racconti e poesie
di Davide Angelo Salvatore ©
Piume d'angelo
Il sangue le rigava le pallide gote scivolando fino a bagnarle le labbra, mischiato alle lacrime, per renderle ancora più amaro il sapore della vita. Emanuele rannicchiato in un angolo a piangere. Piangeva in silenzio, e si disperava, in silenzio.
Ma come aveva potuto fare una cosa del genere, Dalia? Pensava. Ribellarsi a suo padre, e in quel modo! Lui lo sapeva che sarebbe andata a finire così, ed anche lui che non c’entrava niente, aveva dovuto subire, più che mai. Adesso aspettava che finisse. Davanti a Dalia, immobile, il profilo odioso di suo padre, che la guardava col suo sguardo di fuoco, pronto a sferrare il prossimo colpo. E lui non poteva fare niente. Aveva troppa paura. Quante volte aveva detto a Dalia: Se esagera ti proteggo io! Con la convinzione di un bimbo. Ma un brivido nero nel momento del bisogno s’impossessava di lui, che non riusciva a muoversi, a reagire. Gli succedeva da sempre. Da quando era morta sua madre, e quell’uomo era diventato madre e padre. Era impazzito, e aveva trascinato nel suo mondo anche loro.
- Smetti di picchiarla! - Si udì quella sua voce scalfire il silenzio, inaspettata. Lui nemmeno se ne rese conto. Credeva di averla solo pensata, e invece gli occhi infuocati del padre si erano rivolti contro di lui, assieme a quelli disperati di sua sorella. Non poteva averla detta davvero quella frase, pensava. Ma il padre si muoveva lento verso di lui. Gli si fermò davanti, immobile, come una pietra. Emanuele chiuse gli occhi. Sentì tirarsi su per i capelli, poi contro il muro, la sua piccola testa. Poi schiaffi e pugni che non finivano mai, chissà quando, non c’era un limite, tranne la morte che purtroppo non arrivava. Dama nera che sveglia dagl’incubi e conduce nel regno dei sogni. Ma in fondo lui c’era abituato e nel viso insanguinato si faceva spazio un sorriso: aveva risparmiato tutte quelle botte a sua sorella.
Finalmente lo strazio finì. Emanuele non sentì più pugni o schiaffi arrivargli, ne muri sbattergli contro. Aprì gli occhi stremato. Chinata su di lui c’era Dalia che piangeva e con un fazzoletto lo ripuliva dal sangue.
- Sei proprio uno scemo! - disse - Perché non sei rimasto zitto?
- Ma io l’ho solo pensato! - ribattè lui con un filo di voce.
- Sei un amore - disse lei, poi prese la sua testa arruffata tra le braccia, cominciò ad accarezzargli i capelli dolcemente fino a quando lui si addormentò.
“Per ora è finita”, pensava tra se la bambina, “almeno fino a domani non piangerai più”.
Si assicurò che il fratello dormisse, gli posò un bacio lieve sulla fronte che fino a poco prima sgocciolava sangue dolce che gli rigava il viso.
Ripensò alla scena, rivide per un attimo la mano gigante dell’uomo (che non era più suo padre) sul fragile collo di Emanuele e quella testolina sbattere al muro. Gli sembrava di risentire il rumore. Si sorprese a scuotere la testa e strizzare gli occhi per il disgusto e un gelido brivido la attraversò, risentì le lacrime che si spalmavano bollenti sul suo viso angelico. Scattò all’improvviso e in un lampo era in ginocchio vicino al letto. Accostò le mani in preghiera, appoggiò al letto le fragili braccia e per un attimo sembrò voler pronunciare qualcosa di solenne, una preghiera forse. Ma un singhiozzo le strozzò la voce, le mani si spostarono a coprire il suo volto, altre lacrime tornarono!
- Mamma, dove sei?… mamma…
Non riuscì a dire altro.
Si addormentò appoggiata al letto, stringendo la mano del fratellino e sussurrando al buio “mamma, dove sei?”.
Petali di silenzio
Le sussurro sempre, al mattino, dolci frasi da innamorati. Lei apre piano gli occhi e con lo sguardo sognante mi sorride lievemente e mi dice: ti amo. E’ come un bacio tiepido regalato al vento. La sua voce è così dolce che ogni suono della sua bocca è un brivido del mio cuore. La bacio sulla fronte e le porgo i vestiti piegati con cura la sera prima, lei li prende con un sorriso e si alza dal letto. E’ così bella appena svegliata! Con quei suoi lunghi capelli neri tutti arruffati e lo sguardo assonnato.
- Sei stupenda! - Le dico guardandola languidamente.
Lei mi sorride e mi abbraccia - Anche tu amore mio.
Inizia a vestirsi di fretta - Su, tesoro, perché non vai a preparare il caffè? Così risparmiamo tempo.
Io corro a fare il caffè e inserisco un cd di Chopin nello stereo. Ascoltare quella musica al mattino mi rilassa e mi fa stare bene per tutta la giornata.
Dopo un po’ entra anche lei in cucina e si siede a tavola con fare svogliato - E’ pronto il caffè? - Mi dice con aria assonnata.
- Ecco amore, sta per uscire, ma perché così tanta fretta? - Le dico io mentre spengo il caffè e lo verso in una tazzina.
- Oggi sarà una giornata faticosa, ho molte pratiche da sbrigare e voglio andare un po’ prima a lavoro.
Le sorrido. - Perché non resti a casa e ti rilassi? - Le porgo il caffè e mi siedo.
- Ma che dici, sei pazzo? - Dice ridendo mentre sorseggia il caffè.
- Dai, resto a casa anch’io. - Le sfioro la mano con le dita.
- Dici davvero? - Mi guarda incredula.
- Si amore, restiamo insieme; guardiamo un film, ascoltiamo un po’ di musica, parliamo un po’…
Si alza lentamente e si avvicina a me, si siede sulle mie gambe e mi mette le braccia al collo sorridendo - Va bene Marco, come vuoi tu, è così bello stare con te.

