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Dalla strada sopra le gole del Salinello, una veduta della montagna dei Fiori.

Monte Tignoso (1367 mslm) sopra Macchia da Sole ed il Castel Manfrino.

Sulla sinistra il colle S.Sisto con il ciuffo di faggi detto "ciocca di Bonifacio"; al centro il lago di Sbraccia (1120 mslm).

La Cona, fra Macchia da Sole e Leofara.Si nota l'ostello.

Dalla Cona (1073 mslm), una veduta su Leofara.

Il castello di Vallinquina e, sullo sfondo, il monte Vettore (Sibillini).

Castello di Vallinquina (869 mslm).

Lago di Talvacchia (500 mslm), nella Valle Castellana.

Castel Trosino: sullo sfondo la rupe di Rosara ed il convento di San Giorgio (511 mslm)

Dal lago di Casette, la rupe su cui poggia Castel Trosino.

Lago sotto Castel Trosino.

Quasi al centro si nota una piccola galleria: è la condotta romana, che portava ad Ascoli acqua di sorgenti locali.

Pianta della chiesa di Santo Stefano (VII sec), costruita nella necropoli.

Ricostruzione di un seppellimento, nella necropoli di Castel Trosino.

Teca didattica di sepoltura nella necropoli.

Quanto segue è  tratto dal libro:”Itinerari turistico-gastronomici dei monti della laga” di Rino Faranda, edito dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura-Teramo.Da questo utile e gradevole testo ho enucleato solo le descrizioni turistiche dei luoghi, e dei riferimenti artistici e storici . Il testo è anche un'ottima raccolta di ricette del territorio (edito luglio 1989).

Itinerario 7: da Teramo a Teramo attraverso bivio di Garrufo,Guazzano,le gole del Salinello, Macchia da Sole, Leofara, Bivio per Vallinquina, Valle Castellana, Diga di Talvacchia, S. Vito, Castel Trosino, Ascoli, Villa Passo e Bivio di Campli. 

Scegliere il più bello, vario ed interessante tra gli otto percorsi da noi proposti alla meraviglia del turista sarebbe un’impresa disperata: ma ci si lasci dire che questo è di una suggestione mozzafiato per la rapidità con cui si passa dal fondovalle ad un paesaggio dolomitico, per l’ovattato silenzio che vi domina e per la facilità di giungere alla méta attraverso strade spesso ampie, scorrevoli e solitarie. Perché crediamo che solo da queste parti, vogliamo dire nel Teramano, in meno di 30 minuti è possibile raggiungere comodamente dal mare o dalla collina persino alte vette.

Come al solito, partiamo da Piazza Garibaldi per la strada che porta ad Ascoli. Superiamo i bivi di Campli e di Roiano ed eccoci, dopo Campovalano, ad un terzo incrocio che reca l’indicazione “Macchia da Sole” e “Leofara”. Facciamo appena in tempo a voltare, che subito le montagne «gemelle» di Campli e dei Fiori, già notate poco dopo la partenza da Teramo, si ergono alla nostra vista, assai vicine, in tutta la loro solenne, maestosa bellezza. Dopo alcuni tornanti ci fermiamo a Guazzano in cerca del caffé mattutino e, soprattutto, di notizie (interessate); e troviamo la proprietaria del bar, una donna cortese e tranquillamente prodiga di informazioni sul suo borgo e sulla gastronomia di questi luoghi. Quanto alle prime, ne apprendiamo che i residenti sono in tutto un centinaio, la cui gran parte lavora o nel capoluogo o nei dintorni di Campli, dove l’operosità e il tipico senso dell’imprenditorialità hanno fatto sorgere alcune fabbriche e fabbrichette; che è vero quanto raccolto dalla viva voce di un nonagenario tanti anni fa da Walter Mazzitti circa la tradizione popolare riguardante Castel Manfrino sulla quale ci soffermeremo tra poco e, infine, che in Guazzano ma questo avviene dovunque da queste parti tutti indistintamente allevano uno o più maiali: remotissima ed indispensabile abitudine, determinata da un sapido spirito di sopravvivenza specie laddove, come qui, l’aria tersa e trasparente comincia ad essere più fredda che fresca e alla neve o al ghiaccio dell’inverno bisogna rimediare con le calorie in più donate generosamente da quello che altrove abbiamo definito “il vero re degli animali”. A lei, ci confessa, e a suo marito, che sono stati per qualche tempo in Puglia, non dispiace affatto l’accoppiamento farina verdure, caratteristico di quella regione.

