altri dannati
IL GUFO


Solchi i flutti della notte
senza gorgheggi senza frulli
scivoli via silenzioso
sovrano del buio
i tuoi occhi – una corona
di topazi e smeraldi.
Come vorrei celarmi
nelle tue soffici piume
e accarezzare con te
il velluto della notte!


- Paolo Statuti -
NECROFILIA


Lo specchio ne rifletteva il corpo pallido disteso sul broccato rosso che, con l’incisività medesima del sangue, risaltava l’estremo biancore delle sue carni.
I piedi minuti piegati in posizioni innaturali, i muscoli delle gambe rilassati, i piccoli seni discordanti, l’esile braccio penzoloni, il viso cereo gettato sulla spalluccia ossuta, ciocche corvine dei suoi capelli scomposti la nascondevano… ma lo specchio non mostrava il suo volto chino verso l’alto, io mi voltavo però a guardarlo. Non osavo toccarla, cercavo la contemplazione dei suoi occhi vuoti attraverso l’intenso nero che li ottenebrava.
Le labbra dischiuse e smorte avevano ormai perduto la particolare tonalità sanguigna che le rendeva uniche e spietate. Il suo corpo inerte non si sarebbe più mosso: non avrei più assistito alla sensuale naturalezza dei suoi gesti, né alla sinuosità dei suoi movimenti, né all’angelicità del suo crudele sorriso, né all’accecante luce dei suoi occhi raggelanti… eppure avrei potuto evitare tutto questo.
La posseggo ora, ferma e silenziosa. Posseggo il suo corpo e potrò disporne come voglio perché non scalpiterà più quando vorrò abbracciarlo; posseggo la sua bocca che non gemerà, non urlerà e non morderà più quando vorrò baciarla… è nuda, bianca e in mio possesso.
Eppure non desidero toccarla. Osservo la disfatta della sua perfezione e non ho l’istinto di approfittarne prima che sai troppo tardi per riconoscere in lei la mia musa.
Ho ottenuto la vittoria tanto agognata, ma non riscuoto la vincita; sono solo qui a godere dello sconfitto. Troppo vinto perché possa darmi la gioia perversa della sua sofferenza.
Sento scorrermi nel ventre una scossa, come l’avvertimento che ella stia per muoversi. È troppo ferma, non la sopporto. Guardare alla sua staticità e saperla interminabile mi provoca un senso d’intollerabile colpevolezza. Non credo di meritarlo, ne sono irritato. Vorrei sfogarlo, ma ho solo il suo corpo a disposizione, e ormai non posso farle più male di quanto non soffrisse il mio amore. Era amore, so che era amore, ma lei lo temeva, lo rifiutava, se ne sentiva ferita, eppure io l’amavo.

Il tempo accresce il fetore nella stanza, modesta ed ermeticamente chiusa da giorni. Lo sento salire verso il soffitto e mescolarsi all’acre odore dei colori. Si amalgamano sotto il mio naso come a formulare una nuova accusa: la depravazione della mia mente espressasi in un unico, ripetuto soggetto, e impressa sulle tele con la rabbia della frustrazione artistica e sessuale.
Lei era ovunque mi voltassi. Appesa su ogni parete, in ogni forma e atteggiamento, ultimata e inultimabile. Non avrei mai potuto liberarmi del suo ricordo perché avevo passato gli ultimi otto mesi a crearmene l’ossessione, un’ossessione che ancora adesso desidero, con un piacere masochistico e perverso.
Voglio passare il resto della mia esistenza a contemplare i suoi occhi che mi scrutano carichi d’odio e ribrezzo, la sua espressione puerilmente arcigna… e il suo corpo ritratto con la minuziosità del folle e inappagato istinto… o reale, tenerlo qui, su questo divano, finché non ne sarebbe rimasta la polvere, . e allora avrei potuto continuare a farne la mia modella prediletta, in ogni stadio della sua putrefazione: assisterla mentre spontaneamente si spoglia del suo corpo, mentre prima non faceva che negarmi le sue nudità all’infuori della tela.
Avrei potuto ritrarne lo scheletro quando il suo corpo morbido si sarebbe ridotto in polvere, quando la sua pelle sarebbe ormai aggrinzita di ogni cambio di tonalità. Quando l’aria sarebbe divenuta irrespirabile, quando sarebbe divenuta un tutt’uno di olio e cadaveri, non aprirò mai le imposte. Ne morirò se tale sarà il prezzo per la sua morbosa possessione.