Abbasso lo sguardo imbarazzato, non mi ero accorto che la stavo fissando mentre sognavo ad occhi aperti. Mi ha guardato, chissà cosa pensa di me. Alzo di nuovo lo sguardo verso di lei. Mi sembrano versi di poesia quei delicati sorsi di caffè, dosati con cura.
Mi guarda di nuovo, forse la sto disturbando. Distolgo lo sguardo da lei e torno a porgere il palmo della mano verso la gente che mi passa velocemente davanti. Sembrano tutti accellerare il passo quando arrivano davanti a me, mentre col capo mi dicono di no. Chissà perché fanno così. Forse temono che io possa turbare il loro stato di benessere mentale. Chissà.
Porto lo sguardo verso la mia ciotola vuota e resto a fissarla. Ad un tratto vedo una mano avvicinarsi e lasciare una moneta da un euro. Sorrido lievemente e alzo lo sguardo per ringraziare. Il sorriso svanisce e rimango incantato per qualche secondo guardandola. E’ proprio lei! Ha lo sguardo lucido. Forse ha ascoltato i miei pensieri e si è commossa. Fa per andarsene ma io le faccio cenno con la mano di fermarsi e aspettare. Lei si ferma e mi osserva con sguardo interrogativo.
Prendo velocemente la penna che ho in tasca e un foglio accartocciato lì per terra e scrivo:
“Voglio regalarti un fiore per la tua bellezza e perché ogni giorno, quando ti vedo passare, riesco a sognare e sento battere il mio cuore. Purtroppo non ho fiori da regalarti ma solo questo pensiero. Spero non ti diano fastidio i miei sogni e ti prego, se puoi, continua a guardarmi quando passi, lasciando in questa ciotola solo un sorriso, e permetti che io continui a guardarti mentre bevi il caffè al mattino. Per me è l’unico momento bello di tutta la giornata.”
Le porgo con esitazione il foglio e la guardo con un leggero imbarazzo. Spero non penserà che io sia un maniaco. Guardo languidamente le sue mani che delicatamente prendono il foglio ruvido dalle mie. Mi ricorda la neve che s’infrange al suolo.
Legge e i suoi occhi sembrano brillare. Mi guarda, abbassa lo sguardo e poi mi guarda di nuovo. Le sue labbra si muovono lievemente, forse mi ha detto grazie. La vedo chinarsi davanti a me e avvicinare il suo viso al mio. Chiudo gli occhi istintivamente. Mi sembra un sogno. Le sue labbra si posano sulle mie, che sembrano sfiorate da petali di rosa. Vorrei morire in questo momento, avvolto da questa dolce sensazione. Rimango ancora con gli occhi chiusi, anche se sento le sue labbra allontanarsi dalle mie. Cerco di risvegliarmi, apro gli occhi. Lei non c’è più. Davanti a me solo gente che passa di fretta lanciando sguardi furtivi al cartoncino accanto a me sul quale ho scritto con un pennarello ad inchiostro rosso: “Sono sordomuto, ma i miei occhi possono ancora guardare e mi piace veder sorgere il sole. Aiutatemi a continuare a farlo”.
Mi volto verso i tavolini del bar e la vedo sorseggiare il suo solito caffè, con quelle labbra che sembrano seta. E’ la dolce melodia che ascolto ogni mattina, il mio buongiorno. E’ l’unico suono che mi sembra di udire in mezzo al silenzio.
Copione di un video - Scene di una visione macabra (Disco che salta)
Danza sciamanica d’inizio rito/ Rumori martellanti d’apertura.
A scatti si vedono passare, in file serrate, eserciti armati ed assetati di sangue:
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La marcia della morte…
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Una ragazza raccoglie il coltello sul tavolo, bacia il ragazzo che entra dalla porta principale.
Insieme si dirigono verso le scale; aspettano il dolce arrivo di qualcuno…
Rumori nella vasca da bagno.
Sguardi di acconsentimento fra i due.
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Appare l’immagine di un monaco in epoca medioevale mentre recita la condanna al rogo di una giovane strega che tenta inutilmente di liberarsi dal palo alla quale è legata stretta.
