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2003 Viaggio in Terra d'Abruzzo, visto da Donatella

La popolazione di Chieti, affezionata alla leggenda di Achille, ha consacrato l'eroe sullo stemma della città rappresentandolo su di un cavallo rampante mentre regge con la mano destra una lancia in atto di combattimento e con la sinistra uno scudo su cui appare una croce bianca in campo rosso con quattro chiavi che, essendo separate, si suppongono riferite alle quattro porte della Chieti antica. Chieti, a 330 metri sul livello del mare, sorge su una collina che divide le acque affluenti nel fiume Pescara da quelle del bacino dell'Alento e, più in là, le masse della Maiella e del Gran Sasso dalle piane dell'Adriatico, in una varietà di panorami unici per ricchezza e varietà di paesaggi. È una delle città più antiche d'Italia, dalle origini leggendarie. Suoi fondatori sarebbero stati i Pelasgi che la eressero in onore della ninfa Teti; Ercole l'avrebbe costruita 53 anni prima della caduta di Troia, 494 prima della fondazione di Roma, secondo quanto narra il Nicolino.  Ancora se ne attribuisce l'origine a profughi troiani o, secondo Strabone (storico e geografo greco del I secolo a. C.), ad una colonia arcadica che chiamò la città Tegeate in memoria di Tegea, centro fiorente dell'Arcadia. Secondo altri la città addirittura sarebbe stata edificata da Achille, più credibile dai suoi compagni che lo chiamarono Teate in onore di sua madre.

 

 

 

La cultura paleosabelica

Bisogna risalire ai secoli anteriori ai primi contatti con Roma per trovare tracce di quella cultura definita picena, dal termine Picenum, che sarà all'origine di un vasto fenomeno culturale comprendente anche le attuali Marche. In epoca romana la regione si estendeva all'incirca tra Ancona e Atri ed era abitata dalla popolazione di ceppo italico dei picentes. Un vasto territorio interessato, secondo recenti scoperte, dau un unico fenomeno linguistico a partire dal VI secolo a.C., momento in cui si affermava una fase della civiltà oicena (Piceno IV A). Ritroviamo la rappresentazione artistica più significativa dell'arcaismo italico nella grande statua di pietra calcarea del Guerriero, rinvenuta in una necropoli presso Capestrano nel 1935 unitamente ad un'altra scultura, un torso femminile. Conservate nel Museo nazionale di antichità di Chieti le sculture, insieme con altri reperti, hanno reso possibile la ricostruzione dei caratteri tipologici e stilistici di questa cultura. Eretta con le braccia incrociate sul petto, in posizione frontale, la statua del Guerriero, policroma, lavorata a tutto tondo e datata alla metà del VI secolo a.C., ramnmenta la tipologia della stele funeraria antropomorfa. Del corpo non traspare con evidenza alcun tratto anatomico, mentre l'armatura che ricopre il Guerriero è meticolosamente descritta nei particolare: spada, lancia e corazza sorrette da un marchingegno di cinghie a fibula. In testa fa bella mostra un copricapo a larga tesa circolare che conferisce al guerriero un aspetto austero, aumentandone contemporaneamente la conformazione volumetrica, che peraltro non sembrava garantire stabilità alla statua se il suo arteficie sentì la necessità di reggerla con due supporti laterali e un grosso plinto. Su uno dei due supporti si legge dall'alto in basso: "me bella immagine fece Aninis per il re Nevio Pompuledio".

17 aprile 2003 (Visita al Museo di Chieti)

 

 

 

"Noi" e la statuetta di Eracle                                               Il guerriero di Capestrano visto da dietro

 

L'influsso della cultura ellenistica

Tra la fine del IV e il II secolo a.C. appare nella cultura artistica delle popolazioni sabeliche un evidente conflitto tra il linguaggio figurativo arcaico e i nuovi modelli dell'ellenismo, mutuati perlopiù attraverso il mondo romano. Un veicolo di trasmissione a questa nuova cultura fu l'insediamento di popolazioni latine nelle colonie di Alba Fucens (fondata nel 303 a.C.) e di Carsoli (297 a.C.), ambedue nel territorio degli equi, e di Hatria (289 a.C.), sulla costa. Un'altro veicolo fu la partecipazione, benchè in forma subalterna, degli italici alla politica di espansione romana nel mediterraneo: non vi fu guerra per Roma, nel III e nel II secolo a.C., a cui queste popolazioni non parteciparono, venendo così a contatto con tutti i mercati aperti nel Mediterraneo orientale dalle conquiste romane. In molti casi proprio alla fortuna di emigranti si deve l'ascesa politica di quell'aristocrazia italica, ellenizzata, che promosse guidò l'insurrezione delle popolazioni sabelliche contro Roma nella "guerra sociale" (90-88 a.C.). Se furono soprattutto le aristocrazie locali ad adottare le nuove forme di cultura ellenistica, nei piu' vasti strati della popolazione rurale continuarono a svilupparsi forme artistiche di origine arcaica fino al I secolo a.C. quando le nuove èlite municipali, di estrazione plebea, non furono in grado di imprimere una loro personale forma di espressività, soprattutto attraverso la rappresentazione scultorea.