Non ci sono orologi. Non c’è sole, non c’è luna. Qui il tempo non ha influenza.
Sento un formicolio nei glutei compressi sul broccato. Probabilmente ho bisogno di alzarmi.
I suoi bianchi seni sono avvizziti. Dalla bocca fuoriesce un rigurgito che scende per il mento inclinato. Non ha più occhi, non ha più quindi valore dipingerle il viso. Cosa me ne faccio di una testa che non ha espressività? Le getterò via. La taglierò via dal suo corpo poiché con la sua pesantezza aggrinzisce la forma perfetta delle spalle. Un coltellaccio, un immagine nella mente, e la sua testa rotola senza sangue sul pavimento sporco.
Ma ora non avevo voglia di nulla se non di continuare ad esistere in quella stanza con la consapevolezza della sua presenza infinita. Mi aggiravo tra il divano, i cavalletti e il tavolo ligneo a passo felpato, come un’anima colpevole sulla via dell’inferno, che riconosce i suoi peccati ma non è pronto a pagarli. Di tanto in tanto mi soffermavo sulla testa sconnessa: era orribile; ma tenerla lì affievoliva il mio senso di colpa: l’avevo staccata dal suo corpo, ma in qualche modo la sua testa era ancora lì a costituire l’unità potenziale…
I resti di un passato, lontano e recente, urlavano insistentemente da buie cavità scavate sotto la fronte rilassata. Quel primo pomeriggio di maggio, la quale attirata dall’odore narcotizzante delle rose si addentrò nel luogo ove la mia arte aveva preso dimora…

Un’immagine mi apparve davanti facendosi largo tra la penombra polverosa; prima di riuscire a scorgerne il volto, la stessa sagoma mi sedusse nella sua sinuosità, il suo passo incerto mi avvinghiò in una stasi contemplativa, e, ormai troppo tardi per ignorarla, il suo aspetto diafano si mostrò integralmente. In quella, una parte della mia mente l’additò nervosamente come l’espressione della mia piena catarsi. Il mio stesso cuore la vide come l’espiazione di quanto c’era di buono e di marcio in me.
I suoi occhi mi scrutavano increduli: evidentemente non si aspettava di trovarvi qualcuno. Mi trafissero per la spietata intensità che dominò sempre in sottofondo ogni sua espressione; e a volte si ha la sensazione che le si accendano di rosso, tanto l’odio che sono in grado di sprigionare…
Forse aberrando per l’incisività che da subito il suo sguardo ebbe su di me, la mia mente, impreparata ad una tale musa, ricostruì il suo corpo bianco accarezzato da veli corvini;ma senza possibile collocazione, i suoi occhi inquietanti si sovrapponevano all’immagine con il criterio di un quadro cubista. Fu la visione più innocente che ne ebbi da lì in futuro.
Anche allora la fissai immobile e impassibile come ora. Ma intanto cercavo di distinguere il moto di impressioni che mi rimbalzavano nel cranio e nel petto. Ne ero attratto e terrorizzato, interessato sia professionalmente che sessualmente, sapevo che avrebbe potuto segnare una svolta, ma non ero certo che potesse riguardare solo il campo artistico… non ebbi a scucire parola finché la vidi voltarsi con noncuranza.
- No! -
Fu l’unica cosa che riuscì a dire nel tentativo di trattenerla.
Si voltò con aria interrogativa. Non so cos’abbia pensato in quel frangente, ma credo che ne avrei timore.
- Scusi? –
il sopracciglio nero sollevato, e una freddezza disarmante nel tono.
- Lei è una strega…? –
domanda ridicola. Un modo come un altro per sentire ancora quella voce dolce: per quanto assurdo possa parere, il suo timbro di voce mi segnalò la sua umanità avvolta nel nero, nascosta dal nero.
Si voltò rapidamente andando a sbattere le spalle sul cornicione della porta. I suoi lunghi capelli neri le caddero sul petto pesanti. Incrociò le braccia e sfoggiò un sorrisetto canzonatorio.
- Una strega? Le sembro tanto brutta?! –
mi piovve addosso il macigno del fraintendimento.
- Oh no! Assolutamente! Io credo che lei sia un miraggio! –
un colpo con la mano ossuta e ravviò i ciuffi impertinenti.
- Lei è un’artista… di voi artisti non ci si può mai fidare! –
- Perché dice questo? –
tornò improvvisamente seria, ma durò un attimo. Il sorrisetto beffardo tornò a prendersi gioco di me.
- Perché è così! Quando dice che sono un miraggio, lo dice da uomo… o da artista? –
- Crede ci sia differenza? –
- Certo che sì! Un uomo apprezza la bellezza perché tale; l’artista no –
Non riuscivo a seguire il suo discorso. Ma mi affascinava l’idea che poteva esserci una sottile distinzione tra un uomo comune e un artista. E lei sembrava parlare ad un alienato.
- L’artista non sa forse riconoscere la bellezza? –
- Questo non lo so, ma comunque non l’apprezza! L’artista trova bella la sensualità, non la bellezza cera e propria –
Come darle torto. Era apparsa, aveva solleticato i miei appetiti artistici e sessuali, e aveva sgrovigliato una matassa di reazioni dandole persino un nome: artista.
Ero quindi un artista degno di questo nome perché avevo desiderato ritrarla nuda e poi scoparla. Godere ogni centimetro di quel corpo che avrei impresso sulla tela nei minimi dettagli, e poter toccare quegli stessi particolari.
- Dunque… non mi ha ancora risposto -.
Interruppe il circolo delle mie riflessioni dolcemente, ed ebbi la sensazione di essere stato risvegliato da un sonno lieve con un piccolo bacio in fronte.
- … cosa devo risponderle? –
Mi chiese di lasciar correre. Mi rivolse ancora le spallucce magre, e stavolta la vidi sparire donde era apparsa: nella penombra polverosa del corridoio. Non avevo più parole per fermarla.

