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In questa pagina vengono pubblicati alcuni testi su argomenti di varia natura in armonia con lo spirito del sito: la vita, la reltà, la storia, la cutura del mondo pentemino.
Elenco degli argomenti pubblicati a tutt'oggi.
1) - La Castagna
2) - Una poesia e un racconto in pentemino
3) - Del Dialetto (in preparazione)
4) - Un vecchio racconto sulla via del sale, -"Un dei trei l' acciapperei !"- (in preparazione)
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| 1) - La Castagna |  |
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Rivive a Péntema il ciclo millenario
della castagna.
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L’ immagine storica della Liguria è fatta di città, porti, navi, politica e guerre fra le repubbliche marinare, commerci e lotte tra famiglie potenti. Sembra che la storia della Liguria si sia svolta solo lungo la costa. Il suo entroterra è stato invece anch’ esso nel passato pieno di vita e di operosità e ha contribuito alla storia sociale della Liguria in maniera altrettanto importante.
Così come a Genova vi erano ricchi commercianti, grandi uomini di mare, valorosi soldati ed eserciti, anche nell’ entroterra agivano grandi uomini, tenaci, alacri, forti e ugualmente importanti anche se singolarmente nessuno di loro è ricordato dalla storia.
Il teatro delle loro azioni furono le ripide montagne con i grandi boschi, soprattutto di castagni, che gli uomini addomesticarono per trarre un maggior vantaggio dalla loro coltivazione, e furono le fasce che gli uomini costruirono per rendere pianeggiante il terreno che non lo è per sua natura.
È stata scritta quindi sui monti una storia (non meno vera e non meno importante) di lotta e di vittoria contro una natura difficile e arcigna. Questa storia meno conosciuta di quella ufficiale ma ha caratterizzato fortemente la nostra popolazione.
Qui di seguito viene presentato un aspetto dell’ agricoltura ligure che il novecento ha praticamente cancellato: il ciclo agrario della castagna.
Oggi si attribuisce scarsa importanza alla produzione delle castagne e i boschi si sono inselvatichiti e i vecchi alberi vanno man mano guastandosi. Pur tuttavia fin quasi alla metà del secolo scorso il castagno servì a sfamare la nostra gente. Tutto incominciò a partire dai primi secoli del Medioevo, prima dell’ anno mille, quando gli uomini, spinti dalla necessità, cominciarono a innestare i castagni selvatici per ricavarne frutti più grossi e più abbondanti. La castagna fu l’ alimento principale per più di mille anni. La patata e il granoturco, alimenti pur indispensabili, apparvero solo alla fine del Settecento. |
Il castagno, specialmente quello selvatico, ebbe un’ importanza enorme, oltre che per il frutto, come eccezionale materiale da costruzione edile e per la fabbricazione di strumenti da lavoro e domestici. La struttura delle case con muri in pietra era completata con le travi del tetto in tronchi di castagno, e di castagno era la grande trave mediana di sostegno dei solai detta “burdenà” e così le travi secondarie e il tavolame di calpestio. Pure in castagno erano le porte, le finestre, le “lòbie”, cioè i terrazzini coperti, le “tòpie” per l’ ombra fuori dalla casa e i mobili, semplici ma resistenti. Con la corteccia venivano costruite grondaie per la raccolta dell’ acqua piovana e con i paletti più piccoli le "ciuénde", staccionate per dividere le proprietà o accompagnare tratti di sentiero. Sempre col castagno venivano costruiti gli strumenti che servivano alla famiglia per l’ uso quotidiano come secchi, “corbe” e “cavagni” per la raccolta dei prodotti; e ancora i giovani rami sapientemente ritorti diventavano le “turtàgne” per legare, anziché con le corde, le fascine di legna; ed ancora le foglie secche servivano come lettiera per il bestiame nelle stalle.
Questa elencazione, pur incompleta, mostra come il castagno abbia assunto nei millenni, come materiale da fabbricazione, un’ importanza quasi analoga all’utilizzo dei primi metalli nelle ere passate.
