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| Qui rocce di ruvida storia
s’eressero a degne di marmo dimore
e qui gli avi placaron l’affanno nutrito
nell’ore del duro lavoro.
Nei boschi lassù che il cielo si tocca
fissaron lo sguardo più oltre,
con pochi sussurri,
non d’essere poesia
se non quella dei gesti,
col cuore in simbiosi
coi tronchi gementi d’abete.
Se leggi Ospite mio,
sappi che poggi sul sacro del suolo.
Qui magnifica il rito all’Opera degna.
Qui trovai, Poeta,
degli esseri amici fraterni. |
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| La Quercia
Gigantesca da secoli
adagiata
sopra la sponda del fiume.
Testimone di furti
e di fughe d’amore,
di soldati sconfitti,
e di morti precoci,
di lune piene
e di albe speranti,
di caldi assassini
e di inverni infiniti,
di profumi di zagara
e di vita rinata.
Antica e robusta
di un giovanile passato,
gracile ed esile,
curva ad ogni contatto,
da tanto forte
da non temere nessuno,
piena di ferite
per mani assassine
che volevano abbatterla,
le foglie ingialliscono,
e i rami si spezzano,
il futuro si accorcia,
e il vento impetuoso
piega il suo capo.
DI MIMMO SURACI |
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| Lo Zio Ciccillo
Anch’io, da bambino, ho avuto lo “zio d’America”.
Fratello del mio papà, risiedeva a Messina dove svolgeva mansioni bancarie, importanti per quei tempi. Egli era destinatario di grande considerazione e devozione da parte nostra che vivevamo nel paesello d’origine dediti all’attività dei campi.
Quando in autunno si preannunciava la sua visita con relativa famiglia, fremevano i preparativi, con raccolta di ogni ben di dio dalla campagna e il minuzioso allestimento della conserva di pomodori nei contenitori di vetro a Lui destinati. Nel fatidico giorno, ricordo, si creava una competizione tra parenti che aspettavano l’onore di una sua visita. Ma noi bambini, nipoti, cugini e affini di vario grado, scemavamo la tensione creando uno sciame ludico seppur intriso di rispetto.
Avveniva sempre il rito della bevuta di orzata, amarena o limonata… ma lo Zio gradiva soltanto il bicchierone d’acqua di “Scina” che era così buona da “far appannare il bicchiere”.
Poi la passeggiata sul viale dei tigli con l’ossequio da parte degli astanti che “casualmente” incontrati, avevano percepito l’evento già da qualche giorno.
Mia madre ci preparava: (sic!)
tenuta assolutamente sobria, anzi, malconcia. Lo Zio sarebbe stato più generoso nel compilare il solito assegno a papà vedendoci più bisognosi di vestiario nuovo!...
Il titolo sarebbe rimasto a lungo conservato in una tasca segreta di uno dei vestiti buoni ceduti dallo Zio a mio padre; portavano la stessa taglia, li avrebbe indossati nei funerali e ne faceva un figurone, ma tutti sapevano. Ma ce n’era uno mai usato dallo zio che andava solo per i matrimoni, rari quelli dove papà accettava di partecipare.
Ogni tanto mia madre, complice, ci faceva intravedere un lembo dell’assegno che per noi bambini diveniva un feticcio…
…Sembrerebbe un storia inventata, distante, improbabile nell’attualità di una società prosperosa di rifiuti, di cassonetti stracolmi di vestiti indossati una sola volta…
…E’ una storia di quaranta anni fa. Non molti se si considera che l’età media umana è alle soglie del secolo. Ciò è significativo di un passaggio tra povertà qualitativamente opposte: della cui natura si lascia immaginare il lettore. |
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