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| Copyright © 2007 Davide Angelo Salvatore |
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| Tutti i diritti riservati. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. |
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Dedicato ad Amelia,
per tutto l’amore e la forza
che è riuscita a darmi,
e per le sue e le mie
lacrime.
(E’ una stella bianca
che piange al mattino
lei che mi ha svegliato
da un brutto sogno,
ha rapito la mia anima all’alba
e l’ha condotta in cielo.
Pallida stella perduta
adesso brilli soffusa
in fondo ai miei occhi.) |
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“Io sono un Poeta.
Il Sogno è la mia dimora oscura.
In essa risiedo, in essa vago
ed eternamente mi perdo e mi ritrovo.
I battiti che odo non sono i miei,
ma dell’Idea che nata
cresce e s’allarga, mi penetra negli occhi
e mi scorre nelle vene, s’impossessa di me
e non s’appresta a tacere.
E non s’appresta a tacere …”
SCORRERE
Lasciami svegliare
sotto un cielo di
cemento fuso
colorato di un grigio pastello
inquietante.
Schiudimi gli occhi
vento,
affogali in un mare di
sapienza,
d’estasi prolungata.
Apri il mio sguardo al mondo,
fa che lo penetri a fondo;
tornerò più potente che mai
a raccontare le mie sfide
con gli dei del
mare,
cercando perle saporite.
Lasciami svegliare
sotto un cielo di
cemento fuso
che si estende sull’altare
appoggiato all’ombra del
Sole.
Un magnifico sogno:
soffici venti di balsamo
mi accarezzano i capelli,
se guardo in alto
le stelle sembrano
diamanti incandescenti
che fanno a gara
per abbagliarmi
con la loro luce azzurro-bianca;
la Luna assiste materna
a questo gioco enfatico.
Spazi che si confondono;
verità sommerse dall’apparenza;
un raggio d’arcobaleno
che scavalca il cielo
nella strana notte
ricoperta di mistero;
voci soffuse cicalano tra le ombre.
Strano:
non ho sentito niente,
non ho visto niente,
non ho detto niente,
ma il freddo della notte
non mi ha fatto male,
mi spingeva a cercare
in fondo al mio sogno
un luogo caldo
in cui riposare.
IL CIELO E’ BIANCO
Il cielo è bianco,
sorvola dolcemente
la sua morbida ombra.
Il resto scorre lentamente;
l’orizzonte si spegne piano
su vaste prigioni di luce.
Lontano: deboli forme sfumate:
chiazze di colore sparse
su nuvole bianche frantumate.
In quel momento
il sole si fece cupo,
il cielo divenne
un immenso specchio.
Furono lacrime
versate addosso,
sangue che
macchiò la terra.
Poi la luce del sole
si trasformò in vetro.
La musica risuonò
tutto intorno.
Cicalare assillante
del lamento.
Gli occhi si spensero
brillando in una lacrima.
UNA CANDELA ACCESA
Una candela accesa, bruciare d’incenso,
umide nebbie m’invadono la mente.
Cercando di dare un senso a me stesso
rimango smarrito immaginando l’infinito.
La lingua gialla oscilla, si muove,
sembra parlarmi, sussurrarmi
parole che non riesco a comprendere.
La fiamma impazzisce, si spegne,
una debole scia di fumo
sale lentamente e si perde.
OFELIA
Un cielo stellato sopra il tuo corpo disteso
ad osservare l’ultimo fremito di vita,
la luna che piange lontano dal sole,
lui che insegue disperatamente da sempre,
ma non sa che domani verrà a cercarla.
La calda corrente ondeggia i tuoi capelli
immersi fluidamente nelle sue acque trasparenti,
trascina via i tuoi sogni in chissà quali bellissimi posti;
c’è un salice che piange toccando la tua fronte
e ti mormora nelle orecchie chissà quale nome.
Ofelia, ti ha reso troppo fragile la tua innocenza!
Una musica che scala dolcemente cullando le orecchie
e il suono di un flauto mobile che si allontana danzando,
e il tuo sguardo che riesce a penetrare il cielo.
Ofelia stringe le mani al seno e strizza forte gli occhi,
soffoca un grido che le nasce da dentro e vola
verso i lontani mari sprizzati di colori chiari.
I COLORI DEL MATTINO
Il cielo al primo mattino
quando le stelle si sono assopite
dietro il fresco azzurro imbalsamato.
Dietro le montagne diventa blu intenso,
scorre fluidamente in un violetto acceso,
poi rotola senza forma
in fondo a un arancione chiuso
e lì si spande in chiazze chiare
di nuvole sfumate
che veleggiano dolcemente
sfiorando il mio sguardo.
Così mi perdo per un attimo
nell’infinito sparso di un mattino fresco.
FAVOLA
Ho incontrato la mia Speranza
sul ciglio di una nottata
come sfondo
di un sogno pacato,
indossava un vestito profumato
di rose candide a primavera
e recava in mano
tulipani appassiti.
La principessa che aspettava
di essere salvata
dalla strega cattiva,
il principe verde-viola.
Mi sorrise con una lacrima
che risplendeva nei suoi occhi
e mi gettò le braccia al collo
soffocandomi di baci dolci.
Poi afferrò il mio cuore
e lo strinse forte al petto,
gli sussurrò tiepide parole
riempiendolo di baci,
di lacrime e di carezze.
