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LAVIS  - IL  GIARDINO  DEI  CIUCIOI right

in Trentino

 

Scendendo giù dalla collina di Meano, si arriva attraversando il mitico ponte di ferro a Lavis centro che dista da Trento circa sette chilometri. E' una cittadina famosissima per il vino che viene quì prodotto e per le escursioni e le varie malghe che si incontrano risalendo l'Avisio. Io ne vorrei parlare ma solo perchè, ogni volta che vado da Claudio il dentista, attraversato il ponte di ferro vedo sul roccione di fronte i resti di antiche costruzioni che per lungo tempo mi hanno intrigato e a cui non sono riuscito a dare spiegazioni. Leggendo poi una guida sulle Colline Avisiane ho trovato delle notizie plausibili. Sovrastante la piazza Loreto e il borgo detto degli "Spiazzi", si ergeva - oltre 150 anni fa - maestoso e imponente il giardino "romantico" con il castello detto dei "Ciucioi". Era abbarbicato alle pendici del Doss Paion, e comprendeva ben tre torri legate insieme da un porticato caratteristico a grandi archi, il tutto costruito con pietre faccia a vista, trasportate anche 

 

 

dal vicino torrente Avisio, che allora scorreva impetuoso nelle sue vicinanze. La costruzione era definita un misto tra il gotico e l'orientale; comprendeva numerosi frontoni, pinnacoli di forma strana, porte e finestre di varie fogge e un bel balcone - tipo belvedere - sorretto da colonne più o meno artistiche. Tutt'intorno c'erano altri edifici minori, sparsi qua e là, un ampio loggiato con archi, torri con i relativi merli, il tutto sormontato da rosoni strani che creavano il vero ambiente leggendario e contribuivano ad arricchire la fantasia di tutti i visitatori che vi entravano. Tutto il complesso era poi come intarsiato fra le rupi scoscese che scendevano degradando dal Paion e circondato a destra e a manca da serre e terrazze d'ogni forma e dimensione. Autore di questa vera e propria "fantasticheria" era stato Tomaso Bortolotti lavisano purosangue, nato nel 1796 e morto nel 1872, in seguito a una banale caduta durante un furioso temporale mentre stava chiudendo i finestroni delle serre che attorniavano il suo maniero. Sognatore inguaribile, aveva speso nella costruzione tutti i suoi averi, oltre sessantamila fiorini e nella sua fantasia si dice volesse forse far rivivere il castelliere, rievocarne le gesta, i fatti d'arme, le dame con i cavalieri di ventura. Alti fusti circondavano tutto il pittoresco insieme: cipressi, abeti e pini, facevano da corona ad altre magnifiche piante rare ed esotiche, custodite preziosamente nelle serre. Si potevano trovare palme, aranci, limoni, magnolie, 
 

 

 

datteri, nespoli giapponesi ed erbe aromatiche d'ogni qualità e specie. Era insomma un vero e classico giardino romantico a stretto contatto con la natura che, unito al castello, dava quel senso di vero fantastico e selvaggio insieme. Passarono gli anni, e tutto il complesso subì gravissimi danni nel corso della prima guerra mondiale, molte grotte e camminamenti vennero murati anche per evitare pericoli e incidenti. Oggi la sua fisionomia non è certo più quella di una volta, le rovine si sonò moltiplicate e tutto pian piano, va scomparendo inesorabilmente. Ora quel poco che è rimasto è stato inghiottito dalla vegetazione selvaggia. Sopra le rovine del castello, tra le rupi e gli anfratti rocciosi, vive come un ricordo ormai lontano solamente la leggenda. Tante sono state comunque le leggende che hanno ispirato questi luoghi, una fra tutte quella della " Leggenda di monte Pristo". In ogni paese dove esistevano castelli più o meno importanti e di foggia strana e diversa, poi diroccati dagli acciacchi del tempo e degli anni, le mamme e anche le nonne raccontavano una volta ai bambini riuniti intorno al grande focolare aperto, le fantastiche storie e leggende dei castellani e della loro vita errabonda e piena di avventure. Una di queste, alla quale i più grandi di casa ricorrevano in più occasioni anche per far zittire i numerosi figli, era quella del signore di monte Pristol, la maestosa e bella costruzione che negli anni antichi sovrastava il primo insediamento di Avisium, poi divenuto nel corso dei secoli Lavis. Era il tempo dei Longobardi, penetrati in Italia ancora nel 568, e qui rimasti per oltre due secoli, lasciando anche sul territorio lavisano diverse vestigia e ricordi assai importanti. Dinasta del castello sul monte Pristol era allora un signore terribile, di fiero carattere e di modi assai aspri, terrore dei sudditi ai quali faceva provare ogni sorta di angherie e di soprusi. Era praticamente temuto ma anche odiato da

