Atlantide secondo Platone: mito o realtà storica?


 

  Nello studio dell'Atlantide come primo spunto di riflessione che mi viene proposto è proprio tale argomento. Platone come concepì il mito di Atlantide? Fu Platone a inventare la "favola" di Atlantide o il filosofo utilizzò questo mito o testimonianza storica per spiegare un punto filosofico?
Come punto di partenza analizziamo il significato di mito per Platone. Il filosofo greco dà al mito un compito importante cioè di produrre una conoscenza e una rappresentazione vera della realtà, infatti i racconti mitici di Platone toccano le questioni fondamentali dell'esistenza umana (la morte, l'immortalità, l'origine delle cose, la conoscenza etc…). Quindi compito del mito per Platone è parlare del mutevole ed è questo la via più facile per affrontare tale argomento, infatti come ben sappiamo tutti i dialoghi del filosofo hanno una funzione divulgativa ed educativa. Ma non dobbiamo comunque dimenticarci che Platone deve anche considerarsi un filosofo politico infatti la potenza speculativa con la quale il filosofo formula la dottrina delle Idee si accompagna e si integra continuamente con una tensione progettuale di tipo politico(vedi i dialoghi La Repubblica e Leggi). E in questo ottica di filosofo delle Idee e filosofo politico dobbiamo leggere anche la sua attenzione verso i miti: il progetto di riformare il governo degli uomini lo costringe a prendere sul serio quelle storie anche le più insignificanti, di cui la filosofia amava smascherare l'apparenza ingannevole, quindi il suo progetto impegna anche a un ripensamento della tradizione. E proprio in vista della sua progettualità politica e etica dobbiamo vedere la lettura dell'Atlantide e lo scopo che Platone assegna a questo mito.

  Ma andiamo a vedere l'etimologia della parola mito in Platone. "Mitologia" è, con Platone, una parola nuova, senza essere per questo un neologismo. Il verbo "mitologizzare" (mythologheuein), attestato nell'Odissea una sola volta, gli offre un precedente che è forse in grado di chiarirne l'orizzonte semantico. Nell'isola dei Feaci, dove l'aedo Demodoco canta in presenza di Odisseo le sue imprese e la storia del Cavallo di legno, l'eroe, sollecitato da Alcinoo a rivelare il proprio nome, recita la propria odissea, racconta il ritorno da Troia punto per punto. Finché, dovendo ripetere per la seconda volta l'episodio della prigionia amorosa presso la ninfa Calipso, che i Feaci già conoscono, Odisseo si interrompe e conclude il suo racconto con la formula: "Perché riprendere la storia di ieri? Perché "mitologizzare" (mythologheuein)? E spiega: quando la storia è già nota non mi va di "raccontarla di nuovo" (mythologheuein). Il mito: il "già detto". E' proprio questo è lo spunto per trovare delle radici più profonde del mito di Atlantide, che molti definiscono un'invenzione dello stesso filosofo greco. Alcuni dei miti di Platone provengono da antichi repertori della cultura orale e dalla tradizione orfico - pitagorica, rielaborati e adattati ai temi specifici dei dialoghi.

