DTT0509

Altre riflessioni sulla TV digitale terrestre : dal digital “divide” al digital “gratuity” ?

(ing. Enrico Giardino – www.webalice.it/enricogiardino)

In periodo di grave crisi per la vita quotidiana delle famiglie e dei redditi “dipendenti” (salari e pensioni), i nostri governanti ed i loro affaristi ed imbonitori stanno millantando ed accelerando il passaggio “forzato”alla TV digitale terrestre (DTT o T-DVB) nel nostro Paese. E’ necessario valutare criticamente ciò che sta avvenendo, mettendosi sul serio dalla parte dei diritti dei cittadini-utenti paganti ed impoveriti.


Ho già analizzato – sul piano tecnico e politico-economico – la televisione digitale terrestre (DTT) e delle sue caratteristiche strutturali : TV e servizi multimediali interattivi . Confermo qui l’attualità e la validità di quegli scritti- in sintonia con contributi di altri soggetti “non propagandistici e mercantili” (1).

Il passaggio alla DTT in Italia presenta ulteriori e gravi violazioni costituzionali.

Le radiofrequenze- bene pubblico essenziale per la democrazia e l’economia italiana- vengono oggi consegnate ai gestori privati che già operano in analogico, in modo essi possano utilizzarle come mercato privato. In questo modo , i privati diventano , contemporaneamente, trasportatori di segnali (carrier) e fornitori di programmi e servizi (anche interattivi), come viene meglio spiegato nel seguito di questo articolo. Inoltre lo switch off – cioè la fine della radiodiffusione analogica ed il passaggio alla TV digitale terrestre (DTT) - fissato in Europa per il 2012, viene anticipato. Già alla fine del 2009, gli utenti di molte importanti Regioni italiane - come Sardegna, Piemonte, Val d’Aosta, Alto Adige, Trentino,Lazio, Campania – riceveranno solo la TV digitale terrestre. Un’accelerazione dannosa per vari motivi e tanto più discutibile in un Paese che pospone o ignora le scadenze europee in materie importanti e di interesse nazionale. Ma per capire ciò che ci viene imposto per decreto, bisogna ripercorrere il lungo cammino anticostituzionale che ha come approdo finale questa TV digitale terrestre, ancora più mercantile , anticostituzionale e concentrata.


Differenze tecniche e strutturali tra TV analogica e TV digitale terrestre


La TV analogica terrestre in Europa ed in Italia


La TV analogica terrestre è basata sull’uso di frequenze di emissione (canali) assegnate per un accordo internazionale (Stoccolma 1951) ai vari Paesi europei. Si tratta di 54 canali dello spettro radioelettrico ubicati nelle bande VHF ed UHF (banda IV e V).

In ogni Paese europeo le radiofrequenze sono considerate bene e patrimonio pubblico, perciò i soggetti- pubblici o privati- le utilizzano tramite atto di concessione statale , caratterizzato da vincoli tecnici , costituzionali e politici di interesse generale a garanzia di valori costituzionali (es. pluralismo).

Questa è anche l’impostazione della nostra Costituzionale e delle sentenze costituzionali emesse in Italia dal 1974 in poi : sentenze violate e beffate ripetutamente per gli interessi privati di Berlusconi, coperti e sostenuti- anche con la corruzione- da Craxi e da governi diversi , fino ai giorni nostri. Perfino il conflitto di interessi di Berlusconi- premier (ineleggibile) è stato tollerato e coperto da governi diversi.

Tutt’altra è la storia degli atri Paesi capitalistici europei, dal Regno unito fino ad Olanda e Svezia.

All’inizio degli anni ’50- sulla base dell’accordo di Stoccolma- ciascun Paese europeo- usando questi canali e senza interferire con altri Paesi – ha pianificato 4-5 reti di radiodiffusione terrestre a copertura nazionale

(99% della popolazione) ; cioè la rete di trasmettitori che irradia- senza interferenze- i segnali televisivi verso gli utenti della propria area di servizio. Pur essendo i canali disponibili 54 in totale , le reti nazionali possibili in analogico sono limitate , perché una rete a copertura nazionale (99% delle case servite) richiede l’uso di 9-10 frequenze diverse, per evitare interferenze tra trasmettitori di ciascuna rete .

