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| Se succhiassi il tuo nettare fra i petali
come ape attirata dall’azzurro del tuo cielo negli occhi,
che frutto mi daresti?
Se a fonda notte oltre la via Lattea s’incontrassero due stelle:
nuovo mondo?
L’Iddio mio, di mio padre, del travaglio,
ha messo seme di vita afrodisiaca.
La follia nel tendere la mano
è epopea di un bacio nelle tue zone profonde,
fino al cuore, da renderci eterei.
Stasera troneggia il dolce aspro amore,
con aureole di rose canine.
Il sangue sgorghi dalle spine nella fronte.
Rivoli lambiscano
il labbro e i suoi baci.
Sgorghi, sgorghi!
Sgorghi quest’ansia,
i pianti non fatti,
le gote, le labbra da tumulto,
il petto assaltato da cavalli imbizzarriti.
Appena nato amputarono l’amore con mia mamma,
ancora gridano i miei visceri,
mi attraggono
i suoi ricchi condimenti.
Addio mammina:
Bandirò io dei vini più nobili,
delle erbe di steppe e di pampas.
La mia gioia sarà d’adagiarmi sul suo seno,
perché lei, lo sento, mi darebbe la vita.
E mai nulla m’ha chiesto. |
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