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Scatto improvviso/ Ritorno al futuro:
Gli eserciti armati attaccano furiosamente con bombe, razzi, missili e vari colpi che schizzano via insieme a tutte le fragili vite innocenti.
Rimangono sul campo corpi sterili già morti o agonizzanti. Cola sangue qui intorno…
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Primo piano sul volto d’una bellissima ragazza bionda, occhi azzurri, lineamenti perfetti, sguardo dolce.
Un sorriso.
La visuale fa uno scatto verso il basso: senza una gamba.
Di nuovo primo piano sul suo viso… sta piangendo.
(Nel frattempo un urlo straziante proveniente dalla voce del protagonista).
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Flash back: arrivo dei crociati/ combattere gl’infedeli (motto).
Battaglia sul campo.
S’intravede come risposta la parte iniziale di una Guerra Santa d’inizio millennio: edifici che crollano e tutto il resto.
Schizzi di povertà.
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Un rito satanico celebrato nella notte attorno a un fuoco, di uomini incappucciati e vestiti di rosso sangue, ballano agitando la mano sinistra e scuotendo il capo tesi in avanti.
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Il protagonista pronuncia alcune parole che non vengono comprese e recepite bene, ma è chiaro che è un messaggio di ribellione.
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Sullo schermo vediamo:
assassinio dei nostri genitori, assassinio dei vostri figli, della tua migliore amica e della mia ragazza.
E’ tutto a posto. Rimettetevi seduti.
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Un’immagine sorvolata della povertà nella periferia d’una città:
uomini stracci distesi per terra insieme a qualche cane, donne che fanno l’elemosina con un bambino in braccio.
Un uomo grasso e disgustoso (sarà un ricco imprenditore) sta seduto comodo sul divano; ride sarcasticamente mangiando patatine fritte & pop-corn, e guardando un quiz televisivo.
Show pubblicitario di pausa ogni tanto (adesso fa la reclama di una crema per le gambe).
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Nel frattempo un gruppo di bambini negri nell’altra parte del mondo corre verso una pozzanghera per assaporare il gusto amaro della Terra.
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Il rito satanico continua o volge al termine. La danza macabra attorno al fuoco si fa più intensa.
Degli urli di compiacenza.
Un Cristo in croce che si solleva, e mentre dà uno sguardo al mondo, piange.
Morte allo specchio
Un rumore. Mi sveglio di soprassalto. Sono ormai parecchie notti che puntualmente mi alzo di scatto dal letto, guardo verso l’orologio e sono le quattro, sempre le quattro, che cazzo dovrebbe significare?
Anche adesso sono le quattro, e sei minuti. Butto giù le coperte e mi levo dal letto; questa notte gli incubi sembravano più leggeri, infatti non li ricordo nemmeno bene, ma sono sudato lo stesso.
Prendo in mano un libro a caso per cercare di rilassarmi un po’. Sono i “Paradisi artificiali” di Baudelaire. Certo che adesso ci vorrebbe proprio una bella fumata d’erba per ritrovare il mio equilibrio interiore. Peccato solo che non ho niente a portata di mano.
Nella mia testa passano in fila indiana immagini sfocate, è la mia infanzia e più in là quest’adolescenza consumata. Ricordo quando ero bambino, bellissimo, che ricordi, che innocenza!