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(1) –E.Giardino- Radiodiffusione digitale terrestre in Italia –dic.2004

E.Giardino- Digitale terrestre –contributo a convegno REA-Anti-nov.2004

M.Mele – L’anomalia italiana nel DTT – sole 24 ore e altri articoli (2005-2009)

Mauro Vergari – perché dire no al DTT italico

Oliviero Bergamini- La BBC e la digitalizzazione- 2007

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Nel corso del tempo gestori privati – con Berlusconi in testa- violando la sentenza costituzionale 202/76 che concedeva ai privati solo l’ambito “locale”, hanno esteso i loro programmi TV all’ambito “paranazionale” (copertura inferiore al 99%, ma proficua commercialmente). In questo modo, le reti paranazionali private

possibili sono diventate 9. In totale 12 reti – con le tre della RAI . Questo numero non è casuale, perché Fininvest aveva un limite max del 25% e voleva mantenere 3 reti (25% di 12).

Ma la sentenza costituzionale 420/94 ha sancito che nessuna equiparazione poteva essere fatta tra RAI- servizio pubblico nazionale- e gestori privati, per cui il 25% andava calcolato su 9 reti, non su 12.

In questo modo, una delle reti di Berlusconi – rete 4- superava il limite antitrust privato del 25%. Da qui la disposizione di trasferire rete4 su satellite e l’impossibilità di avere la concessione per questa rete.

Una disposizione prima posposta e poi beffata da governi berlusconiani e non. Non solo rete4 è rimasta

terrestre, ma – priva di concessione, ha rapinato le frequenze di Europa7 – concessionaria accreditata.

Inoltre l’equiparazione RAI-Mediaset è equiparata- illegalmente - a duopolio, per coprire Mediaset.

Poiché in analogico ogni canale irradia un programma TV (a colori in PAL per l’Italia) , ogni rete nazionale diffonde un programma nazionale o paranazionale . Reti ed emittenti a copertura inferiore- al limite locali- sono possibili. Da qui la moltiplicazione di emittenti TV locali “povere”. Infatti il problema- come è ovvio- non è lo spazio emissivo, quanto le risorse produttive : mezzi e soldi per comprare o produrre programmi, in pratica pubblicità commerciale e/o abbonamenti di pay TV. Oggi Mediaset concentra il 90% della pubblicità privata, per cui poco o nulla rimane agli altri operatori privati. Per coprire questo monopolio illegale, i nostri imbonitori accomunano – illegalmente - RAI e Mediaset, in modo da far apparire un “duopolio competitivo” che concentra le risorse disponibili.

Come detto, dentro un assetto di reti nazionali è possibile inserire trasmettitori o reti locali e servire, senza interferenze, aree limitate del Paese. Un’opportunità colta in Europa per offrire servizi comunitari e locali a diffusione limitata. Dunque ciascun Paese europeoItalia esclusa - ha pianificato i canali disponibili ed ha definito i concessionari – pubblici e privati, nazionali e locali.- cui affidare la diffusione televisiva, sulla base di precisi vincoli costituzionali, tecnici e politici. Ha anche curato che le risorse produttive del sistema- pubblicità e canoni- fossero adeguate ai vincoli imposti, ripartendole tra pochi e regolati concessionari, in modo da evitare situazioni monopolistiche private e commerciali (come in Italia). In sostanza ha definito un piano di allocazione delle frequenze e dei siti di emissione ed un successivo piano di assegnazione/ ripartizione delle frequenze di emissione e delle risorse necessarie alla produzione di programmi.

In particolare , la centralità e la responsabilità nazionale è stata assegnata alla TV pubblica terrestre (che ha il minimo costo- contatto), fornendo ad essa risorse adeguate rispetto agli obblighi di concessione e senza mai confondere il suo ruolo con quello dei concessionari privati. In Olanda , ad es., il Governo ha stabilito che la TV terrestre in chiaro fosse servizio pubblico e comunitario. I concessionari privati – che usano la TV come business privato- dovevano a trasmettere solo da satellite , a loro rischio ed in concorrenza tra loro.