LEI VEGLIA IL SONNO
Lei veglia il sonno
dall’apparire immobile.
Fioriscono nella notte
rose dai petali azzurri
che si uniscono in cerchio
danzandole intorno.
C’è un gufo curioso
appollaiato su un ramo coperto,
verdeggia insonne
osservando con occhi indolenti.
La luna ravviva le ombre
lasciando trasparire la notte,
gocce di pioggia serica
si adagiano sui suoi capelli, stanche,
e le attraversano le gote bianche.
SCENA DI PIACERE
Gocce di smeraldo
abortite da un cielo d’avorio
si frantumano a terra
in scintille purpuree.
Lo sguardo perso
verso un paesaggio cristallizzato
in un’insostenibile scena
di piacere disteso.
Viaggia lontano la mente
e gli occhi distillano le immagini
imprigionandole in sensazioni indescrivibili:
è questo il piacere effimero del poeta.
RAFFINATEZZE ESTETICHE
Raffinatezze estetiche
intorno ai lineamenti affinati
delle apparenze,
librano forti sensazioni
evase dai sogni.
La bellezza estenuante
di un cielo calmo
che scioglie i sensi.
Luccica azzurrando
la luna trasparente
in un fresco giorno.
Ed io mi volgo
a viso alto
baciando il cielo,
mentre il vento
mi accarezza il volto.
Il momento di abbandonare
il mondo è giunto,
volo fantasticando
immerso in un azzurro fluido
e raggiungo il mio paradiso
nel luogo della poesia.
MATTINO
Ai primi fremiti delle palpebre
tutto è pervaso da un lieve tepore
che profuma intorno di rinascita;
dolce sogno subito abbandonato
fra i rimasugli stanchi di un ricordo
morente di flebili sensazioni.
Aria fresca su per le narici e nel cuore,
tenere melodie chiare d’uccelli
cullano monotonamente l’illusione;
cascate verdi su per le montagne,
viali deserti, autostrade, campagne,
impressioni disperse tra le immagini calme.
Le bianche vergini luci del mattino
illuminano fievolmente le forme,
un fitto coro di violette
armonicamente si estende
lungo il vociato viale alberato,
e d’un tratto riprendono i sogni.
SOGNO MATTUTINO
Una mattina di maliziosa freschezza
spinge a guardare verso l’alto,
tocco il cielo con gli occhi rossi
perdendomi in ampi spazi azzurri.
Nella mia mente tutto fluisce colorato,
mi stringo forte ai miei pensieri e volo.
Danzo abbracciato a loro
saltando su ogni nuvola bianca.
Allucinazioni a sonorità distorte;
il vento mi conduce appresso
e mi sussurra che niente è mai perduto
finché non smetto di sognarlo.
Sogni azzurri mescolati in un pallido viola,
raccolgo con la lingua una lacrima chiara.
Muore sfiorando le mie guance fredde
provocandomi un brivido di febbre.
Il mio sogno spegne le candele,
cresce avvolgendo la mia sensazione.
In quegli spazi traboccanti di perle
tutto sembra diverso, il sole rischiara la mia pelle.
Danzo nell’aria fluttuando bizzarramente;
niente ormai può più apparire come prima,
presto tutto il dolore diviene piacere
e la rosa nel mio cuore non ha più spine.
Disperdo sorrisi falsi
tra gli sguardi distratti
degli ambigui volti
in movimento
che scrutano i sospiri,
osservano i battiti
delle mie ciglia.
Al tramonto
il magnifico dio dorato
prende commiato
dal mio sguardo
e scivola lontano
con maniere indicibili.
Giunge la notte intristita
che svela le stelle,
lacrime improvvise immobili
di singhiozzi lambiti
di bianco pallido sogno.
La luna affaccia
la sua tenue forma
attraverso il nero telo
della notte, il presagio,
ed io riesco a scorgere
il suo contorno iridato,
tenero dolore dipinto.
PENSIERO INETTO
Getto lo sguardo fuori dalla finestra:
niente che possa valerne la pena,
né una bianca ragazza vestita di menzogna
da portare a letto con la fantasia
né un fiore viola intenso
da immaginarne il profumo.
Il sole abbacina le strade
ed io uccido le mie giornate
ovattato in un vacuo letto
che sa di chiuso sfatto;
intorno a me gli angeli
mi custodiscono imbalsamando i miei pensieri.
Non posso uscire, esalare ragione,
nuoto in un dipinto blu sconnesso,
ho occhi ebeti appesi al cielo
e oltre a questo
ammiro le parole che sto sanguinando,
odio il vitreo orrore di un riflesso.
Sono fuori da tutto,
esternato da me stesso
e non posso dirtelo;
perché il mondo è un diamante svalutato
ed io ci sono troppo dentro
finché non mi dissolverà del sole il piscio.
Che sono fatto niente,
non sono poi così orrendo
ma sono felice lo stesso,
credo ai sogni della mia solitudine
morendo nell’ambascia ogni notte;
smetterò prima o poi di rinascere.
Occhi in prigione,
il sogno esterna
il nostro amore.
Notte impallidita
sugli arditi cieli
che piovono stelle.
Tramonto costante,
la luna è in fiamme,
giglio bianco vagante.
Occhi in prigione,
il sogno esterna
il nostro amore.
Che tu sia lei
che possa mettermi
al sicuro da me stesso,
imprigionandomi
sotto un velo
di porpora contusa.
