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| SITUAZIONE REALE IN UN DIALOGO SENZA VOGLIA DI COMUNICARE |
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| DALL'ASCOLTO PASSIVO ALL'ASCOLTO "ATTIVO"
Un altro elemento che contribuisce a far sì che si instauri un'autentica interazione interpersonale è l'ascolto "attivo", o empatico, ossia la capacità e l'intenzionalità di sperimentare i messaggi dell'altro cercando di comprenderli come l'altro li vede e li recepisce. Detto in termini più semplici è l'abilità a mettersi nei panni dell'altro.
Ma basta osservarsi intorno per capire come tutto questo riesce estremamente difficile, perchè in genere ogni persona più che ascoltare gli altri ascolta se stesso.
Fra le abitudini di cattivo ascolto annoveriamo:
ascolto a singhiozzo, ascolto a segnale rosso, occhio aperto-mente chiusa; ascoltare con occhio spento; ascolto passivo di argomenti complicati; ascolto con atteggiamento negativo; ascolto dei fatti; ascolto con la matita in mano; ascolto confuso; ascolto del viaggiatore.
Chi parla senza ascoltare generalmente fa degenerare la conversazione dando luogo alle più disparate situazioni negative: conflitti di personalità; distrazione; incoerenza tematica; brontolio; conversazione appartata; incongruità; provocazioni; noia; indifferenza; protagonismo; logorrea; prolissità; polemica; divagazioni.
Per evitare i danni dell'ascolto passivo occorre trasformarlo in ascolto "attivo", cioè recuperare la voglia di capire l'interlocutore e farglielo percepire. In altri termini occorre porre in essere atteggiamenti, strategie, espedienti utili a mettersi in sintonia con l'altro.
L'ascolto è inteso molto genericamente come "prestare orecchio" più o meno attento. In realtà l'ascolto impegna tutta la persona coinvolgendone tutti i canali sensoriali ed, in più la capacità di elaborare le percezioni in informazioni di ordine superiore, che coinvolgono la comprensione, la valutazione, il giudizio e la disposizione ad interagire. Partendo da questa consapevolezza si può intuire come il corretto parlarsi fra persone passa attraverso la comprensione l'uno dell'altro, cioè fra i reciproci processi di codificazione-decodificazione e, quindi, di "ascolto attivo".
Per riuscire a capire meglio il pensiero dell'altro basta ricorrere alla semplice tecnica dell'osservazione. Basta infatti stare molto attenti ai segnali che il nostro interlocutore, a sua insaputa, manda attraverso il linguaggio del corpo, la postura e la cinetica. Sono poi molto indicativi: l'esitazione nel parlare, le inflessioni della voce, i borbottamenti, i sospiri, le espressioni del viso, i movimenti delle mani, i movimenti delle gambe, la gestualità, i movimenti degli occhi. Riguardo a quest'ultimo aspetto recenti studi hanno dimostrato che secondo la direzione dello sguardo vengono attivate determinate funzioni cerebrali: in alto a sinistra = emisfero dominante, immagini eidetiche; in alto a destra = emisfero della creatività; a livello a sinistra = esperienze auditive rammemorate; a livello a destra= esperienze auditive costruite; in basso a sinistra= dialogo interno; in basso a destra = coscienza delle sensazioni corporee, accesso cenestetico.
Un buon ascoltatore è colui che sa ascoltare gli altri ma anche se stesso e che antepone il bisogno di capirsi a qualsiasi valutazione o giudizio. Egli ascolta le persone ma ascolta anche le situazioni cercando di cogliere i nessi tra le parti e dando rilievo pure ai segni meno evidenti. Chi sa ascoltare consente all'altro di parlare e riesce a dialogare con lui anche attraverso il silenzio o col linguaggio del corpo. Conversa con lo sguardo come se ascoltasse più con gli occhi che con le orecchie; conversa con la postura e usa la gestualità come se fossero termini di un linguaggio parallelo che sostanzia considerevolmente quello verbale; ha un orecchio verso l'esterno e l'altro verso l'interno. Il buon ascoltatore favorisce l'apertura e la fiducia.