 

 

 

L'epoca romana

Fatta eccecione per le raffigurazioni scultoree a rilievo, cui il perdurare di elementi della tradizione figurativa locale conferisce caratteri di indubbia originalità, la produzione artistica abruzzese di tarda età romana (I secolo a.C.) non presenta particolari connotazioni di tipo regionale. Gli sempi più significativi di questo periodo ci provengono da Amiternum (odierna San Vittorino, L'Aquila), patria di Sallustio, e da Teate (Chieti). Amiternum entrò nell'ordinamento romano come prefettura nel 290 a.C. Divenuta municipio nel 268 a.C., la città conobbe un periodo di grande fortuna: nuovi ceti si affacciarono sulla scena sociale, una nutrita committenza privata venne affiancandosi a quella pubblica, fornendo un notevole impulso alla produzione artistica, soprattutto mediante l'appalto di monumentali opere funerarie. Una sintesi raffinata della produzione artistica di questo periodo si risconta in due sculture a rilievo degli inizi del I secolo a.C. prodotte in un'officina di Amiternum e rinvenute a Preturo presso L'Aquila. In una è rappresentato il combattimento tra due gladiatori, recanti  la caratteristica armatura dei guerrieri sanniti; l'altra, un gruppo di 28 persone, rappresenta un corteo funebre in cui il letto del defunto è trasportato a spalle da otto figure incedenti verso destra su due file. Un designator, direttore della cerimonia, guida i portatori, una prefica si strappa i capelli e un'altra fa l'elogio del defunto. I familiari, seguono il feretro con le serve piangenti e un servo all'estremità del gruppo. Interessante è la rafffigurazione del defunto, oggetto di molti studi e interpretazioni per i contenuti filosofici che vi sono stati ravvisati: l'attegiamento conviviale nella rigidità della morte simboleggia la vita ultraterrena. Alcuni di questi caratteri compaiono anche in un bassorilievo di Sulmona databile intorno alla metà del I secolo a.C. con rappresentazione di scene agricole e pastorali.

  Noi e il Guerriero di Capestrano                                              Enio e la statua di Eracle

 

La ripresa romanica

Un fondamentale impulso al rinnovamento arti viene dalla Chiesa che, impegnata attorno all'anno Mille nel moto di riforma partito dall'abbazia di Cluny, cura la propria immagine mediante la costruzione di nuovi edifici sacri o anche soltanto abbellendo o ristrutturando quelli esistenti. Data anche una più generale ripresa economica e la disponibilità dei nuovi signori del Mezzogiorno, i normanni, la Chiesa può disporre di maggiori risorse finanziarie e quindi ha più possibilità di "investire" in opere d'arte. Aquesto ritrovamento partecipano anche personaggi "familiari": Alfano, monaco in San Clemente a Casauria, contribuisce alla ricostruzione del duomo di Salerno; Trasmondo, dal 1073 vescovo di Sulmona e Pentima, avvia le cattedrali di S. Pelino e di Sant'Anlessandro a Corfinio e la cattedrale di Sulmona; Desiderio, fu il papa Vittore III (1086), è protagonista del ritrovamento dell'abbazia di Montecassino e promotore del cenobio indipendente di San Liberatore alla Maiella, prototipo di una particolare benedettina d'Abruzzo. San Liberatore è un piccolo capolavoro: come l'abbazia di Montecassino ha impianto basilicale a tre navate a tre absidi, ma a colpire maggiormente sono l'assenza del transetto, il presbiterio, la presenza di pilastri al posto delle colonne e il partito ornamentale lombardo con archetti pensili su colonnine e, lesene. Proprio questi motivi architettonici decorativi vengono riproposti in molti altri edifici sacri sorti a cavallo dell'XI secolo. In San Pietro ad Oratorium (VIII secolo circa), in ùsanta Maria Assunta a Bominaco (1100 circa), in San Clemente al Vomano (1108), nelle parti più antiche di Santa Maria in valle Porclaneta presso Rosciolo de Marsi, in Santa Maria del Lago Moscufo, in Sant'Angelo a Pianella, in San Salvatore a Canzano, in San Giovanni ad Insulam nella valle del Mavone e in altre chiese minori della zona. Tutto questo fermento di innovazione e di abbellimento degli edifici dura poco, solo qualche decennio, poi, nella prima parte del XII secolo, l'Abruzzo conosce nuovi conflitti dovuti alla prepotenza di alcuni signori locali che non si fermano nemmeno davanti ai monasteri, i quali a volte vengono privati anche dei loro patrimoni. Solo con la definitiva riconquista della regione da parte dei normanni e con la sua annessione al regno, nel corso del quinto decennio del secolo, la situazione si riequilibria e prende avvio una nuova fase espansiva caratterizzata anche da un'intensa creatività artistica.