  Atlantide può essere collegata alla tradizione orfico - pitagorica e a suggerircelo è Pindaro di Cinocefale, poeta greco vissuto tra il 520 a.C. e il 438 a.C., che nella Olimpica II parla di un oltretomba molto diverso da quello solitamente descritto dai Greci: una realtà ultraterrena nella quale esiste un vero e proprio "paradiso per le anime buone", < là è l'isola dei beati che le brezze d'Oceano circondano dei loro soffi, e fiammeggiano fiori dorati, quali crescendo da terra da splendidi alberi...>. Platone parla anche in questi termini di Atlantide. Ma cosa accomuna veramente Pindaro e Platone? L'influenza dell'orfismo. In alcuni dei versi dell'Olimpica II di Pindaro si trova delineata una complessa e tutt'altro che chiara escatologia, che indusse Norden a parlare di "apocalisse" pindarica, oppure facilmente dagli stessi versi dall'Olimpica II si può facilmente comprendere che in alcuni punti si allude alla dottrina orfica della metempsicosi. Questi rapporti fra Pindaro e le credenze orfiche trovano maggiore conferma nella Nemea VI in cui riprende un concetto base dell'orfismo che afferma l'origine comune degli uomini e degli dei. Anche Platone aveva dei forti legami con la tradizione orfico-pitagorica, Dodds afferma "Platone meditò sicuramente su certe significative affermazioni di Socrate, ad esempio che <la psyche umana ha in sé qualcosa di divino> e che <nostro primo interesse è curare la salute della psyche>. Concordo con la maggioranza degli studiosi nel ritenere che Platone fu indotto a sviluppare questi accenni fino a costruire una nuova psicologia trascendentale, in seguito ai contatti personali con i pitagorici della Magna Grecia[…]Platone in effetti operò nella tradizione del razionalismo greco, un fecondo innesto di idee magico-religiose, che hanno remote nella civiltà sciamanistica settentrionale"(I misteri orfici, che tanta importanza ebbero per Pitagora e per la sua scuola, potrebbe considerarsi a prima vista una religione sciamanica, n.d.a.). 
Hermes, Euridice, Orfeo.
 

  La filosofia platonica ha un collegamento forte con le religioni sciamaniche nella concezione della reincarnazione dell'anima, la dottrina sciamanica del ricordo delle vite passate, potrebbe essere l'anamnesi platonica, cioè il ricordo delle idee somme viste durante la vita precedente la mitica caduta sulla terra, in seguito ad un peccato etc… Abbiamo quindi, così velocemente, dimostrato un possibile collegamento tra il mito di Atlantide e la tradizione orale orfico-pitagorica. Dobbiamo comunque soffermarci su un dato, Platone utilizzò queste narrazione non per riportare un fatto storico, ma per analizzare un argomento filosofico e politico: la contrapposizione tra Atene che si presenta come una potenza terreste che vive dei prodotti del suolo e all'interno delle proprie frontiere, senza eccessi né desiderio d'espansione, nella stabilità, l'equilibrio, l'autosufficienza e Atlantide che invece è una potenza marittima, costantemente volta all'esterno, assillata dal desiderio di accrescere le proprie ricchezze con il commercio, e di estendere i propri territori attraverso la conquista. Atene si basa su una separazione rigorosa delle classi, sul modello de La Repubblica mentre Atlantide ha sovvertito tale ordine sociale per il gusto del denaro e del potere. Non mancano comunque delle note etiche che ricordano la filosofia socratica come <disprezzavano ogni bene che non fosse la virtù, senza curarsi della loro prosperità, né di tutte le loro ricchezze in oro e preziosi, che anzi parevano un peso per loro. Il lusso non li corrompeva, né il potere faceva loro perdere il controllo, in quanto capivano, in uno stato di semplicità e di calma, che i beni crescono soltanto nella mutua amicizia aiutata dalla virtù...>, oppure, il continuo riferimento all'origine divina degli Atlantidei che con la brama di denaro hanno offuscato la loro parte divina riprende un motivo caro alla tradizione orfica. In conclusione penso che si possa affermare che il mito di Atlantide possa considerarsi una narrazione ereditata dalla tradizione orale che Platone utilizzò nella sua opera di ripensamento del sapere tradizionale in vista della sua progettualità politica per esporre dei punti filosofici importanti. Il mito di Atlantide ritorna in numerose civiltà europee, mediorientali e americane. L'atteggiamento di Platone verso tale narrazione può essere letto nella frase di Crizia che dice: <Ascolta dunque, o Socrate, una storia molto meravigliosa, ma tutta vera, come raccontò una volta Solone, il più savio dei Sette.>. Tale atteggiamento è diverso da quello che assume il filosofo greco nei confronti di altri miti come quello nei confronti di Teut-Tamo nel Fedro. Qui è Socrate ad aprire il racconto:<Vi posso narrare una storia degli uomini del tempo antico, ma solo questi sanno se è vera o no>. E Fedro, dopo aver ascoltato la storia, commenta:<Socrate, per te non è difficile intessere storie sull'Egitto o su qualsiasi altro luogo che ti piaccia>. E' evidente che Platone vuole far sapere al lettore che gran parte di questo mito è frutto della sua invenzione. 