È opportuno forse a questo punto ritornare al castagno come produttore del frutto più prezioso, consumabile in tutto l’arco dell’ anno. È evidente che per avere le castagne sempre disponibili è indispensabile eseguire una lavorazione e conservazione accurate. |
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| La raccolta delle castagne doveva essere preceduta da un’ accurata pulizia del bosco con la raccolta di tutte le foglie secche e il taglio dei piccoli arbusti. In un bosco da favola, che le nostre generazioni non hanno mai conosciuto, iniziava la raccolta. Ad essa partecipava tutta la famiglia per raccogliere le castagne nel più breve tempo; venivano utilizzate le molle per tirarle fuori dai ricci, per poi riporle nelle tasche di certi grembiuli, versarle nei cavagni e nei sacchi. Il mulo o l’ asino li avrebbe trasportati in paese. |
In paese le castagne venivano stese nel “seccàisu”. Il seccatoio si trovava originariamente nella stessa abitazione del contadino, in cucina. Le castagne venivano stese sul “gréi” che è il soffitto costituito da listelli di legno distanziati di giusta misura in modo tale che il caldo e il fumo salissero dal disotto e le castagne non cadessero giù dall’ alto. Il fuoco era acceso nella stufa o in un “fuguà” costituito da un basamento in pietre basse e larghe a fiamma libera. Il fumo salendo filtrava attraverso le castagne, invadeva la soffitta e usciva poi come poteva tra le fessure delle tegole e da qualche finestrella, annerendo ovunque passasse.
Le castagne si sa non son tutte buone, alcune sono bacate, hanno il "gianjelu", quel verme grassoccio, color della polpa di castagne, col musetto marrone che ai primi calori e sbuffate di fumo scappava via cadendo giù per terra, sulle masserizie, in testa a chi c’ era e nel paiolo del minestrone che, appeso alla catena, borbottava sul fuoco. È anche per questo, ma soprattutto per separare le attività famigliari dalle necessità di essiccazione, che il processo in alcuni casi veniva fatto in casette appositamente costruite dette "abergu". Finalmente le castagne, dopo alcune settimane di fuoco continuo, erano secche. |
Tolte dal “gréi” le castagne erano pronte per essere liberate dalla buccia ormai fragile. Venivano messe in sacchetti stretti e lunghi di tela resistente, e poi battute su un gran ceppo con un movimento rotatorio delle braccia; un colpo da destra e un colpo da sinistra. Per chi lo sapeva fare con sapienza bastavano otto o nove colpi e le castagne erano sbucciate. Era buona regola spalmare un po’ di sapone sul ceppo per renderlo più scivoloso perché il sacco non si lacerasse.
Quel che era nel sacco veniva messo nel “vallo” per la vagliatura e con un movimento sapiente la scorza frantumata volava via e le castagne pulite rimanevano dentro. |
| La scelta e la conservazione |
Dopo la battitura bisognava fare la scelta. Con un “crivjélu” si settaciavano i pezzi rotti, tutto il resto veniva diviso per qualità, le castagne migliori venivano riservate per l’ alimentazione, quelle brutte, bacate o rotte venivano buttate nella “zutta” cioè nel beverone preparato per le mucche.
Le castagne secche per l' alimentazione venivano in parte macinate al mulino e in parte lasciate intere; farina e castagne venivano conservate nel “bancà” ben difese dai topi. |
Durante la stagione della raccolta le castagne venivano consumate fresche: “rustìe” nella padella bucata o sul coperchio della stufa, o “pijè” (pelate) e buttate calde in una tazza di latte appena munto, o ancora come “balletti” se bollite con la buccia. Ma è soprattutto sulla castagna secca che si doveva far conto per l’ alimentazione di tutti gli altri mesi dell’ anno.
La farina di castagne entrava nella confezione della pasta fresca come surrogato della farina di grano ben più preziosa, perseguendo doverose economie; veniva usata anche per fare il castagnaccio o “patun-na” con acqua, poco zucchero, un filo d’ olio, due pinoli se c’ erano; tutte cose troppo preziose per abbondarne.
Le castagne secche intere si cucinavano nel latte sole o assieme al riso che era quello ricevuto come parte del compenso dalle ragazze che partivano per “i risi” a lavorare stagionalmente nelle risaie.
