a Trento 2007

Nonostante questa sia la primavera più secca da decine e
decine di anni, per il tappone dolomitico a Trento vien
giù che Dio la manda. Eppure sono qui a migliaia, in
piazza Duomo, dove è prevista la firma dei corridori.
Una Trento che sembra anche più bella di quel che è,
stracolma di mantellini e ombrelli colorati. Ci sono
moltissimi bambini, certo. Ma anche diversi volti più o
meno illustri. Lo speaker dice: «Signori, con il
giubbotto nero ecco arrivare il grande Eddy Merckx». E
giù un applauso fragoroso. Beh, vedendo Merckx non si
possono non ricordare tutte le sue vittorie. Era davvero
un mito. E come tutti i miti attorno gli si sono
costruite delle leggende che ne formano l'aura. Per
dire. Si racconta che nel 1972, la sera alla vigilia
della tappa Cosenza-Catanzaro, un gregario della
formazione Ferretti diretta da Alfredo Martini uscì con
Eddy Merckx e, per cercare di indebolirlo, gli lanciò
una sfida alcolica: chi riusciva a bere più whisky. Il
belga ne trangugiò una bottiglia intera mentre lo
sfidante si fermò molto, molto prima. Il giorno dopo,
durante la tappa, tutti quelli che erano al corrente
dello scherzetto stavano aspettando il crollo di Merckx,
che però non avvenne. Anzi: seguì in fuga proprio lo
svedese Pettersson Gosta e arrivò secondo,
perdendo di un soffio la volata. Ma restando

in maglia
rosa e rifilando più di 4 minuti al terzo arrivato. Mah,
chissà... Si diceva della gente che riempie piazza Duomo.
Rispetto a quasi tutti gli altri sport, il ciclismo non
ha un luogo deputato come può essere uno stadio per il
calcio, una piscina per il nuoto, una pista per
l'atletica. Il suo luogo è la strada. Un luogo di tutti
e per tutti. Sono i ciclisti che arrivano, non sei tu
che vai da loro. Ecco, i corridori. Il primo è Perez
Cuapio. Ci ha provato, in questo Giro a mettersi in luce,
ma dopo un paio di tappe a inizio carriera - tra cui il
Pordoi -, pare non riesca più a vincere. Allora si fa
vedere. La gente lo conosce, forse più per i denti che
voleva rifarsi per trovare la fidanzata (tutto
puntualmente accaduto) che per i meriti sportivi.
Comunque c'è: con unghie e denti non vuole finire nel
capitolo meteore del ciclismo. A proposito i quel
capitolo. Ogni volta che se ne parla mi vengono in mente
due o tre nomi. Uno è Vasco Modena. Nel '56 era un bocia
e aveva sconfitto il grande Coppi a cronometro. L'anno
dopo corse il Giro d'Italia ma fu la sua ultima
apparizione tra i professionisti. Un altro è Claudio
Michelotto. Nel '71, dopo che era stato dieci giorni in
maglia rosa fu sconfitto da un beffardo verme solitario
che lo ha seduto sul water un giorno intero e gli ha
fatto perdere maglia, Giro e forse anche

carriera. Ma
tra le meteore, la mia preferita in assoluto è Loretto
Petrucci. Correva negli anni '50 e ha smesso a 26. Era
fuori di testa. Vinse due Sanremo ('52 e '53) ma poi
litigò con Coppi e il suo entourage. Lasciò la Bianchi
ma non fu sufficiente. Il ciclismo è uno sport bello e
faticoso, ma l'ambiente può farti attorno terra bruciata,
se non stai al tuo posto. E così Favaro, uno della
cordata Coppi, lo trattenne per la maglia proprio quando
stava per involarsi e vincere la sua terza Sanremo. Che
fosse un guascone lo dice lui stesso: racconta che
mangiava in corsa un chilo e mezzo di carne essiccata e,
verso il finale, si faceva passare una borraccia piena
di Champagne. «Moet & Chandon originale dalla Francia -
dice - perché allora non si trovava di importazione. A
me lo champagne mi faceva volare. Poi dicevo ai miei
compagni di gruppo: allora, venite con me o devo
arrivare al traguardo da solo?». Il migliore. Torniamo
ai corridori. Stefano Garzelli, fresco di vittoria di
tappa, sorride e firma autografi. Gli si chiede della
polemica del giorno prima con Simoni che lo accusava di
averlo raggiunto grazie alla scia di una moto. «Cazzate»,
taglia corto lui. Ma il boato vero e proprio la piazza
lo dedica naturalmente all'atleta di casa, il campione
inossidabile e tenace: proprio Gilberto Simoni. Lui
saluta alla chetichella i genitori che lo aspettano
sotto il palco, poi la solita dichiarazione: «Oggi sarà
durissima.