Ora mi stanno pulsando le tempie, ho lo stomaco che mi brucia, prendo fuoco! Questa sera ho bevuto troppo. Sto incominciando a credere che lo stato di stupore e le allucinazioni provocate dall’alcool e dalle droghe leggere possano in qualche modo alleviarmi questo dolore che porto addosso da un po’ di tempo e che non riesco a capire. Non so proprio cos’è. So solo che in questo periodo sono terribilmente depresso. Provo a pensare a tutto ciò che mi ha trascinato nel mio attuale stato: insoddisfazione, presunzione, volere a tutti i costi la felicità ma in realtà preferire sempre la sofferenza, e poi voglia di cambiare il mondo… e prima di tutto se stessi, ossessivamente. Credo sia la sensibilità che mi ha rovinato.
Ma basta riflettere! Lo faccio ogni notte ma non trovo mai via d’uscita, sto diventando pazzo. Sono perseguitato dalla mia ombra ogni momento, non mi da tregua. La mia ombra mi fa sempre più paura, ora è anche più lunga del solito.
Spengo la luce e corro al piano di sotto nel buio, faccio le scale e quasi inciampo. Riaccendo la luce altrimenti sbatto la faccia contro il muro, entro in cucina e stappo una birra fresca. Penso che sorso dopo sorso prima o poi riesco a ritrovare la mia pace, lascio scendere giù l’essenza di quella bevanda benedetta.
Finisco di bere e poso il bicchiere lentamente, sono calmo. Prendo un coltello ed affetto il pane, vado a prendere un po’ di prosciutto che è sul tavolo, stasera non ho sparecchiato.
Sento un rumore di passi. Cos’è, non ci credo, è ancora lui, davanti a me, come un riflesso. Ha lo sguardo assonnato ed inniettato di sangue, un coltello in una mano e una fetta di pane nell’altra. Non riesco a muovermi, lo sguardo è fisso su di lui.
Alza un braccio, il volto gli si fa sempre più pallido e disperso, si avvicina, pare terrorizzato… non voglio, non vogl…! Sento il petto penetrato da tutto il mondo, sento ancora un poco palpitare il mio cuore, mi gira la testa, mi sento morire…
In possesso
Andrea barcollò per un momento sul marciapiede, sembrò quasi svenire, era tutto pallido in volto, alcune persone vicino a lui fecero uno scatto impaurite e accelerarono il passo. La strada si stava lentamente affollando nel primo mattino, molte persone con gli zaini sulle spalle si avviavano verso il mare, c’erano vecchi che avanzavano con fatica, ansimando appoggiati ai bastoni, alcuni barboni guardavano la gente con aria supplichevole sperando in qualche elemosina. Un uomo con il viso folto di barba incolta e con le gote rosee che indicavano uno stato perpetuo di ubriachezza, allungò verso di lui la mano aperta e gli disse qualcosa, ma Andrea non gli diede retta e continuò a camminare con determinazione.
Il sole in alto splendeva magnificamente inondando della sua luce tutta la città, l’aria comunque era ancora fresca e infondeva tutt’intorno e nell’animo dei passanti una sensazione di gioia, tutt’intorno fuorché in Andrea, il quale si sentiva mancare il fiato e dalla sua persona emanava visibilmente un’angoscia acuta.
Andrea era un ragazzo alto, magro, dai lineamenti assai piacevoli, capelli neri e lunghi legati in una coda, occhi neri che osservavano sempre tutto con sguardo intenso e indagatore, tranne adesso che sembravano vuoti e disperati, non aveva mai avuto uno sguardo così. Era un musicista, suonava da qualche anno la chitarra elettrica in un gruppo che sembrava avere grandi ambizioni.
Ancora poco e avrebbe incontrato la sua ragazza, doveva andare a casa sua. La sera prima lei lo aveva chiamato, già dalle prime parole pronunciate Andrea aveva capito che c’era qualcosa che non andava, doveva di nuovo dirgli una cosa che non gli sarebbe affatto piaciuta, come già altre volte, il tono alterato della voce era facilmente riconoscibile per lui. Gli aveva detto con freddezza di averlo tradito di nuovo, per l’ennesima volta, con una persona conosciuta la mattina stessa al mare, un ragazzo di cinque anni più grande di lei, che ne aveva venti, la stessa età di Andrea.
