Website templatesBusiness directory UKYellow pages USWebsite design companyWeb design directoryWeb design directory AustraliaWeb design directory CanadaFree church / religious web templates
     

Mia piccola Fior-di-luna

 

Questa letterina fa parte di una raccolta  tratta dal libro  "NOI GIOCHEREMO IN ETERNO" di Lauretta, scritte per dare voce a quei bimbi e ragazzi che oggi non sono più su questa terra e per assicurare loro un futuro (oltre a quello eterno, che è certo) anche terreno, dare loro la possibilità di continuare a "vivere" e a portare frutto non solo nel cuore di quanti li hanno conosciuti, ma anche di tutti coloro che le leggeranno.

Mia Piccola Fior-di-luna,

Così mi piaceva chiamarti, come Fior-di-luna, eri fragile, trasparente e delicata, nel corpo e nello spirito, «E. poi tu dicevi che: Fior-di-Luna è la favola più bella del mondo!».

Sei volata in cielo nella notte, leggera come una farfalla.

Questa mattina presto sono venuta a darti l’ultimo saluto, all’ospedale. Eri sola, in una stanzina tappezzata di fiori. Quando giocavo con te, se qualcuno entrava a disturbarci lo mandavi via, a volte senza tanti complimenti, dicendo: «Voglio stare sola con Lauretta!» e ci sei riuscita fino all’ultimo. Così abbiamo avuto una mezz’oretta tutta nostra (gli angeli intanto tenevano bloccati i parenti nel traffico cittadino). Come eri bella!

Un lungo vestitino bianco; in testa una fascia rosa con fiocchetti; la corona del rosario rosa, tra le mani; un anellino con una farfalla pronta a spiccare il volo e, al tuo fianco, la bambola che desideravi per natale, con il vestito rosa cosparso di farfalle. Ti ho coccolata a lungo, ti ho chiesto di rendermi nell’animo simile a te, un pezzettino di cielo sulla terra; poi ho recitato la preghiera che mi avevi insegnato e con la quale sovente interrompevi i nostri giochi: «Angelo santo, stammi vicino, dammi la mano, sono piccino. Se tu mi guidi col tuo sorriso, andremo insieme in paradiso». Prima di venire via, ti ho cantato una ninna nanna e solo quando ho lasciato il policlinico ho dato sfogo a tutte le mie lacrime.

Ma che cosa c’era tra noi, Mariachiara? Voglio cercare di ripercorrere questi tre, ma densi mesi che abbiamo trascorso insieme, per fissare sulla carta le “perle” che hai sparso sul mio cammino. Ti ho conosciuta l’undici agosto, festa di Santa Chiara. Era il primo giorno in cui io, un po’ impaurita, mettevo piede in ospedale e tu sei stata la mia prima bambina.

Mi sei sembrata subito bellissima, con quelle sottile cicatrice che andava da un orecchio all’altro e che ai miei occhi, già conquistati da te, è parsa uno stupendo cerchietto (dei cerchietti, lo sai, ho la passione). Grazie, perché tu hai addolcito, reso più lieve il mio primo impatto con la dura realtà dell’ospedale. Ti ho letto la favola: Il viaggio delle farfalle (un presentimento?) e poi abbiamo lavorato tanto, con la tua giovane mamma, per dipingere le farfalle di pasta che avevo portato.

Spesso pensavo al sacrificio che doveva essere, per una bambina di sei anni, stare sempre a letto, attaccata alle flebo e così, una volta ti ho chiesto:

-         E’ tanto difficile, Mariachiara, stare a letto tutto il giorno?

Ti sei stupita alla mia domanda e mi hai risposto, con vivacità:

-         Ma io mi alzo, per fare la pipì!

Alzarsi voleva dire solo scendere a fianco del lettino. Ho capito allora che avevi imparato ad accontentarti delle poche cose che ti erano rimaste e mettevo da parte, nel mio cuore, questa lezione. La malattia ti imponeva molte limitazione.

Quando i valori del sangue scendevano a livelli preoccupanti, non potevo entrare in stanza con tutto il mio “armamentario” di colori, fogli, colla, giochi di carte. Ricordo un tuo sguardo tristissimo, fisso sul barattolino delle bolle di sapone che era sul comodino e che non potevi toccare e quel: «Non è giusto! » che stringeva il cuore. Un’altra volta, di fronte all’annuncio di un’ennesima radiografia, hai esclamato: «Ma io sono stanca!».

