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La cultura paleosabelica
Bisogna risalire ai secoli anteriori ai primi contatti con
Roma per trovare tracce di quella cultura definita picena, dal termine Picenum,
che sarà all'origine di un vasto fenomeno culturale comprendente anche le
attuali Marche. In epoca romana la regione si estendeva all'incirca tra Ancona e
Atri ed era abitata dalla popolazione di ceppo italico dei picentes. Un
vasto territorio interessato, secondo recenti scoperte, dau un unico fenomeno
linguistico a partire dal VI secolo a.C., momento in cui si affermava una fase
della civiltà oicena (Piceno IV A). Ritroviamo la rappresentazione artistica più
significativa dell'arcaismo italico nella grande statua di pietra calcarea del
Guerriero, rinvenuta in una necropoli presso Capestrano nel 1935 unitamente ad
un'altra scultura, un torso femminile. Conservate nel Museo nazionale di
antichità di Chieti le sculture, insieme con altri reperti, hanno reso
possibile la ricostruzione dei caratteri tipologici e stilistici di questa
cultura. Eretta con le braccia incrociate sul petto, in posizione frontale, la
statua del Guerriero, policroma, lavorata a tutto tondo e datata alla metà del
VI secolo a.C., ramnmenta la tipologia della stele funeraria antropomorfa. Del
corpo non traspare con evidenza alcun tratto anatomico, mentre l'armatura che
ricopre il Guerriero è meticolosamente descritta nei particolare: spada, lancia
e corazza sorrette da un marchingegno di cinghie a fibula. In testa fa bella
mostra un copricapo a larga tesa circolare che conferisce al guerriero un
aspetto austero, aumentandone contemporaneamente la conformazione volumetrica,
che peraltro non sembrava garantire stabilità alla statua se il suo arteficie
sentì la necessità di reggerla con due supporti laterali e un grosso plinto.
Su uno dei due supporti si legge dall'alto in basso: "me bella immagine
fece Aninis per il re Nevio Pompuledio".
17 aprile 2003 (Visita al Museo
di Chieti)

"Noi" e la statuetta di Eracle
Il guerriero di Capestrano visto da dietro |
L'influsso della cultura ellenistica
Tra la fine del IV e il II secolo a.C. appare nella cultura
artistica delle popolazioni sabeliche un evidente conflitto tra il linguaggio
figurativo arcaico e i nuovi modelli dell'ellenismo, mutuati perlopiù
attraverso il mondo romano. Un veicolo di trasmissione a questa nuova cultura fu
l'insediamento di popolazioni latine nelle colonie di Alba Fucens
(fondata nel 303 a.C.) e di Carsoli (297 a.C.), ambedue nel territorio degli
equi, e di Hatria (289 a.C.), sulla costa. Un'altro veicolo fu la
partecipazione, benchè in forma subalterna, degli italici alla politica di
espansione romana nel mediterraneo: non vi fu guerra per Roma, nel III e nel II
secolo a.C., a cui queste popolazioni non parteciparono, venendo così a
contatto con tutti i mercati aperti nel Mediterraneo orientale dalle conquiste
romane. In molti casi proprio alla fortuna di emigranti si deve l'ascesa
politica di quell'aristocrazia italica, ellenizzata, che promosse guidò
l'insurrezione delle popolazioni sabelliche contro Roma nella "guerra
sociale" (90-88 a.C.). Se furono soprattutto le aristocrazie locali ad
adottare le nuove forme di cultura ellenistica, nei piu' vasti strati della
popolazione rurale continuarono a svilupparsi forme artistiche di origine
arcaica fino al I secolo a.C. quando le nuove èlite municipali, di estrazione
plebea, non furono in grado di imprimere una loro personale forma di espressività,
soprattutto attraverso la rappresentazione scultorea.
