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Da:  Ascoli nel Piceno di Secondo Balena.

 

Gli eremiti. Pag 201.

Per il resto nulla di eccezionale. Ascoli in questi anni era sottoposta all’autorità del conte Ormondo II , di investitura imperiale,ed il vescovo era Ugone o, come altri dicono , Fumone che nel 1004 aveva indetto il primo sinodo della diocesi ascolana allo scopo di disciplinare le pie pratiche di penitenza. In quei tempi piuttosto duri per tutti, la vita di penitenza degli anacoreti a parte la preghiera, non era molto diversa da quella dei comuni proletari, e questo favoriva indubbiamente il proliferare di tutto un mondo monacale che, lontano in realtà da ogni forma di disciplina e lasciato alle libere decisioni degli interessati, non sempre era chiaro ed edificante. Tra l’altro il vescovo aveva sentito la necessità di precisare alcune norme in materia di digiuni , poiché anche allora c’era chi digiunava troppo e chi per niente. Chi si macerava nel fondo delle grotte sino a morire di fame e chi, gironzolando per la campagna mostrava una cura eccessiva per i bisogni del corpo.

Tutte le forme di vita degli eremiti che popolavano le montagne intorno ad Ascoli andavano riviste e regolate. Non dovevano essere pochi coloro che , sottratti ad ogni controllo, si dedicavano più ad una vita di vagabondaggio che di eremitaggio. Eremi ed eremiti si erano moltiplicati nel corso di quattro secoli ed il disordine doveva essere notevole se Ugone aveva pensato di metterci le mani. Questi cenobiti molto probabilmente , anzi sicuramente, erano quei benedettini che in genere si consideravano sudditi dell’abazia di Farfa e della sua “dependence” di Santa Vittoria in Metenano.

Poichè i monaci di Farfa spesso erano soltanto la “longa manus” dell’imperatore ed avanzavano, con i loro monasteri ed eremiti, pretese sulle varie diocesi, il vescovo di Ascoli mettendo in riga i penitenti aveva inteso anche riconfermare un suo preciso mandato nell’intero territorio diocesano.

Insieme ad altre norme il vescovo aveva prescritto che il 21 maggio di ogni anno, ricorrendo la festività di Agostino, tutti gli eremiti dovevano scendere ad Ascoli a pregare sulla tomba del loro predecessore. Il che, oltre a dare maggiore solennità ed un indubbio colore alla festa , serviva certamente per fare ogni anno una specie di censimento degli anacoreti.

Infine il vescovo aveva nominato un visitatore ecclesiastico che, di tanto in tanto e con non poca fatica, si arrampicava per i monti ed andava a trovare i penitenti nelle loro grotte e capanne.

 

Castel Manfrino-Pag 257

Quando Percivalle de Oria aveva occupato il Piceno per prima cosa si era preoccupato di far costruire a sud della Montagna dei Fiori, tra il paese di Macchia e la frazione di Canavine a circa 1000 m, un castello a difesa del passo che dall’alto corso del Tronto portava alle pianure di Abruzzo , aggirando la bassa valle , e soprattutto a guardia e minaccia delle comunità guelfe di Campli, Civitella e Valle Castellana.

Quel Castello -in effetti non più di una rocca- era stato chiamato di re Manfredi ed il popolo ne aveva storpiato il nome in Castel Manfredino prima ed in castel Manfrino poi.

Sorgeva su un aspro sperone di roccia a strapiombo sul torrente Salinello, dove ancora rimangono le rovine ricche di leggende e di vipere ed i pastori della zona - isolata e selvaggia malgrado le nuove strade- nelle loro lunghe giornate parlano di tesori sepolti e di fantasmi che riempiono le notti di gemiti e pianti.

Stando alla storia, in quel castello - che si appoggiava strategicamente a quello di Montecalvo , altro nido di ghibellini- si erano verificati una tragedia ed una farsa.Le cose erano andate così. Quando Carlo d’Angiò nel 1266 aveva eliminato Manfredi non si era accontentato, pur essendo alleato del pontefice, delle terre abruzzesi, ed aveva spostato i confini tra il regno e lo stato papale invadendo Montecalvo , Pietralta, Castel di Luco, Arquata ed altri paesi, abruzzesi o marchigiani che siano oggi, tutti ricadenti allora nel territorio dello stato ascolano. Il che voleva dire, oltretutto, appropriazione indebita dei beni della chiesa.