Occhi in prigione,
il sogno esterna
il nostro amore.
LACRIMA
Vedo i tuoi occhi che si schiudono
come petali fragili di tulipani tragici
in fondo a un oceano
tinto d’un viola intenso.
Tulipani tragici che si schiudono
sono i tuoi occhi lucidi
che rendono nel profondo dello sguardo
ogni forma dolce accarezzandola.
Tenue pallore che cinge la tua fronte,
bianca ragazza sperduta
sotto questo vasto cielo cupo,
triste e decaduta come un angelo.
Io ti ammiro e come un servo antico
adoro il tuo splendore tragico,
Musa d’acqua, perpetua lacrima,
dalla corona di spine attorno all’anima.
Questa notte, solo,
veglia nell’estate rianimata,
accendo in vena di speranza
un sorriso dimenticato
tra gli anfratti del sogno.
Un tiepido sospiro sulla pelle
esalato dal vento leggero
che scalda il respiro,
malato di sensazioni incerte
lungo il fluire traballante
di ogni pensiero
che la mente abortisce
a poco a poco,
e una benda umida
sprofondata nel sonno
rimpiazza il sorriso.
Accadde un giorno
che la fredda Siberia
addormentasse i pascoli estasiati,
nell’attimo sognante
gli occhi bagnati
trovano conforto nel lambire
alla notte uno spicchio
d’accoglienza, fra le sue tende di seta.
Disumana la mente
rapisce ogni ragione
e la rende incline all’orrore.
Troverai un dolce riparo
solo tra le fredde lenzuola
della mia alcova,
sussurra la notte travestita,
e tu credi per un attimo
all’eterno abbandono irrimediabile,
dipinto di vana speranza.
NOTTE
Quando il sogno s’assopisce
nel fluido scorrere della notte
- specchi infranti luccicano in ombra -
la tenue angoscia ancora sibilante
va addormentandosi lasciando il suo tepore.
Residuo incancellabile sopra ogni altra sensazione,
mi sospinge verso un orto di favole,
- gufo bianco appollaiato su un ramo -
molo illuminato da un faro estasiato
il sogno che di un rumore compone la melodia.
Questa notte riempita di luna ubriaca
narrerà vecchie favole dimenticate,
carichi di sogni assorti all’abbandono
disperderemo atmosfere consumate
nello scorrere inviolabile dell’eternità.
IMPRESSIONI PERSE
Scroscio di dolore
nella notte distesa,
tintinnio imperturbabile
di dolenti affanni
e carezze perdute.
Nel fluire immobile
del tempo
l’oscurità ha rapito
in un attimo
un battito di speranza.
Cieco, fermo congiungimento
di morte e vita,
nella risacca di lacrime
i pensieri addormentati
pascolano nel vuoto.
Impressioni perse,
il colore dei sogni
si scioglie negli occhi
e lava via il sale
- una lacrima porta via il dolore -.
ALBA RINASCE
Un fuoco
che si accende
nella notte:
alba rinasce
e brandelli di vita
si spargono all’orizzonte.
Culla di sapori,
dispiaceri e speranze
nel vacuo torpore
che allaccia i sensi
di tiepida immagine
colorata d’arancio.
L’invisibile luce
che scopre le forme
nasconde la realtà
vergine d’ombra.
Sensazioni sconnesse
calde di sogni
nell’attimo lucido
colorato d’angoscia.
Sogni ancestrali,
un urlo lanciato
in follia del vento,
occhi bagnati di pianto
nella notte calata sul suo sorriso.
Scempio di sensazioni,
una mente in disuso
che allaccia i pensieri
di desideri e volontà
infrante nel nulla.
Vacuo ardore
di certezze respinte.
Il respiro del vento
taglia le vene
e porta via tutti i sospiri.
Nella gioia malata
si spezza un incanto,
il suo cuore raschiato
si tinge di nero:
non torna più il sereno.
SUSSURRI DELL’INQUIETUDINE
Ad Amelia Rama
Luna piena, illumina un cielo di sogni,
stelle dal luccichio di lacrime
invadono i miei occhi.
Sensazioni che sanno di nulla
e sospiri abbandonati controvento
in un pensiero che fa rabbrividire;
non c’è suono lontano,
solo questo vento, caldo,
che sfiori con la mano.
Questa è una promessa
sbocciata in follia dell’amore,
sono dolci parole sussurrate
che fanno tremare,
ascoltale piangere,
lì dove sei, immobile,
distesa in un sogno
fragile di seta.
Guardami, il mio volto è bianco,
di sogni e speranze dipinto
che non ha mai vissuto,
sono rinato di nuovo
e sono ancora morto.
Spegni la luce, piano,
osserva i miei occhi al buio,
nell’ombra di un sorriso
luccicano d’amore
spaventati,
nell’illusione.
Sognami, solo stanotte,
travolto di luce,
tenera quiete.
Mi fa tremare
la dolcezza di quegli occhi
che versano lacrime stupite
nel mattino
e alla notte
prima di volare,
che è mare,
è porpora, sangue
sulle nostre due stelle,
sul desiderio ucciso:
l’inquietudine.
Il tuo sorriso:
un velo impazzito
stuprato dal vento.
Il sogno s’appresta a svanire,
guardami, è più dolce morire.
No, non piangerò, non piangerò.
Non piangerò.
Angeli impotenti, furibondi
accatastano rive malinconiche
percorse da venti fumosi.