Egli l’aveva presa malissimo, si era messo subito a piangere senza sapersi contenere, era scoppiato in lacrime, non era riuscito minimamente a trattenersi, anche se voleva dimostrare di non fregarsene. Lei gli aveva detto di non lagnare, che non poteva farci niente, era stato così e basta, non aveva saputo controllarsi. La palese disperazione del ragazzo non provocava minimamente sull’animo di Serena, così si chiamava, una sensazione di rimorso, non provava alcun senso di colpa.
In realtà lei non lo amava, era attratta solo dal suo aspetto fisico, ma non apprezzava la dolcezza di Andrea né il suo carattere debole e facilmente influenzabile, desiderava essere libera da ogni sincero legame, ma adorava essere amata così profondamente da lui. Serena era consapevole di possederlo in tutto per tutto. Lui infatti l’amava davvero e non riusciva a liberarsi dalle sue catene anche se lo voleva con tutte le sue forze, la sofferenza che provava continuamente per causa sua non era mai bastata a fargli trovare il coraggio di lasciarla. Questa volta però lui si era deciso, quella sarebbe stata l’ultima volta in cui si sarebbero visti, l’avrebbe lasciata quella mattina stessa, poi avrebbe cercato in tutti i modi di dimenticarla, in fondo c’erano alcune belle ragazze che sapeva invaghite di lui, quindi l’avrebbe facilmente dimenticata.
- Ormai - pensava, - ho capito che non c’è nessun sentimento da parte sua nei miei confronti, mi ha fatto a lungo credere di essere innamorata di me, ma adesso non può più negare l’evidenza -. E così dicendo dentro di se trascinava con fatica le gambe per la strada, quasi gelato in tutto il corpo, sentendosi mancare i sensi.
Altre volte aveva pensato di lasciarla o di tradirla, ma Serena aveva sempre saputo con abilità mantenerselo stretto attraverso le voluttà della carne e facendogli provare artificiali dolcezze ben mascherate, e lui aveva sempre ceduto. Ma questa volta non lo avrebbe fatto, ormai era deciso, l’avrebbe usata per la prima volta, avrebbe goduto di lei solo fisicamente, poi l’avrebbe trattata male e lasciata per sempre. Sarebbe stato finalmente libero da lei, avrebbe iniziato a vivere veramente dal momento stesso in cui l’avrebbe lasciata.
Arrivò al cancello del palazzo, suonò al citofono più volte e aspettò con ansia.
- Chi è? - Disse la calda voce di Serena.
- Sono Andrea.
- Vieni su - disse aprendo il cancello.
Andrea entrò nel palazzo e salì lentamente le scale. Lei gli aprì la porta e gli sorrise. Indossava una maglietta grigia e blu da pigiama e dei fuseaux neri, era tutta spettinata. Andrea la guardò confuso non sapendo cosa fare. Lei lo abbracciò e gli diede un rapido bacio sulle labbra spingendolo ad entrare.
- Ti sei appena svegliata?
- Si, mi hai svegliata tu, avevo voglia di dormire ancora un po’, non potevi aspettare?
Si stropicciò gli occhi ed entrò in bagno.
Andrea uscì fuori al balcone e si accese una sigaretta. Serena viveva in quell’appartamento da sola, era una studentessa universitaria ma passava lì anche vari periodi estivi. L’appartamento le era stato lasciato in eredità da uno zio scapolo morto suicida proprio in quelle stanze. Lei era molto bella, di una bellezza oscura e provocante, aveva dei capelli nerissimi lunghi e lisci, piccola di statura, occhi neri e vivaci, un piccolo naso all’insù e delle labbra rosse e tumide. I seni prorompevano in quella piccola persona rendendola ancora più sensuale. Oltre ad essere bella, era anche molto intelligente, era assai acuta e anche per questo riusciva sempre a prevaricare il suo ragazzo, dimostrandosi sempre superiore a lui che pure possedeva una forte intelligenza e un grande spirito creativo, ma sul quale pesava la grande sensibilità, una mente romantica e sognatrice, ma soprattutto la sua ingenuità. Erano stati insieme per quasi due anni e adesso a lui sembrava impossibile continuare la vita senza di lei, ma doveva farlo a tutti i costi, era inevitabile. In fondo non le avrebbe fatto alcun male, perché lei ormai non l’amava più, restava legata a lui solo per il piacere di essere amata e venerata e inoltre per l’abitudine che si era formata in due anni di stare insieme.