Ti ho vista sorridere tanto, ma ridere ben poco. E anche quando sorridevi, il tuo era un sorriso pacato e pensieroso, vorrei quasi dire “adulto”, se questa parola ti si addicesse un poco.

Tuttavia una bella risata spensierata, squillante, da bambina, l’ho sentita il giorno in cui, per farti mangiare un po’ di prosciutto crudo, te lo facevo dondolare davanti alla bocca. Nel tentativo di afferrarlo, ti è entrato in un orecchio. Questo ha provocato una gran risata. Per un momento, l’infanzia aveva vinto su tutto.

Ogni volta che arrivavo in reparto, era una festa. Non appena mi vedevi attraverso i vetri, tutto il tuo corpicino fremeva e gridavi:

« Lauretta», spalancando la bocca per la sorpresa.

Spesso ti leggevo le mie favole. Quando hai ascoltato Origami, arrivata alla frase: «Il fiore sentì venir meno le sue forze, allora raccolse i petali attorno a sé e non pensò più a nulla», mi hai fermata e, fissandomi con quegli occhi seri e pensosi che tante volte mi hanno impressionata, hai detto:

-         Origami sono io.

Non ho avuto il coraggio di risponderti (e adesso ti chiedo scusa per non aver saputo raccogliere la tua riflessione, i tuoi pensieri più profondi, forse le tue paure....., ma avevo tanta paura anch’io). Un giorno mi hai detto:

-         Lè tue favole più belle sono quelle quando qualcuno muore.

E di volare in cielo avevi premura un pomeriggio in cui stavi tanto male e mi hai detto:

-         Tu vuoi sapere come mi sento?

Pensavo parlassi del fisico e ti ho chiesto se sentivi molto male. Ma i tuoi pensieri stavano più in alto dei miei , perché mi hai risposto:

-         Io mi sento di andare da Gesù.

Tutti in ospedale ricordano un’espressione che ripetevi spesso:

-         Io voglio andare da Dio!

L’ultima settimana, quando non trovavi più una posizione che ti desse un po’ di sollievo perché i crampi stringevano le tue gambine, ti era rimasta una sola parola: «Perché? Perché?» e quel perché pesava sul mio cuore, sono entrata in una chiesa e lì, nel silenzio e nella calma del cuore, ho trovato una risposta ai tuoi perché: «Mariachiara fu rapita perché la malizia (l’età adulta), non ne mutassero i sentimenti. Giunta in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore, perciò egli la tolse in fretta dalla terra» (cf Sap 4, 11.13-14). Non so se i tuoi coetanei, che oggi il mondo giudica più fortunati di te, si presenteranno in cielo, al termine di una lunga vita, con un “bottino” ricco come il tuo. Forse, se c’è una parola che tu oggi, dal cielo, vorresti gridare sulla terra, ripensando a quanto hai sofferto, è: «Valeva la pena!». Si valeva la pena per avere sei anni in eterno, per non conoscere mai, come dice un poeta, «quell’avvizzimento, quella piega alle labbra e quell’impronta di terra sull’anima» che caratterizza gli adulti. Ma questa risposta, a te, l’aveva già sussurrata all’orecchio l’angelo custode perché una delle ultime parole che hai detto è stata:

-         Mamma, io sono bellissima, per questo Gesù verrà a prendermi.

Qualche giorno fa, mi è capitato sotto mano (mi hai messo sotto mano) un bigliettino con la fotografia di una rosellina rosa, bagnata di rugiada; sotto la rosa, una scritta: «Fiorisci e spandi il profumo del tuo amore. Questo è il tuo compito nella vita». Grazie, Fior-di-luna, per aver svolto alla perfezione questo compito. Ti piaceva scrivere la parola “amore” dappertutto: sui disegni, sulle mie cartellette, su ogni foglio che ti capitava a tiro e ora, quello che resta di te, è AMORE.

   

P.S. Sono sicura che in cielo hai trovato un angioletto che sa fare le frittate buone.......quasi quanto quelle di Lauretta.         

 

 
 

 
  Copyright © 2009 All rights reserved Antonio Savino