Giaceva morta davanti ai miei occhi. Ma l’alito di vita che ardeva in lei non le aveva mai colorato le guance, non le aveva mai fatto brillare di gioia i suoi occhi, non aveva mai animato le sue reazioni agli eventi. Probabilmente non era mai stata completamente viva.
Qualcosa di preponderante in lei non era mai vissuto. Camminava stancamente su un percorso futile in perpetua catatonia; e intanto rifletteva… questa era l’immagine che di sé rilasciava agli altri.
Ora che anche la debole fiammella, che raramente la faceva sorridere e forse troppo spesso pensare, s’era spenta del tutto, avevo l’impressione che stesse ancora ponderando le circostanze. Da ferma.
Ad un tratto alzai lo sguardo, e m’imbattei nei suoi occhi vitrei. Sembrava che lei mi chiedesse di morire… sembrava che lei mi chiedesse di morire! Per lei avrei potuto farlo… penso che avrei potuto davvero farlo. Ma probabilmente non sapeva neppure di volermi morto: chi schiaccia un insetto non intende ucciderlo vuole solo che smetta di dargli fastidio. Io non intendevo ucciderla…
Eppure se l’amassi davvero sarei dovuto sparire. Sono sicuro che sentiva ancora il mio sguardo che la spogliava. Era nuda, ma il mio sguardo continuava ad indagarla. Odiava i miei occhi su di lei, sapeva che non si erano mai fermati in superficie. Non lo aveva mai tollerato. Avrei dovuto farlo per lei, sparire per lei.
Ma lei è già morta. Probabilmente non si accorgerebbe della mia morte; probabilmente non si accorgerebbe che sono morto per lei, eppure vedo il vuoto del suo sguardo sputare sulla mia esistenza . vuole che smetta di fissarla.

Tornava a volte. Veniva a mostrarmi la figura che agognavo possedere. Me la mostrava, senza intenzione di cedermela.
- Poseresti per me… per un mio quadro? –
Quanto tempo impiegai in costruzioni mentali, quanto tempo perso a sognarla distesa su un drappo… eppure nulla di tanto difficile fu pronunciare questa frase. In questa avevo riassunto il concetto di “bellezza per l’artista” che ella mia illustrò la prima volta che, sfuggente come un’ombra , m’apparve dinanzi.
- Per te? … o per un tuo quadro? –
Sorrideva maliziosa. Scostò i capelli dal collo bianco e inaspettatamente lasciò il cornicione dell’uscio e venne verso di me con passo suadente.
- … per un quadro… -
bisbigliai questa risposta a mezza bocca, mentre palesemente ingoiavo la verità.
- Per un quadro? –
l’abito nero le crollò ai piedi. Non si arrestò; si slacciò il reggiseno e fece poi scivolare gli slip neri. Si voltò e i lunghi capelli neri le frustarono la spalla sinistra. Congiunse le mani sul bianco sedere, e lentamente si sdraiò sul broccato rosso.
Schiacciò il ventre sul divano senza mai abbandonare il mio sguardo estasiato.
- Allora dipingi pure -.
Non disse altro. Ma i suoi occhi parlavano. Mi rimproveravano tacitamente la misera bugia: ella sapeva benissimo che il suo corpo nudo era quanto di più eccitante potessi immaginare; l’arte era la scusa affinché potessi dare forma reale ai miei pensieri conturbanti, ne erra conscia e mi provocava, crudele punitrici di animi abbietti.

Ucciderla era l’unico modo che perché smettesse di sfuggirmi. Passò molto tempo da quel giorno. Veniva tutti i pomeriggi nel mio studio, si spogliava, io la ritraevo.
Cominciavo a credere di avere dei diritti su di lei.
Una sera smisi ad un tratto di dipingere, poggiai i pennelli e senza dire una parola mi andai a sedere accanto al suo corpo nudo. S’alzò. La tirai per un braccio, volevo abbracciarla. Sgusciò via agile e sottile come un’anguilla, riprese gli abiti e corse via… Pensai di averla persa.
Ma tornò. Giorni dopo la sua testolina nera fece capolino dalla porta del mio studio. Andò a sedersi sul divano senza mai incontrare il mio sguardo che ne seguiva ogni passo, incredulo.
Era tornata, questo bastava.
Non si spogliò, non sorrise. Fece un cenno con la testa: mi invitava a dipingere come se lei avesse sempre posato così. Mi chiedeva di “continuare” un disegno che non avevo mai cominciato. Avevo sempre dipinto in funzione del desiderio che provavo nei suoi confronti, lei lo sapeva, e mi si mostrava nuda, senza che avessi mai dovuto chiederlo.
Ora no. Aveva varcato la porta silenziosa e inespressiva, si era seduta, e torva, a braccia conserte, fissava le gambe del cavalletto. Pareva una bambina capricciosa, sgridata dai genitori. È così che la dipinsi.