Ci rimettiamo in moto dopo i cordiali saluti. La strada, ora, si inerpica su un fondo eccellente e ci porta in brevissimo tratto ai 700 metri, mentre ai nostri occhi si schiude un magico, vasto panorama, con a destra la solitaria rocca di Civitella del Tronto, solido baluardo in posizione quasi inaccessibile e memoria vivente del confine borbonico, e sullo sfondo della vallata il mare. Di fronte a noi incombe la Montagna dei Fiori, regno, intorno al 1860, di Padre Donato, prete spretato, crudelissimo capobanda di briganti, pronto a vendersi al miglior offerente ed uso a passare, con la massima disinvoltura, dalla parte dei Borboni a quella dei governatori papalini. E pare che a ciò sia dovuto il fatto che nessun padre dia al figlio da queste parti il nome Donato. La via, ora, si incassa tra le rocce, mentre già mormora il Salinello, che nasce appunto dalla Montagna dei Fiori e, scorrendo per 44 chilometri, sfiora prima Castel Manfrino, poi le Grotte di S. Angelo, Civitella, i resti del borgo fantasma di Faraone, Santa Reparata, Garrufo e Villa Ricci per ingrossarsi a sud di S. Omero ed immettersi in Adriatico circa a metà strada fra Tortoreto e Giulianova. Da queste parti si trovava temporibus illis, ovvero intorno al XIV secolo, l’archicenobio benedettino di S. Angelo in Vulturino, oggi del tutto scomparso. Appartenessero o non appartenessero a questa abbazia, frammenti di condutture in terracotta furono in questa zona scoperti da partigiani nel corso della Seconda Guerra mondiale, e la cosa si spiega col fatto che, essendo evidentemente questa (o queste) abbazia di clausura, le condutture saranno servite per i rifornimenti ai monaci, o alle monache, di latte o vino: tanto, del resto, voleva la tradizione popolare trasmessa oralmente; mentre nel IV volume del Palma si può leggere come molte caverne incassate nelle rocce fossero adattate a chiesette o cappelline, specie nell’epoca del monachesimo, i cui limiti temporali vanno fissati per l’Abruzzo dal XIII al XVIII secolo. D’altro canto l’occhio della fantasia fa in modo che questo territorio, desolatamente e fieramente solitario, si ripopoli, per magia, di fraticelli e di eremiti. Reti di protezione e false gallerie assicurano intanto i passanti dalla caduta dei massi. A destra, così vicina che par di toccarla, si erge in tutta la sua silente e possente bellezza la montagna, che ha i colori e la struttura della dolomitica Marmolada. Abbiamo percorso appena 11 Km da Guazzano, poco più di 25 da Teramo, ed eccoci a Macchia da Sole, le cui case sparse danno da lontano l’impressione di un naturalissimo presepe: il che significa che in meno di mezz’ora è possibile a chi disponga di un’auto abbandonare l’ormai persistente cappa dello smog di ogni stagione e di raggiungere, specie nella stagione più calda, l’aria tersa da respirare a buon mercato. Sulla destra, intanto, si scorgono i ruderi del Castello di re Manfrino, facilmente raggiungibili con una passeggiata di alcune centinaia di metri. Si tratta di una costruzione difensiva, eretta per ordine di re Manfredi, prima o nel corso della guerra da lui sostenuta contro Carlo d’Angiò, come baluardo montano al confine tra la contea di Ascoli e il Regno. Rifarne la storia sarebbe ricostruire gli avvenimenti precedenti e susseguenti alla battaglia di Benevento, che segnò la fine del sogno ghibellino della casa di Svevia e l’avvento degli Angioini nelle regioni meridionali ed insulare d’Italia: questo è compito degli storici, dei quali il più importante ci sembra il Palma, non nostro. Ci piace, tuttavia, ricordare il racconto del nonagenario al Mazzitti, cui sopra abbiamo accennato: Manfredi, braccato dagli Angioini, avrebbe tratto in inganno gli inseguitori, ordinando ai suoi fedeli di raccogliere 2.000 capre, di legare sulla corna delle fascine, che, accese, avrebbero dato nella notte l’impressione di un numero infinito di armati: né più né meno di quel che fece Annibale per sottrarsi al console Fulvio ma quelli erano buoi nei pressi di Alife, secondo che ci racconta Livio nei capp. 16 e 17 del suo XXII libro. Sarebbe auspicabile, in proposito, che qualcuno degli Enti pubblici o privati curasse la pubblicazione di un libretto, magari bi o trilingue, a beneficio dei turisti, nel quale fossero spiegate forma, strutture, misure ed altro di questo turrito castello, così mi­sterioso e affascinante. Un’impressione così suggestiva ricordiamo di avere riportato nell’agro di Micene, là dove si innalza la tholos di Agamennone: al tramonto e allo spirare del vento tra le rovine.