 

  Ma tale analisi sulla veridicità del mito non sarebbe completa se noi non affrontassimo un'altra possibilità: Platone riportò una testimonianza storica e la utilizzò per i suoi fini, cioè la storia di Atlantide è vera, punto per punto. Il primo editore del Timeo, Crantore(circa 300 a.C.) giunse a ritenere che il racconto platonico dovesse essere, in tutti i suoi punti, autentico, parola per parola, sotto l'aspetto storico. Sembra che Crantore facesse condurre un'indagine in Egitto, per controllare le fonti della narrazione, infatti dichiarava di aver veduto anche lui le colonne sulle quali era incisa la storia dell'Atlantide. Platone riporta nel Timeo quella trasmissione orale e scritta( Platone parla anche di un libro che era in possesso di un suo avo)che dalla narrazione dei Sacerdoti di Sais alle parole di Crizia ha reso possibile la conoscenza di Atlantide, questo può essere spunto per un'ulteriore analisi. E' possibile considerare la narrazione di Atlantide come una testimonianza storica? Le narrazioni storiche platoniche si basavano su testimonianze varie che Platone tende a schematizzare per subordinarle alle sue intenzioni cioè la ricerca della verità filosofica, ma che comunque la sua testimonianza può essere utilizzata per i dati che ci offre; ma tenendo in conto, naturalmente, la sua incompletezza, dovuta al fatto che egli intende dare una esemplificazione e non una rassegna completa. Le notizie che Platone offre non rispondono a un suo interesse storico, ma teoretico; non sono date per fini di informazione, ma di discussione e critica. Allora come considerare Atlantide? 
  Dopo gli studi che ho portato avanti penso che l'Atlantide debba considerarsi un mito che appartiene alla tradizione orale greca, in particolare quella orfico-pitagorica, come un ricordo similmente alle numerose civiltà che ci parlano di tale continente sommerso, che Platone utilizzò per fini teoretici. Comunque importante è dire che le numerose notizie che Platone ci offre penso che possano essere spunto per delle indagini archeologiche sul tema che potranno trovare conferma o smentita solo tramite degli studi approfonditi. 

