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Quanto segue è  tratto dal libro:”Itinerari turisticogastronomici dei monti della laga” di Rino Faranda edito dalla Camera di Commercio industria Artigianato e AgricolturaTeramo. Da questo utile e gradevole testo ho enucleato solo le descrizioni turistiche dei luoghi, e dei riferimenti artistici e storici . Il testo è anche un'ottima raccolta di ricette del territorio (edito luglio 1989).  

Itinerario 8 : da Teramo a Teramo, attraverso il bivio di Ripe di Civitella, Piano Risteccio, Ripe, Grotte di S. Angelo, Monte Piselli e ritorno. 

I nostri precedenti itinerari non ci hanno permesso si­nora di vedere che qualche raro bosco sempreverde, ma questo che segue ce lo permetterà. Esso è, dunque, consigliabile a chi voglia inalare e far inalare aria buona e go­dersi in silenzio stupendi paesaggi: si pensi che, sul finire del percorso, dall’alto di S. Giacomo lo spettacolo dei monti ricorda assai da vicino quello offerto dalla catena dell’Himalaya e non è inferiore per bellezza ai monti più celebrati del sistema alpino.

Partiamo, allora, per la via di Ascoli Piceno e voltiamo a sinistra imboccando il Bivio di Ripe. La strada s’inarca subito e permette di osservare la piccola piana coltivata. Dopo appena qualche chilometro e tutta in salita ci appa­re Ripe, abbellita nei suoi dintorni da qualche graziosa villetta. Appena fuori, nei pressi della chiesa, una deviazio­ne a sinistra conduce per un sentiero camionabile alle Grotte di S. Angelo: il quale ha termine a poche centinaia di metri dalla nostra méta. Occorrerà, dunque, lasciare sul piazzale il proprio automezzo, armarsi di buona volontà e procedere col cavallo di S. Francesco. Man mano che si cammina, la valletta si restringe e si comincia a sentire il sommesso mormorio di una cascatella e delle acque del Salinello, che da millenni rodono la montagna, creando un paesaggio “orrido” e suggestivo. Per una ripida salita tra i massi ci troviamo davanti agli ingressi delle grotte, paradiso degli speleologi.

La Montagna dei Fiori, si sa, è una formazione “di calcari più o meno marnosi”, che attraverso processi chimici “producono il fenomeno carsico”. Così leggiamo alla pag. 76 della “Voce Pretuziana” (IV, 1982), in un articolo dello studioso Delfino Fregonese, nel quale le varie grotte vengono descritte con l’acribia scientifica dello specialista e si fa la storia, tutt’altro che terminata, della loro scoperta. Gli amatori vi apprenderanno come il primo ad individuarle fu, a partire dal 1865, l’insigne medico e paletnologo Concezio Rosa, che raccolse di queste e di altre zone di interesse protostorico e storico oltre 16.000 pezzi, oggi quasi tutti nel Museo Pigorini di Roma, nel corso di una vita amorosamente dedita a questo genere di ricerche. Altri studiosi, e tra questi il Radmilli, hanno continuato l’esplorazione e con i loro studi hanno permesso di ricostruire, tramite l’esame radiometrico ed ovviamente per grandi linee, la successione dei vari tipi umani che abitarono tali grotte, dai protoantropi agli uomini di Neanderthal e ai loro successori, sino agli eremiti di età altomedievale e medievale, che le adattarono a piccole chiese rupestri, simili a quelle che abbiamo visitato nell’odierna Turchia centroorientale, e precisamente in Cappadocia. Ed è appunto il ricordo della nostra visita ad un ipogeo antichissimo di quella regione, che ne era ricca secondo la testimonianza di Senofonte, e della conseguente crisi di claustrofobia, che ci sconsiglia di penetrare all’interno di queste grotte come altre volte abbiamo fatto in gioventù; ma i nomi di S. Angelo Ripe, Salomone, Maddalena, Grotta del Vento, Scalette, S. Maria Scalena, S. Angelo a settentrione, Orso, Maiale, Gianni, Cecalupo, Biancone, Caccavelle, Pagliaro, Gonna e così via, sono di per sé un invito pieno di promesse per chi ama conoscere meglio le viscere della terra ed immaginare sia la vita eremitica, sia quelli che in età storica furono rifugi dei briganti: e qualcuno ne cerca ancora i favoleggiati tesori.

Mentre torniamo, non possiamo fare a meno di pensare alle incredibili capacità di resistenza di quanti nel corso di tanti secoli hanno abitato queste grotte, quando le stra­de non esistevano ed era inevitabile uscire per trovare cibo e legna ed occorreva aver buone gambe per sfuggire ai lupi e agli orsi e affrontare per ucciderli, o evitarli, i cinghiali. Il pensiero di questi ultimi ci riporta al presente e approfittiamo della presenza di una donna, intenta a span­der panni nel suo giardinetto, per chiederle che cosa in tenda cucinare per pranzo. Ci risponde che per il marito, abituato a tornare a casa la sera dopo l’intera giornata di lavoro, preparerà polenta e fagioli e agnello alle olive nere. Dalle sue parole abbiamo ricavato le indicazioni che seguono:…