Nell’ululare stanco
di un lamento notturno
si scopre il senso
di ogni sogno infranto.
Il tempo schiaccia le gioie:
cadenzato mormorare esausto.
Il vento torbido
trascina via tutti i respiri
e lascia un nodo bianco in gola.
Gialla: una fiamma livida.
Profumo di vita bruciata
in un filo di fumo disperso.
Piano, ritmico respiro morente.
E’ come una malattia,
pallida,
che ti penetra nella pelle
come un mormorio
nelle orecchie
e ti lascia ancora respirare,
piano.
Non mi piegherò
al suo canto.
COME IL MARE SULLA SABBIA
Prendi la mia mano, tu
che non hai nome
se non amore
o stella, luna
e a volte anche lacrima e dolore.
Prendi la mia mano,
stringila fra le tue,
mani di velluto o seta
che hanno raccolto
più di mille lacrime,
ad ogni mattino
e anche di sera.
La fine
è tra i petali
di un fiore viola, appassito.
Amami ancora un po’,
solo per poco,
e poi riamami ancora,
solo per poco
e poi ancora.
Amami ancora
tra un sogno stupito
e un’alba dipinta di giallo.
Amami adesso
e sussurrami ancora:
per sempre.
Prova a dirlo, prova a dirlo,
rimane negli occhi
una scheggia di malinconia.
Un sapore sulle labbra
come il mare sulla sabbia.
LA LUCE DEL SOGNO
Pensieri disgregati
e sogni affogati
in un lago chiuso di certezze.
Luci spazzate via
da passati dileguati
a furia di esistere
con fiori e falsi allori
di cedimenti
e speranze disilluse,
notti trascorse
a piangere
chiedendo di favole e di fate.
Un piatto d’argento
riempito di cemento
fuso sull’altare del sole.
Il nostro amore
e le mie parole:
un incanto
che impedisce d’impazzire.
(Nelle orecchie è un suono acuto:
il falso testimone
dal respiro in disuso).
Viva,
accendi la luce del sogno,
accendi la luce del sogno,
ciò di cui io ho bisogno.
Conosci bene la fertilità
dei campi sverginati
dalla luna piena
e le corse stanche
giù e su dall’umano al divino.
E’ un battito che sa di pazzia.
Viva, muore bruciata dal sole.
Accendi la luce del sogno,
il mio bisogno,
la luce del sogno.
LAMENTO
Rose, tulipani appassiti
sotto i miei occhi
bagnati di lacrime
dispersi fra i cocci,
hanno sfiorato acque fatate
le cui onde fosforescenti
raccontavano la notte
rendendola sogno fluttuante.
Tu ascolti la musica
della dolcezza,
tenere melodie favole
e t’immergi
in cenere spenta
mentre la luce del sole
corre nell’aria.
I miei occhi
non sono ancora pronti alla luce,
alba che verrà senza speranza ormai.
Riprenditi il tuo sogno,
che non è nato mai;
non cercare più sorrisi
sulle mie labbra,
secche come la sabbia,
se quello che so fare
è solo piangere e amare.
Il passato m’impedisce
d’andare avanti.
Vorrei fuggire dal freddo che sento!
Ho paura di non poter più amare,
ho paura di non saper volare.
Ho paura di Dio,
io non so più pregare.
Ho paura che non mi ami più,
davvero ho timore di non amarlo più.
Non ricordo più i miei sogni,
eppure erano belli,
lucenti nella notte.
Non credo ci sia bisogno
di parlare ora
se ho solo voglia di piangere
e tu ascolta le mie lacrime ancora.
Credo che la notte possa guarirmi
con tutte le sue stelle
la luna è più bella che mai
vedo i tuoi occhi lassù
eppure è tutto appannato
una lacrima intrappolata nel mio sguardo.
Forse non ho più sogni,
ma non ti abbandonerò.
Prendi il mio cuore
e stringilo forte.
Prendimi fra le tue braccia,
piangi con me,
riempimi di baci
e non lasciarmi respirare.
Voglio morire
per poi rivivere sul tuo petto,
sarà perfetto.
In quel momento
non ricorderò più nulla,
ma ti amerò lo stesso
dal primo istante
in cui aprirò gli occhi,
senza gridare.
Con un filo di voce
mi dirai:
ti amerò per sempre.
Sarà come bagnarsi nel mare.
Il mio giorno sta finendo,
sta arrivando l’inizio di un sogno,
domani scoprirò la vita,
riconoscerò il tuo sorriso
e non piangerò più.
SOLE NEL VENTO
Fiori di primavera
che un debole sole rischiara,
il vento accarezza
con sensazioni di abbandono
i volti estasiati
nella mattutina freschezza.
Un libro aperto
sul letto sfatto,
pagine scorrono
al ritmo imposto dal vento.
Nella mente malata
il sole inietta una leggera gioia
che subito svanisce
nel cuore che batte
pompando sangue infetto dal male,
corrotto, derubato
della sua dolcezza
da un dio che ha maledetto
o da un diavolo che ha sfidato.
Sole nel vento,
un libro aperto,
lacrime che si cristallizzano dentro
in attesa di sciogliersi
in un altro delitto.
La mente malata
s’invaghisce del sogno
e non riesce più a uscirne
ovattandosi di tristezza.
Fiori di primavera
che un debole sole rischiara,
un libro aperto
sul letto sfatto,
sole nel vento.