  Spunti della narrazione di Platone o ricordi di un'antica civiltà?
Abbiamo precedentemente preso in considerazione Atlantide come un mito, un ricordo della tradizione orfica che Platone utilizzò per fini teoretici, ma dobbiamo, però, constatare che il filosofo greco fece una descrizione particolare di alcuni luoghi di Atlantide, come il porto, la cittadella, il sistema di irrigazione e la morfologia dell'isola Atlantide. La prima domanda è, da dove ebbe queste informazioni? Lo stesso dialogo di Platone, il "Crizia", ci suggerisce che tali informazioni erano state prese da raffigurazione sulle colonne del tempio dei sacerdoti di Sais i quali raccontarono a Solone la storia dell'Atlantide . E' storicamente provato che Solone compì un viaggio in Egitto e J.V. Luce nel suo libro "La Fine di Atlantide" afferma che il legislatore greco molto probabilmente sbarcò a Naucrati, città in cui al tempo di Solone vivevano numerosi Greci provenienti da parecchi stati, a 16 Km da Sais. Purtroppo non abbiamo nessuna testimonianza di queste colonne a Sais né dalle ricerche archeologiche né dai autori antichi e dagli stessi Egizi e quindi non possiamo basare alcun tipo di affermazione sulle informazioni che ci fornisce Platone anche se sappiamo comunque che in Egitto ci furono luoghi chiamate "Case della Vita" dove sacerdoti conservavano le conoscenze che erano di fondamentale importanza per la vita religiosa e culturale dell'antico Egitto. Tali luoghi si trovavano nella Residenza reale o nei templi più importanti e esistevano filiali in ogni santuario di un certa rinomanza e Platone informa che a Sais ci fossero i sacerdoti della dea Neith, una divinità di origine predinastica e fu considerata come progenitrice degli dei, che avrebbe generato rimanendo vergine. I sacerdoti di Sais erano custodi di un sapere molto antico che risaleva all'Egitto predinastico? Purtroppo questa domanda non ha risposta in quanto non abbiamo nessun tipo di informazione né su Sais né su il tempio che sorgeva in questa città. 
  Adesso andando a leggere il "Crizia", il dialogo di Platone che fornisce maggiori informazioni su Atlantide e dà una descrizione approfondita dei luoghi di questo continente sommerso possiamo pensare che Platone probabilmente si servì di alcuni spunti per la descrizioni di tale luoghi. Partiamo dal porto. <Infatti, cominciando dal mare, condussero fino all'ultima cinta una fossa larga tre pletri, profonda cento piedi, lunga cinquanta stadi, e con essa diedero accesso alle navi dal mare fino a quella cinta, come in porto, allargandone la bocca in modo che potessero entrarvi le navi più grandi><Gli arsenali erano pieni di triremi e di tutti gli apparecchi necessari alle triremi, tutti in buon ordine.[...] Ma di là dai tre porti esteriori cominciava dal mare un muro circolare, distante per ogni parte cinquanta stadi dalla più grande cinta e dal più grande porto, e ritornava nello stesso punto presso la bocca della fossa situata verso il mare>. Se si vede una ricostruzione del porto circolare di Atlantide possiamo constatare che è molto simile a quello di Cartagine il cosiddetto "Cothon" e che probabilmente sia stata la base su cui poi Platone lavorò per la narrazione del "Crizia". Sul porto di Cartagine ci è pervenuta la descrizione fatta da Appiano, storico greco del II secolo d.C.:<I porti erano disposti in modo che le navi potessero passare dall'uno all'altro: dal mare si penetrava attraverso un'entrata larga 70 piedi, che si chiudeva con catene di ferro. Il primo porto riservato ai mercanti, era provvisto di numerose e diverse gomene. In mezzo al primo porto v'era un'isola. L'isola e il porto erano circondati da grandi banchine. Queste banchine erano fornite di logge costruite per contenere duecentoventi vascelli e, al di sopra delle logge, di magazzini. Davanti a ogni loggia si levano due colonne ioniche, che davano alla circonferenza del porto e dell'isola l'aspetto di un portico. Sull'isola era costruito un padiglione per l'ammiraglio, da cui partivano i segnali del trombettiere e i richiami dell'araldo; da qui l'ammiraglio poteva esercitare la sorveglianza>.  A Cartagine dal 1974 gli scavi hanno permesso delle identificazioni certe di quello che ci disse Appiano. Gli inglesi hanno definitivamente stabilito che l'attuale laguna a forma circolare è ciò che resta del porto militare di Cartagine, posto su un isolotto centrale e lungo il suo perimetro; si sono potute identificare le fondamenta dei moli e le rampe inclinate di una serie di darsene di carenaggio o di bacini per lo svernamento. Ma i probabili spunti di Platone non finiscono qui; infatti possiamo trovare delle analogie tra l'isola Atlantide e la civiltà minoica e micenea da cui probabilmente Platone prese spunto. Il primo è il gioco del toro, Platone dice:<nei prati del santuario di Poseidone pascolavano liberamente alcuni tori; quando i dieci re rimanevano soli, innalzavano al dio una preghiera perché indicasse loro la sua vittima preferita; quindi iniziava la caccia dei re, che non avevano armi di ferro, ma soltanto bastoni e reti>. Questa descrizione ricorda una scena rappresentata in una coppa di Vafio. In tale immagine un toro rimane impigliato in una rete di corde assicurate a due alberi, mentre un altro è sfuggito e si allontana al galoppo sulla destra. Questo tipo di "caccia" solamente con lacci ricorda le parole di Platone nel "Crizia". Sappiamo, comunque, che a Creta che avevano luogo attorno ad altari eretti nei boschi o sulle vette dei monti le cerimonie religiose durante le quali vi erano giochi e combattimenti di tori, nel corso dei quali si doveva afferrare per le corna l'animale in movimento e compiere un pericoloso salto al di sopra di esso e inoltre probabilmente era un gioco senza spargimento di sangue. Questo ci è raccontato anche da raffigurazioni che sono state ritrovate a Creta e a Tirinto. E' probabile che Platone si sia ispirato a questo per la sua narrazione. Il secondo spunto è il sistema idrico:<Avevano due fonti, l'una fredda e l'altra calda, molto copiose e adatte mirabilmente ad ogni uso per il diletto e la virtù delle acque. E vi stabilirono intorno case e piantagioni d'alberi, che amano l'umidità, e anche vasche, quali a cielo scoperto, quali invernali e coperte per i bagni caldi, da una parte quelle del re, da un'altra quelle dei cittadini, altrove quelle delle donne, altrove ancora quelle dei cavali e delle altre bestie da soma dando a ciascuna l'ornamento adatto. L'acqua corrente la conducevano nel bosco di Poseidone>. Il palazzo di Minosse era dotato di un ottimo sistema idrico. Il megaron della regina aveva bagno e toletta separati. A Cnosso vi era un sistema sotterraneo di tubi di terracotta con giunture e vi erano anche grondaie allo scoperto destinate a incanalare l'acqua piovana. Sull'angolo nord-est del palazzo una complessa serie di canali di scolo, con curve paraboliche per rallentare l'acqua e impedirle di traboccare nelle svolte, immetteva il getto di acqua piovana, tramite due serbatoi di sedimentazione in una grande cisterna. 