Continuiamo, su una strada assai ben asfaltata e tenu­ta, per i tornanti. Dopo breve tratto ci fermiamo a circa 800 metri sul livello del mare, donde si apre una veduta amplissima della VaI Vibrata e dei suoi tanti operosi paesi, che giunge sino al mare. Vicini sono Fucignano, Villa Passo e Villa Lempa, in fondo Faraone, Nereto, S. Egidio e poi Torano, Controguerra e via dicendo. Fanno capolino anche le Marche con la periferia di Ascoli. A sinistra boschi di pino nero, quello austriaco, sempreverde e più sotto la macchia cedua di querce e ornelli, mentre più in alto pro­sperano i faggeti. Punto di riferimento per questo paesag­gio è l’incantata e incantevole fortezza di Civitella del Tronto. A circa 5 Km dal bivio di Ripe, eccoci ora alla Fonte di S. Giovanni, méta, nel passato, di scampagnate nel gior­no, appunto, della sua festività, cioè il 24 giugno, e all’edificio della Forestale, che qui in più di cinquant’anni ha fat­to un magnifico lavoro, forse non sufficientemente apprez­zato dai distratti cittadini della pianura. La località è detta “le casermette” ed è contigua al bosco, al quale ci appressiamo per un sentiero che ha per terra l’umidore dell’om­bra e il profumo penetrante della resina in aria. Il nostro accompagnatore ci chiede se non sarebbe bene segnala­re in qualche modo il nome scientifico di ogni gruppo di alberi: i visitatori, specie i ragazzi, potrebbero essere in tal modo meglio informati e ricaverebbero da simili segnala­zioni un senso di rispetto per gli alberi, che sono, non lo si dimentichi, gli indispensabili polmoni dell’ecosistema ter­restre. In tempi come questi — l’Amazzonia docet — l’i­dea dell’accompagnatore è tutt’altro che peregrina. Un bre­vissimo tratto, percorso sulla morbida humus del sottobo­sco, permette da qui di giungere ad una sorta di belvede­re, da dove si ripete il già intravisto panorama. Una meri­diana e una lapide commemorativa del lavoro di rimboschi­mento, durato dal 1915 al 1953, ci ricollegano alla realtà che avevamo smarrito per qualche istante, cullati dall’e­terna musica del vento. Qui, ci viene da meditare, la storia l’hanno fatta e la fanno gli alberi e l’opera umana, una vol­ta tanto, ha non offeso, ma aiutato la natura a rimanere se stessa. Qua e là si alternano ai pini robuste douglàsie, o abeti americani, importate in Europa dalla California nel primo quarto del XIX secolo dal grande botanico scozzese David Douglas, delle quali sarebbe auspicabile il moltipli­carsi, perché il loro legno, sia per qualità, sia per costi si presta magnificamente per la costruzione di porte e fine­stre: a non tener conto dell’inebriante profumo che esse emanano al semplice tocco delle foglie. Erano, questi luo­ghi, sino agli anni 50 spesso e volentieri testimoni di as­salti alle greggi dirette verso i pascoli della Montagna dei Fiori — che domina nella sua bellezza il paesaggio montano dall’alto dei suoi 1814 metri di altitudine — da parte dei lupi, e tuttora vi imperversano le volpi, responsabili della quasi totale distruzione della selvaggina. In realtà non vediamo volteggiare che pochissimi uccelli, ma è possibile che la colpa di questo grave fenomeno, che rappresenta una turbativa dell’equilibrio della natura, sia dovuta anche all’impiego delle macchine agricole, che, ripulendo a valle impietosamente i terreni dal cibo dei volatili, ne hanno affrettato la fine. Nello sconvolgimento generale, poi, i fagiani hanno cacciato via dai loro regni le starne. O progresso, o progresso, quanti delitti vengono commessi in tuo nome!

Solo 500 metri ci dividono dal bivio che, per una ripida discesa, porta a destra in circa 7 Km a Cerqueto e poi si­no a Gabiano; e proprio poco dopo, al vecchio confine pon­tificio, è possibile vedere la casa natale del celebre bandi­to Sciabolone, già citato da noi, un sanguinano che operò specialmente al tempo della prima invasione francese, cioè intorno aI 1797. La località si chiama esattamente S. Maria a Corte ed è sita a valle di S. Giacomo. Particolare cu­rioso e divertente: i montanari della zona, malgrado tutto, ricordavano Sciabolone, e forse qualche vecchio lo ricor­da ancora, come “la bonalma”, ovverossia “la buonanima”, e chissà che il brigante non abbia beneficato qualcuno tra un ammazzamento e l’altro!

Intanto cominciamo a intravedere il villaggio turistico di S. Giacomo, regno degli Ascolani della piccola e media borghesia, che hanno comprato il terreno a buon merca­to. Certamente essi non hanno sbagliato nella scelta del luogo, che non solo permette di contemplare il Vettore a nordovest, il monte Sibilla e, più a nord, l’Ascensione, ma non è distante dai 1676 di Monte Piselli e dagli impianti di seggiovia e sciovia: che portano dai 1150 metri della sta­zione di base ai 1500 circa di quella intermedia, dove arri­viamo per una strada non asfaltata e spesso priva di guardrails  da fare in salita e in discesa con la seconda marcia : ma ne vale la pena, perché da qui si abbracciano monti e paesi di tutta la valle Castellana e di tutte le cime dei rilievi della Laga. Ed è uno spettacolo da non perdersi assolutamente. Con esso ancora negli occhi ce ne tornia­mo verso lo smog e le beghe della nostra vita di tutti i san­ti giorni.