Macchia da Sole è alta sul mare 900 metri: ai lati della via poche case in arenaria, linde e silenziose, fanno sor­gere il dubbio se siano abitate da uomini o da fantasmi:
e forse in questo ne sta il fascino. Comunque qualche anziano residente ammucchia della legna, tagliata da rade macchie di noci, faggi, querce, pini, sorbi ed aceri
questi ultimi i più rapidi tra gli alberi a crescere e a consolidarsi  una donna sciorina al sole i panni, una ragazza traccagnotta col fazzoletto in testa e le gote color di rosa osserva un piccolissimo gregge di pecore: tornano alla mente Segantini e Michetti, ma un cane da pastore ci richiama alla realtà. Qui abbiamo cercato invano di chiedere almeno una ricetta; e allora ci permettiamo noi di darla, naturalmente in coerenza con l’altitudine e con la natura dei luoghi. Ecco, dunque, il…

Da Macchia da Sole a Leofara corrono meno di 4 Km ed un balzo di oltre 100 metri; ma quasi in vista del paesino il toponimo ne rivela con chiarezza l’origine longobarda sorge un edificio in via di completamento, destinato ad ostello per la gioventù, che, voluto dalla Comunità montana, sta a testimoniare una certa volontà politica di valorizzare queste plaghe per ora deserte o quasi. Ci si lasci qui dire che esse hanno poco o nulla da invidiare a tanti altri celebrati luoghi di villeggiatura e che, se adeguatamente valorizzate e fatte conoscere, potrebbero veder sorgere camping e villaggi turistici. Per ora, quanti sono gli Italiani, per non dire gli Abruzzesi, che avranno almeno una volta attraverso queste gole e queste valli site a pochi chilometri dalla costa? Quanti fotografi sanno che qui c’è per loro un paradiso da riprendere? Si dia mano, dunque, come si è detto nell’introduzione, ad un’opera di divulgazione attraverso una fiduciosa ma anche massiccia campagna di mass-media: forse il sacro silenzio che ora vi regna sarà un giorno turbato dal gracchiare di qualche radiolina tascabile e dal rombare delle moto di grossa cilindrata, ma l’aumento del benessere dei residenti, e perciò stesso il fermo alla loro crisi esistenziale, varranno il sacrificio e la fatica.

A meno di 100 metri dall’Ostello, poi, facciamo una breve deviazione di non più di 1 Km, su strada sterrata, alla volta del laghetto privato di Sbraccia: non più di una pozza, ma con acque limpide e sorgive, in un luogo riparato dal vento, con a fronte il pan di zucchero della Montagna dei Fiori. Trote, funghi del vicino bosco, pecore pascenti d’estate, un rifugio di pastori dov’è possibile talvolta veder lavorare ed acquistare del pecorino freschissimo rendono idilliaco il paesaggio e ci inducono a consigliare questo luogo come méta di estive, pacifiche gite familiari.

