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L'antica chiesa di Santa Maria de Paedriis nei pressi di colle Caruno.

Bel portale della chiesa di San Pietro di Azzano, a Costumi.

Strane figure sulle pietre di San Pietro ad Azzano.

Chiesa di Villa Popolo: sono interessanti i dipinti che adornano il soffitto.

I ruderi della Badia di San Giovanni a Scorzone,a qualche Km da Ioanella.

Chiesa di Pastignano,ad un Km dai ruderi di San Giovannni a Scorzone.

Arco della porta della chiesa di Pastignano, e la storia della badessa Carmosina.

Pollo a Pastignano.

Mura megalitiche di Magliano.

La valle del Vezzola , dalle mura megalitiche di Magliano.

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Itinerario: Santa Maria de Paedriis, San Pietro ad Azzano, San Bartolomeo di Villa Popolo, Chiesa di Pastignano.

San Giovanni a Scorzone: Qui c'era una Badia di monache, fondata nel 1005 e distrutta nel 1530, la cui storia  è rimasta nella memoria popolare. La tradizione orale attribuisce all’ultima badessa, Carmosina ,la responsabilità di aver portato il monastero ad un elevato grado di dissolutezza e riferisce che  addirittura partorì un demonio; che appena nato, fuggì saltando di colle in colle , e sui colli toccati i fedeli eressero le chiese di San Pietro ad Azzano, Santa Maria de Paedriis, Santa Maria del colle omonimo, vicino Monticelli .
Un’altra versione racconta che i soldati mandati dal Vescovo di Teramo per distruggere il convento, uccisero tutte le monache che risultarono incinte.
Inoltre si dice dell'esistenza di due condutture: una per il latte ed una per l'acqua che  scendendo dalla montagna sovrastante  rifornivano la Badia.

A Pastignano l’arco della porta della chiesa ha tre figure: a sinistra di uomo, al centro di serpente e a destra di donna cioè la badessa. Sotto queste figure, una scritta dice “questa porta fece fare……de santo fare Carmosina bad.” data 1530, proprio l’anno della distruzione del convento. La tradizione popolare attribuisce ancora alla potente "Superiora" il parto di quel rettile.

Dalla sponda opposta del Vezzola, su una rupe  nei pressi di Magliano, un muro megalitico domina  in maniera enigmatica la valle.

Quanto segue è  tratto dal libro:”Itinerari turistico gastronomici dei monti della laga” di Rino Faranda, edito dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Teramo. Da questo utile e gradevole testo ho enucleato solo le descrizioni turistiche dei luoghi, e dei riferimenti artistici e storici. Il testo è anche un'ottima raccolta di ricette del territorio (edito luglio 1989). 

Itinerario che da Teramo risale sul lato destro la valle del Vezzola, toccando i paesi di: Castagneto,Villa Popolo, Pastignano, Poggio Valle, Valle Piola.

 Questo è un itinerario assai breve, che può essere percorso tranquillamente in meno di 2 ore a bassissima velocità e facendo più di una sosta da chi abbia voglia e bisogno di abbandonare almeno per un po’ l’aria talvolta irrespirabile della città.

Si può partire da Piazza Garibaldi, prendendo la via di Ascoli, e deviare a sinistra, dopo circa un Km, verso Castagneto, piccolo agglomerato del suburbio teramano, caratterizzato soprattutto da capannoni: il cui toponimo è tutto una promessa, oggi non completamente mantenuta, di bo­schi e di verde. Ma Castagneto di storia alle sua spalle ne ha tanta, anzi tantissima, se si legge, ad esempio, un atto di permuta, stilato nientedimeno che nell’894: “Adalberto... conte d’Apruzio, concede la tenuta di Campli, con la chiesa e rispettivo terreno di S. Pietro in Tocciano per complessive 2100 moggia, a Giovanni vescovo aprutino, in cambio di 22 pezzi di terra siti in Coraniano, Sardinara, Castagneto, Trebbiano, Lippidio, Peseniano, Cesenà, S. Stefano, Birgiliano, di pertinenza del vescovato aprutino”. A distanza di circa 800 anni dal dominio e dalla civiltà longobardica prima e della Chiesa poi, cioè sul finire del XVII secolo e in piena dominazione spagnola, ecco questo borgo venir distrutto, insieme con la non lontana Ioanella, dal capitano Gaspare Zunica per vendicare l’uccisione di alcuni “cappelletti” ad opera dei briganti: perché il luogo era, come tanti altri, un covo di banditi piuttosto celebri, quali Giancarlo Vitelli, Santuccio di Froscia, Titta Colranieri ed altri: desperados di quei tempi, ma a volte ex gentiluomini, datisi alla macchia o per istinto o per necessità o perché privati di qualunque bene di fortuna per via della legge del maggiorascato.

