'impressione globalmente sfavorevole di una persona tenderemo a sopravvalutare i tratti negativi e a sottovalutarne i positivi;

LOGIC ERROR:

è la tendenza per cui, quando percepiamo un tratto rilevante di una persona, siamo portati a ipotizzare la presenza di altri tratti, a nostro giudizio, legati al tratto che ci ha impressionati.
Se, per esempio, una persona viene giudicata aggressiva molto probabilmente verrà valutata ad un alto livello di attività, data la convinzione di un legame fra le due qualità.
Per poter esser in grado di interagire positivamente con gli altri occorre prendere coscienza del fatto che la comunicazione ha delle proprietà e che se tali proprietà non sono interiorizzate e rispettate il rapporto di reciprocità rischia di essere compromesso.

RAPPORTO COMPORTAMENTO-COMUNICAZIONE

La validità delle relazioni umane dipende dalle competenze comunicative fra i partners. Da tale assunto discende la constatazione che la dimensione intersoggettiva è un'imprescindibile necessità ed, al tempo stesso, uno dei più complessi problemi della natura umana.
Tale problema è inevitabilmente presente nelle comunità, sui posti di lavoro, nelle famiglie e, a maggior ragione, nelle scuole, ove si lavora con persone, su persone, per persone. Spesso gli insuccessi educativi sono dovuti alle distorsioni prodotte dalla comunicazione inconscia lasciata arbitra delle relazioni fra le persone.
Ma se si vuole stare bene insieme bisogna credere fermamente che il bene più prezioso da tutelare per la comunità è la trasparenza reciproca e che contro i rischi della comunicazione inconscia non c'è altro rimedio che una comunicazione attenta, consapevole, provveduta.
Ed una corretta comunicazione passa attraverso il riconoscimento dell'altrui persona, dell'ascolto e del rispetto reciproco. Mettere in atto tali comportamenti significa dare espressione alla convinzione profonda da parte di tutti i membri della comunità della voglia di "stare bene insieme".

LIVELLI DELLA COMUNICAZIONE

E' impossibile non comunicare. Secondo una evidente "pragmatica" qualsiasi comportamento ha valore di comunicazione. E poichè è impossibile non esprimere un comportamento è altrettanto impossibile non comunicare. Il silenzio, l'inattività, il gesto naturale sono tutti messaggi comunicativi che nell'interazione con un'altra persona la influenzano e determinano una reazione che a sua volta influenza l'altro interagente.
La comunicazione non è solo scambio di contenuti ma è anche creazione di rapporti reciproci fra i partners. E non sempre il rapporto fra i partners risulta positivo anche se c'è un corretto scambio di contenuti.
Ciò risulta evidente se esaminiamo i seguenti livelli della comunicazione:

> VERBALE: si riferisce esplicitamente al contenuto (parlato o scritto).

> NON VERBALE: si riferisce al modo come si gestiscono lo spazio (prossemica = postura, distanza) ed il corpo (cinetica = sguardo, gestualità, saluto, ecc...) ed indica la relazione che si vuole instaurare, che può confermare, disconfermare, negare il livello di contenuto.