Tornando sulla SP., ci avviciniamo rapidamente a Leofara, tutta silente così da sembrar essere di un altro mondo. Ma d’estate dev’essere un’altra cosa, e specie l’ultima domenica di ottobre, quando vi si celebra la sagra delle castagne pregiate di queste zone. A farci riavere dalla trance è una vecchietta, una sorta di sentinella fissa, che ci guarda con sospetto, ma anche con la voglia di dirci qualcosa che le sta molto a cuore. Lei, nel corso della sua  lunga vita, ne ha visti di restauri alla chiesa di S. Maria Assunta e non sa darsi pace, perché è sicura che l’edificio poggi su un terreno umido e acquitrinoso: avrà pure ragione, ma ne fuggiamo precipitosamente, come faceva Socrate con Santippe. Ben diversa ci appare la signora che gestisce il negozio di alimentari, molto gentile e propensa a darci, senza tanti complimenti, la sua ricetta dei…

Da Leofara si potrebbe imboccare la strada che porta a Rocca S. Maria, ma noi preferiamo tornare un po’ indietro sino al già citato Ostello, al quale auguriamo che trovi successo ed avventori, e prendere la via, pur stretta e in terra battuta, che ci condurrà in poco più di 9 Km a Valle Castellana, attraverso Prevenisco: un percorso piuttosto scomodo, perché il fondo stradale è talvolta dissestato, ma vale la pena di affrontarlo. Se scarsi sono i segni di vita tra molti faggeti e querceti e pochi noccioli, ampie e mosse sono le distese dei prati, che sembrano fatti apposta per il pascolo. Solo una casa di abitazione e qualche rustico abituro interrompono l’immobile, uniforme paesaggio. E qui ci si permetta un’affettuosa ma inevitabile considerazione negativa: in questa, come in tutte le altre zone da noi visitate, l’assoluta mancanza di un criterio uniforme e caratterizzante nelle costruzioni abitative fa sì che i vari edifici risultino essere assolutamente impersonali, di vari stili e colori, privi, dunque, di quella grazia civettuola che costituisce tanta parte del fascino di alberghi, pensioni e pensioncine della fascia alpina e delle montagne transalpine. Passi per le strutture e per le pareti, costruite con pietre del posto: ma che cosa costerebbe sovrimporvi dei tetti spioventi e “muovere” ed aggraziare l’esterno con finestrelle e balconcini di legno? Questo, probabilmente, è un problema di cultura: quando anch’esso, insieme con gli altri, sarà risolto, forse il turismo che non s’inventa dall’oggi al domani ne sarà incrementato e le grandi e varie bellezze dei paesaggi, aiutate nella loro valorizzazione da un tocco di buongusto, non rimarranno desolatamente sole per gran parte dell’anno e perderanno quell’anonimato, di cui oggi sembrano soffrire.

Mentre facciamo queste ed altrettali considerazioni, ci appare, quasi a darci conferma sulla bontà della nostra riflessione, assolutamente imprevisto ed imprevedibile nella solitudine dei luoghi, il castello di Vallinquina, al quale si accede per un viottolo camionabile, voltando a destra dopo circa 3 chilometri dal bivio che abbiamo imboccato. Rustico, ma elegante e suggestivo, appartenuto alla nobile famiglia Bonifaci di origine lombarda, ma stanziatasi non si sa bene quando in Teramo e nella provincia ed eretto come residenza fortificata assai probabilmente a difesa dai banditi, esso è senz’altro da visitare e possibilmente da fotografare, perché è un tipico esempio di architettura provinciale e signorile di ispirazione rinascimentale, con arco d’ingresso a sesto acuto, stemma di famiglia, torrione e belle finestre ogivali e, intorno, alloggi rustici e depositi per la legna. Tanto abbiamo potuto sapere dal genti­lissimo comproprietario, il quale ci ha anche detto che l’ultimo restauro è stato fatto nei primi anni 80 e che le campane dell’attigua chiesetta-cappella sono antichissime e qui trasportate dal campanile di uno scomparso convento vicino, oggi sostituito da enormi e plurisecolari faggi. Salutiamo e ringraziamo il proprietario-cicerone, accompagnati dal fruscio delle ali e dal canto di un merlo e dallo scondinzolare di due bei cani alla catena, che non ci hanno abbaiato perché, crediamo, rimasti sorpresi ed interdetti dalla visita inattesa di forestieri.

