Le barche degli dei
Nella testimonianza di un archeologo italiano il
racconto di un incredibile documento inciso tra i muri di un tempio
minerario nubiano. Si tratta di una delle mitologiche "barche degli
Dei" oppure un incisione ispirata da qualcos'altro?
Abbiamo deciso di pubblicare quest'articolo in quanto, sebbene
l'argomento sia controverso, il bassorilievo al centro del tema esiste
realmente. Ne fece menzione già Alberto Fenoglio nel 1980 nel
suo "I Misteri dell'Antico Egitto" (MEB) ma mai sino ad ora era stato
fotografato e presentato su una rivista specializzata. Si tratta di
un'esclusiva assoluta. Al di là delle opinioni del noto
egittologo, presentate attraverso l'autore dell'articolo, che possono
essere condivise o meno, l'anomalia che esso rappresenta richiede una
spiegazione. Lasciamo a ciascuno di voi la propria idea assicurando,
quale redazione, di approfondire direttamente e personalmente la
questione appena possibile.
Sull'Egitto antico, dal Periodo Protodinastico al Periodo Greco Romano,
sono state scritte tante cose, più o meno credibili.
Naturalmente ciò non significa che in quasi duecento anni, dalla
conquista di Napoleone dell'Egitto ai giorni nostri, non siano stati
compiuti notevoli progressi nell'interpretazione delle tradizioni, del
linguaggio e della storia di questo popolo che ha preceduto la cultura
ellenica e latina di almeno tremila anni. Resta comunque una gran
quantità di interrogativi tra i quali, come spesso qualcuno si
chiede: la preistoria egizia, come quella del resto
dell'umanità, fu aiutata da gente proveniente da altri pianeti?
É un'ipotesi fantascientifica ma possibile. Seguiamo il racconto
fattoci da un noto archeologo/egittologo italiano che chiameremo con un
nome fittizio, per la sua volontà di mantenere l'anonimato, il
quale due anni fa durante un viaggio esplorativo nelle miniere aurifere
del Kush (Nubia), l'attuale Sudan, trovò qualcosa che gli fece
trarre alcune interessanti conclusioni. Ecco dunque l'affascinante
narrazione dei fatti.
Il racconto
"Era il mese di giugno del 1997 e mi trovavo a lpet-Resit, l'attuale
Luqsor, ospite del Winter Palace, un albergo in cui la classe, il
lusso, l'eleganza retrò dell'epoca vittoriana, trasuda da ogni
pietra, mobile, arredo. Il décor coloniale, la quiete dei suoi
padiglioni da the affacciati sul Nilo, erano quasi palpabili come un
oggetto... come un fiore. L'unico elemento stonato, in quella pace
irreale, ero io, roso dalla tensione per l'attesa della visita che
dovevo ricevere.
Amhaur, un antiquario sudanese, depositario di molti segreti, in
sospetto di trafficare pregiati reperti archeologici, finiti non solo
nelle mani di raffinati collezioni, ma nelle sale dei più famosi
musei del mondo, arrivò puntuale come uno svizzero, sfatando la
leggenda che gli arabi sono soliti a fissarti un appuntamento
indicandoti l'ora senza stabilire il giorno e l'anno. Me lo trovai di
fronte all'improvviso nel gazebo dove stavo facendo colazione. Pareva
che il caldo non lo infastidisse, oltre alla giacca e alla camicia si
era messo perfino la cravatta.
- Buon giorno Mister, come vede non ho fatto ritardo... - Parlava un
discreto italiano essendosi laureato all'Università per
stranieri di Perugia.
- Risposi invitandolo a sedersi e prendere un caffè turco in mia
compagnia. Erano le nove e trenta del mattino quando iniziammo la
nostra trattativa, a mezzogiorno stavamo ancora discutendo sul prezzo
di quella "spedizione" che lui da buon levantino aveva ritoccato
più volte adducendo mille difficoltà e rischi che sapevo
inesistenti. Alla fine, seppure in estremis, ci accordammo; ventimila
dollari Usa per lui e per gli amici influenti che dovevano aiutarlo.