> PARAVERBALE: è l'insieme di quelle piccole naturali, inconsapevoli manifestazioni caratterizzanti il modo di esprimerci (voce, pause, esitazioni, sottolineature, involontarie contrazioni muscolari, ecc...) che unitamente al livello non verbale sono altrettante spie del tipo di relazione voluta.
Si potrebbe affermare che il livello di relazione non verbale e paraverbale sono una comunicazione sul contenuto, un modo di classificarlo o, meglio, una comunicazione sulla comunicazione, una "metacomunicazione". Dire, per esempio, "Ti voglio bene" ad un'altra persona con un atteggiamento di tenerezza e di calore trasmette un'informazione congruente sia a livello di contenuto sia di relazione. Dire la stessa frase con distacco e freddezza, o con ironia, significa comunicare qualcosa a livello di contenuto e negarla a livello di relazione.
Ogni interazione in atto è di tipo circolare.
Se una persona A invia una comunicazione alla persona B, B avrà una reazione che è allo stesso tempo una risposta ed uno stimolo alla comunicazione di A. Tale reazione a sua volta determinerà da parte di A una risposta che nello stesso tempo è stimolo per B e così via. Quindi una serie di comunicazioni è una serie ininterrotta di scambi.
Spesso però gli agenti dell'interazione in corso stabiliscono delle punteggiature arbitrarie nel processo comunicativo, tendono cioè a percepire una relazione di causa ed effetto. Allora il comportamento comunicativo di A viene percepito come causa del comportamento di B, che genera un determinato effetto. A sua volta il comportamento comunicativo di B, percepito come causa del comportamento di A, determina un ulteriore effetto. E...così via.
Si determinano conflitti comunicativi quando vi è discrepanza sulla punteggiatura delle sequenze di eventi, cioè su ciò che si considera causa e su ciò che si considera effetto.
S'immagini un conflitto coniugale in cui il marito si chiude in se stesso e la moglie brontola e critica. E' probabile che l'uomo ritenga il suo comportamento di chiusura una risposta alle critiche della moglie, mentre la donna a sua volta ritiene le sue critiche una conseguenza della passività del marito. Un conflitto di questo tipo rischia di non aver mai fine.
Una diretta conseguenza della punteggiatura arbitraria della sequenza di eventi comunicativi è la cosiddetta
PROFEZIA CHE SI AUTOREALIZZA
Se, per esempio, una persona è convinta che gli altri vogliono solo criticarla, è probabile che si comporti in modo difensivo o aggressivo; perciò saranno elevate le probabilità che gli altri reagiscano criticando il suo comportamento e confermando così la premessa da cui il soggetto era partito, nella convinzione di reagire agli altri e non di provocarli.
Alla radice dei conflitti di punteggiatura vi è la convinzione radicata che esiste soltanto una realtà: quella della propria percezione.
Bisogna perciò maturare la consapevolezza che l'opinione diversa dell'altro possa dipendere non da cattiveria o irrazionalità ma da una diversa percezione della realtà.
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L'interazione con gli altri, secondo il ruolo, il contesto o le regole datesi, può essere "alla pari" o in rapporto gerarchico.

L'interazione "complementare"
evidenzia le differenze tra gli interagenti. E il comportamento dell'uno giustifica e completa quello dell'altro.

L'interazione "simmetrica"
massimizza l'uguaglianza tra i partners. E il comportamento dell'uno tende a rispecchiare il comportamento dell'altro.

Nella relazione complementare un partner assume una posizione o ruolo primario o superiore, e l'altro una posizione secondaria o inferiore.
A volte tale situazione è determinata dal contesto sociale e culturale (relazione madre-figlio, superiore-subordinato, insegnante-allievo, ecc...).
La natura della relazione complementare è interdipendente, nel senso che comportamenti diversi si richiamano a vicenda.
Ambedue i tipi di relazione sono importanti ed è necessaria la presenza di entrambi a seconda dei contesti e delle situazioni per una comunicazione efficace.
La simmetria permette ai partners in interazione di ascoltarsi per come sono e di mostrare fiducia e rispetto reciproco. La complemetarietà, d'altra parte, è necessaria in alcuni tipi di relazione e ugualmente può portare ad una conferma reciproca sana e positiva.
Il conflitto ed i problemi possono insorgere quando manca flessibilità nell'usare i due tipi diversi di relazione in rapporto ai contesti appropriati, e rigidamente ne viene usato un solo tipo oppure questo viene usato in contesti e in tempi inappropriati.
La relazione simmetrica può allora evolvere in uno stato di conflitto senza fine, caratterizzata da uno "stato di guerra" più o meno aperta: è la lotta per il controllo-potere.
La relazione complementare, se rigida, comporta la disconferma di uno dei partners. Si pensi al rapporto madre-figlio, in cui la complementarietà è necessaria ed auspicabile per un certo periodo di tempo ma, se attuata indefinitamente, si trasforma in negazione della crescita e differenziazione del figlio e non accettazione dell'evoluzione naturale della relazione.
Tutte queste proprietà della comunicazione esistono nella definizione dei processi interattivi e, quando sfuggono alla consapevolezza degli interagenti o si stabiliscono come regole rigide e non negoziabili, possono determinare disfunzioni e problemi riguardo alla costituzione di una piattaforma comunicativa che sia stimolo e presupposto alla crescita individuale e al buon funzionamento dei sistemi o gruppi sociali.
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Ci sono alcuni meccanismi interiori che, pur agendo a livello inconscio, determinano comportamenti che non ci rendono ben accetti agli altri e costituiscono vere e proprie