Serena uscì dopo un po’ sul balcone, si sedette sulle sue gambe accendendosi una sigaretta.
- Non so perché ho fatto quello ieri, ma non posso farci niente, io sono così, se vuoi lasciarmi fallo, io voglio stare con te. - Disse con voce dolce ma sicura.
Andrea abbassò gli occhi.
- Ma perché? Sei tu che controlli le tue azioni, non ti acorgi di quanto mi fai soffrire? - Obiettò lui con le lacrime che gli salivano prepotentemente agli occhi.
- Oh, adesso non ricominciare! - Lo ammonì lei con insofferenza.
- Te l’ho detto, io sono così, non puoi cambiarmi, se vuoi lasciarmi lasciami. - Concluse.
Lui la guardò con gli occhi lucidi, teneramente, il che le provocò un senso di repulsione che la fece voltare di scatto per non guardarlo.
Si alzò prendendo Andrea per le mani con dolcezza.
- Andiamo di là.
Il ragazzo la seguì fino alla camera da letto, Serena iniziò a spogliarsi e poi a svestire lui delicatamente. Lo distese sul letto disfatto e gli si allungò sopra. Iniziò a baciarlo, lui stava quasi per piangere, si rese conto che non riusciva a tenere saparate l’anima dal corpo. L’amava ancora tantissimo, non ce l’avrebbe fatta. Si fece coinvolgere dalle forti sensazioni provocate dal corpo e s’immerse di nuovo nell’amore, nel suo amore, mentre la ragazza godeva solo del sesso e del possesso corporale del giovane. Le leccò i capezzoli, poi passò la lingua per tutto il corpo fino alle gambe liscissime, lei gli strinse il collo in una morsa come volesse soffocarlo, poi si abbandonò su di lui eccitandolo con la lingua nella zona dell’inguine e gli leccò a lungo con violenza il pene provocandogli un orgasmo. Aspettò che il corpo di Andrea smettesse di fremere, s’infilò le mutande e si sedette su di lui fissandolo intensamente negli occhi.
Andrea si era di nuovo abbandonato, non riusciva a parlare, ma subito gli tornò in mente la sofferenza passata il giorno precedente e fu ripreso da una terribile angoscia. Scostò impulsivamente la ragazza e si voltò dall’altra parte.
- Voglio lasciarti! - Disse con impeto.
- Cosa?
- Ti voglio lasciare, non ti amo più.
- E lasciami, che m’importa! – Gridò lei con violenza.
- Certo, a te non importa mai niente di me. - Sussurrò lui quasi piangendo.
- Tu non mi lascerai. - Ghignò beffardamente.
- Sei solo una puttana! - Si alzò e si diresse verso il bagno per lavarsi.
Serena diede un pugno alla porta e andò in cucina.
Andrea si sentì toccare la spalla, si girò e vide Serena, completamente trasfigurata nell’espressione del volto, fissarlo con uno sguardo diabolico. La vide alzare il braccio destro lentamente, ma riuscì troppo tardi a rendersi conto che stringeva in mano un coltello. In un attimo, una sequenza di colpi gli trafisse il petto. Cadde sanguinante per terra. Riuscì ad aprire solo leggemrnete gli occhi vedendo confusamente i contorni di Serena che si era piegata su di lui.
- Tu sei mio, io ti posseggo, anche la tua anima è mia, sarà mia per sempre!
Andrea sentì un’altra volta la lama trafiggerlo nel corpo, non riuscì a capire nemmeno dove, tanto era avvolto totalmente dal dolore. Poi non sentì più niente. Chiuse gli occhi per sempre mentre per la stanza rimbombò un breve ghigno.
Marea
(dalla raccolta Immagine destrutturata)