Ad un tiro di schioppo da Castagneto, quindi appena dopo Villa Costumi, vaI la pena fare una brevissima deviazione di meno di un centinaio di metri per un’erta salita che meriterebbe di essere asfaltata per ammirare la poco nota, ma interessante chiesa di S. Pietro ad Azzano, che un tempo ebbe, a sé annessi, un cenobio ed una cisterna. Di antichissima costruzione  come risulta dalla celebre donazione di Fantolino e cioè anteriore al 1122, essa ebbe varie vicende, passando sotto diversi patronati sino ad essere rivendicata dal monastero di Farfa. Oggi, affrettatamente restaurata dal tetto penetra acqua piovana —, presenta le pareti in pietra pomice e in pietra bianca, un portale pregevole, quanto semplice, di età rinascimentale, un’unica finestra nell’opposta parete e il campanile dietro l’abside, mentre all’interno è notevole una rustica rappresentazione del Battesimo di Gesù in un frammento di affresco, datato al 1660. Sul pianoro qualche olivo accresce il fascino dell’atmosfera e ci vien detto che qui si celebrano dei matrimoni anche da parte di sposi che ci vengono apposta. Chi ci informa è un’anziana donna, ospitalissima ed impegnatissima nell’informarci che la “sua” è una chiesa la più bella del mondo: annuiamo, ma non potremmo dire altrettanto dell’involontariamente ignobile caffé casereccio, offertoci nella vicina sua casa, mentre un merlo parlante animale, pare, piuttosto raro ci lacera gli orecchi con urli strazianti dalla gabbia in cui la donna lo tiene per farsi compagnia.

Proseguiamo per qualche chilometro lungo una strada in continua salita, che ci porta in men che non si dica ad un’altitudine di circa 700 metri: qui gli ulivi ci abbandonano, sostituiti da macchie non fitte di querce, e comincia a stagliarsi la catena del Gran Sasso. Come acquattata in mezzo al verde, ci sorprende una fabbrichetta di “amaro”, di moderata gradazione alcoolica, fatto con erbe naturali di montagna, zucchero ed aromi particolari: uno dei tanti d’Abruzzo, e non certo il peggiore. Ma a Villa Popolo il turista rimane affascinato dalla chiesa di S. Bartolomeo, oggetto, in questi ultimi anni, delle cure e degli studi dei critici dell’arte. Premettiamo che qui, come vedremo in altri luoghi, i pochi residenti sono gelosissimi delle loro chiese:
tant’è vero ch’è tuttora in atto una polemica circa il possesso della chiave del sacro edificio. Noi, comunque, siamo molto cortesemente accompagnati nella pur breve visita alla chiesa, di recente restaurata, che offre alla vista un soffitto trabeato, con più di 100 riquadri divisi in 5 campate, in cui un anonimo pittore della fine del Seicento effigiò
esattamente nel 1684 oltre S. Bartolomeo e i 12 Santi martiri, la Crocifissione e 24 angeli, il Deus Tenax (cioè, l’Onnipotente) con sotto la scritta D. Carolus Cortinus il Rettore che commissionò il lavoro con ai lati i 12 Profeti e l’immacolata Concezione, a sua volta circondata da 24 Sante martiri. Quanto alla Scuola cui sarebbe appartenuto il tutt’altro che sprovveduto artista, si può certamente affermare che era spagnola; mentre l’autore par essere stato un pittore soldato di ispirazione controriformista, ovverossia rigoristica, com’è lecito rilevare dal fatto che le figure sono armate. Circa la prevalenza delle figure femminili, ciò sarà forse dipeso dalla vicinanza del monastero benedettino di S. Giovanni a Scorzone, di antica tradizione, le cui badesse furono per secoli molto, molto potenti. Ricordiamo, in materia, la bella illustrazione fatta nel 1983 a spese della Cassa di Risparmio di Teramo e passiamo ad un fatto in apparenza banale, ma sostanzialmente importante, perché rivelatore di un antico, invidiabile costume. Avevamo lasciato, per sgranchirci le gambe, la nostra auto ad un centinaio di metri distante dalla chiesa e ad essa ritornavamo, quand’ecco la vediamo rinculare lentamente e per qualche istante temiamo il peggio; ma niente paura: si tratta solo del gesto di un maturo residente, che per farci risparmiare della strada è salito in macchina, ha innestato la marcia indietro e frena dolcemente accanto a noi. Tenuto conto del fatto che non abbiamo visto mai prima l’uomo e che tanta gentilezza non può essere attribuita, coi tempi che corrono, ad alcun sentimento secolare di servitù feudale, non ci resta che fare l’ovvio commento: “O gran bontà dei... montanari antichi!” E davvero, per tutti i nostri percorsi non abbiamo incontrato nemmeno una volta qualcuno che fosse men che civilissimo, cortese ed ospitale, specie nei confronti di sconosciuti.