BARRIERE PSICOLOGICHE:

MANCATA CONSAPEVOLEZZA DELLA SOGGETTIVITA' DELLA PROPRIA PERCEZIONE

Si è già detto che cosa s'intende per soggettività e selettività della percezione umana. La mancata consapevolezza di questi aspetti della percezione porta spesso gli individui a ritenere che il proprio punto di vista riguardo a contesti e a situazioni non sia la diretta conseguenza del proprio mondo di esperienza, ma costituisca l'unica verità esistente.
Questo presupposto comporta il mancato riconoscimento del valore dell'esperienza altrui e l'impossibilità di stabilire una piattaforma di comprensione con le altre persone.
I comportamenti degli altri, in questo modo fraintesi e non compresi, sono interpretati come mancanza di volontà o "cattiveria" e determinano un atteggiamento di rifiuto o di "barriera comunicativa". L'incapacità di riconoscere la relatività delle proprie percezioni comporta un'arbitararia punteggiatura della sequenza si eventi e fa precipitare inevitabilmente la situazione comunicativa in una disfunzione relazionale.

ALIENAZIONE

L'alienazione si configura come barriera comunicativa nelle relazioni interpersonali quando il soggetto si sente ostacolato nel suo bisogno di relazionarsi in modo autonomo e personale al proprio mondo e agli altri. Un soggetto è alienato quando è dominato da un'altra persona, per cui deve adeguarsi a regole e schemi non condivisi, sia a livello di macro organizzazioni (organizzazione del lavoro, cultura, sottocultura, società, ecc...) sia a livelo di micro organizzazioni (famiglia, scuola, gruppo, ecc...). In questo caso la persona non solo sente di dover sottostare a situazioni non condivise, ma è anche impossibilitata a trovare le condizioni per sviluppare le proprie qualità personali. In conclusione possono sorgere barriere comunicative quando i vari contesti sociali non garantiscono la realizzazione di una piattaforma comune di relazioni interpersonali nella quale i soggetti si pongono come partners anche se con ruoli e funzioni complementari.

MANCANZA DI CONTROLLO DELLE DINAMICHE TRANSAZIONALI

Ora possiamo focalizzare l'attenzione su alcuni parametri fondamentali che caratterizzano le dinamiche della comunicazione interpersonale dal punto di vista relazionale. Esistono numerose teorie e ricerche empiriche che hanno studiato le caratteristiche fondamentali necessarie perchè si abbia un positivo dialogo umano. Esse hanno individuato copiose variabili o "dimensioni" importanti per lo stabilirsi di una comunicazione adeguata. E' tuttavia possibile, andando a verificare i concetti reali cui i termini teorici fanno riferimento, ricondurre la maggior parte di tali variabili a due grandi dimensioni: quella del "controllo", che contempla le due polarità di dominanza e sottomissione, e quella "emozionale", nelle due polarità di accettazione e rifiuto.