L'epoca romana
Fatta eccecione per le raffigurazioni scultoree a rilievo, cui
il perdurare di elementi della tradizione figurativa locale conferisce caratteri
di indubbia originalità, la produzione artistica abruzzese di tarda età romana
(I secolo a.C.) non presenta particolari connotazioni di tipo regionale. Gli
sempi più significativi di questo periodo ci provengono da Amiternum
(odierna San Vittorino, L'Aquila), patria di Sallustio, e da Teate (Chieti). Amiternum
entrò nell'ordinamento romano come prefettura nel 290 a.C. Divenuta municipio
nel 268 a.C., la città conobbe un periodo di grande fortuna: nuovi ceti si
affacciarono sulla scena sociale, una nutrita committenza privata venne
affiancandosi a quella pubblica, fornendo un notevole impulso alla produzione
artistica, soprattutto mediante l'appalto di monumentali opere funerarie. Una
sintesi raffinata della produzione artistica di questo periodo si risconta in
due sculture a rilievo degli inizi del I secolo a.C. prodotte in un'officina di Amiternum
e rinvenute a Preturo presso L'Aquila. In una è rappresentato il combattimento
tra due gladiatori, recanti la caratteristica armatura dei guerrieri
sanniti; l'altra, un gruppo di 28 persone, rappresenta un corteo funebre in cui
il letto del defunto è trasportato a spalle da otto figure incedenti verso
destra su due file. Un designator, direttore della cerimonia, guida i
portatori, una prefica si strappa i capelli e un'altra fa l'elogio del defunto.
I familiari, seguono il feretro con le serve piangenti e un servo all'estremità
del gruppo. Interessante è la rafffigurazione del defunto, oggetto di molti
studi e interpretazioni per i contenuti filosofici che vi sono stati ravvisati:
l'attegiamento conviviale nella rigidità della morte simboleggia la vita
ultraterrena. Alcuni di questi caratteri compaiono anche in un bassorilievo di
Sulmona databile intorno alla metà del I secolo a.C. con rappresentazione di
scene agricole e pastorali.
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Noi
e il Guerriero di
Capestrano
Enio e la statua di Eracle
La ripresa romanica
Un fondamentale impulso al rinnovamento arti viene dalla
Chiesa che, impegnata attorno all'anno Mille nel moto di riforma partito
dall'abbazia di Cluny, cura la propria immagine mediante la costruzione di nuovi
edifici sacri o anche soltanto abbellendo o ristrutturando quelli esistenti.
Data anche una più generale ripresa economica e la disponibilità dei nuovi
signori del Mezzogiorno, i normanni, la Chiesa può disporre di maggiori risorse
finanziarie e quindi ha più possibilità di "investire" in opere
d'arte. Aquesto ritrovamento partecipano anche personaggi "familiari":
Alfano, monaco in San Clemente a Casauria, contribuisce alla ricostruzione del
duomo di Salerno; Trasmondo, dal 1073 vescovo di Sulmona e Pentima, avvia le
cattedrali di S. Pelino e di Sant'Anlessandro a Corfinio e la cattedrale di
Sulmona; Desiderio, fu il papa Vittore III (1086), è protagonista del
ritrovamento dell'abbazia di Montecassino e promotore del cenobio indipendente
di San Liberatore alla Maiella, prototipo di una particolare benedettina
d'Abruzzo. San Liberatore è un piccolo capolavoro: come l'abbazia di
Montecassino ha impianto basilicale a tre navate a tre absidi, ma a colpire
maggiormente sono l'assenza del transetto, il presbiterio, la presenza di
pilastri al posto delle colonne e il partito ornamentale lombardo con archetti
pensili su colonnine e, lesene. Proprio questi motivi architettonici decorativi
vengono riproposti in molti altri edifici sacri sorti a cavallo dell'XI secolo.
In San Pietro ad Oratorium (VIII secolo circa), in ùsanta Maria Assunta a
Bominaco (1100 circa), in San Clemente al Vomano (1108), nelle parti più
antiche di Santa Maria in valle Porclaneta presso Rosciolo de Marsi, in Santa
Maria del Lago Moscufo, in Sant'Angelo a Pianella, in San Salvatore a Canzano,
in San Giovanni ad Insulam nella valle del Mavone e in altre chiese minori della
zona. Tutto questo fermento di innovazione e di abbellimento degli edifici dura
poco, solo qualche decennio, poi, nella prima parte del XII secolo, l'Abruzzo
conosce nuovi conflitti dovuti alla prepotenza di alcuni signori locali che non
si fermano nemmeno davanti ai monasteri, i quali a volte vengono privati anche
dei loro patrimoni. Solo con la definitiva riconquista della regione da parte
dei normanni e con la sua annessione al regno, nel corso del quinto decennio del
secolo, la situazione si riequilibria e prende avvio una nuova fase espansiva
caratterizzata anche da un'intensa creatività artistica.
