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Un fine settimana a Trento
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attraverso i simboli di potere e di prestigio dell'aristocrazia nomadica che per millenni ha popolato l'immensa vastità delle steppe dalle foci del Danubio al cuore profondo dell'Asia. Questa mostra è visitabile fino al 4 novembre. Gli oggetti, provengono dai più importanti musei archeologici della Repubblica dell'Ucraina, in particolare dalla cosiddetta «Camera d'Oro» nell'Historical Treasures Museum, dell'Archaeological Institute del National Historical Museum of Ukraine di Kiev, dall'Archaeological Museum di Odessa e dal Museo di Vinitza. Un percorso espositivo di indiscusso valore storico e artistico (molti oggetti vengono presentati per la prima volta in Italia), curato da Gianluca Bonora, specialista in archeologia dell'Asia e da Franco Marzatico, direttore del Castello del Buonconsiglio. A curare il progetto allestitivo, che si sviluppa su 1400 metri quadrati in 14 sale, l'architetto Michelangelo Lupo, mentre i modelli e le ricostruzioni sono a cura di Luigi Giovanazzi. Sciti, Cimmeri, Sarmati, Unni, Avari e Goti: popoli che non hanno lasciato testimonianze di città, monumenti
o testi scritti, ma che hanno affidato la loro storia e la loro cultura ai preziosi oggetti d'oro rinvenuti nelle tombe dei principi. Sono proprio questi simboli di potere e di prestigio, scoperti a partire dall'Ottocento, il filo conduttore della mostra, che vuole offrire una nuova prospettiva di lettura relativa alle classi dominanti delle civiltà nomadiche. Non solo «popoli selvaggi», votati alla guerra e al saccheggio, ma anche raffinati amanti dell'arte, che hanno intessuto con le popolazioni del Mediterraneo, rapporti culturali decisamente fecondi. Una pluralità di aspetti che la mostra analizza in nove sezioni. La prima è a carattere introduttivo, dedicata alle culture di agricoltori e allevatori sedentari del IV-III millennio a. C. attestate nelle steppe prima dell'affermarsi delle popolazioni nomadiche. Tra gli oggetti di maggiore interesse un rarissimo modello di carro proveniente dal museo di Odessa che restituisce l'immagine della «casa mobile» dei nomadi. Nella seconda sezione, per evocare la mobilità dei «cavalieri delle steppe» è esposta una splendida Yurta, la grande tenda di feltro e legno
in uso presso le ultime popolazioni semi-nomadiche dell'Altaj. La terza sezione indaga invece l'immaginario fantastico e mitologico dell'arte animalistica, la più alta espressione artistica degli antichi nomadi delle steppe. Si prosegue poi con la ricostruzione ideale di un grande tumulo funerario, il Kurgan, la tomba dei cavalieri nomadi, luogo simbolico carico di valori culturali, sociali e sacrali dell'intera comunità. La quinta sezione è dedicata invece allo sfarzo e al lusso smodato che caratterizzavano lo stile di vita, l'abbigliamento e il gusto delle principesse nomadiche. Soggetto della sesta sezione è invece il trionfo del principe nomade e del suo potere politico, militare e sociale, espresso nelle spade rivestite d'oro, nelle cinture ornate da sontuosi elementi e negli elmi che ne sottolineano la forza e autorità. Si continua con elaborate bardature in oro e argento per la testa dei cavalli, a testimonianza che anche l'ornamento del destriero doveva rispecchiare l'alto rango dei
cavalieri dominatori delle steppe. Vasi di manifattura greca e corni potori per la mescita del vino con rivestimenti figurati in oro sono invece alcuni dei tesori raccolti nell'ottava sezione, dedicata ai contatti e ai profondi rapporti culturali esistenti tra le popolazioni storiche del Mediterraneo e il mondo delle steppe. Il percorso si conclude con capolavori artistici e oggetti dal significato magico-religioso, rituale e simbolico legati al potere degli sciamani, testimonianza della religiosità e del culto dei temibili «cavalieri delle steppe».
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