Altra netta separazione è stata attuata tra TV in chiaro (free) e TV a pagamento (pay TV) , sempre

con il fine pubblico di evitare situazioni di monopolio commerciale (come in Italia Mediaset-Sky).

Da noi invece - grazie alle astuzie ed alle violazioni di Berlusconi e dei suoi “santi protettori”- abbiamo avuto questo approdo anticostituzionale : un monopolio berlusconiano terrestre, privo di concorrenti, che colonizza la RAI e la stessa diffusione da satellite con servizi a pagamento ( Mediaset- Sky).


La Tv digitale terrestre in Italia


La DTT poteva e doveva correggere violazioni, anomalie e concentrazioni della TV analogica, per i motivi

illustrati nel seguito, ma i nostri governanti hanno seguito tutt’altra strada, per non disturbare il “monopolio”.

La TV digitale terrestre ha notevoli differenze tecnico- strutturali rispetto a quella analogica. Inoltre arriva in un periodo storico ben diverso. Non solo la grave crisi del capitalismo e dei consumi, ma il fatto che la TV digitale viene trasmessa già da satellite e che INTERNET consente oggi una TV digitale “orizzontale e multimediale” in grande sviluppo e di basso costo . Fattori strutturali e politici di cui tutti i Paesi europei tengono conto (ma non il nostro). Da qui la prudenza europea nel passaggio alla TV terrestre “tutta e solo digitale”. Non solo in termini di tempo – 2012 per ora, e potrebbe anche slittare – ma in termini di offerta (appetibile ed abbordabile) e di disponibilità/costi degli apparati di ricezione (decoder, TVC, interazione, schede di pay TV, impianti d’antenna adeguati,ecc.).

Se il passaggio al tutto digitale deve essere una scelta razionale e non una imposizione governativa, anche frettolosa e rischiosa (come in Italia), occorre fornire agli utenti incentivi reali, come ho già scritto nei documenti citati. Nuovi fornitori di contenuti, alta qualità espressiva e tecnica dei programmi/servizi, costi contenuti degli apparati di ricezione ed affidabilità, complementarietà effettiva tra le tre offerte possibili (terrestre, da satellite e via Internet). Nulla di tutto questo viene garantito o pianificato. Il dilemma imposto è: se vuoi ricevere ancora i programmi della TV analogica, devi ora pagare di più, sia per i programmi free che per quelli di pay TV . Devi dotare ogni tuo TV di casa di un nuovo decoder digitale terrestre ( con scheda pay Tv o senza scheda), oppure devi comprare un nuovo TVC con decoder incorporato, facendo attenzione a ciò che compri (ci sono in giro bufale e problemi di ricezione .Ved. www.altroconsumo.it)

I decoder incorporati (bollino bianco) consentono di ricevere programmi di pay TV ed in chiaro. I decoder esterni al TVC (bollino blu) sono in grado di ricevere programmi a pagamento e/o in chiaro. Se l’utente decidesse di ricevere solo programmi in chiaro potrebbe usare un decoder (senza scheda di decriptaggio) a minimo costo, detto Zapper.

I programmi digitali possono arrivare nelle case da piattaforme diverse : da satellite , via etere terrestre, via Internet con due sistemi diversi MHP (multimedia home platform) ed IPTV (Internet protocol television).

Questi due sistemi consentono anche un certo grado di interazione, nel senso utente-fonte. Ma solo una connessione a larga banda- tuttora non estesa a tutto il territorio nazionale- consente una interazione soddisfacente, e multimediale, tra utente e fornitore. Ciò è tanto più vero se si pensa a programmi HDTV, che pure cominciano ad essere diffusi anche in DTT.

Sarebbe auspicabile che l’utente potesse ricevere ,con un solo decoder, i programmi da tutte le piattaforme.