Esistono molti altri modi per cucinare castagne secche, ben più ricchi e appetitosi, come con le cotiche del maiale e zampini spolpati, ma erano modi lontani dalle possibilità della gente della nostra valle.
Oggi le castagne non tolgono più la fame a nessuno, e questo è nel giusto delle cose; ma rifare il ciclo della loro lavorazione, come facciamo noi a Pentema, sia per alcuni come ricordo, sia per altri come nuova esperienza, fa tanto bene a tutti.
P.B. |
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| Essicatoio per castagne, "abèrgu" |
| Battitura e vagliatura delle castagne |
| Conservazione dei prodotti nel "bancà" |
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| 2) - Una poesia e un racconto in pentemino |  |
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Spunti moderni per un dialetto antico
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Sono state elettrificate le quattro campane della chiesa. Per chi conosce la musica le note sono: Mib, Fa, Sol, Sib. E' difficile comporre una melodia con quattro note se non molto semplice. Ne è venuta fuori una spece di ninna nanna, quasi una "pastorale", e dalla melodia sono scaturite le parole, propio in dialetto pentemino. E' la "Pastorale per quattro campane".
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| Pasturale pe’ Quattru Campann-e |
Gh’ ìa ‘n fuéntu cu stava au fréidu,
legna pe’ a stiva nu gh’ enìa ciü,
mancu u læte da daghe da béje,
mancu scapìn e cuvèrte, gh’ ìan pé’ lé.
Gh’ ìa in gìu peró tanta génte
che a l’ oriéiva ninnalu ‘n pitìn.
I vegnivu tütti dai paixi vixin
cun tanti fagótti de cöse pe’ lé.
Cun legne, læte, scapìn e cuvèrte
i só ganascetti i l’ ìu bèi rusc-sci.
Tütti i l’ ìu in gìu a a chinn-a
pe’ amià u splendù che gh’ àia u bambin.
Da a fenestra se vijva ‘na lüxe,
a l’ ìa propriu a cuméta ‘ntu sé.
U campanin ‘n mieŝu au pàiŝe u luxiva;
quattru campann-e sunavan pe’ lé,
sulamente pe’ lé.
P.B. |
Anche il Presepe di Péntema per la sua natura un po' magica suscita la fantasia di molti. Il pensiero che queste figure ferme nel tempo possano in qualche modo prendere anima e rivevere è affascinante e la fantasia ne viene stuzzicata.
Nasce quindi......... |
| ‘Na stòia ‘ntù Preseppiu de Péntema |
I cuntu che ‘na séia d’ invernu u Bertumé, doppu a çen-na, u l’ ja anduò a vegià da u Giuanin, ché gh’ ja ‘na ribotta pe’ quarcosa. A Marinin a l’ éja fattu a figassa duçe e gh’ ja du vin bun, e se sà, quande se gh’ jé se beje. A ‘n çertu puntu, l’ ja mjezanœtte, u Bertumé u salüa e u se ne va a ca’. Quand’ u l’ ja lì davanti a-a scœa, quella du preseppiu, u vedde açeisu de sutta a puorta: “I sajàn quelli du gierre che se l’ aviàn ascurdà”. Ma mentre u l’ é lì u sente vegnì de pe’ de drentu de vuxi, cumme de ‘na donna e de fijœ. “Belin chi!... ma chi gh’ é drentu a quest’ ùa?”, e u spuncia a puorta ch’ a s’ arve. A méstra a l’ ja in pe’ ch’ a criava deré a quellu fante ch’ u mette a s-ciapetta inta stiva perché u faxeiva sciurtì du gran fümme e i atri fenti i se riéj-ju. U Bertumé u s’ aferma in sciu-u schèn e a méstra a ghe dixe de vegnì drentu, ma le u ne s’ incalla. “Viegni drentu! Dagghe ‘na man cun quella stiva ch’ a fa fümme!”. U Bertume u l’ ja lì a bucca averta e u ne saiva se l’ ja veitè o se dunca u l’ ja lé bellu ciuccu. Intù mentre u sente rantegà e di pasc-sci de pe’ deré. U se pìja ‘n resatu, ma u se gìa a u mèximu. Belin! u l’ ja u me-egun cun barba e mustasc-sci ch’ u vegniva avanti e u s’ aferma propriu lì, e u dixe: “Vegnì tutti ch’ anemmu a balà da i Barelin”. E poi u ghe dixe a u Bertumé: “Ne te resa-atà, semmu péntemin anche niatri, de giurnu femmu u preseppiu e de nœtte femmu quellu che ne pa’ ”.