Anche per potersi rendere più interessanti si può ricorrere a degli espedienti: per interessare = mostrarsi interessati; per far esprimere = essere ricettivi, ascoltare; per ridurre la tensione = far esprimere, non criticare; per partecipare = far parlare, porre domande, non prevaricare; per evitare lungaggini noiose = essere concreti; per risultare equilibrati = aspettare a pronunciarsi; per combattere la routine = stimolare la creatività, innovare; per migliorare la propria capacità di animazione = sintetizzare, fare il bilancio, rilanciare idee.
L'atteggiamento empatico comporta non solo la migliore comprensione del contenuto della comunicazione e dello stato d'animo di chi invia il messaggio, ma anche una migliore interazione, in cui i membri si sentano valorizzati come partners.
Spesso i disturbi comunicativi, come pure la carica conflittuale che ne deriva, sono legati proprio alla mancanza di tale capacità, per cui le persone in interazione si sentono fraintese e la comunicazione stessa può essere distorta o svalutata.
L'atteggiamento empatico gioca un ruolo fondamentale sia nella capacità di ascolto sia nella capacità di rimandare indietro ciò che si è compreso. Ed è solo su tale base che la comunicazione può procedere e può implicare altri aspetti, come per esempio confrontare ciò che si è compreso con il proprio punto di vista, suggerire alternative, e così via.
A conclusione di queste considerazioni mi sembra utile riportare quanto scriveva Carl Rogers, famoso psicologo terapeuta, nel testo "La terapia centrata sul cliente" nel 1970: "Pensiamo di ascoltare, ma solo raramente ascoltiamo con una reale comprensione, con una vera empatia. Eppure l'ascolto, di questo tipo molto speciale, rappresenta una delle forze più importanti, ai fini del cambiamento, che io conosca".
ATTEGGIAMENTI DIRETTIVI
Per realizzare il comportamento empatico è necessario che chi ascolta un messaggio distingua due aspetti della comunicazione di chi parla: l'emozionalità e il contenuto.
L'aspetto emozionale riguarda il valore e il significato che l'esperienza ha per chi comunica. Il contenuto si riferisce all'informazione trasmessa in quanto dato oggettivo.
Per la verbalizzazione è importante che chi ascolta, dopo aver intuito la qualità e il tipo di emozione coinvolte, ne valuti l'intensità e il contenuto. Non sempre è facile realizzare il comportamento empatico. Le maggiori difficoltà possono essere legate sia all'abilità nella verbalizzazione, che ha una propria struttura, sia agli atteggiamenti direttivi di chi comunica. Tra gli atteggiamenti direttivi rientrano:
> MORALIZZARE: cioè esprimere un giudizio morale sulla base delle proprie convinzioni e dei propri valori;
> DOGMATIZZARE: si esprime un'affermazione categorica del tipo: "Così è" o "Così dovrebbe essere" o "Non dovrebbe essere";
> DIAGNOSTICARE: si esprime un guidizio sulla situazione dell'altro, fatto tenendosi a distanza, in cui il partner diventa un oggetto di indagine;
> INTERPRETARE: equivale a fare una lista delle cause che spiegano la situazione in una relazione in cui si gioca la parte dell'esperto che sa le cose;
> GENERALIZZARE: consiste nel fare osservazioni generali sulla comunicazione del partner riportando la situazione descritta ai massimi sistemi e minimizzandola;
> IDENTIFICARSI: consiste nel porre il presupposto "questo capita anche a me", parlando poi delle proprie esperienze;
> SPINGERE: consiste nel sospingere verso soluzioni determinate dando consigli prematuri.
L'effetto di queste comunicazioni è che chi le riceve viene bloccato nella sua apertura per seguire argomentazioni sulle sue esperienze condotte secondo lo schema mentale di un'altra persona. Solo se si è stabilita una comunicazione efficace (realizzando l'ascolto, la comprensione e la verbalizzazione empatica) alcuni di questi modi direttivi -come per esempio l'interpretazione o il suggerire soluzioni- possono risultare utili e ben accetti, ma sempre in un secondo momento.
Per realizzare una comunicazione empatica sono necessari determinati passi, come apprendere a riconoscere gli stati emozionali (sia espressi verbalmente che non verbalmente), specificarne l'intensità e il contenuto ed evidenziarne il tutto nel corso dell'interazione. |
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