Fu il mio capolavoro, l’opera migliore in assoluto, e appena compiuta ebbi le impressione di non poter raggiungere vertici più alti.
Semplicemente un divano, non “quel” divano. E una bambina sotto i dieci anni, una bambina vestita di rosso, ma con i suoi capelli, i suoi occhi…
A lei non piacque quel quadro. Glielo mostrai soddisfatto, felice ed entusiasta. Lei infranse il terreno sotto i miei piedi con una freddezza incrollabile. Due parole, un fil di voce… “è orribile”.
Sentivo queste parole rimbalzarmi nel cranio con una forza d’urto insostenibile… “è orribile… orribile… orribile”.
Quando ripresi coscienza mi accorsi che ella lo aveva bruciato. Era seduta sui talloni, il fiammifero spento in mano. Guardava impassibile la fiamme che divoravano l’opera che avrei voluto regalarle. La stessa luce si rifletteva nei suoi occhi neri, l’inespressività svanita: il suo viso era ancora teso di perfidia, bianco e affascinante.
Quanto mi eccitarono quegli occhi ardenti.
Il sangue ribolliva nelle vene tanto da accecarmi completamente alla ragione. Camminai verso di lei, spedito. L’afferrai, e la strinsi così forte da sentire il suo piccolo grumo di sangue nel petto battere impaurito. Non urlò mai. Si dimenava però, allora più la tenevo stretta e il respiro le moriva in gola, tossì. La baciai. La adagiai a terra, e non ci furono più calci, sberle o scosse che tennero. Durò poco, ma potevo dire di aver vinto. Lei era però già morta, soffocata da un mio abbraccio disperato.


- Nerissia (Roberta D'Intinosante) -
LA BAMBOLA


Quello che continuava ad attirare i miei sguardi erano i merletti. Nere, rosse, gialle danze di seta, spensierati giochi di fili, ipnotici ghirigori, inspiegabile fonte di pura gioia. Volteggiavano tra i capelli, sostavano un attimo sul petto e si adagiavano, ridenti, ai bordi della gonna un po' scolorita. Il loro lussureggiante fulgore, il loro splendore quasi irreale non mancava mai di stravolgermi, frastornarmi.
Ma superata la meraviglia, i miei occhi scorgevano un'altra bellezza, pacata, discreta... come lo spettatore inesperto che si lascia conquistare dallo sfarzo barocco, e solo in seguito coglie la delicata perfezione, la pacata armonia di un'opera rinascimentale, così la mia attenzione sui spostava solo tardivamente sul viso. Come racchiudere in parole, in vacue combinazioni di lettere, tutta la pace sospesa su quelle guance, su quella boccuccia rosea, sulla fronte poco spaziosa, sugli occhi di un imperturbabile celeste... proprio quei grandi occhi, circondati da ciglia lunghe e scure, sormontati da una frangia di riccioli neri, avevano il sottile potere di calmarmi. Nelle mie notti agitate, martoriate dalle allucinazioni, in cui desideravo solo che la mia mente si sciogliesse, perdesse corpo e forma e finalmente mi liberasse della sua folle, malata presenza, quegli occhi mi sussurravano dolci, semplici parole, mi narravano storie di principesse e principi, di streghe sconfitte da fate bellissime, di draghi buoni e vecchie sagge, castelli, duelli di spade. E io mentre, sereno, mi lasciavo cullare da quei racconti, ringraziavo silenziosamente le infermiere che lasciavano ogni sera la luce accesa, permettendomi di osservarla ancora, e ancora, e ancora...
Per quanto mi sforzi, non mi riesce di ricordare la prima volta che la vidi;purtroppo ho perso ormai da tempo la capacità di catalogare informazioni, di immagazzinare particolari, spesso persino di distinguere tra realtà e sogno... ma mi piace pensare che essa fosse qui da sempre, a fissare col suo sguardo celeste il medesimo letto vuoto, in attesa di qualcuno. In attesa di me. Provo un sottile godimento nel figurarmela seduta, in quella posa elegante e insieme rilassata, tutta intenta a contare le ore, i minuti, i secondi che la separavano dal mio ingresso nella sua vita... è l'ossessione dell'amante, illudersi che l'oggetto del desiderio abbia sempre vissuto in funzione del loro incontro, la smania di essere "l'unico", "il solo" ieri, oggi e per sempre. L'insicurezza del genere umano che torna a colmare qualunque cosa,anche l'amore.
Già. Perchè ora, in piedi su questo davanzale, la mano già protesa verso il vuoto, posso dire con certezza di amare Meredyth. Penso di averlo compreso appieno solo quando ho sentito il mio già precario equilibrio psichico infrangersi insieme alle sue dita laccate di rosso, alle sue braccia grassoccie. Quando ho visto i merletti stroncati al suolo, calpestati, accecati, spenti per sempre. Quando osservandone gli occhi non ho sentito nulla, erano solo sfere dipinte con della vernice, non avevano più suono, non avevano più voce, non avevano più parole, non conoscevano più favole. E in un attimo l'enormità di ciò che era successo mi ha invaso, il gesto distratto di una donna delle pulizie è divenuto strage, abominio, tragedia. Un colpo di scopa per stroncare due vite. Inebriato da quegli arpeggi di stoffa, incantato dalle soavi parole del suo sguardo, la schizofrenia, il coltello lacerante della pazzia, erano un'ombra lontana, tenebra di un altro mondo, non di questo, non del mio, dove c'era spazio solo per una immensa, smisurata felicità. Ora niente ha più senso, l'amore è solo cocci, è solo un abitino stinto, è solo uno sguardo muto...
E mentre precipito al suolo, chiudo gli occhi e la vedo. Com'era.Prima che accadesse. La mia bambola.