Una bella cifra, che il risultato finale della missione avrebbe
ampiamente compensato. Cosa mi aspettassi di trovare fra quelle
montagne della Bassa Nubia, l'Eldorado dei Faraoni, lo capirete
seguendo il mio racconto. In quella zona desertica c'erano decine di
miniere d'oro chiuse da millenni perché i filoni di quarzo
aurifero, che avevano fatto la ricchezza dell'Egitto antico, avevano
finito con l'esaurirsi giustificando la loro chiusura. Gli egizi
chiamavano l'oro nebu (la carne degli Dei) e lo rappresentavano col
pittogramma di una collana composta da una tripla fila di pendenti,
mentre chiamavano djam l'elettro che associarono al geroglifico
dell'oro aggiungendovi un simbolo di potenza, lo scettro, sormontato
dalla testa del Dio Seth, il Signore del deserto.
Ma torniamo ad Amhaur. Ci lasciammo, dopo avere pranzato, col patto che
saremmo partiti l'indomani mattina di buon'ora con un elicottero
autorizzato a percorre la tratta Luqsor-Khartoum. Infatti atterrammo
all'aeroporto della capitale sudanese dopo avere sorvolato tutta la
valle del Nilo, un incanto difficile da dimenticare. Presi alloggio al
Sudan Hotel e salii subito in camera a farmi una doccia rinfrescante.
Il termometro all'esterno segnava oltre quaranta gradi. La mia guida,
invece, se ne andò a sbrigare le sue pratiche poco ortodosse, ma
che comunque ci avrebbero permesso di accedere quella miniera
rigidamente sorvegliata.
Il viaggio notturno
Lo rividi all'imbrunire. Indossava un abito coloniale di un bianco
così smagliante da fare apparire grigio il latte. Dalla sua
inseparabile ventiquattrore estrasse un fascio di fogli con in testa la
dicitura di vari Ministeri e in calce una caterva timbri e di firme che
parevano ricami.
- Tutto in regola Mister. Domani il nostro elicottero ci porterà
nella zona che c'interessa, purtroppo gli ultimi cinque chilometri
dovremo farceli a piedi. Quest'oggi ho dato ordine di caricare a bordo
una tenda da campo, sotto cui dormiremo per la prima notte, torce
elettriche e una buona scorta di cibi e bevande.
Durante la notte, stentai a prendere sonno, tanto la mia mente era
impegnata a immaginare l'impossibile. Che il rilievo esistesse
veramente non c'erano dubbi, Amhaur non era uomo capace di mentire,
né tanto meno di farsi pagare una somma che non avrebbe
meritato. Lo conoscevo da anni e suo tramite avevo fatto diverse
interessanti scoperte, compresa la lettura di un lungo papiro trovato
quasi intatto, da alcuni scavatori clandestini, nell'antica Akhetaton,
la capitale del Regno di Ankhenaton, colui che invano tentò
d'imporre un Dio unico al suo popolo, precorrendo Mosè e Cristo.
Che fine abbia poi fatto quel manoscritto che da solo poteva sfatare
tutte le sciocchezze, dette e scritte sull'Egitto, non lo so. Di sicuro
chi lo ha acquistato avrà dovuto pagare una somma da capogiro.
All'indomani il volo durò un'ora e atterrammo in una valle cinta
per tre quarti da montagne dalle inconsuete striature rossastre che
spiccavano evidenti sui fianchi franosi di un brillante nero antracite.
Il sole era da poco spuntato oltre le vette e le ombre degli speroni
rocciosi e delle rare acacie erano ancora lunghe sul terreno
circostante. Attorno a noi una ragnatela di piccoli uadi, corsi d'acqua
a regime saltuario, che traevano origine da un'unica sorgente nascosta
chissà dove fra quelle catene di monti dove si trovavano i
filoni di quarzo aurifero.