LA DANZA DEL VENTO
Primavera di fiori estinti
che schiudono in tramonti
appesi alle note
di antiche favole
narrate dal vento.
Occhi turbati
che accarezzano cieli turchini
velati da morbide sensazioni
(i sospiri sognanti
si abbandonano
a dolcezze incantate).
Il pallido afflato
si sparge pei monti,
su cieli e speranze,
maree bianche
che accendono brividi.
Nell’ombroso bosco
volteggiano voci
e canti infantili,
aliti sparsi fra respiri di alberi
e fili di seta che legano foglie
in dimore di ragni.
Sotto stelle d’argento
si estinguono baci
e preghiere al vento
di voci tremanti
che danzano in sogno
e segreti iridescenti
piroettati dal vento.
BREZZA MARINA
I
Cieli sospesi
che bagnano eternità di stelle
nel vacuo scorrere
di notti sognanti.
Tutto incominciò
all’alba di un giorno
che privò il mare
delle sue sirene più belle.
Quella volta si udì
il grido lanciato dal mare
con onde accese di burrasca
che naufragarono su rive solitarie.
Dunque il sogno
soppresse la realtà
rendendo vita
a tremori invisibili.
Tu sai che il mare
non ci farà più male,
mischieremo le nostre
alle sue lacrime.
La linea del cielo
non può essere così lontana,
il Paradiso ci accoglierà
anche se l’abbiamo maledetto.
Eternità consumate
da ogni sole che muore,
eppure ti aspetterò
anche se farà freddo dentro me.
II
Sollievi di luce
nell’avanzare cauto
di nuvole morbide
disperse in mille forme.
Baciata dal sole
la stella più dolce
si nasconde tremante
fra lenzuola azzurre.
Amoreggiano gabbiani
con la brezza marina
che sfiora le onde
levigandole dolcemente.
Nel vento mormora
una voce stanca
fra sospiri d’argento
vellutati di battiti.
Riuscivi a trattenere
il mare nelle mani,
in fondo al suo calore
il tuo più grande amore.
Nel mare che si sperde
sollievi di sale volteggiano,
la sua musica profonda
assalirà promesse violate.
Farfalle ipnotizzate da fiori
i cui profumi spezzano incantesimi,
cieli azzurri che divorano colline,
e tu che aspetti il tuo sogno.
LAMENTO NOTTURNO
Favole d’argento
dimenticate
fra libri impolverati
e vetri rotti.
La notte vela
forme schiuse alla vita
e i sogni si apprestano
su nuvole di porpora.
(I sogni accompagnati
da melodie fatate
sorvolano la notte
su nuvole di porpora).
La luna riflette i tuoi occhi:
sguardi di seta
che tolgono il respiro,
mia tenera Musa
vestita di docile speranza,
nera come la notte
e fragile come i sogni
che accarezzano
ogni tuo respiro.
Musa nera e fragile
fatta di notte e di sogni,
sei tu che scorgi
energie nell’aria
che afferrano i pensieri.
Ti narrerò
antiche favole d’argento
e frantumi di felicità.
Imbarazzi rosa
su ricordi insabbiati
di fango e colori spenti.
Implorerò la notte
di cedermi la luna
per donarla a te,
così che tu possa stringerla
fra le tue braccia
quando non sarò con te.
Favole d’argento
su note masticate,
mentre giunge da lontano
il grido stanco
di un lamento notturno.
MAREA
Ho sognato una notte
che riempiva le maree
di magiche luci,
ho ascoltato arpe di cristallo
accompagnare lo scivolare cauto
di angeli bianchi dal cielo.
Ho scorto la sofferenza di Dio
su volti di pazzi
accasciati sotto chiese gotiche
e ho avvertito le sue lacrime
nel silenzio profondo della notte,
tra miriadi di stelle.
Il cielo turchino
lancia sguardi di fuoco al mondo
col suo gigantesco occhio,
sulle rive abbandonate
energie perdute si raccolgono
e danzano monotonamente.
Noi affoghiamo tra illusioni e sogni
in tramonti malinconici
e albe abortite di sofferenza,
noi aspettiamo una notte d’avorio
che inghiotta il mondo
e i suoi infiniti fremiti di dolore.
MALINCONIE ARTIFICIALI
Vorrei che la notte
non finisse mai,
levigata dal tiepido
sussurro del vento.
Vorrei dimenticare
il sapore angoscioso dell’alba
ed assaporare in eterno
il gusto del tramonto.
Svuoto a lungo gli occhi
su colline d’argento asciugate dal sole
e su tristi imbarazzi bianchi
appesi a un cielo verde.
Intense malinconie affogate
in calme maree.
Osservo il mio sogno
brillare nella notte:
oscura speranza che
illumina ogni mia lacrima.
Io ti attendo,
respiro di vita a lungo bruciato,
tornare a me.
Se c’è una notte
che può lavare le macchie
è questa notte melodiosa.
Crudeli armonie dell’illusione,
spezzerò l’istante
che mi ha reso fragile.
Sogno che si dissolve
in lacrime di cera:
malinconie artificiali.
SENSAZIONE DI PRIMAVERA
Per lungo i verdi campi
della solare campagna
già si affacciano
fioriti gli albicocchi
che intrecciano
i rami scolpiti
nell’azzurro imbalsamato,
contrastano i colori accesi
delle mimose femminee.
