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| LA CROCE DI SAINT GILLES
E’ detta anche Croce d’Occitania o croce di Linguadoca o croce di Tolosa, o croce di Forcalquier.
E’ il simbolo dell’occitania e pare che sia stata usata la prima volta nell’araldica dei conti di Forcalquier in Provenza, per poi diffondersi in altre regioni quali anche l’Auvergne e il Limousin: Può essere accompagnata da una stella a 7 punte, che segna il movimento provenzale dei Félibrige e consta normalmente di una croce gialla in campo rosso i cui bracci finiscono in tre punte sormontate da sfere. Ha braccia uguali come la famosa croix pattée dei templari. Apparve come detto la prima volta presso i conti di Forcalquier e poi sotto il regno di Raimondo V conte di Tolosa nel 1165
Nel 1950 Henri Rolland ha formulato l’ipotesi che la sua origine sia nella piccola cittadina di Venasque in Provenza dove tra l’altro esiste un battistero enigmatico che forse era già un tempio romano dedicato a Venere.
Invece secondo Roger Camboulives questo simbolo deriva dalla croce nestoriana utilizzata nel Turkestan e sarebbe arrivata in Provenza tramite i visigoti. Secondo lui le piccole sfere indicherebbero le dodici case dello zodiaco. Molte altre sono le teorie che fanno risalire l’origine della croce a luoghi fascinosi della Provenza, secondo significati più o meno esoterici: tra questi va citato almeno anche il paese di Ganagobie con i suoi strani affreschi .
Ma, come dico sempre, a forza di scavare su un fatto storico poco noto, si possono trovare fatti interessanti e generalmente antergare la nascita di una leggenda o di un simbolo.In proposito, indagando su questa croce ho trovato che lo storico Patrice Georges Rufino, nel suo bellissimo libro a grande formato “Clovis contre Alaric” riporta tra l’altro che la municipalità di Tolosa ha fatto erigere una immensa croce di bronzo di sedici metri del peso di venti tonnellate, incassata in un supporto di granito. Le origini della croce secondo Rufino sarebbero addirittura visigote in quanto l’ha rintracciata su uno dei rari pezzi monetari esistenti emessi verso il 580 nel nome di Ermenegildo, il figlio ribelle di Leovigild che si era arrogato il diritto di battere moneta. Il pezzo è d’oro e la croce è proprio quella. Si ritrova di nuovo in un pezzo emesso sotto il regno di Egica e questa è veramente strana, aggiungo io, in quanto è posta su una specie di piramide a gradoni, ed è sormontata da un’altra croce, questa volta pattée, il simbolo che poi diventerà dei templari. Un pezzo quindi che potrebbe far colare tanto inchiostro!
Fabrizio Frosali |
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| ......limitandoci solo all’ambito cataro va detto prima di tutto che ciò che vediamo oggi, abbarbicate in una stretta fusione con la roccia, non sono le rovine che le agenzie turistiche reclamizzano come castelli catari, o almeno lo sono solo in minima parte. Infatti, alcuni di queste fortificazioni furono distrutte e la maggior parte delle restanti sono state rimaneggiate più volte in epoche successive, onde renderle adatte alle funzioni di difesa a cui dovevano adempiere col perfezionarsi dell’arte bellica. Basti guardare ad esempio Queribus: anche ad un esame sommario rivela chiaramente che la sua struttura non è quella di un maniero medievale, ma di una fortezza più tarda, atta a sostenere il tiro delle artiglierie e a sopportare cannoni sul tetto del mastio. Se infatti le guide archeologiche, di difficile lettura, già nei decenni passati accennavano al fatto che ben poco di cataro c’era nei castelli così impropriamente denominati, solo negli ultimi anni sono usciti libri di facile comprensione che sistematicamente riordinano la materia e specificano caso per caso quanto poco ancora rimane dell’epoca dell’eresia.
Un’altra opinione comune è che la crociata si limitasse ad investire la regione dell’Aude e che gli albigesi fossero diffusi solamente nel sud ovest della Francia: nulla di più errato. Il bogomilismo, identico al catarismo era diffuso anche in Bulgaria, Serbia, Bosnia ed Erzegovina e solo le invasioni turche dal 1463 al 1481 posero fine a questo catarismo balcanico.
Per tornare in occidente, l’area toccata dalla crociata si estende ad ovest sino a Lourdes, negli alti Pirenei, a Nord fino ai paesi di Monfort, Castelnaud e Beynac in Dordogna, e ad est tocca anche la Provenza, con Avignone Tarascona, Beaucaire, e Marsiglia, dove nel febbraio 1216 sbarcò Raimondo VI e suo figlio e da dove ebbe inizio la cosiddetta “riconquista dell’Occitania”.
Si vede dunque che, anche limitandosi alla sola Francia, gli albigesi erano diffusi in un territorio grandissimo e che il territorio che li concerne, non è solo quello che comprende l’Aude, l’Ariège e i Pirenei orientali, pur se dobbiamo ammettere che è lì che è ubicato il cuore storico del fenomeno
che ha lasciato un ricordo, una traccia indelebile negli abitanti del cosiddetto “Pays catare”.
Anche qui dobbiamo puntualizzare: il termine “paese cataro” non è solo una dicitura generica. Infatti, esso, oltre a descrivere geograficamente le zone d’estensione del catarismo, è anche un termine turistico, utilizzato dal dipartimento dell’Aude che si concentra specificatamente sulle Corbières , sede della maggior parte delle cittadelle reali impropriamente classificate, come già accennato, castelli catari. Il consiglio Generale dell’Aude nel 1991 ha depositato il marchio “Pays Catare” con lo scopo di valorizzare e preservare le ricchezze dell’Aude e promuovere le iniziative locali onde sostenere l’organizzazione turistica, passando dagli hotel ai ristoranti, le fattorie ecc. cioè una cosa ben diversa dallo spirito religioso dei veri catari!
Cerchiamo a questo punto di capire se gli abitanti delle regioni dove si manifestarono più rigorosamente i sentimenti religiosi che possiamo definire oggi, con parola non del tutto esatta, catari hanno conservato un sentimento d’ostilità nei confronti del resto della Francia e se ciò ha dato eventualmente vita in varie epoche a dei movimenti d’indipendentismo.
Come sempre avviene i sentimenti d’indipendenza, nascono e si sviluppano dapprima in campo letterario erudito.
Ma sarebbe vano pensare che i fondamenti della civiltà che esisteva prima della crociata, siano perdurati nel tempo, in maniera sotterranea. Già Nostradamus aveva criticato nel 1575 i trovatori in”Vie des plus anciens poétes provencaux” e li aveva collegati solo alla Provenza, escludendo quindi la regione catara per eccellenza, e questo non aveva suscitato particolari reazioni.
Ci vuole solo l”Histoire des Albigeois” di Napoleon Peyrat apparso nel 1871 per far nascere di nuovo un sentimento pro catari!.
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Fabrizio Frosali |
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