Mentre il pilota e Amhaur montavano la tenda, io feci un giro attorno
armato solo della mia Nikon e di un bastone chiodato per tenete lontani
i serpenti particolarmente aggressivi in quella stagione. Oltrepassata
una piccola gola mi trovai di fronte ad una largo spiazzo che i
sudanesi chiamano khor, dove il terreno era stato sconvolto da migliaia
di cercatori di pepite, prima che il Governo ne vietasse la ricerca,
pena vent'anni di carcere duro. Scattai diverse fotografie riprendendo
le rovine di alcuni palazzi non interamente distrutti. Forse erano
state le dimore dei sovrintendenti alle miniere o di qualche alto
ufficiale della guardia egizia.
Trascorremmo la giornata a fare preparativi per l'escursione del giorno
dopo. Il pilota sarebbe rimasto al campo per controllare il suo
velivolo.
- Mister - mi spiegò Amhaur - la miniera che visiteremo domani
è stata abbandonata già in periodo Saitico e riaperta da
un gruppo archeologi americani solo due anni fa. Dopo la scoperta che
hanno fatto sono arrivati sul posto alcuni alti ufficiali dell'Air
Force che si sono immediatamente premurati di consigliare il nostro
Governo a non fare visitare quel sito da nessun turista, anzi di
tenerle ben sigillato e sotto controllo... l'opinione pubblica non
doveva sapere...
- E tu come ci sei arrivato lì dentro?
- Le vie di Allah sono infinite... però giuro che non ho fatto
fotografie. Non mi aspettavo di trovare quel rilievo, ma solo degli
oggetti interessanti per la mia collezione... - Sorrise mostrando una
perfetta dentatura. Parlava con voce pacata come se stesse
raccontandomi una favola per dormire, rigirando in continuazione fra le
dita della mano destra un meraviglioso rosario composto con grani di
rubini. Io, di contro, vibravo come una corda di liuto appena sfiorata
dal plettro.
Il giorno dopo
All'alba del giorno dopo ci mettemmo nuovamente in
marcia. L'aria era quasi frizzante e quella marcia non si presentava
particolarmente faticosa se non fossimo stati disturbati da nugoli di
mosche aggressive assetate di sangue. Ritto su di un cucuzzolo
roccioso, a un centinai di metri da noi, un avvoltoio si stava
spiumando in attesa di qualche preda, magari un incauto topolino uscito
dalla sua tana.
Seguimmo per circa un'ora il letto di un uadi disseminato di acacie,
alcune divelte da qualche improvvisa fiumara. Quelle piante stupende,
che traggono sostentamento dalle falde più profonde del terreno,
sono una specie in via di estinzione in quella zona, perché
continuamente mutilate dai nomadi che ne recidono i rami per alimentare
i falò dei loro bivacchi. Dopo un'ansa, quasi a gomito, ci
trovammo di fronte a un fortino militare, ricavato da un vecchio
castello d'epoca fatimida. Appena ci videro apparire, due militari, con
i fucili puntati, ci vennero incontro intimandoci l'alt. Ambaur non si
scompose e mostrò ai due ragazzi i permessi che ci autorizzavano
a salire fino alla miniera. Aumentò il potere legale di quelle
carte con una sostanziosa mancia, l'equivalente di un mese di paga.
Però, nonostante la generosa elargizione, dovemmo egualmente
lasciare i nostri vestiti e i nostri zaini al posto di guardia e
indossare una specie di tunica di tela grezza che non aveva tasche dove
nascondere oggetti e o pepite. Naturalmente mi permisero di portare con
me tutta l'attrezzatura fotografica. Li ricompensai scattando loro
alcune istantanee impegnandomi di fargliele avere alla mia prossima
visita.
C'inerpicammo per un sentiero serpeggiante, largo non più di un
metro, scavato nella parete della montagna. A una distanza regolare di
cento metri l'uno dall'altro, apparivano gl'imbocchi d'accesso alla
miniera, tutti scrupolosamente murati. Solo l'ultimo, quello in cima,
era protetto da un cancelletto di legno privo di lucchetto. Sicuro,
Amhaur lo aprì e subito ci trovammo all'interno. Ci facemmo
strada in quel buio accendendo le nostre torce, una puntata in avanti,
l'altra al suolo. Percorremmo una galleria gradinata verso il basso.