La melodia della rinascita
leva i suoi bianchi veli
armonizzando con lo sguardo
e imprimendo energia
ad ogni pallida forma di vita.
Il mio sguardo ondeggia
su quegli ampi spazi
levigati dal vento
che addolcisce ancor più
la tenera visione quieta.
Mescolando il mio respiro
a quello del vento
mi sento impregnato
di quei colori, suoni,
canti d’uccelli, sensazioni,
profumi belli e avverto
la mia anima fondersi
perfettamente con la natura.
Voglio scappare, voglio scappare, voglio scappare…
quando la sera chiude le orme,
quando non senti che il respiro affannato
e vedi la tua Angoscia, pallida com’è,
mostrarsi in volto al tuo sguardo patetico
e realizzi che ti rimane solo da piangere.
Voglio scappare, voglio scappare, voglio scappare…
La verde collina sprofonda in un sonno profondo,
lontano sono macchie più scure della notte stessa,
l’orizzonte è confuso tra il cielo e la terra,
allora non hai più ali che reggono i sogni
e senti avvolgerti le gambe da un tremito bianco.
Voglio scappare, voglio scappare, voglio scappare…
Il sole ha consumato tutte le sue fiamme,
chissà dove passerà la notte, e domani?
Chissà se domani tornerà a risplendere.
Voglio un diamante viola da guardare nei momenti di panico,
o un dolce sogno che mi trasporti lontano.
Fiore appassito,
consumato dall’intensità
del mio sguardo,
nutrito delle mie lacrime cristalline,
stille salate
che disidratano.
Fiore viola appassito,
piegati ancora
e rimani adagiato
sul palmo della mia mano.
Puro casto fiore,
stuprato dalla mia poesia,
rappresenti colei
che mi ha salvato.
Ora resta così, immobile,
ovattato di tristezza,
non appassire oltre,
t’imbalsamerò nel mio sguardo,
fragile fiore
che hai sofferto tanto.
PIANTO
Quando il tempo
consumerà se stesso
- la luce del sole
si farà più fioca
e le maree cesseranno -
non rimarrà
che nello specchio
un sorriso infranto.
Quando il mio sogno
si dissolverà, appassendo,
sul tuo sguardo spento
e l’ultimo soffio, dolce,
di vento
ti sfiorerà il viso freddo,
chi ci sarà
a consolare il mio pianto?
SPERANZA
Solitudine
nell’ambascia del cuore
che scalpitando muore.
Rimembranza
di periodi di fertilità
che solcavano deliri musicali.
Sono l’angoscia rinata
del tuo essere stella,
il sorriso
che scende e che sale
nell’eterno star male.
Sono il cielo senza stelle,
il freddo che accarezza
la tua pelle,
la dolcezza che muove
le sue labbra bollenti
su un corpo che freme.
Sono polvere al vento
e il fiore più bello
di tutti i tuoi amanti,
sono la gioia e il dolore
degli anni
che tolgono la vita,
io sono la tua illusione preferita.
Candida stella
che traccia l’infinito
su occhi privi di luce,
soave miscuglio
di profumo e colore
nell’estremo dolore.
Pallida marionetta
che sorride alla realtà
e danza la verità.
Io sono la più antica viltà.
Fiamma e cera
di ogni sera
e triste sorriso
riempito di vita.
Io sarò la cenere spenta
che tingerà d’incertezza
la tua vita svanita.
IL LAGO DEI SOGNI
Vibrazioni di luce
sul lago dove affoga
lo sguardo di una donna
vestita di mestizia.
Un’aria deliziosa
rischiara le boccate di malinconia
conducendo sull’altare
rassegnazione e fantasia.
Echi di ricordi
dalle cornici purpuree
s’infrangono senza rumore
nella dolcezza incantata dell’illusione.
Intensamente assopita
in languide pose marmoree:
lucentezza di questi occhi
intrisi di melodico stupore.
Come sfiorato da ali d’angelo
che percuotono la ragione,
così davanti all’indecente armonia
accarezzano le ciglia lacrime e confusione.
Sei figlia di una sorda realtà
che non ascolta i canti
di una sirena triste
sul lago che si tinge di crudeltà.
Tu muori inghiottita dai sogni
che ti hanno resa fragile
mentre l’amore di un cieco si estingue
nel tragico pianto di una melodia labile.
LIEVE
La sua mano,
così bianca e fredda,
non l’ho mai vista
accarezzare il mio corpo
con tanta dolcezza.
Partoriva fremiti
sulla mia pelle calda
e conduceva i miei gemiti
nel sollievo dell’estasi.
I suoi occhi, lucidi,
a fissare i miei, immobili.
Sul suo sguardo si dipinge
il sorriso dell’amore.
Rimane dolce, incantata,
a guardare il suo sole,
mentre si muove,
ondeggia,
riversa su di me i suoi capelli
come nei miei sogni più belli.
Mi scivola addosso: è seta.
Danza, quel corpo fragile
che assorbe i miei battiti.
Rinnega la vita
per donarsi, corpo ed anima,
all’eterno morire dell’amore
che ci annulla come fossimo: niente.
Un fiore.
Danzi, e sei un petalo bianco
sospinto dal vento.
Lieve,
nei miei lenti sospiri,
sorridendo,
ti ammiri.
Se il mio cuore non ti contiene:
immensa, e troppo, di vita e luce.
Distruggi il buio che mi nasconde.
Bevi dentro me,
e il mio sogno vivrà
della tua illusione.