U me-egun cu’ a méstra a brassettu i chinéju zü p’ a cuntrà di Gianchi. E i fenti i sa-atéju zü pe’ u risœ, che paivan di matti. E intantu quelli dell’ ostaja, che i l’ éju ben capiu ande i l’ andéju, i puosu e carte, i se isu e i van zü anche luiatri. U Bertumé, bellu fermu insimma a-a cuntrà, ancun u ne saiva se creddighe o se u l’ ja u vin du Giuanin. Ma fattu sta ch’ u piggia sciü e u chin-na anche lé aprœvu a i atri.
Dai Barelin gh’ é in suà bellu grande e, pe’ tempi, i baleju a-a feste, pe’ u ciü. Pe’ u preseppiu i gh’ eju missu quelli che fan zü a méiga. Ma òua a méiga, i tanni e e fœgge i l’ ju tütti amügè inte ‘n cantu. E ‘ntù mjesu tütte e fighüe du preseppiu i baléju, ch’ i l’ ju scapè de dande quelli du gierre i l’ éju müsse. Quellu dell’ armonica e du clarinettu i sünéju quelle de ‘na votta e gh’ ja anche du vin bun, ché se ne gh’ é n’ é, ne pa’ mancu festa.
L’ ja ancun scüu de mattin quande u Bertumè u sente di sunaggi da müe che i viegnu de pe’ de sutta. I sunuéi e quelli ch’ i baléju ghe davan pe’ de lungu, ma u Bertumé u sciorte pe’ véi chi gh’ ja deré a e müe. U l’ ja u Geniu ch’ u l' andeja a Turriggia. “Te salüu Bertumé!... gh’ho quinta. Vaggu se dunca me vegne tardi!”. E u Bertumè in mjesu a-a stra’ u ne capiva ciü ninte. U ne l’ ja sulu u preseppiu ch’ u se mesciava ma anche tutta ‘na Péntema de ‘na votta ch’ a ne gh’ jé ciü. E inte quellu mumentu u sente ‘n atru sunaggiu ch’ u vegne in sciü da l’ aia du Carùsciu. Gh’ ja a Isulin-na ch’ a menéja a vacca a béje intù rian. “Bungiurnu!”, u dixe u Bertumé, “Speremmu !”, a dixe quella, e a munta in sciü pe’ a stra’. Intantu u Gioru u sciorte di ‘n ca’ e u cianta u battilamma intù risœ e cu’ a martelin-na u l’ incumensa a batte a scuriàtta: tin, tin, tin, tin... e intantu sciorte anche a Giüditta pe’ mulà e gajn-ne. “Bungiurnu Giüditta! Me pa’ che venià bun tempu ancœ”,u dixe u Bertumé faxendu finta de ninte, “Éi !”, a dixe quella; e intantu vegne ciü cæu.
U Bertumé u l’ intra tùrna drentu ma a festa a ne gh’ ja ciü. A méiga a l’ ja tùrna intù mjesu e tütti i l’ ju fermi a fa finta de lauà. I sunaggi da vacca e de-e müe i ne se sentu ciü e mancu a martelin-na du Gioru. Spunta squexi u su. E a foa a le scentà.