Ho sognato una notte
che riempiva le maree
di magiche luci,

ho ascoltato arpe di cristallo
accompagnare lo scivolare cauto
di angeli bianchi dal cielo.

Ho scorto la sofferenza di Dio
su volti di pazzi
accasciati sotto chiese gotiche

e ho avvertito le sue lacrime
nel silenzio profondo della notte,
tra miriadi di stelle.

Il cielo turchino
lancia sguardi di fuoco al mondo
col suo gigantesco occhio,

sulle rive abbandonate
energie perdute si raccolgono
e danzano monotonamente.

Noi affoghiamo tra illusioni e sogni
in tramonti malinconici
e albe abortite di sofferenza,

noi aspettiamo una notte d’avorio
che inghiotta il mondo
e i suoi infiniti fremiti di dolore.
Tremo nel mio letto
Ad Amelia

Velluto: i miei pensieri su di lei.
Con essi l'accarezzo cercando il suo sorriso,
ad essi avvolto mi cullo e mi addormento
tremo e mi consolo,
notte dopo notte li lavo e li curo
con lacrime costanti
e quando ne ho bisogno prego,
con le mani congiunte - così forte da far male -
prego e la invoco,
con l'alito caldo di poesia
la cerco in un nome
che non so piu' pronunciare,
che mi si sfuma nella mente
e che non vuole tornare.

Non vedo che lei,
immerso in queste nubi di stantìo silenzio
non vedo che lei
e le sue mani mi sfiorano
mi sfiorano il viso,
io con le labbra le accarezzo e le scaldo
provo a parlare ma non riesco,
non riesco...

Fisso il suo sorriso,
quel sorriso che sto solo immaginando
che sto solo immaginando...
ad esso mi aggrappo
mi aggrappo...

Sto impazzendo, non resisto,
il mare è calmo
ma la mia veglia è tempesta,
mi spingo a te ma non ti vedo
non ti vedo...

Non è un sogno questo, non può esserlo...
il mio eco si perde nell'infinito,
nell'infinito...
non riesco a raccoglierlo,
a raccogliere il suo sorriso.

Dov'è lei? la cerco e la invoco,
urlo e di lacrime mi riverso,
trema il silenzio ad ogni mio sospiro,
trema il mondo trema l'universo
non ho che lei... dove sei!?

Mi guardo intorno,
l'istante è spento
e spento è il sogno,
mi abbraccio al buio che mi consola,
e tremo nel mio letto.
Ofelia
(dalla raccolta Parole sfumate)

Un cielo stellato sopra il tuo corpo disteso
ad osservare l’ultimo fremito di vita,
la luna che piange lontano dal sole,
lui che insegue disperatamente da sempre,
ma non sa che domani verrà a cercarla.
La calda corrente ondeggia i tuoi capelli
immersi fluidamente nelle sue acque trasparenti,
trascina via i tuoi sogni in chissà quali bellissimi posti;
c’è un salice che piange toccando la tua fronte
e ti mormora nelle orecchie chissà quale nome.
Ofelia, ti ha reso troppo fragile la tua innocenza!

Una musica che scala dolcemente cullando le orecchie
e il suono di un flauto mobile che si allontana danzando,
e il tuo sguardo che riesce a penetrare il cielo.
Ofelia stringe le mani al seno e strizza forte gli occhi,
soffoca un grido che le nasce da dentro e vola
verso i lontani mari sprizzati di colori chiari.
Notte
(dalla raccolta Immagine destrutturata)

Quando il sogno s’assopisce
nel fluido scorrere della notte
- specchi infranti luccicano in ombra -
la tenue angoscia ancora sibilante
va addormentandosi lasciando il suo tepore.