Lasciata Villa Popolo, continuiamo per una strada che dolcemente, ma sensibilmente in salita ci porta verso Ioanella, mentre ci svolazzano sulla testa gazze, cornacchie, merli, passeri e fringuelli: talché ben piacevole dev’essere da queste parti, tra il canto degli uccelli, il risveglio di coloro che qui, di ritorno da paesi lontani, si sono costruiti delle villette per una villeggiatura estiva o per risiedervi definitivamente. Sulla sinistra della nostra direzione di marcia già da qui si possono osservare tutti i monti della catena del Gran Sasso, mentre in fondo troneggia la Maiella; chiudono l’anfiteatro naturale, a destra e di fronte, i Monti della Laga. Ioanella, il cui nome di origine longobarda vale “luogo del giudice”, conta oggi come residenti 10 famiglie, ma altre 10 risiedono tra Casanova e Villa Sciarra. La parrocchiale è la prima delle due chiese che s’incontrano, S. Maria Assunta, sita sul luogo in cui sorgeva l’omonima in funzione già prima del 1289, e anteriore al XVI secolo. Il visitatore potrà ammirarne a sinistra un affresco del 1632 e a destra una tela dell’Assunta del 1704. Un tempo sorgevano nei pressi le chiese di S. Barbara, S. Sigismondo, S. Liberato e S. Rocco: e storicamente accertati sono dei tumulti qui scoppiati in seguito alla rivoluzione di Masaniello, avvenuta nel 1647.

Appena fuori di Ioanella, assente il marito, veniamo ospitati da una donna, tanto ospitale quanto timida, in una casa ch’è frutto dei risparmi di anni di lavoro in Germania:

una semplice, patetica storia, una delle tante che testimoniano, se ce ne fosse bisogno, lo struggente amore degli Abruzzesi per la terra natia. Le chiediamo che cosa pensi della cucina tedesca e, visto che storce il muso, quale pranzo stia preparando per la sua famiglia. La risposta è lì, davanti a noi, in cucina e precisamente nel caminetto acceso: bollono nel caldaio i fagioli, unici legumi dell’orticultura del luogo ma unici anche per bontà e l’odore eccellente che si spande nella casa ci induce a chiederle la ricetta, che riportiamo… 

Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, rieccoci in marcia e dopo poco sostiamo su una piccola rotonda, da dove l’occhio spazia in alto per abbracciare il bellissimo panorama del Gran Sasso e, abbassandosi, nota facilmente un bel prato, qualche abitazione e un rudere siti sopra uno spe­rone sovrastante l’invisibile, vicinissimo Vezzola. Qui sorgeva l’antichissima Badia di S. Giovanni a Scorzone, tuttora indicata dai residenti come “il convento delle monache”. Edificata nel 1005, esattamente un anno dopo la fondazione del convento di S. Nicolò a Tordino, per volere dei piissimi Enrico II di Germania e sua moglie S. Cunegonda e ad opera di un Teutone e di sua moglie lngeltrude, questa badia appartenne all’Ordine benedettino e vide, nei secoli, ingrandirsi i suoi possedimenti e la sua influenza a tal punto da suscitare l’invidia del Capitolo aprutino e dei preti delle parrocchie circostanti. Chi ne voglia sapere di più, legga quanto ne scrisse il Palma nel IV volume della sua Storia: apprenderà, così, i nomi delle potentissime badesse che si susseguirono per secoli nel governo del convento, quali Eresinda, Basilia, Tommasa di Morricone, Fran­cesca, Filippa, Giovanna, Giacoma del Poggio, Sofia di Vena, Paola di Morricone, Cecca di Ripa, Santa di Muzio, Blasia di Teramo, Antonella Ciccarelli de Vena e così via, sino a Carmosina, e le ragioni che indussero, tra il 1529 e il 1530, il vescovo di Teramo, Chieregatto, ad ordinare la distruzione di quel convento piuttosto “chiacchierato”, probabilmente divenuto luogo di incontri non proprio pii tra monache e visitatori o famigli o chissà chi, e a disporre il trasferimento delle benedettine nell’omologo convento di Teramo.