 

 

 

 

Fra tradizione e innovazione: la pittura nel XII e nel XIII secolo

La più antica testimonianza di pittura monumentale in Abruzzo, è costituita dagli affreschi (inizi dekl XII secolo) che ornano l'abside di San Pietro ad Oratorium, presso Capestrano: una composizione ispirata all'Apocalisse e una serie di Santi (ne sono superstiti sei). In questi affreschi il rigore formale bizantino e mitigato da forti influenze dell'arte settentrionale a vantaggio di una più carica espressività. Le altre testimonianze come il Giudizio finale nell'abside maggiore di Sant'Angelo a Pianella (seconda metà del XII secolo), il Cristo in maestà nell'abside centrale della cripta di San Giovaani in Venere (1190), gli affreschi di Santa Maria di Cartignano presso Bussi sul Tirino, ora nel Museo nazionale dell'Aquila (1237) confermano il condizionamento della pittura abruzzese e il suo debito alla tradizione bizantina dell'Italia meridionale. Da questa linea si staccano gli straordinari affreschi si Santa Maria di Ronzano (1181), in cui la critica ha riconosciuto un altissimo controllo stilistico e una modernità di cultura dovuti alla conoscenza delle esperienze francesi: si tratta di un ciclo con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento che si distribuisce nell'abside mediana e sulla testata destra del transetto, opera di un pittore originalissimo che costruisce le forme con un segno insieme fantastico e corsivo al cui fondo si può leggere un lontano ascendente catalano. Le Storie della Genesi e le Storie di Anna e Gioacchino, gli affreschi dei primi due registri nella testata del transetto doveva esserci un Giudizio finale che non ci è stato tramandato Un altro monumento interessante della pittura abruzzese è rappresentato dal ciclo di affreschi nell'oratorio di San Pellegrino, a Bominaco, del 1263 circa. In questo ciclo sono rappresentati episodi dell'Infanzia di Cristo, della Passione, il Giudizio finale, Storie di San Pellegrino, Profeti e un Calendario con i segni zodiacali e la rappresentazione simbolica dei mesi. Fu realizzato da tre artisti diversi, due dei quali sono ancora legati al gusto bizantineggiante (il maestro dell'Infanzia di Cristo e il maestro della Passione), mentre il terzo (noto come il mestro del Calendario e con una maggior conoscenza della cultura moderna) anticipa i ritmi compositivi della pittura gotica.

L'affermazione del gotico

Il proseguimento delle tendenze culturali maturate in età sveva contrassegna anche i primi tempi angioini. Continuano a rifluire, soprattutto lungo la costa, gli apporti pugliesi combinati con reminescenza borgognone. Testimonianze originali sono il portale di San Giuseppe a Vasto del 1923 dim Ruggero "de Fragenis", il portale di San Tommaso a Ortona del 1312, il portale di San Maria di Civitella a Chieti del 1321 di Nicola Mancino e i portali della cattedrale di Atri di Rainaldo, datati 1288 e 1305. Sempre tra il Duecento1 e il Trecento opera un prolifico scultore-architetto più sensibile alle novità gotiche, Raimondo del Poggio. Sono opere di questo artista il portale di Santa Maria in Colleromano a Penne, il portale di Santa Maria a Mare a Giulianova, il portale del duomo e di Sant'Andrea ad Atri, il portale e l'architettura di Santa Maria di Propezzano a Morro d'Oro e il portale laterale di Santa Maria di Paganica a L'Aquila.

 

 

 

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