P.B. |
| Una storia nel Presepio di Péntema |
Si racconta che una sera d’ inverno dopo cena Bertumé andasse a far visita a Giuanin per festeggiare qualche cosa. La Marinin aveva fatto la torta dolce per l’ occasione e c’ era anche del buon vino e si sa che quando si è in compagnia si beve volentieri. A mezzanotte, Bertumé salutò e tornò verso casa. Quando passò davanti alla scuola del Presepio vide filtrare della luce sotto l’ uscio. “Quelli del G.R.S. si saranno dimenticati la luce accesa”, pensò. Ma mentre si soffermava sentì provenire dall’ interno delle voci, come di donna e di bambini. “Ma chi c’è dentro a quest’ ora?”, si chiese spingendo la porta che si spalancò. La maestra era in piedi che urlava verso l’ alunno che metteva il ciocco nella stufa perché stava facendo uscire un gran fumo e gli altri bambini si facevano delle gran risate. Bertumé si fermò sullo scalino dell’ uscio e la maestra gli disse di entrare, ma Bertumé non ne ebbe il coraggio. “Vieni dentro! Dacci una mano per quella stufa che fa fumo!” aggiunse la maestra. Bertumé rimase lì a bocca aperta non sapendo se viveva nella realtà o se fosse l’ effetto del vino. Nello stesso istante sentì tossicchiare alle sue spalle e udì dei passi avvicinarsi. Gli venne un sussulto, si voltò e vide il Medicone con barba e baffi venire avanti e fermarsi proprio lì. “Venite tutti, andiamo a ballare dai Barelini!”. Poi rivolto a Bertumé: “Non spaventarti siamo pentemini anche noi, di giorno facciamo il presepio e di notte quel che vogliamo”.
Il Medicone a braccetto della maestra scese giù lungo la contrada dei Bianchi. I bambini in gran festa presero a correre giù per il ciottolato come fossero ammattiti. Intanto quelli che erano nell’ osteria, che avevano ben capito dove quelli stessero andando, posarono le carte, si alzarono e si unirono alla combriccola. Bertumé rimase immobile in cima alla contrada. Non sapeva ancora se credere a ciò che gli stava accadendo o attribuire il tutto al vino del Giuanin. Ma decise, senza pensarci più, di scendere assieme alla compagnia.
Dai Barelini c’ è un locale molto grande dove, nei tempi passati, nelle feste si ballava. In occasione del Presepio vi era stata collocata la scena dei contadini che spogliano dalle foglie le pannocchie di granoturco. Ma ora pannocchie, torsoli e foglie erano stati ammucchiati in un angolo dalla sala. Nel mezzo tutte le figure del Presepio, che erano scappate nottetempo da dove erano state collocate da quelli del G.R.S., ballavano. Il suonatore della fisarmonica e quello del clarinetto suonavano le musiche di un tempo e correva anche del buon vino, ché se non c’ è quello non sembra nemmeno festa.
Era quasi mattino, ma il cielo era ancora molto buio, quando Bertumé sentì dei sonagli di mulo che venivano dal basso. I suonatori e i ballerini continuavano di gran lena, ma Bertumé uscì fuori per vedere chi mai seguisse quei muli. Era Genio che andava a Torriglia. “Ti saluto Bertumé!... ho fretta. Vado altrimenti mi vien tardi!”. Bertumé in mezzo alla strada non capiva più nulla. Non era soltanto il Presepio che si era animato ma anche una Péntema del passato che non esisteva più. Nel mentre udì il suono di un campanaccio provenire dall’ aia del Carùscio. Comparve l’ Isolina che portava la mucca a bere nel Rian. “Buongiorno!”, disse Bertumé, “Speriamo!”, rispose quella e proseguì su lungo la strada. Nel mentre il Gioro uscì di casa, conficcò il battilama in terra e con il martelletto iniziò ad affilare la falce: tin, tin, tin, tin... Nello stesso istante comparve anche la Giuditta per far uscire le galline dal pollaio. “Buongiorno Giudutta! Mi sembra che verrà buon tempo oggi”, disse Bertumé dissimulando il suo sgomento, “Si, sembra anche a me!” rispose la donna; e intanto il cielo si fece più chiaro.
Bertumé si voltò per tornar dentro ma la festa non c’ era più. Il granturco era disposto nuovamente al centro della sala e tutti i personaggi erano immobili a far finta di lavorare. I sonagli della mucca e dei muli non si udivano più e neppure il martelletto del Gioro. Spuntava quasi il sole e la favola era svanita.
P.B. |
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