> La dimensione CONTROLLO:
comprende i momenti dell'autorità e della competenza. Possono insorgere disturbi comunicativi quando l'autorità o la competenza di un partner in interazione non viene riconosciuta o giustificata dall'altro partner. Per esempio un comportamento autoritario, che si esplicita a livello verbale e non verbale attraverso ordini, comandi, guida severa, ecc...può determinare problemi comunicativi perchè l'autorità viene esercitata arbitrariamente senza condivisione ed interazione. I possibili sviluppi interattivi, quando la dimensione del controllo è sbilanciata e non condivisa, sono da una parte i conflitti competititvi, tipici delle realzioni simmetriche, e dall'altra gli atteggiamenti difensivi, tipici delle realzioni complemetari rigide. Nella prima situazione vi è una continua discordanza sui ruoli, su chi merita più considerazione, chi abbia più competenza, chi debba prendere decisioni, ecc...; nella seconda, caratterizzata dalla tendenza ad estendere il controllo e l'autorità in aree e situazioni non concordate nella vita relazionale, si possono instaurare conflitti sotterranei in cui chi gioca il ruolo del sottomesso in realtà mette in atto comportamenti di "boicottaggio" per sfuggire al controllo e alla definizione della relazione. Infatti il controllo all'interno della relazione interpersonale si può manifestare in modi diversi, a volte impliciti, altre volte mettendo in atto vere e proprie strategie. Accanto al comportamento autoritario manifesto, in cui uno dei due partners assume in modo chiaro ma non negoziabile il comando, si può reagire, per esempio, facendo "la vittima", imponendosi attraverso messaggi di autoinsufficienza, oppure da "parassita", accettando sì il ruolo di dipendenza ma rinunciando a prendersi qualsiasi responsabilità sia a livello di decisioni sia di compiti, ecc... Altre volte si ricorre ai paradossi per disorientare, alla critica o al comportamento maldestro in pubblico per imbarazzare, all'ignorare o ridicolizzare per spazientire, ecc... I più scaltri padroneggiano poi la "tecnica delle domande per il controllo della relazione": domande dirette (alla persona); indirette (al gruppo); controverse (per coinvolgere l'uditorio); di rimbalzo (porre altre domande per evitare di rispondere). In ogni caso il risultato è una comunicazione disturbata che non facilita, anzi ostacola, il potenziale di comprensione e di crescita insiti in efficaci relazioni interpersonali, sia in ambito privato sia in ambito lavorativo e sociale. Relazioni complementari sono necessarie e funzionali nella vita sociale in quanto, per raggiungere obiettivi concordati, è utile collaborare e coordinare le proprie attività. Ma quest'equilibrio può essere facilmente rotto quando le persone pretendano in modo rigido di avere autotità e di mantenere in ogni contesto le medesime competenze arbitrariamente. Rispetto, fiducia, tolleranza, comprensione empatica sono abilità sociali necessarie per stabilire efficaci relazioni interpersonali. Ma sono suscettibili di apprendimento solo con grandissima umiltà e fortissima volontà. a partire dalla disponibilità a fare autocritica.

> La dimensione EMOZIONALE:
la dimensione emozionale, che si sviluppa lungo il continuum accettazione-rifiuto, si riferisce alla qualità dei sentimenti nutriti ed alla forma degli atteggiamenti che ogni persona pone in atto nei confronti di un'altra. La realizzazione di una dimensione emozionale nel senso dell'accettazione dell'altro è importante sia perchè ognuno ha il bisogno di sperimentare contatti affettivi positivi con le altre persone, sia perchè permette agli interagenti di esprimersi liberamente. Una dimensione emozionale positiva nell'interazione implica manifestazioni di stima e rispetto, riconoscimento del valore dell'altro e della sua esperienza, e offerta di incoraggiamento e comprensione. Una dimensione emozionalmente negativa si esprime attraverso la disistima e il disprezzo, la mancanza di riconoscimento della dignità e del valore dell'altro come persona e manifestazione di sfiducia. Accettazione incondizionata dell'altro non significa accettare qualsiasi cosa l'altro dica o faccia anche se non si è d'accordo. Significa riconoscere il valore dell'altra persona in quanto essere umano. Gli ostacoli alla creazione di un'atmosfera emozionale positiva nell'interazione possono essere legati a diversi fattori, ma sempre riconducibili agli atteggiamenti posti in essere per cause non sempre note ai singoli interagenti e/o accettate. Per esempio la bassa autostima porta a non esprimersi per paura di essere valutati negativamente o a non accettare critiche costruttive. Per converso un'alta autostima genera l'abitudine a un determinato stile comunicativo imperniato sull'esercizio dell'autoritarismo o di forme comunicative dirette (moralizzare, dogmatizzare, interpretare...) in cui viene stabilita una differenza di dignità tra gli interagenti.
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