Riprendiamo la marcia e ci avviciniamo a Prevenisco, allorché siamo colpiti dalla vista di un’area pianeggiante, sagomata come una pista per l’atletica o un ippodromo o un campo di calcio, un embrione, come apprenderemo in seguito, di complesso sportivo: che, ad essere sinceri, ci e parso una cattedrale nel deserto. Dovrebbe aggregare, a quanto sembra, i giovani della valle e gli ospiti dell’Ostello, ma non condividiamo l’ottimismo di chi ha progettato, giusto in quel luogo, l’opera. Perché, invece, non crearvi un centro ippico con un buon numero di cavalli per il trekking? Queste superfici sembrano fatte apposta per l’equitazione da diporto e potrebbero per una certa parte dell’anno essere animate dalla presenza dei tanti amatori di questo sport, i cui proseliti sono in continuo aumento.

Breve è da qui la distanza dal bivio di Valle Castellana. Voltiamo a destra e, in circa i chilometro di strada, eccoci giunti in quello che un anziano residente chiama orgogliosamente “il capoluogo”. E per la verità Valle Castellana, sita a poco più di 600 metri sul livello del mare e ricca di frazioni, è un centro che ha tanta storia alle sue spalle, da aver indotto il colto studioso Felice Lattanzi a scrivere 3 volumi sulle vicende del suo paese, usando inediti documenti di archivio. Appartenuta ad Ascoli sino al 1292 e un tempo popolosa, essa oggi conta pochi residenti, ma già in età medievale era fiorente soprattutto per impulso dei benedettini e dei francescani abili, com’è noto, i primi nell’incrementare, secondo la loro Regola, l’agricoltura ed altre attività di lavoro perché il taglio dei boschi, allora fittissimi, l’apicultura, lo sfruttamento del travertino e delle pozzolane e, dopo il 1500, la pastorizia assicuravano agli abitanti di tutta la Valle benessere e agiatezza. Certo non mancavano controversie e liti tra religiosi per il possesso dei vari feudi e, piaga terribile, i banditi, i quali, tanto per dirne una, alla metà del XVI secolo erano tanti, così agguerriti e ben organizzati da terrorizzare e condizionare i poteri costituiti. Ancor oggi si ricordano, nei racconti popolari, i nomi, ad esempio, di Ursino e Nonno di Sabatino, del colonnellese Giulio Cesare Gonzales e di Marco di Sciarra da Castiglione, il quale ultimo, avendo ai suoi ordini 600 uomini, era chiamato “il re della montagna”; né lontano da questi luoghi imperversò, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, Giuseppe Costantini, detto Sciabolone, nemico giurato dei “giacobini” e tagliatore di teste, che lanciava proclami a nome di Sua Maestà il re e di Sua Maestà lui stesso.