Le tue labbra,
velluto che si tinge di porpora e di cuore,
mi sfiorano
e si schiudono
invocando il mio nome.
Da nido a nido
mi voli nel pensiero:
angelo quieto
che accogli e asciughi
il mio pianto,
e mi doni,
amando,
il tuo malinconico canto.
TREMO NEL MIO LETTO
Ad Amelia
Velluto: i miei pensieri su di lei.
Con essi l’accarezzo cercando il suo sorriso,
ad essi avvolto mi cullo e mi addormento
tremo e mi consolo,
notte dopo notte li lavo e li curo
con lacrime costanti
e quando ne ho bisogno prego,
con le mani congiunte - così forte da far male -
prego e la invoco,
con l’alito caldo di poesia
la cerco in un nome
che non so più pronunciare,
che mi sfuma nella mente
e che non vuole tornare.
Non vedo che lei,
immerso in queste nubi di stantio silenzio
non vedo che lei
e le sue mani mi sfiorano
mi sfiorano il viso,
io con le labbra le accarezzo e le scaldo
provo a parlare ma non riesco,
non riesco …
Fisso il suo sorriso,
quel sorriso che sto solo immaginando
che sto solo immaginando …
ad esso mi aggrappo
mi aggrappo …
Sto impazzendo, non resisto,
il mare è calmo
ma la mia veglia è tempesta,
mi spingo a te ma non ti vedo
non ti vedo …
Non è un sogno questo, non può esserlo …
il mio eco si perde nell’infinito,
nell’infinito …
non riesco a raccoglierlo,
a raccogliere il suo sorriso.
Dov’è lei? La cerco e la invoco,
urlo e di lacrime mi riverso,
trema il silenzio ad ogni mio sospiro,
trema il mondo trema l’universo
non ho che lei … dove sei!?
Mi guardo intorno,
l’istante è spento
e spento è il sogno,
mi abbraccio al buio che mi consola,
e tremo nel mio letto.
ALBA MUSICALE
Nell’aria fumigante di silenzio
gli occhi si schiudono al lume
e si ravviva il pensiero,
s’accende, si smuove,
esala e disperde gli accordi
di fumi pallidi e frastornati
che s’alzano in cielo,
piroettano leziosamente
e d’un tratto svaniscono
lambendo il sereno.
(Abbiamo estinto sulle nostre dita
seriche gocce di tristezza sbiadita)
Non più la notte s’appresserà al mio cuore
nascondendo le lacrime masticate,
trascorrerà il dolore a ogni ora
eppure la melodia interiore permuterà
e la mia nuda voce avrà parte
del coito musicale.
(Mi alzai tremando e gocce di dolore
nel triste risveglio privato d’amore)
E rendimi sollievo oppure delitto,
ma non mi cedere martire
a questo tormento inetto.
E sia comodo amarti
quando il cuore è sepolto
e scorre il sangue in un corpo in esilio.
(“Un Poeta scalcia
nel grembo del proprio Sogno,
trema, stringe i pugni e s’accovaccia
attendendo il pullulare dei sensi
al lancinante parto del giorno”)
FIORIRE
A Fiorenza
Piega la sera la mia voce
a non più esalar note
quando maliziosa m’insinua
un petalo di luna fra le ciglia socchiuse,
tale che alla flebile luce appare,
come figlia della pallida e del mare,
una diafana rara perla
nell’intimo di una conchiglia.
E lì sospesa, in attesa dell’ora,
sfavilla, indugia e oscilla,
tremante stilla che invoca
un altro palpito di ciglia,
per scivolare sulla mia gota
che la condurrà infine sposa
della mia voce schiusa alla vita,
e al tuo nome devota, mia amata.
ODE A LEI
In me ancor vibri fiamma remota
sospinta dal soffio della mia pena
che mi consuma, pian piano mi svuota
e m’incatena.
Corri da lei, da lei che mi tormenta,
dille che voglio indietro la mia vita,
o che n’abbia cura di quella pianta
inaridita!
Oh lei sul cui seno abbandonerei
qualunque mia incertezza e delusione,
e chiusi gli occhi i miei sogni bagnerei
nell’illusione.
Per lei son foglia condotta dal vento,
che vacilla e trasale al suo respiro,
quando sul suo petto il cuor mio sento
e lei rimiro.
MEDUSA
La notte si profila divorando stupori,
tu sei lì che aspetti e ogni tanto muori,
poi rinasci e torni ancora a guardare
quel monotono sbattersi delle onde del mare.
Sorridimi, braccami e infine uccidimi,
sei l’unico incanto che possa redimermi.
Se non mi chiedi mai un dolore che vale
non riesco a capire cosa c’è da lavare.
Ho chiesto in prestito un cuore
che affittasse anche a pezzi il mio amore.
Aspettami in fondo a un viale
che sappia di vaniglia e sapone.
Pretendi allora che non possa sentire
quel lento incedere che incalza il soffrire.
Medusa torna ad imbalsamare gli attimi,
se non ti spogli ti agiti e ti conviene umiliarmi.
La notte si profila divorando stupori,
tu sei lì che aspetti e ogni tanto muori,
poi rinasci e torni ancora a guardare
quel monotono sbattersi delle onde del mare.
Ascoltami, seguimi e infine credimi,
è la cosa migliore che possa succederci.
Se non mi cedi mai un dolore
che fa davvero male, non riesco a guarire.