Ogni tanto Amhaur si fermava per segnalarmi la presenza di un pozzo
scavato nel mezzo del camminamento. Anticamente quelle trappole,
brulicanti di cobra e camuffate da stuoie, servivano per scoraggiare i
ladri che, non ostante la severa sorveglianza, riuscivano a penetrare
in quei cunicoli per impadronirsi dei blocchi auriferi appena estratti.
Dopo una trentina di metri raggiungemmo una grotta. Le pareti
dell'ipogeo erano pitturate con scene mitologiche e figure di Per-'aow
della XII Dinastia. I colori avevano perso gran parte della loro
lucentezza e apparivano appannati dall'afronitro che li ricopriva come
un velario. Continuammo la nostra marcia addentrandoci in andito
più vasto del primo, che, sempre discendendo, si addentrava
nelle viscere della montagna. Il calpestio dei nostri stivali era
attutito dalla sabbia aurifera che ricopriva il pavimento. Poco dopo
sbucammo in un pianerottolo ingombro di oggetti che avrebbero fatto la
gioia di qualunque museo, invece erano lì e chissà per
quanti decenni ancora ci sarebbero rimasti. Da quell'antro si
diramavano diversi cunicoli identici l'uno all'altro. Sicuro di non
sbagliare, Amhaur scelse quello di centro. Il corridoio finiva in uno
stanzone con molte camere ai lati; le dimore notturne dei sacerdoti del
Tempio sotterraneo. Un'arcata separava quella cavità da un'ampia
sala colonnata con nel mezzo le statue in trono, scolpite nel granito
nero, di Wsir (Osiride), Aset (Iside) e Hor. In un arcosolio, a forma
di edicola, vi era un simulacro in diorite della Dea Hathor con fra le
corna il disco solare smaltato di carminio e nella mano destra, tesa in
avanti, una patera di rame.
Mi chiesi come avessero fatto a trasportare quei colossi dalla valle
fino lassù, considerata la strettezza e la pendenza del
sentiero. Su alcune lesene aggettanti vi erano iscrizioni in
geroglifico arcaico che fotografai ripromettendomi di studiarle con
calma. Abbagliati e infastiditi dal flash centinaia di pipistrelli si
staccarono dal soffitto formando una nuvola nera attorno a noi. In
quell'istante ebbi paura, inconsciamente suggestionato dalle orribili
leggende su quegli uccelli delle tenebre.
L'interno dell'antro
Cessata la ridda, Ambaur puntò la sua torcia
verso un architrave quadrangolare che sovrastava una falsa porta.
Ciò che vidi mi lasciò allibito. Un rilievo a incavo,
dove i contorni delle figure erano scavati nella superficie non
asportata, rappresentava, stilizzato, un lungo cilindro puntiforme con
alettoni alla base; il disegno perfetto di un vero e proprio missile,
attorno al quale c'erano alcuni uomini che non vestivano all'egizia.
Era quanto di più sorprendete mi fosse capitato di vedere nella
mia carriera di archeologo. La realtà superava ogni più
fervida fantasia e migliaia d'anni di buio storico sulle origini della
civiltà, si schiarirono d'incanto. In quel momento avrei voluto
avere al mio fianco tutti quegli studiosi che per secoli sono stati
beffeggiati, derisi e additati come dei visionari, quando non sono
finiti sotto la mannaia del boia o arsi sui roghi
dell'inquisizione
Bastava quel rilievo per dimostrare inconfutabilmente che l'uomo non si
era evoluto da solo, ma che qualcuno lo aveva preso per mano e gli
aveva insegnato ciò che non poteva sapere? D'altra parte, tutte
le religioni, concordi nel sostenere che il genere umano è un
prodotto della volontà divina, parlano di Dei venuti sulla
Terra, dalle profondità celesti, per redimere l'umanità.
Com'erano? Chi erano? Che aspetto avevano? Non abbiamo di loro nessuna
raffigurazione, almeno per il momento, oggi però ho sufficiente
certezza che civiltà avanzate hanno interagito con il nostro
pianeta...".