- Fiorenza Panaccio -
FRAMMENTI DI LUCE


Come in uno specchio rotto,
frammenti di luce,
frammenti di vita.
Ciò che prima era
non è più.
Distorte le immagini riflesse.
Tra le mani rosso vermiglio.
Sullo specchio,
come un diamante,
brilla una trasparente lacrima.


- Antonina Bambina -
IL SEGRETO DEL PASSATO


Attraverso lo specchio del mio dolore,
guardo alle mie spalle.
Il tempo che è scivolato veloce fra le mie mani;
ha lasciato la mia anima piena di cicatrici.
Ferite incise,segnate;
mentre il buio mi avvolgeva nei pensieri che mi tormentavano.
Con loro mi trascinavano,
lasciando in me il senso del dolore,
la voglia del peccato che mi attirava...
Il bene o il male?
Non aveva più importanza...
Volavo attraverso i ricordi,
mi spingevano i rimorsi,
e le mani della tristezza volevano portarmi via con loro...
Le soffici nuvole della gioia mi avvolgevano;
allo stesso tempo,
il temporale della confusione continuava a danzarmi con i suoi fulmini,
davanti agli occhi,
stanchi...
Piccole fiammelle di luce;
ruotavano intorno al mio corpo,
steso sulla mano della mente...ormai fragile...


- Kyra -
Nell’ antro buio
Del mio Io
Fingo d’ esser bella.
Mi accendo di rosso
Come una farfalla.

Mi tingo il ventre
Di porpora e non ho pudore.
Con due dita scendo fin dentro
Al caveau del mio Cuore.

Scendo ed esploro
Valli e luoghi sconosciuti.
Per solcarmi tutta
Bastan solo pochi minuti.

Mi agito e mi dimeno
Per lunghi intensi istanti.
Nella frenesia
Sogno 100 e poi 100 amanti.

Dimentico chi sono in realtà.
E vado più a fondo.
Quasi violo la mia intimità.

Sono libera e senza inibizioni.
Solo la forza di due dita
E cadono a terra le mie frustrazioni.

Ansimo e godo soddisfatta.
Un po’ più a fondo
E di piacere divento matta.

Divento matta a star sola
Ed è per questo
Che così in alto il mi animo ammalato
Vola.

Vola da un posto all’ altro
Senza controllo.
Il sangue mi parte dal dito e arriva al cervello.
Ogni angolo rinasce.
Il mio corpo fiorisce.

Sono ostaggio dell’ abilità delle mie mani,
ma non so come questa mia ossessione
si chiami.

O forse sì. Un po’ ne ho idea.
Son piccola e pulsante.
Il mio cuore di carne
Se solletico
È rovente.

Lo amo. Lo coccolo. Lo accarezzo.
È solo mio.
E tu vai via!
Tieni lontano il tuo volgare attrezzo!


- Alessandra Di Gregorio -
Ripercorro strade già calpestate
Luci stanche di illuminare
Occhi spenti per parlare
E bocche desiderose solo di tacere

Ritrovo odori già sentiti
Tra rumori sordi di auto affamate
E vagoni treno del passato

Riconduco il silenzio nel buio di un mattino
Tra luci cupe e urla soffocate
E il solo sapore che conosco
Tra attimi già vissuti
E' il tuo bacio che mi carezza
Tra lacrime mai conosciute


- Annina Filosa -
FIABA


Reggendo sconosciute fiabe
aspettando l'ora che non torna;

Una lacrima dice: «un bacio»
oltre il velo dell'amore nascosto,
ricordando l'indimenticabile giornata passata con il suo
principe.