Fra tradizione e innovazione: la pittura nel XII e nel XIII
secolo
La più antica testimonianza di pittura monumentale in
Abruzzo, è costituita dagli affreschi (inizi dekl XII secolo) che ornano
l'abside di San Pietro ad Oratorium, presso Capestrano: una composizione
ispirata all'Apocalisse e una serie di Santi (ne sono superstiti sei). In
questi affreschi il rigore formale bizantino e mitigato da forti influenze
dell'arte settentrionale a vantaggio di una più carica espressività. Le altre
testimonianze come il Giudizio finale nell'abside maggiore di Sant'Angelo
a Pianella (seconda metà del XII secolo), il Cristo in maestà
nell'abside centrale della cripta di San Giovaani in Venere (1190), gli
affreschi di Santa Maria di Cartignano presso Bussi sul Tirino, ora nel Museo
nazionale dell'Aquila (1237) confermano il condizionamento della pittura
abruzzese e il suo debito alla tradizione bizantina dell'Italia meridionale. Da
questa linea si staccano gli straordinari affreschi si Santa Maria di Ronzano
(1181), in cui la critica ha riconosciuto un altissimo controllo stilistico e
una modernità di cultura dovuti alla conoscenza delle esperienze francesi: si
tratta di un ciclo con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento che si
distribuisce nell'abside mediana e sulla testata destra del transetto, opera di
un pittore originalissimo che costruisce le forme con un segno insieme
fantastico e corsivo al cui fondo si può leggere un lontano ascendente
catalano. Le Storie della Genesi e le Storie di Anna e Gioacchino,
gli affreschi dei primi due registri nella testata del transetto doveva esserci
un Giudizio finale che non ci è stato tramandato Un altro monumento
interessante della pittura abruzzese è rappresentato dal ciclo di affreschi
nell'oratorio di San Pellegrino, a Bominaco, del 1263 circa. In questo ciclo
sono rappresentati episodi dell'Infanzia di Cristo, della Passione,
il Giudizio finale, Storie di San Pellegrino, Profeti e un Calendario
con i segni zodiacali e la rappresentazione simbolica dei mesi. Fu realizzato da
tre artisti diversi, due dei quali sono ancora legati al gusto bizantineggiante
(il maestro dell'Infanzia di Cristo e il maestro della Passione),
mentre il terzo (noto come il mestro del Calendario e con una maggior
conoscenza della cultura moderna) anticipa i ritmi compositivi della pittura
gotica.

L'affermazione del gotico
Il proseguimento delle tendenze culturali maturate in età
sveva contrassegna anche i primi tempi angioini. Continuano a rifluire,
soprattutto lungo la costa, gli apporti pugliesi combinati con reminescenza
borgognone. Testimonianze originali sono il portale di San Giuseppe a Vasto del
1923 dim Ruggero "de Fragenis", il portale di San Tommaso a Ortona del
1312, il portale di San Maria di Civitella a Chieti del 1321 di Nicola Mancino e
i portali della cattedrale di Atri di Rainaldo, datati 1288 e 1305. Sempre tra
il Duecento1 e il Trecento opera un prolifico scultore-architetto più sensibile
alle novità gotiche, Raimondo del Poggio. Sono opere di questo artista il
portale di Santa Maria in Colleromano a Penne, il portale di Santa Maria a Mare
a Giulianova, il portale del duomo e di Sant'Andrea ad Atri, il portale e
l'architettura di Santa Maria di Propezzano a Morro d'Oro e il portale laterale
di Santa Maria di Paganica a L'Aquila.
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