(rivendicazione ADICONSUM – www.adiconsum.org)

In realtà, questa possibilità non esiste ancora. Il decoder MHP non è ancora integrato nei TVC. Il decoder IPTV è fornito invece dai gestori telematica (ma non è in commercio)

Devi anche sapere che i sistemi di ricezione della Pay TV sono due, diversi ed incompatibili tra loro : quello di Sky ( SECA2) e quello di Mediaset (NBS). Devi anche verificare l’idoneità del tuo impianto centralizzato di fabbricato : potrebbe impedirti di vedere o di vedere bene . Ci sono in effetti molti problemi di ricezione

e di puntamento d’antenna (altro che “migliore qualità dei programmi TV” come ci viene propinato !).

Tralascio qui i problemi sindacali che derivano da una innovazione pilotata solo da mercanti.

L’informazione all’utente su un sistema nuovo, complesso e costoso viene lasciato a discrezione degli operatori- venditori” ,per non disturbare i loro business. Ma vediamo ora quali sono le caratteristiche tecnico- strutturali della TV terrestre digitale e le opportunità che essa è in grado di offrire.


La prima e decisiva opportunità- in Italia preziosissima ed auspicata- è quella di poter pianificare , da zero ed in modo innovativo, le reti diffusive terrestri, utilizzando i trasmettitori esistenti. Un piano nazionale di assetto digitale TV è stato approvato nel 2003 dalla AGCOM (autorità di garanzia delle comunicazioni) ; essa chiedeva al governo le necessarie azioni legislative, mai attuate finora.

Lo studio prevedeva l’uso di 54 frequenze (canali) delle bande VHF –III^ ed UHF –bande IV^ e V^. Tre frequenze diverse (sistema 3-SFN) bastavano per realizzare una rete TV a copertura nazionale.

Si prevedeva così un’ offerta di circa 60 programmi TV a copertura nazionale e di 24-30 programmi TV a copertura regionale. Era anche possibile l’inserimento mirato di reti ed emittenti a carattere locale.

Quindi un forte ampliamento delle capacità trasmissive , nazionali e regionali, con la possibilità di ammettere altri fornitori di programmi/servizi : una eventualità invisa sia al padrone dell’etere terrestre, sia agli altri privati operatori, oggi privi di vincoli costituzionali.

Il piano di assetto digitale viene seguito, in ogni parte del mondo, da un piano di assegnazione : il piano statale che fissa con legge i fornitori di contenuti concessionari (programmi e servizi), il numero di programmi TV irradiabili da ciascun soggetto, i vincoli operativi e di concessione, ecc.

Questo piano ha una enorme importanza costituzionale e politica per cui richiede tempo e la consultazione

di tutti i soggetti interessati, a partire dagli utenti paganti.Dunque una grande occasione per correggere in Italia le reiterate violazioni anticostituzionali di un sistema analogico monopolistico.

Ma i nostri governanti – subendo il dictat del monopolista-premier e dei gestori privati in esercizio - hanno deciso di lasciare immutato l’assetto analogico esistente, attribuendo in digitale a ciascun gestore la stessa frequenza analogica ,come se fosse ormai di sua proprietà. La pianificazione dell’assetto digitale viene fatta su base regionale , secondo un calendario discutibile. Entro il 2009, 6 Regioni – Sardegna, Piemonte, Val d’Aosta, Alto Adige,Lazio e Campania- subiranno per decreto lo “switch off”, cioè lo spegnimento definitivo dello “analogico” con il passaggio al “tutto digitale”.

Questa accelerazione, com’ è ovvio, penalizza i cittadini e gli operatori privati esistenti (in particolare, quelli più deboli), a tutto vantaggio dei monopolisti e degli operatori commerciali più potenti. Inoltra rende quasi impossibile l’ingresso ai “nuovi entranti” per le ragioni spiegate nell’All.1 e verificabili nelle Regioni che già hanno subito lo switch off, come la Sardegna. Un approccio tutto italico- anticipato- che mette a rischio

tutta l’operazione, rafforzando ulteriormente i monopolisti di sempre (Mediaset in testa).


Ma l’approccio usato è tanto più assurdo ed irrazionale se si riflette sulla seconda grande opportunità fornita dal digitale : qui usando una sola frequenza (es. il canale 36 in UHF) si possono trasmettere 5-6 programmi TV tradizionali contemporanei (o un programma HDTV). Perciò la capacità trasmissiva – in termini di programmi/servizi - del sistema digitale e molto maggiore di quella analogica, per due fattori moltiplicativi concomitanti: la moltiplicazione delle reti e quella dei programmi di ogni rete (All.1).