Ho chiesto in prestito un cuore
che affittasse anche a pezzi il mio amore.
Medusa torna ad imbalsamare gli attimi,
se non ti spogli ti agiti e ti conviene umiliarmi.
ORA SACRA
Respiri affannati
sul sentiero che ribolle
di dionisiache voglie,
bave d’estasi rilucono
divorate dai raggi del sole:
ciglia dorate che dipingono,
di vita e colore avvolgono.
(La cicala attende in ansia
la predica della formica).
Nell’Oriente dei sogni
si affaccia solitaria
la malinconica principessa
che avvolge il tempo
in preziosi tappeti persiani
e vi ricama sopra, con estrema pazienza
i versi della sua nostalgia.
(I mastini del tempo
divorano insaziabili la vita).
Verrà un’ora, ripiena di sacralità
che verserà i calici lungo le strade
scendendo dai colli e sollevando le maree
e farà piovere luce di brina sulle valli stanche,
sarà allora che un dolcissimo lamento
si leverà nell’aria accompagnato dal vento
portando con se la tristezza di un dio che muore.
INFORME
Accarezzo il mio viso deforme
davanti allo specchio
che ha reso chiare le forme
e scovato il difetto.
Mi graffio il cuore
con tremenda estasi e dedizione,
derido il mio cielo
che dentro mi appare sereno.
Sono ora maschera di carne,
sorrido bieco
all’idea d’essere amante
di un angelo quieto.
Rovina il respiro
il chiaro che avverto vicino
e sopprime l’informe
quel dolce sogno che mai dorme.
MALINCONIA
A Mara
Pioggia di foglie d’Autunno:
rivestono i miei silenzi di cupe armonie;
volteggiano e ridestano i miei pensieri assopiti,
danzano con loro melanconiche melodie.
In quel languore che si espande,
d’un tratto, prende forma la mia illusione:
miraggio sfumato impregnato di colore
che vibra riflesso negli occhi del mio stupore.
E’ qui la vita, non altrove!
In questo cielo silenzioso
che sovrasta il mio sentire,
che accarezza i miei giorni e che li lascia morire.
Qui rimane, senza posa,
quella fiaba deliziosa che narrava
dentro un canto del mistero del rimpianto
che sconvolge i sogni miei, ora che piango …
E mi chiedo se ancora si può amare
quando anche gli alberi piangono
e questi occhi che stillavano sensazioni
non restano altro che freddi giacigli
dove un tempo risiedeva l’emozione.
POESIA DI CERA
M’incantavo a rimirare
spazi quieti e silenziosi
e la mia musa era la luna.
Io sono un angelo che si nasconde
e che teme la paura.
Al mio fianco resti assorta
come mite gioia di cera.
Lascia che abbandoni le mie lacrime
sugli stagni della vita
e che disperda i miei diamanti
con il vento della sera.
Non mi angoscio scivolando
ancor più a fondo in mezzo al fango.
So che il cielo può salvarci
piovendoci addosso, ne son certo.
Sono un angelo che soffre
di disturbi di memoria,
sono un fiore che appassisce
quando il buio lo divora.
Resta immobile al mio fianco
tu che coli come cera.
Sono un angelo che trema
e che teme la paura.
LA MALIZIOSA
Cara, schiudi ancora
presagi dolenti
come quando, lasciva,
soffiavi,
e uscivano vermi
fra le tue labbra e attraverso i denti?
Forse ancora ti commuovi
per le pose galanti
che lo sdegnare garantisce
ai falsi amanti.
Non ti muovi,
e sembri un muro di cemento
che castiga il vento.
Il timido carpentiere
indossa il suo sudore
nelle ore di veglia
sognando
enormi membri di marmo
che scassinano
imponenti volte
in chiese gotiche.
Tu ti raffiguri,
madonna gioiosa,
in uno specchio da bagno
a dipingerti il viso
perfezionando la posa.
Sorridi e taci
che già il profumo si è stinto,
rimedi baci
coi tuoi sorrisi pacchiani.
Suss l’ebreo
abbandona l’edificio
dalla porta di servizio.
Ha con se il culto
e tu non puoi non seguirlo;
se scorri la linea del sole,
fino ad oriente,
scoprirai che è oltre il tempo.
Ombreggia il tuo sogno
e musica il vento.
Cara, non appaghi ancora
la malizia che verdeggia
nella mia truce ora.
Eppur ti avviso,
se svanisce
il mio sogno prodigioso
di te non rimarrà più niente,
ne l’orgasmo, ne il riposo
ma l’artificio
di un Faust che mente,
inganna casti,
soffoca fiori,
ed infine
canzona un riverbero.
RESIDUO DI PAZZIA
Per quante volte ancora?
Una voce ha urlato:
sangue infettato!
La pazzia
aveva preso le redini
dell’anima mia,
non più
fino alla morte,
smarrire ogni sorte.
Per quanto tempo ancora,
mai più ricordare
le angosce da dimenticare.
Ah, da domani, da domani basta!
Lasciami entrare
nel tuo mondo glorioso,
morte da riposo.
Ho sofferto tanto,
ho pianto troppo,
devo dimenticare
per continuare a vivere;
suvvia, pretendete il mio Sogno!
Domani è un altro giorno,
già agonizza la pazzia
ed io ho preso la febbre.
Domani vapori di follia,
residuo di pazzia.
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Immagine di copertina di Amelia Rama | |
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