Ci lasciamo, ora, alla sinistra la suggestiva chiesetta di S. Maria Assunta (dove una vecchietta ci prega inutilmente di suonare le campane a morto in vece sua) e proseguiamo per la tortuosa via asfaltata che corre lungo il fiume Castellano. Dopo poco più di 5 Km ci fermiamo ad osservare la diga di Talvacchia, giustamente méta di turisti, specialmente ascolani, se nei pressi sorgono alcune rustiche trattorie e persino qualche ristorante. Superata Cesano, conviene fare una deviazione sulla destra, che ci porterà dopo 2 Km, al paesino e alla chiesa di S. Rufina, cosi bella dentro e fuori da valere essa sola l’intero itinerario, e dopo 5 Km a S. Vito, accoccolata sotto la Montagna dei Fiori, dove è possibile notare un certo fervore di lavori di restauro, ma non i lavori che dovrebbero fermare l’inarrestabile smottamento del terreno su cui sorge la chiesa di S. Vito e il probabile crollo dell’antichissima S. Maria, I residenti sono circa 200, le famiglie, sparpagliate qua e là, una cinquantina. L’impressione che si ha, tuttavia, è quella di un centro vivace e tutt’altro che povero; come ci è confermato dal solito cortese informatore, che tra l’altro fa sapere che un suo fratello, beato lui!, possiede un gregge di ben 2.000 capi. Perché qui la metà dei residenti esercita la pastorizia, attività faticosa quanto si vuole, ma certamente lucrosa e redditizia. Per saperne di più ci rivolgiamo ad un simpaticissimo giovane biologo, evidentemente innamorato del suo paese e, non meno, della sua bella moglie, un ecologista intelligente, alieno, ci pare, dal fanatismo in cui talora cadono i difensori ufficiali dell’ambiente. Nella sua casa ci vengono offerte salsicce sott’olio, cui seguono un eccellente pecorino e un buon vinello, e tanta ospitalità. Ci dice, il padrone di casa, che degli smottamenti, dovuti a pericolose infiltrazioni di acqua nel sottosuolo, è stata informata la Protezione Civile e che occorrerebbe imbrigliare con un adeguato sistema di piccole gallerie l’enorme quantità di liquido che minaccia di far crollare tutto o prima o poi; aggiunge che la vita qui verte e gravita su Ascoli e infine ci indica le Grotte di S. Angelo, alte sotto la cima della Montagna dei Fiori, sedi, un tempo, di chiesette rupestri e dimore di eremiti. Narra la leggenda che due di costoro furono un giorno aggrediti dai lupi, ma solo uno, forse quello cattivo, ne fu sbranato. Più storico e meno leggendario sembra, invece, il fatto che in una di queste grotte di S. Angelo in Vulturino sia vissuto il padre degli eremiti, cioè quel S. Agostino che difese fieramente Ascoli dall’aggressione di Faroaldo I, duca di Spoleto, quando costui cercava d’ingrandire il suo ducato espandendosi sino a Classe, nome dell’antica Ravenna, e sino a Roma. Era l’anno 578 e intorno al Mille il vescovo Fumone ordinava a tutti gli eremiti di sfilare in processione il 21 maggio in Ascoli in onore del Santo, che oggi giace nella cattedrale della bella città marchigiana. Questo territorio sembra, comunque, fatto apposta per gli speleologi, che prima o poi vi faranno interessanti scoperte.

Riscendendo sulla strada provinciale in direzione di Ascoli, irrinunciabile è una sosta a Castel Trosino, anticamente capitale di un feudo di origine longobarda, che si erge a picco su uno spuntone sovrastante il Castellano. Punto di difesa lungo la via Salaria già al tempo dei Romani, forse teatro di combattimenti durante la Guerra servile di Spartaco, oggi Castel Trosino è praticamente un borgo medioevale deserto, con 15 residenti, le cui antenate erano considerate le lavandaie per eccellenza ed operavano con le acque termali del luogo. Una brevissima rampa sulla sinistra conduce alla porta, superata la quale ci troviamo di fronte a case di nobilissimo aspetto, a stradine inverosimilmente strette e ad una piazza centrale, davvero incantevole, dove in occasione della festività di S. Emidio da qualche anno si celebra una rievocazione storica di ambientazione rinascimentale: per alcuni dei primi giorni di agosto vi si tengono spettacoli di sbandieratori, acrobati, mangiafuoco e figuranti, con banchetti all’aperto, nel corso dei quali vengono serviti bruschette, fagioli con le cotiche, quaglie, vino ed altro al lume di lampioni e fiaccole che ardono da torcière infisse alle pareti delle case, sicché par di essere alle feste e alle grandi sbornie che i vincitori del Palio di Siena fanno seguire al loro trionfo. Ci spiega, poi, un’anziana donna, unico essere vivente incontrato, che dal fastigio della bella chiesa di S. Lorenzo un tirante permette ad un angelo di giungere nella piazza. Ma anche in Abruzzo, a Civitella del Tronto, un’iniziativa intelligente ha realizzato da poco tempo un revivat del genere, che non solo rivitalizza zone non battute solitamente dal turismo nemmeno regionale, ma permette di rinnovellare e far co­noscere eventi e costumi di una storia che non può e non deve morire.

Siamo, cosi, arrivati quasi al termine dell’intensa giornata: basterà giungere ai sobborghi di Ascoli, imboccare la superstrada e voltare a destra verso Teramo, dando l’arrivederci al convento di S. Giorgio e alle favoleggiate caverne che collegavano il castello col fiume, al Monte Ascensione e a tutti i monti del Piceno.