Dunque una capacità trasmissiva nettamente sovrabbondante, sia rispetto alla situazione analogica , che rispetto alle potenzialità economiche e produttive dell’intero sistema televisivo italiano. Si pone dunque il problema costituzionale e politico di definire chi e come debba gestire questa enorme capacità trasmissiva eccedente. Se le frequenze sono – come ovunque- bene pubblico essenziale per la democrazia e per l’economia, la risposta è scontata: è lo Stato- comunità che stabilisce nel piano di assegnazione chi debba trasmettere, su quale area territoriale (nazionale,regionale,locale), con quanti e quali programmi/servizi, con quali vincoli di concessione e con quali controlli istituzionali. In particolare, lo stesso piano attribuisce a nuovi operatori entranti la quota di spazio trasmissivo eccedente. Una pianificazione/assegnazione riferita non solo alla emissione, ma alla ripartizione dei mezzi produttivi del concessionario.

In sintesi una assegnazione che massimizzi il pluralismo di sistema e la vera concorrenza tra privati.

Ciò significa anche che lo Stato separa il ruolo di trasporto dei segnali (carrier) da quello di fornitore di contenuti. Una separazione essenziale se non si vuole realizzare un monopolio diffusivo/ produttivo, come quello che subiamo in Italia da decenni. Un principio liberista ultra-conclamato di concorrenza privata.

Potrei mai imporre ad un venditore di merci di operare solo a livello locale, lasciando ad un suo concorrente di poter operare sul piano nazionale ed internazionale ? L’operatore locale può ambire ad una dimensione nazionale , se ne ha le capacità ed i mezzi ? La garanzia di tutto ciò sta nel fatto che la rete ed il relativo carrier sia pubblico ed unico ed applichi a tutti tariffe trasparenti e paritetiche di trasmissione in rete.

Tutto questo è possibile e costituzionale, in digitale molto più che in analogico. Qui un combinatore di programmi (MUX di 6 programmi TV) è associato ad ogni canale di trasmissione..

Ma i nostri governanti hanno deciso altro: approfittare di questa opportunità, per privatizzare e mercificare ulteriormente il sistema televisivo, saltando il regime concessorio e consegnando agli attuali operatori privati –monopolisti e non – le frequenze che già occupano ed i relativi MUX (di proprietà privata). IL solo vincolo posto è che il 30% della intera capacità trasmissiva del MUX sia riservata ad altri operatori privati.

Il proprietario del MUX, in generale, non avrà risorse produttive per moltiplicare i suoi programmi, e avrà solo due alternative : peggiorare i suoi programmi per coprire l’offerta totale , oppure vendere all’asta la capacità trasmissiva eccedente. E chi la comprerà ? Di sicuro monopolisti, banchieri e speculatori che hanno le risorse per farlo. Per questa via il sistema diventa sempre più commerciale e sempre più indecente in termini di qualità e di pluralismo. Cosi lo Stato (cioè i cittadini-contribuenti) perde la proprietà delle frequenze e delle concessioni, regalando ai privati che conosciamo l’enorme capacità trasmissiva disponibile in digitale. Tutto il fronte privato-commerciale plaude a questo grande regalo governativo : esso viene così condonato e berlusconizzato. Anche Europa 7- senza frequenze- riceve il suo MUX e la sua frequenza.


La terza opportunità costituzionale violata riguarda la RAI – servizio pubblico nazionale- e i fornitori di programmi e servizi comunitari di interesse generale “non mercantili”.

Il digitale dava l’occasione di separare il versante “pubblico e comunitario” da quello privato- commerciale.