Residuo incancellabile sopra ogni altra sensazione,
mi sospinge verso un orto di favole,
- gufo bianco appollaiato su un ramo -
molo illuminato da un faro estasiato
il sogno che di un rumore compone la melodia.

Questa notte riempita di luna ubriaca
narrerà vecchie favole dimenticate,
carichi di sogni assorti all’abbandono
disperderemo atmosfere consumate
nello scorrere inviolabile dell’eternità.
Sussurri dell'inquietudine
(dalla raccolta Immagine destrutturata)

Ad Amelia Rama

Luna piena, illumina un cielo di sogni,
stelle dal luccichio di lacrime
invadono i miei occhi.
Sensazioni che sanno di nulla
e sospiri abbandonati controvento
in un pensiero che fa rabbrividire;
non c’è suono lontano,
solo questo vento, caldo,
che sfiori con la mano.

Questa è una promessa
sbocciata in follia dell’amore,
sono dolci parole sussurrate
che fanno tremare,
ascoltale piangere,
lì dove sei, immobile,
distesa in un sogno
fragile di seta.

Guardami, il mio volto è bianco,
di sogni e speranze dipinto
che non ha mai vissuto,
sono rinato di nuovo
e sono ancora morto.
Spegni la luce, piano,
osserva i miei occhi al buio,
nell’ombra di un sorriso
luccicano d’amore
spaventati,
nell’illusione.
Sognami, solo stanotte,
travolto di luce,
tenera quiete.
Mi fa tremare
la dolcezza di quegli occhi
che versano lacrime stupite
nel mattino
e alla notte
prima di volare,
che è mare,
è porpora, sangue
sulle nostre due stelle,
sul desiderio ucciso:
l’inquietudine.
Il tuo sorriso:
un velo impazzito
stuprato dal vento.
Il sogno s’appresta a svanire,
guardami, è più dolce morire.
No, non piangerò, non piangerò.
Non piangerò.
Raffinatezze estetiche
(dalla raccolta Parole sfumate)

Raffinatezze estetiche
intorno ai lineamenti affinati
delle apparenze,
librano forti sensazioni
evase dai sogni.

La bellezza estenuante
di un cielo calmo
che scioglie i sensi.
Luccica azzurrando
la luna trasparente
in un fresco giorno.

Ed io mi volgo
a viso alto
baciando il cielo,
mentre il vento
mi accarezza il volto.

Il momento di abbandonare
il mondo è giunto,
volo fantasticando
immerso in un azzurro fluido
e raggiungo il mio paradiso
nel luogo della poesia.
Ora sacra
(dalla raccolta Immagine destrutturata)

Respiri affannati
sul sentiero che ribolle
di dionisiache voglie,
bave d’estasi rilucono
divorate dai raggi del sole:
ciglia dorate che dipingono,
di vita e colore avvolgono.

(La cicala attende in ansia
la predica della formica).

Nell’Oriente dei sogni
si affaccia solitaria
la malinconica principessa
che avvolge il tempo
in preziosi tappeti persiani
e vi ricama sopra, con estrema pazienza
i versi della sua nostalgia.

(I mastini del tempo
divorano insaziabili la vita).

Verrà un’ora, ripiena di sacralità
che verserà i calici lungo le strade
scendendo dai colli e sollevando le maree
e farà piovere luce di brina sulle valli stanche,
sarà allora che un dolcissimo lamento
si leverà nell’aria accompagnato dal vento
portando con se la tristezza di un dio che muore.
Fiorire
A Fiorenza

Piega la sera la mia voce
A non piu’ esalar note
Quando maliziosa m’insinua
Un petalo di luna fra le ciglia socchiuse,
Tale che alla flebile luce appare,
Come figlia della pallida e del mare,
Una diafana rara perla
Nell’intimo di una conchiglia.

E lì sospesa, in attesa dell’ora,
Sfavilla, indugia e oscilla,
Tremante stilla che invoca
Un altro palpito di ciglia,
Per scivolare sulla mia gota
Che la condurrà infine sposa
Della mia voce schiusa alla vita,
E al tuo nome devota, mia amata.
 
 
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