A questo punto ci pare troppo ghiotta l’occasione che ci si offre per non provare a vèdere da vicino la suggestiva rovina intravista dall’alto. Così, per una breve e ripida discesa, ne chiediamo il permesso al proprietario, un nonno al sole con un bel nipotino biondo, il quale si comporta in maniera squisitamente ospitale, invitandoci a vedere e a fare tutto quello che vogliamo, e ci spiega come la vasta tenuta sia stata acquistata nel 1927, ivi compresi i ruderi del convento, del quale ci fa vedere tracce di mura e di fondamenta e i resti del torrione munito di una scala interna. Aggiunge, poi, che ad un metro sotto un terreno di riporto c’è tuttora il pavimento dell’ampia e possente costruzione e che gli è capitato talvolta di rinvenire ossa e scheletri umani; ed infine ci indica una conduttura in pozzolana, per la quale i pastori, o per devozione o per obbligo feudale o a titolo di affitto, mandavano alle monache del convento il latte delle pecore pascenti nei prati sovrastanti. Il luogo, circondato dai boschi, esercita sul visitatore la suggestione delle rovine e dei luoghi della memoria e merita, senza alcun dubbio, una piacevole sosta. Nulla, tuttavia, è stato trovato dell’attigua ed omonima chiesa, costruita ancor prima della Badia. Dalla quale dipese, sino al 1629, la chiesa di Pastignano, 66 abitanti, a breve distanza da S. Giovanni, oggi scomparsa e più volte riedificata sino all’attuale S. Giovanni Battista, che presenta sull’architrave d’ingresso un’iscrizione volta a dimostrare che il materiale per la sua costruzione proverrebbe dal diruto convento. Al centro del suddetto architrave 3 figure: non identificabile quella di sinistra, al centro un serpente, a destra la badessa Carmosina: e la tradizione popolare attribuisce ancora alla potente Superiora la sorte di aver partorito quel rettile...

Intanto sul prato di S. Giovanni a Scorzone stanno pascendo alcune pecore, e le osserviamo annusare beatamente tra quel poco che resta di neve: e ci sovviene quanto scritto da un gentiluomo allevatore, Vincenzo Dandolo, nel suo libro “Del governo delle pecore spagnuole e italiane”, del 1804, anastaticamente ristampato per conto della Camera di Commercio di Teramo, cioè che gli ovini sono dalla neve irresistibilmente attratti. A questo punto veniamo ospitati nella casa del nostro nuovo amico, dove la moglie ci offre vino e caffé, non purtroppo i favolosi prosciutti pendenti sul camino, e secondo la regola che vuole come nostre fonti d’informazione gastronomica le donne, è lei che suggerisce l’antica, ma sempre valida ricetta dei…

A Pastignano segue la frazione di Poggio Valle, con una settantina di residenti e la parrocchiale di S. Apollinare, di cui le prime notizie rimontano al 1296. Oggi essa conserva 2 tele e di queste una, opera di un artista camplese, è datata al 1648. Qui una donna, con tanto di cércine e di fascine sulla testa, ci saluta furtivamente. Disperatamente tesi alla ricerca dei cibi arcaici, azzardiamo degli approcci che hanno buon esito: essa ricorda, dei tempi andati, la ricetta che segue:…

Lasciata Poggio Valle, siamo ormai al termine del nostro itinerario, nei pressi di Valle Piola, frazione un tempo abitata da pastori e sede della curata di S. Niccolò, oggi del tutto abbandonata. Nulla più vi è rimasto: eppure i documenti dell’archivio vescovile testimoniano sin dal 1291 l’importanza di quella chiesa, che comprendeva anche una cappella dedicata da D. Ferrante Saccoccia alla Madonna di Loreto nel 1611, prima ch’egli si trasferisse in S. Atto. Circa il toponimo, interessante è la spiegazione del Palma: Valle Piola significa Valle del «Podiolo», o piccolo poggio, così chiamato per distinguerlo dall’altro Poggio, sito a levante di Teramo. Diamo un triste addio, sulla via del ritorno, sì ai monti che non ci hanno abbandonato per un istante, ma anche al celebrato pecorino che vi si faceva; e ci viene in mente un’idea, che a qualcuno sembrerà peregrina, ma che peregrina non è: perché non innalzare, tra queste rovine silenti, un monumento alla pecora e al cane dei pastori? Se quello di Pinocchio è un omaggio alla fantasia dei bambini, come non mostrare almeno un pizzico di gratitudine al più mansueto e generoso animale che esista e al suo fedelissimo e a volte eroico custode? Da che l’uomo primitivo sostituì la pelle degli orsi, dei leoni e simili con quella della pecora e scoprì, al posto delle bacche selvatiche, il valore nutritivo del latte, i meriti degli ovini sono diventati incommensurabili, e forse non pensiamo spesso che gli abiti indossati contro il freddo e i formaggi consigliati dai dietologi e tante pietanze possiamo averli per esclusivo dono di questi animali, miti e benigni, destinati al sacrificio anche nella liturgia sacra. Facciamoglielo, allora, un bel monumento e mettiamoci vicino un bel cane da pastore, non fosse altro per un tributo di gratitudine da parte di noi uomini, ingrati per eccellenza.