La separazione riguarda le risorse produttive e trasmissive, gli obblighi di Convenzione (che rimangono per la RAI), i ruoli, le norme di autonomia e di garanzia per gli utenti. Quindi non solo programmi in chiaro di qualità e pluralisti , ma statuto di autonomia espressiva, norme antilottizzatorie, decentramento ideativo-produttivo, contabilità industriale con autonomia e trasparenza gestionale. Si fa il contrario : lottizzazione, riduzione delle risorse con aumento degli oneri di concessione, mercificazione dei programmi RAI alla TV commerciale, attacchi al canone e/o alla pubblicità RAI, liquidazione dell’ emittenza comunitaria.
Si ha anche l’impressione che la RAI sia “trainata” verso la DTT con poco profitto, dovendo fornire comunque solo programmi in chiaro (per non interferire con le risorse dei due monopolisti,Mediaset e Sky)

Poichè , nonostante tutto, i programmi RAI tirano più di quelli commerciali , i due monopolisti della pay TV stanno “corteggiando la RAI con minima spesa” affinché mantenga o metta i suoi programmi free sulla loro piattaforma : Di qui la risibile offerta Sky di questi giorni, sulla quale si è aperta una trattativa.

Nè bisogna dimenticare che la RAI ha speso ingenti risorse per acquisire dai privati le frequenze necessarie alle reti digitali terrestri e che, per prima, spegne RAI2 (16 giugno) con RETE4. Il fatto è che la RAI è sempre più feudo ed ostaggio di Mediaset e di Berlusconi.


Nessun commentatore ha denunciato queste vistose anomalie costituzionali. Non bisogna disturbare il “manovratore”, si parla d’altro. La mitologia della “innovazione digitale” affascina tutti i partiti e tutti i giornalisti : bisogna che si affermi comunque e con urgenza. Chi osa criticare modi e tempi della sua introduzione, è un sovversivo, un pessimista , un rompiscatole.. un comunista.

Perciò il dibattito politico e mediatico si limita alla solita ed ipocrita polemica sulla lottizzazione governativa e partitica della RAI, senza che alcuno abbia mai proposto- come faccio da anni- norme penali antilottizza- torie o statuti di autonomia della RAI e dei servizi pubblici costituzionali (trasporti, sanità, energia,ecc.).

La conclusione amara di questa sconcertante vicenda è del tutto palese.

Passando nei decenni da violazione a violazione, lo Stato italiano – a differenza di ogni altro Paese europeo- ha rinunciato a gestire le radiofrequenze come bene pubblico collettivo, per affidarlo a fornitori di contenuti selezionati , in regime di concessione . Con quest’ultima regalia digitale monopolisti ed operatori dominanti si rafforzeranno.

Politici, mercanti e propagandisti reclamizzano il “fascino tutto digitale” con ogni mezzo, lecito ed illecito, promettendo meraviglie, come già nella sperimentazione in Sardegna. Ricordiamo tutti l’affare dei decoder venduti allo Stato in sovrapprezzo dalla famiglia Berlusconi e poi “regalati” ai nuovi utenti digitali.

Il solito clichè del neoliberismo italiota : socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Privato è bello, ma solo se può realizzare profitti assistiti e godere di sussidi dei contribuenti, senza contropartite.

Il passaggio al digitale poteva invece , e doveva , essere l’occasione per pianificare l’assetto radiotelevisivo nazionale e per ripartire le nuove “capacità trasmissive” in senso pluralistico e costituzionale.

Proprio la comunicazione radiodiffusa e di massa - quella che ha il massimo di penetrazione e di influenza di massa, con il minimo costo- contatto (costo di produzione dei messaggi / utenti raggiunti)- riceve il massimo schiaffo costituzionale, come in nessun altro Paese europeo.

Da noi si abolisce perfino il Ministero delle comunicazioni – già inadeguato e limitato a questioni solo tecniche – in una fase che tutti indicano di “rivoluzione tecnologica ed espressiva”.

Le comunicazioni di massa- come fondamento costituzionale di conoscenza, di informazione, di formazione , di partecipazione e controllo popolare – dovrebbero avere un assetto istituzionale forte collegato alla politica dei processi culturali, espressivi e partecipativi della nostra società e dei cittadini.

In questo contesto il DIRITTO A COMUNICARE diventa decisivo e tecnicamente possibile.