Sistema di drenaggio nel palazzo di Minosse a Cnosso.
 A Cnosso vi era un sistema sotterraneo di tubi di terracotta con giunture e vi erano anche grondaie allo scoperto destinate a incanalare l'acqua piovana. Questi due sono gli spunti che ho voluto analizzare che potrebbe aver avuto avere Platone nella sua narrazione, un altro probabile elemento di narrazione dell'Atlantide collegabile alla civiltà minoica è il palazzo dei re che viene descritto da Platone come un edificio di estrema bellezza che fu abbellito di generazione in generazione, un palazzo di bellezze enorme lo possiamo trovare a Cnosso, il cosiddetto Palazzo di Minosse, che fu ampliato e ristrutturato più volte. J.V. Luce, lo studioso che identificò Atlantide con la civiltà minoica, ci fornisce altre analogie tra l'Atlantide e tale civiltà, ma sembrano più forzature per avvalorare una tesi che prove certe. Platone si servì di alcuni spunti per arricchire la sua narrazione, infatti Platone andò a Creta dove probabilmente apprese alcune notizie riportate nel "Crizia" ed era un greco colto e numerosi spunti è possibile che li avrebbe presi da Omero, che riporta numerose notizie del mondo miceneo e quindi è da escludere assolutamente un collegato con la Grecia pre - classica e l'Atlantide in quanto si trattava di popolazione di origine indoeuropea o semitica. Ma Platone non vide mai il porto di Cartagine a vedere il suo porto. Un articolo di un archeologo italiano Vittorio Di Cesare chiamato "L'Atlantide Cartaginese" sulla rivista Hera propone una possibile soluzione: i Cartaginesi costruirono il loro porto sulla base di antiche tecnologie conservate nella biblioteche che furono distrutte dai Romani. E' una teoria molto interessante, ma la furia distruttrice dei Romani non ci ha dato la possibilità di provare tale teoria. Quindi rimane ancora un mistero la fonte di Platone per i suoi spunti che andarono certamente ad arricchire una storia che apparteneva alla tradizione orale orfico-pitagorica e quindi che non fu inventata dal filosofo greco, ma che fu da lui utilizzato per fini teoretici. Ad avvalorare tale tesi ci sono i ricordi sotto forma di mito di numerose civiltà.