Ma andò
a tutta, come sempre». Dietro di lui, più isolato visto
che in pochi lo conoscono, il suo compagno di squadra
Iban Mayo. Parla spagnolo ma si fa capire benissimo: «Oggi
andiamo a tutta fino all'ultima salita. Poi facciamo
partire Simoni». Si vedrà. Dice di montare sulla bici un
ruotino duro: il 27. Spiega: «Non ho voluto montare il
29, così non lo uso». Viceversa un Eddy Mazzoleni in
grande forma confessa di aver messo anche il 29, «ma non
ne avrò bisogno, spingerò rapporti più duri». Poi si
parte, da una via Belenzani davvero stracolma. Se non
fosse un trito luogo comune scriverei che dove passa il
Giro è davvero una festa. Ma non voglio indulgere in
ruffianate. Dunque fate finta che non lo abbia scritto.
Salendo verso le Tre cime di Lavaredo ascolto la radio.
I collegamenti dal Giro. C'è una fuga. Il cronista dice
i nomi: Riccò, Piepoli, Perez Cuapio… Anzi non dice i
nomi. Dice nomignoli. Riccò lo chiama «il Cobra»,
Piepoli lo chiama «il Trullo volante». Robe da matti. E
ce ne sono a iosa, di questi nometti. C'è il Delfino di
Bibione, che è Pellizotti; lo Squalo dello Stretto,
Vincenzo Nibali; il Killer, Danilo Di Luca; il Falco,
Savoldelli; il Principino, Cunego, il campione del mondo
Bettini è «il Grillo» e avanti così. Tanto che anche a
Schleck - che è nato domani - hanno affibbiato il
nomignolo: Bambù. Per l'altezza e l'eleganza in corsa,
hanno detto. Mi chiedo: è elegante, il bambù? Bah… Al
lago

di
Misurina giro a sinistra e salgo verso le Tre cime di
Lavaredo. Confesso: quando vedo salite del genere mi
vien voglia di prender su una bici e partire, provare a
sentire la fatica che si fa ad arrivare su. Ma provare
anche la soddisfazione che ti riempie quando in effetti
arrivi in cima. La cima di una vetta è qualche cosa di
mistico. Avvicina agli dei. Anzi, a voler ben guardare è
la casa degli dei. Non abitavano l'Olimpo, gli antichi
dei greci? E il Fukuyama, quelli giapponesi? Basterebbe
questo per aver voglia di salire. Ma stavolta, per
arrivare al traguardo della tappa, tiro il collo alla
mia C2 e devo mettere spesso la prima. E poi c'è pure un
tempo da lupi. Ecco, adesso proprio non invidio quelle
migliaia di ciclisti che stanno salendo per godersi in
pace l'arrivo. Torniamo alla gara. La salita fa male. Al
mattino, prima della partenza, l'ex corridore oggi
cronista tecnico Davide Cassani mi aveva assicurato che
questo tempaccio era un'ulteriore difficoltà per i
ciclisti: «In discesa gli atleti rischiano di più, in
salita col freddo usano diverse energie anche per
scaldarsi». E infatti. Le energie sono centellinate
checché ne pensi Perez Cuapio che, per non far scordare
al pubblico il suo volto, affiancato durante la gara da
un ormai famoso tifoso vestito da diavolo, lui, il
mitico dentone, che ti combina? Gli prende la forca e la
tiene per qualche metro. Telespettatori e telecronisti
se la ridono di gusto, ma lui

dopo un
po' mollerà la fuga in cui era impegnato, cotto come un
pero. Mazzoleni frattanto va su come una moto, a qualche
chilometro dall'arrivo era addirittura maglia rosa. Non
stava scherzando, prima della partenza, quando diceva di
non voler usare il rapporto più facile. «È una
bellissima sorpresa», fa mentre lo vede salire il Ct
della nazionale Franco Ballerini. Delusi i tifosi di
Marzio Bruseghin, arrivati da Vittorio Veneto. A essere
contenti, viceversa, quelli di Riccò, che esultano ogni
vola che si mette sui pedali: «Era nella nostra squadra,
da dilettante, la Grassi. Quella di Pantani». Sono
arrivati da un giorno dalla Toscana, hanno dormito in
tenda e - sapendo come è andata a finire - hanno fatto
bene. Nel parossismo di cronisti d'assalto e inservienti
di difesa prossimo al traguardo, si guarda lo schermo
gigante che manda le immagini. Sull'ultima salita,
quella delle Tre cime, Riccò attacca, Di Luca si
riprende la maglia rosa che virtualmente gli era stata
sottratta, Simoni non tiene del tutto ma supera Cunego
in gara e in classifica. E anche il Bambù (Schleck)
perde qualcosa. Già, perché in questa cornice
inquietante e magica delle Tre cime di Lavaredo, oggi
tripudio di auto, moto, bici, camion, camper, elicotteri,
cavi elettrici, discussioni, grida, c'è anche la gara,
altroché. Che per la cronaca l'ha vinta Riccò. E ha
detto: «È la più bella giornata della mia vita». Come
fai a non credergli. Alla fine vincerà proprio Di Luca
questo giro, trascinandosi dietro, come l'anno scorso
una serie interminabile di dubbi: era drogato o no ? Il
dubbio ancor oggi rimane...