Il papa, dietro le proteste degli stessi ascolani, aveva poi ricondotto alla ragione la corte angioina dove, per la verità, si nutriva grande stima per Ascoli, ed i vecchi confini erano stati ripristinati. Era comunque rimasta una certa diffidenza e nel 1271 i rapporti tra la città ed il re angioino si erano di nuovo guastati. Questo era avvenuto perché Carlo d’Angiò aveva cacciato dalla rocca il dinasta Armellino di Macchia , di sentimenti vagamente ghibellini e lo aveva sostituito con Pietro d’Isola, uomo di fiducia della casa francese e non inviso al papato. Se è vero quello che raccontano le storie -e pare sia vero- l’angioino non avrebbe avuto tutti i torti perché Giovanna di Melatino , moglie di Armellino di Macchia, era stata accusata di aver aiutato in qualche modo Corradino di Svevia nel suo tentativo di riconquistare il regno di Napoli. Corradino era “ bello e di gentile aspetto”, in più era molto giovane e, forse perché faceva tenerezza, piaceva molto alle signore. Ma non per questo faceva tenerezza a Carlo d’Angiò i cui fulmini, morto decapitato Corradino e morta pure Giovanna di Melatino, erano caduti sulla testa del vedovo Armellino.

Agli occhi degli ascolani però aveva torto marcio, perché non stava a casa sua , e quindi- re o non re- non avrebbe mai dovuto permettersi di esiliare un dinasta dipendente da Ascoli. Su queste cose gli ascolani non transigevano ed, orgogliosi come erano, anche volendo fare un difettuccio all’angioino erano andati a Castel Manfrino passando per Castel Trosino e risalendo il fianco della montagna fino alle Canavine avevano assaltato il castello, trucidato Pietro d’Isola con tutta la famiglia e rimesso a suo posto Armellino di Macchia. Poi -fatta così la stessa cosa che avrebbe fatto Carlo d’Angiò per difendere il suo prestigio , se si fosse trovato nella loro stessa situazione - erano tornati in città , lasciando a Carlo di giocare la sua carta.

Carlo d’Angiò a Capua , era uscito dai gangheri ed aveva ordinato al Giustiziere d’Abruzzo, che era semplicemente un suo capitano ma che portava un nome così altisonante perchè qualunque cosa facciano i re è sempre “opera di giustizia”, di arrestare tutti gli ascolani che si fossero trovati ad entrare ed uscire dal suo regno e di consegnarli ( con tutte le mercanzie) all’autorità. Quindi di distruggere Macchia, radere al suolo Castel Manfrino e catturare il dinasta reo di ribellione, come ancora ricorda il ruscello vicino alla rocca chiamato fosso Rvolta. Ad Ascoli invece non aveva detto niente , fingendo di non sapere che il massacro lo avevano fatto gli ascolani stessi e non i montanari di Macchia.

TRAGEDIA E FARSA.

Se tragica era stata la fine di Pietro dell’Isola e dei suoi, semplicemente farsesca doveva essere quella che i cronisti del regno di Napoli avevano pomposamente chiamato guerra di Macchia. L’ordine di Carlo d’Angiò di fare un macello a Castel Manfrino era stato preso tanto sul serio che ben 1000 uomini fra fanti e cavalieri , i due capitani generali Pagano di Vario e Matteo di Plexiaco ed enormi quantità di materiali d’assedio erano stati inviati sulla semideserta montagna , dove pure le grotte degli anacoreti benedettini- in quei luoghi abbastanza frequenti- erano state occupate “ in nome del re”.

Persino due castelli di legno erano stati costruiti di fronte e dietro la rocca da espugnare, per consentire ai soldati angioini di svernare e non permettere ai nemici da sterminare di fuggire.

Il bello è che, mentre i Francesi aspettavano davanti al fuoco la buona stagione , i montanari - Armellino in testa- uno alla volta se l’erano squagliata in mezzo alla neve alta. Cosicché, quando nella primavera del 1273, subito dopo Pasqua, i due generali erano montati a cavallo facendo garrire al vento fresco dei monti bandiere e stendardi nonché suonare trombe e tamburi , ed avevano ordinato l’assalto “senza risparmiare nessuno”, dentro la contesa rocca non c’era più nessuno. Anzi c’era rimasto solo un ometto, pare abbastanza sfinito, in compagnia di due donne. E quello solo avevano trovato gli assalitori dopo che, senza nessuna resistenza, le porte erano state sfondate, le mura diroccate e le torri abbattute dall’ira funesta dei soldati angioini. Ma questo, i due generali non l’avevano raccontato al loro re. Si erano limitati a dire, come anche allora si usava , che la missione era stata compiuta, e perciò avevano ricevuto elogi, ed aumenti di grado e paga. Le medaglie no, perché non erano state ancora inventate.

In questo mondo era finita la guerra di Macchia o di Castel Manfrino nella quale, più che il valore dei combattenti , era rifulso lo spirito pratico dei nostri montanari e quello un po’ gigionesco degli angioini. Purtroppo però il vicario generale della Marca si era portato in Ascoli, dove si erano rifugiati in buona parte i ribelli di Macchia , e li aveva fatti arrestare mettendoli a disposizione come traditori ( ma di che, se Carlo d’Angiò era francese ed essi stavano a casa loro?) del famoso Giustiziere d’Abruzzo.