Un sorriso dice: «una carezza»
foglie al vento tremano come il corpo della ragazza sfiorato
dalla mano di lui;

Uno sguardo dice: «amore»
nel cielo buio un lampo di luce come un tuffo nel cuore
della ragazza.

I due si amano e la fiaba continua...
come la dolcezza di entrambi scorre nel sentiero
dell'amore...


- Marinella Scarico -
Appicco il fuoco in Etiopia, culla della Vita...
Osservo ed invoco le fiamme perchè la brucino...
Raccolgo le ceneri nelle antiche anfore ancora colme di lacrime, le lacrime del mondo che piange...
Ancora inchiodato alla croce lignea... Cambio la sua corona di spine mentre la stella cade dal cielo della terra sacra che si tinge di rosso sangue...
Lo bevo, imbratto le mie nere bianche vesti vomitando purezza...
Satura di blasfeme perversioni lego il cappio al mio collo...ora soffoco ridendo sadica...


- Ramona Di Maria -
Il silenzio, voglio il silenzio.
Fate tacere le voci odiose
di tutti i miei tormenti.
Quel sussurro martellante
che invoca tutti i miei incubi
shshsh… fate silenzio!

Tutte le bellezze del mondo
si sciolgono in un sorriso.
La voce non può raccontarlo.
Con le orecchie tappate
cerco di ascoltare
la sinfonia dei sogni.
Attraverso una lacrima vedo tutto
magnifico. Tutto tace.

Il sussurro è diventato urlo
isterico di sanguinea convinzione
tagliente di odio stagionato
shshsh… voglio dormire.
Lo cercherei in fondo
a una fiamma verde morente.
La morte stessa pregherei.
Aiuto!
Sotto le croci di un cimitero vorrei…
un fiore di silenzio
un fiore di silenzio
un fiore…

Fate tacere anche il silenzio
shshsh…


- Amelia Rama -
DAVANTI A ME


"Io mi chiedo se una stazione che si allontana può essere la fine del mondo.
...lui era un pensiero dolcissimo e si spezzò dal fischio di un treno...lui...sorrise un po' poi l'ho visto girarsi e andarsene mentre rimpiccioliva sempre più...Quel pensiero dolce ormai era morto!

Un altro pensiero, odioso com'era sublime il primo, si fece strada, prepotente, affiorando nella mia testa e rimbombando come il terribile fischio di questo treno...Lui si girava e usciva dalla stazione e si era già dimenticato di me, mi aveva abbandonato consegnandomi a quel ferro vecchio che mi sembrava una trappola. Mi sono sentita allora bagnare gli occhi da lacrime bollenti, le ho sentite rotolare giù sul mio viso e arrivarmi alle labbra, e bruciarmi poi al morso che mi ero data nel rabbrividire a quel pensiero."






Sta scrivendo nel suo diario tutta l'angoscia, la vedo lì, con la testa bassa, il trucco sciolto. Ora si è fermata e fissa la finestra con le serrande abbassate, il suo riflesso sul vetro le piange contro e lei nasconde il volto fra le mani e si perde in singhiozzi. Le passo una mano fra i capelli ma lei, come al solito non mi sente, ...non mi vede, non si è mai accorta della mia presenza...piange con una disperazione che sembra descrivere la follia, si contorce su se stessa.

Io...io provo ad afferrare la sua mano per tirarla su, ma non ci riesco, lei sembra fatta di luce, sembra impalpabile.

Scatta all'improvviso e scatto indietro anch'io per il suo movimento inaspettato. Vedo che comincia a muovere la testa in segno di negazione, ha un'espressione terrorizzata sul viso! Si alza. Ora non piange più ma sembra arrabbiata. Va verso la porta...

Sta squillando il cellulare, quella dolce melodia composta solo per lei la blocca. Si gira con uno sguardo disperato. Rimane ferma per un po' ad esitare al centro della stanza, poi piano, leggermente indecisa, va a rispondere.

Ecco, è lui, altrimenti non avrebbe le lacrime agli occhi!

"Pronto?!" e la voce le trema!

"Amore, sono io, mi stavi mancando e ho pensato di chiamarti. Come stai?"
Le lacrime già le sono scese giù per il viso irrigidito in una smorfia d'angoscia, dagli occhi arrossati traspare tutto il dolore. Vorrei abbracciarla ma non la riesco a sfiorare. Non riesco a parlarle nemmeno, cioè, lei non mi sente! Sembra così piccola con quel telefonino all'orecchio, mentre si morde il labbro per non far sentire a lui che sta piangendo.

"Amore, ci sei? Perché non parli? È successo qualcosa?" sembra preoccupato, ma quella dolce creatura in ginocchio, non respira, quasi soffoca decisa a non fargli sentire quel singhiozzare che la prende d'assalto.