Invece il Ministero competente è diventato un dipartimento del Ministero della “attività produttive”, cioè un affare mercantile (comunicazione = merce) per mercanti e affaristi. L’utente TV collettivo diventa un cliente parcellizzato manovrabile. Il nostro passaggio “digitale” è il corollario di questa impostazione.

Un passaggio arbitrariamente anticipato che ignora il panorama italiano.

A marzo 2009 le famiglie italiane che ricevono solo TV analogica sono il 42% (10,1 ml). Quelle che ricevono TV da satellite (pay o free) sono il 27% (6,5 ml); quelle che ricevono il digitale terrestre (DTT) sono il 31% (7,4 ml). Perciò una parte consistente dell’utenza italiana sarà costretta, entro l’anno, a dotarsi di un decoder digitale, il cui costo è di almeno 100 euro (se interattivo e dotato di scheda pay tv).

Tralascio qui i problemi di ricezione per antenne collettive e quello di vendita dei TVC con un decoder digitale incorporato , capace di gestire ogni standard di codifica ed i programmi free.

Già molti utenti disinformati hanno comprato o stanno comprando TVC o decoder non idonei alla ricezione di programmi e servizi digitali . Lo Stato incentiva con 50 euro i “clienti meno abbienti” (con meno di 10.000 euro/anno e over 65). Una miseria “residuale” . Ma chi ha un tale reddito penserà alla DTT o ne beneficerà solo qualche furbo evasore ? Vediamo ora la situazione di Roma.

Qui sono assegnati una quindicina di MUX con i relativi canali di emissione che trasmettono da M.Cavo, da M.Mario (sito RAI) e da M. Guadagnolo. La RAI- servizio pubblico- dispone di 2 MUX : RAI B su canale E da M.Mario- con 9 programmi in chiaro (tra cui SAT 2000 del Vaticano) e RAI A- canale 49 da M.Cavo. con gli stessi programmi. Ma la parte del leone la fanno i noti monopolisti : Mediaset 1 – canale 32 da M.Mario con 16 programmi,in gran parte a pagamento e canale 40 da M. Cavo con gli stessi 16 programmi - e Mediaset 2 – canale 57 da M.Cavo con 8 programmi. A seguire la 7 con 2 MUX e poi i gestori che già conosciamo in analogico : ReteA, TVR, Rete Oro,telelazio, T9, televita,ecc. Ovviamente, tutti questi gestori avranno ora una capacità trasmissiva 6 volte maggiore che in analogico. Le risorse però – pubblicità e canoni – rimangono concentrate in Mediaset e Sky, con la RAI terzo soggetto etero-diretto e subalterno.

Ma la TV digitale comporterà servizi interattivi di varia natura, anche a pagamento. Qui la necessità di avere controlli e garanzie è più forte che mai, visti i precedenti della telefonia e dei servizi telematici già operativi. Dunque un’ operazione non pianificata – tutta mercantile - che aggraverà le situazioni di monopolio e di arroganza che subiamo da decenni. Un’ operazione che comporta rischi elevati, che i prenditori- in caso di fiasco- scaricheranno sullo Stato, cioè sui contribuenti, come per ogni altro crak finanziario e produttivo del capitalismo mercantile. Diffidiamo perciò degli slogan fasulli dei nostri “prenditori assistiti”e verifichia- mo ciò che ci raccontano.Prendiamo uno dei più gettonati : l’aumento di quantità dei programmi TV.

Ogni persona di buon senso verifica quotidianamente- e con rabbia- che il problema reale non è la quantità dei programmi che riceve (assolutamente ridondanti), ma la loro qualità (sempre peggiore).

Un fenomeno strutturale, dal momento che, a parità di risorse di sistema, la qualità è inversamente proporzionale alla quantità dei programmi offerti. Un’ offerta che avviene oggi, non solo via etere terrestre e da satellite, ma via Internet, con un pluralismo effettivo , estraneo ai due monopolisti commerciali di settore (Mediaset e SKY). Infatti l’esigenza primaria e costituzionale degli utenti è quella di poter ricevere programmi e servizi “ dialettici e diversi”, in termini di gestori, di contenuti, di fonti informative, ecc.