tutto il circondario. Sua moglie invece era una angelica e bella creatura, buona mite e pia, il vero amore degli abitanti di quei luoghi e anche delle vicinanze. Il conte Ubaldo visse per alcuni anni in piena pace e concordia con la sua amabile consorte Olinda; ma col tempo che passava divenne oltremodo sospettoso, geloso e anche crudele verso la compagna dei suoi giorni più belli. Invaghitosi poi di una ragazza della famiglia che abitava vicino alla costruzione del "Doss dei Canopi", poco distante dalla zona detta della "Clinga", perse completamente l'affetto per la sua legittima sposa e per un certo tempo corse la cavallina. Divenuto poi vecchio, più per i vizi che per l'età, il conte cominciò a segnare un certo squilibrio mentale tanto che vagava spesso per i boschi, sempre in preda a tristi pensieri. Agitato e disperato, Ubaldo si incontrò un giorno nel suo peregrinare con un eremita che, seduto davanti alla sua modesta abitazione ricavata in un anfratto di roccia sopra il maso Rover, stava considerando attentamente il cranio di un morto che gli serviva per le sue meditazioni quotidiane. Il castellano si avvicinò all'eremita e gli chiese in tono di scherno: "Ehi, che cosa pensi di scoprire, vecchio fannullone che non sei altro, in quella testa da morto?". "Sono qui che penso - rispose subito il vecchio romito guardandolo con severità - se questo cranio appartenga a un castellano oppure a un mendicante!". Dopo tali parole, ritenute un'offesa personale, Ubaldo cavò la spada dal fodero e uccise l'eremita, il quale morendo, esclamò: "Ti perdono, ma tu non avrai più pace su questa terra!" E la triste predilezione si avverò. La buona Olinda pregava per il suo misero consorte; ma costui divenne sempre peggiore, sempre più selvaggio e crudele con tutti, abbandonato da Dio e dagli uomini che lo fuggivano come un dannato. L'ira del degenerato si rivolse anche contro la moglie e una sera, tornando al castello, la vide inginocchiata nell' atrio davanti al grande crocifisso. Preso da satanico furore brandì una spada e colpì a morte la sua sposa fedele, fuggendo poi e ululando come una belva attraverso i campi e i boschi verso la val di Cembra.


Da quel giorno il vecchio castellano pazzo visse da selvaggio, vagando continuamente per i monti, nascondendosi nelle caverne e nelle grotte, seguito solo da un servo affezionato che gli forni­va giornalmente qualcosa da mangiare perchénon morisse di fame. Vestito di stracci, con capelli e barba foltissimi, alto, pallido, dimagrito fino all'impossibile, era diventato il terrore della zona. Il suo incontro era presagio di disgrazie a non finire. Dopo una serie di anni passati così miseramente, arrivò finalmente anche per lui la morte e dalla leggenda non si è mai saputo come sia avvenuta. Gli abitanti del Pristol, anche per dimenticarlo completamente, demolirono poi tutto il castello, lasciando solamente la base di una torre rotonda, quella rivolta verso Pressano. Nelle sue fondamenta a stretto contatto con la roccia, il servo fedele andò poi a seppellire le spoglie mortali del suo padrone. Gli anni passarono inesorabilmente e le leggende si moltiplicarono. Nelle vicinanze era stato costruito un altro castello chiamato dei "Ciucioi", ma la sua vita fu breve e ben presto cadde in rovina. Ancor oggi, chi visita la piana del "Doss Paion", può trovare i segni inconfondibili e i resti di una torre rotonda che spunta tra i rovi. E' ciò che è rimasto in ricordo ai lavisani del tragico destino del castellano di monte Pristol.
 

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