"Dimmi qualcosa, dai! Perché non parli?" e stavolta spaventato aggiunge con un tono impaziente:

"Per favore rispondimi tesoro, mi stai facendo preoccupare!"

Lei non ce la fa più. La vedo là, seduta per terra. Si morde le labbra e strizza gli occhi però si lascia scappare un sospiro che racconta le sue lacrime mentre esce dalle labbra vibranti.

"Sei arrabbiata con me? Io ti amo.. dimmi che ti ho fatto almeno!" le chiede lui un po' confuso.

Lei fa uno sforzo per inghiottire la saliva e gli risponde con un filo di voce con altre domande:

"Tu mi ami? E per quanto? Domani te ne andrai o forse già stasera?" piano, piano alza la voce "Oppure mi hai chiamato per lasciarmi! Dimmelo dai, tanto mi lascerai prima o poi!"

"Ma cos'è successo, sei diventata pazza?!"

"Bravo, l'hai detto!" gli urla e lancia il cellulare contro il muro, lo sente sbattere, lo vede aprirsi e cadere a terra in due pezzi. Rimane lì, per terra, seduta a piangere immobile. Un rivolo di sangue le scende dalle labbra masticate. Chiude gli occhi ed è travolta da un brivido, poi li riapre e sente salire nuove lacrime ad appannarle la vista.

Ecco, ora si alza, io non posso fare nient'altro che stare a guardare. È uscita dalla stanza e sta andando in bagno.

Eccola là, ferma davanti allo specchio. Si guarda e piange. Ad un tratto sposta lo sguardo, ha una strana espressione che non mi piace per niente. Fa un passo avanti e apre l'armadietto.

No , non puoi farlo, non puoi farlo, ti prego non lo fare!

Dio, con quante cose si può fare male e stavolta non ci sarà nessuno a fermarla.

L'anno scorso ha provato con un rasoio, e anche quella volta io c'ero a guardarla senza poter fare niente...ma quella volta c'era anche lui. Le ha tolto il rasoio dalle mani, l'ha presa fra le braccia e non ha smesso di baciarla fino a quando si è calmata. Quella volta c'era lui, ma non c'è oggi!
... prende tutti gli oggetti pericolosi in mano, li guarda e poi li rimette a posto. Ha preso una bottiglietta fra le mani, la osserva come se cercasse di vederci la morte dentro.

La sta aprendo...Fermati, fermati, perché non mi senti? Sono delle piccole pillole bianche. Ora esce dal bagno, attraversa il corridoio e, arrivata nell'ampia sala, posa la bottiglietta sul tavolo con quella tovaglia bordeaux di organza cangiante che le piace tanto. Si ferma sempre a guardare quel tavolo. Una sera, qualche anno fa prese quella tovaglia per due angoli e cominciò a saltare e girare alzandola controluce per catturarne i bellissimi riflessi. Volteggiava senza fermarsi fino a che cadde sul divano lasciando il copritavolo in aria che scese poi come un velo luccicante arcobaleno coprendola e lei non smetteva più di ridere...

Adesso ha in una mano un bicchiere e nell'altra una bottiglia di whisky e va a sedersi vicino alla bottiglietta con le pillole bianche. Ne prende una dopo aver riempito il bicchiere di whisky e comincia a bisbigliare qualcosa. Dice ripetutamente la stessa frase:

"le pillole di mamma e l whisky di papà, le pillole di mamma e l whisky di papà...Ciao piccola!" fa ad una sua foto da bambina che la guarda dal centro del tavolo. "ciao piccola...brindo a te!" dicendo così manda giù la pillola con un sorso di whisky mentre due lacrime le scendono, calde. Continua a mandarne giù altre nello stesso modo.

Ne avrà prese una ventina ha svuotato anche il bicchiere. Ora svuota tutta la bottiglietta sulla mano destra, ci sono cinque pillole, si alza e prende la bottiglia di whisky. "Le pillole di mamma, l whisky di papà" sussurra con un semisorriso triste che si insinua fra le lacrime asciugate e quelle che stanno per sgorgare e manda giù le pillole con un paio di sorsi. Ha ancora gli occhi lucidi ma lo sguardo è spento. Io posso solo assistere muta e immobile alla scena, tanto non riesco a fare niente, non posso fare niente. Io posso solo guardarla e soffrire, ormai lo vedo chiaro il suo destino. Stavolta lui non c'è a salvarla.

Dio mio, che cos'hai fatto, stupida!

"Dio mio, che cos'ho fatto!" ripete dopo un secondo anche lei. È strano!
È sconvolta, si vede che è tornata in se. È diventata pallida, le pillole cominciano a fare effetto a quanto pare.

Piccolo angelo incosciente, guarda cos'hai fatto, eccola, ora comincia a tremare. Ti gira la testa, vero piccola?!...Ma tanto non mi senti!

"Mi gira la testa, sto per svenire." balbetta con la voce che le trema. Sembra faccia fatica a stare in piedi e appoggia le mani al tavolo. Trema, vibra tutta! È impossibile che mi abbia sentito però!