Il processo e la condanna di Mills (con Berlusconi condonato) ci ha dimostrato come sia avvenuta la scalata monopolistica ed illegale di Fininvest/Mediaset in Italia fino al balzo di Berlusconi- premier.


  1. Problemi economici ed occupazionali, quali soluzioni di interesse generale ?


Ho già detto del rapporto qualità/quantità, dove qualità significa anzitutto fine dei monopoli, dialettica, diversità,pluralismo,trasparenza, partecipazione, controllo. Ma le considerazioni fin qui svolte non significano sottovalutazione della INNOVAZIONE tecnologica e produttiva. Al contrario, si deve coniugare l’innovazione e lo sviluppo- qualitativo e quantitativo- della produzione con il progresso civile, politico ,sociale, culturale e produttivo del Paese. Le tecniche digitali lo consentono, con un decentramento della produzione ed una moltiplicazione della produzione e dell’occupazione.

Non è così per la radiodiffusione analogica- essenzialmente nazionale e centralizzata- né per quella da satellite, supercentralizzata e sovranazionale. E’ tuttavia necessario ripartire risorse e capacità produttive-trasmissive in modo che le potenzialità innovative del sistema si realizzino concretamente. Non è questa la via seguita dai nostri governanti che vogliono invece proteggere i loro monopoli anticostituzionali.

Un cittadino-utente sarà incentivato a passare al digitale, a condizione di poter ricevere informazioni, programmi e servizi altri e diversi da quelli attuali, sia in termini di qualità che di costi. L’aumento della qualità tecnica dei buoni programmi (alta definizione digitale) è un altro utile incentivo per il passaggio al digitale : ma tutto questo richiede tempo e pianificazione accurata di ogni aspetto del problema.

Ecco perché Paesi, più avanzati ed evoluti del nostro, si danno tempi adeguati (2012 almeno).

In questi Paesi poi, l’offerta digitale, si colloca in un quadro pianificato, nel quale il numero dei programmi offerti è molto inferiore a quello italico, perché si sono posti il problema del rapporto qualità/quantità.

I novi servizi digitali – interattivi e non- moltiplicano strutturalmente la tipologia ed il numero dei fornitori possibili : Enti pubblici ed Istituzioni, Istituti di ricerca ed università, produttori indipendenti,ecc.

Occorre anche valutare che l’offerta digitale terrestre - in particolare interattiva- ha un potente ed articolato concorrente, espresso dalle fonti e dei servizi multimediali telematica via Internet. E’ un concorrente qualificato accessibile a costi ridotti o nulli , non è possibile ignorarlo.La pianificazione serve proprio a massimizzare le potenzialità e limitare i rischi di insuccesso. Bisogna distinguere ciò che è tassa di possesso TV (canone statale versato alla RAI , in inglese fee) e ciò che è tariffa per i programmi pay (pay charge) o per un servizio reso (es. abbonamento pay tv).Un nuovo piano di assegnazione/ripartizione DTT doveva ridurre il monopolio Mediaset assegnando a questo gruppo uno spazio emissivo/produttivo più limitato .Le nuove disponibilità emissive, nazionali e regionali, nonchè le risorse produttive (pubblicità e vendita di programmi/servizi), dovevano essere ripartite tra gestori diversi, in modo da realizzare un pluralismo privato nel sistema. L’intera capacità trasmissiva digitale può poi essere saturata in modo graduale e pianificato.

La RAI ed i gestori comunitari, dentro questo riassetto, dovevano avere risorse produttive e diffusive adeguate ai loro compiti istituzionali, con un netto incremento della qualità e del pluralismo dei programmi.

In ogni caso i programmi/servizi RAI e comunitari – come servizio universale multimediale - debbono essere ricevibili con il minimo di costo ed il massimo di qualità e di trasparenza. Si sta invece procedendo ad imbavagliare la stampa e le potenzialità comunicative di INTERNET, le uniche ancora libere e pluralistiche.

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Siti web di interesse

www.altroconsumo.it, www.adiconsum.org, www.thenewspaper.it

www.agcom. it ,www.conna.it , www.dgtvi. it , www.digita.it


Roma 15 giugno 2009



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