in Trentino

È un bell' edificio settecentesco dalle forme
simmetriche, isolato tra i vigneti che da Lavis portano
a Pressano. Il suo nome: "maso del diavolo" è da
ascrivere a una burla fatta dai "buli" di Pressano a
delle loro compaesane che lavoravano presso la filanda
Tambosi di Lavis. Era il 1893 e come ogni sera sei
ragazze tornavano dal lavoro percorrendo la strada "Fondà".
Era ormai buio e la via da percorrere risultava faticosa
soprattutto dopo aver trascorso una lunga giornata a
pulire i bachi da seta. Giunte nei pressi del maso
furono impaurite nel vedere spettri e nel sentire il
rumore di catenacci abilmente mossi dai giovani burloni.
Subito si precipitarono in paese e avvertirono i
famigliari che presso il maso c'era "el diaol". Accorsi
sul posto non trovarono nulla di quello che le giovani
avevano raccontato di aver visto. Da quel girano il maso
fu chiamato "mas del diaol". Il maso fu di proprietà dei
conti Melchiori di Lavis fino a quando non lo persero al
gioco delle carte. Passò poi all' avvocato Cadonna di
Trento, all'azienda Grundig di Lavis poi alla cantina di
Lavis ed infine tramite una permuta, alla famiglia Dal
Rio di Lavis. Il maso è ora proprietà degli eredi Pazzi
ed è coltivato dal signor Carmelo Clementi di Pressano,
che lo ha in mezzadria da decenni. "Muris
muratam et lignaminibus edificatam et scandolis copertum"
:
edificata di muri e di legnami e coperta di scandole,
così
viene descritto in un documento del 1576 una casa di
Pressano e così dovevano presentarsi gran parte dei masi
presenti nella comunità di Lavis, Pressano e Consorti.
Il maso è una forma tipica di ordinamento aziendale
sudtirolese a cui corrispondono adeguate necessità
costruttive che riescono molto spesso a determinare una
particolare impronta stilistica. Così nei territori
lavisiani possiamo individuare sopratutto nei masi più
antichi un sistema organizzato di edifici multipli nel
quale troviamo accanto alla casa l'edificio adibito a
stalla - fienile. In alcuni vi è la casa unitaria ove la
costruzione incorpora sotto allo stesso tetto tutti i
locali richiesti dalla azienda, compresi quelli
abitativi, servita da svincoli interni con commistione
di passaggi e funzioni. I tipi di culture che il maso
adottava gli consentivano la tradizionale
autosufficienza anche quando cambiarono i proprietari,
da generazione a generazione. Attorno al maso erano
disposti i terreni arativi e i prati, a loro volta
circondati dal bosco. Con la progressiva penetrazione
del modernismo, questa basilare catatteristica
dell'autosufficienza di vita va pero dissolvendosi,
portando la coltivazione di un solo prodotto che nel
nostro caso individueremo con la vite.

I BUSI
CANOPI DI LAVIS
L'epopea mineraria interessò anche la zona delle colline
avisiane sulle quali si conservano ancora alcune
testimonianze dei Busi Canopi (knapp in tedesco
significa stretto o angusto, mentre Bergknappe
significa minatore), dove venivano estratti l'argento ed
il piombo. Nel corso del XV e XVI secolo il Tirolo
divenne uno dei centri più importanti del boom minerario
che contribuì alle fortune degli Asburgo e consolidò il
ruolo e la presenza delle nuove famiglie di banchieri e
finanzieri come ad esempio i Fugger, provenienti dalla
Baviera. Dal Primiero all'Argentario, monte che domina
la città di Trento e che proprio all' argento deve il
suo nome, si consolidò questa industria estrattiva che
richiamò migliaia di nuovi lavoratori provenienti da
Nord. Sulle colline sopra Lavis, e precisamente nelle
vicinanze di maso Furli in località alla Clinga, vennero
scavati nella roccia alcuni di questi Canopi, ovvero una
serie di cunicoli di alcune decine di metri con diverse
diramazioni. Documenti del 1495 attestano il rilascio,
da parte del giudice minerario di Trento,delle
autorizzazioni per la riattivazione di due pozzi
abbandonati alla Clinga, "in der Klinge am Nefes", ad
imprenditori tedeschi. I nomi dei pozzi venivano
dedicati, secondo la tradizione mineraria germanica, ai
santi protettori. La massa rocciosa estratta veniva

Lavis fine 1800, sulla destra la casa del Colo dei
Metalli, isolata e cinta da mura
ridotta in
blocchi di piccole dimensioni che venivano trasportati a
valle per essere frantumati e lavati presso i mulini. In
paese esistevano infatti diverse derivazioni dell'Avisio
che consentivano queste operazioni in vista del
successivo passaggio ai forni fusori dove i metalli
venivano separati dalla roccia. Questa lavorazione
avveniva in località alle Smelze (dai termini tedeschi
Schmelzen, Schmelzhiitten = fonderia) nei pressi di
piazza Loreto, dove esisteva anche una costruzione nota
come "Colo delli minerali": Su questa attività
estrattiva, che andò progressivamente in crisi a partire
dal 1600, esistevano dei diritti feudali tramite le
regalìe, che consistevano nel pagamento di alcune tasse
sulle concessioni che il principe vescovo assegnava ai
minatori tramite un Giudice minerario.