Si sente il rumore di gocce che cadono, è lei. Ecco che alza la testa, ha visto anche lei il sangue sul tavolo. Si mette istintivamente le mani sul viso, si tocca il naso, la bocca, per capire da dove viene il sangue. Si guarda le mani e butta un urlo tremendo che sembra provenirle dall'anima. Ha fatto uno scatto indietro ma le mani insanguinate sono le sue e non se ne può allontanare. Se le pulisce sulla maglia piangendo e si appoggia con la schiena al muro accompagnata da scatti nervosi. Sembra guardarmi e ha un espressione terrificata. I suoi occhi sono fissi su di me. La sento pronunciare sussurrando:

"Tu chi sei?" mentre mi fissa con gli occhi sbarrati, non è possibile però, lei non può vedermi. All'improvviso grida terrorizzata:

"Chi sei?" e poi piangendo scivola con la schiena sul muro e con un filo di voce:

"Dimmi chi sei!"

Poi si copre il viso con le mani mentre continua a sanguinare dal naso e, con una voce strozzata comincia a ripetere disperatamente:

"Io sono pazza , sono pazza," e guardandomi poi urla "sono pazza!"

Cerca di alzarsi per uscire dalla stanza mentre io sono pietrificata, ma un capogiro la fa collassare e cade a terra. Dev'essere svenuta.

Sanguina per terra da almeno un quarto d'ora, ha perso molto sangue, è sotto l'effetto delle pillole che ha preso, erano venticinque, e dell'alcool. Chissà se si risveglierà ancora!?

Io mi aggiro in questa casa come un fantasma senza poter toccare nulla. L'ho anche spaventata, io che volevo solo aiutarla, le sarò sembrata un fantasma davvero.

Adesso è lì, per terra, priva di sensi, dolce angelo folle, si sta allagando di sangue. Questa è un‘emorragia.

Stavolta è davvero finita, mio dio, è davvero finita.








Sento una chiave girarsi nella serratura, corro a vedere chi è.

È lui, si ferma all'ingresso del corridoio, impallidisce, in un attimo ha già capito. Si precipita in sala.

Lei è là, sdraiata sul pavimento, i capelli sparsi, neri, contrastano con i suo viso pallido, è così bianca! Sembra addormentata, forse lo è davvero,...oh, vorrei che fosse così, ma lei dorme su un letto di sangue che le rende tragico il sonno. Un rivolo rosso dal suo naso delicato le attraversa la guancia. Vedo lui , inginocchiatosele vicino che le prende la testa, la scongiura di aprire gli occhi.

" Amore, amore no, ti prego...no...perché, perché ..." io sento tutto cosi confusamente eppure sto in ginocchio vicino a loro! Piange, lui piange, infine si piega travolto da un singhiozzo su quel corpo bianco esangue, immobile, che sembra animarsi per un attimo scosso da un impercettibile brivido. Mio Dio, è ancora viva, forse non morirà, voglio che viva, io.. si, voglio che viva! Lui la guarda negli occhi, ora che lei lo può vedere. Ora che ha riaperto gli occhi, un filo soltanto, si, ma lei lo guarda, con un sospiro strozzato che non riesce a parlare. I suoi occhi spenti luccicano di un piccolo bagliore, vuole parlare, lui le accarezza il viso. Sento lacrime calde che mi scendono, non morire, non morire!



Comincia a tremare all'improvviso, si contorce in una smorfia di dolore, alza la testa, soffoca, con la bocca aperta non riesce a respirare. Lui la prende fra le braccia, la scuote, la stringe, non sa più che fare. Piange.



Invece lei si contorce agonizzando...vomita boccate di sangue. Chiude gli occhi.

Lui la stringe al petto piangendo a testa bassa, poi, piano alza il viso, disperato, spalanca gli occhi, mi fissa, sembra che guarda proprio me che ormai raggomitolata in un angolo non mi muovo più. Mi fissa, mi fissa, il suo sguardo sembra scongiurarmi. Gli sento dire con un filo di voce mentre mi guarda" torna qui amore, io ti amo, torna qui".

Mi sento di pietra, non riesco a muovermi, sono... sono completamente immobilizzata. Lo guardo con una calma forzata e isterica, vorrei chiedergli aiuto, non posso, la sua immagine sbiadisce, sempre di più mentre intorno a me si fa sempre più buio, ho freddo. È tutto buio, tutto tace...non c'è più niente, questo è il nulla.


- Amelia Rama -
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Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; cerca egli stesso, esaurisce in se stesso tutti i veleni, per conservarne soltanto le quintessenze. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il gran malato, il gran criminale, il gran maledetto, - e il sommo Sapiente! - Poichè giunge all'ignoto! Avendo coltivato la propria anima, già ricca, più di ogni altro!
(Arthur Rimbaud)
 
 
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