SUB LEGE LIBERTAS
DAL VOLUME "SBIRRI", ed. BUR
Uno sbirro. Se lo sei davvero non puoi scomporre la tua vita personale da quella professionale: sono due sentieri che a tratti si intrecciano, a tratti si snodano in parallelo. Per dirla con una frase: uno sbirro il lavoro se lo porta anche a casa. E' come uno zaino, zeppo di speranze, ambizioni, angosce, frustrazioni, convinzioni. Credi profondamente in quello che fai, saresti pronto a scalare montagne, poi ti imbatti in ostacoli imprevisti. Stai dietro a un tipo sospetto per mesi, lo marchi stretto, lo accompagni ovunque, diventi la sua ombra, è lì, potresti prenderlo in qualsiasi momento ma aspetti per coglierlo con le mani nel sacco. Bene, bastano due secondi di distrazione e non lo vedi più, il lavoro va in fumo e devi ricominciare.
La stessa cosa può capitare con un'indagine. Devi tenere d'occhio il "personaggio interessante" in strada e vigilare sulla rete telematica nella speranza di cogliere un segnale. Il guaio è che il sospetto può rimanere tale per lunghissimi periodi. Quando indaghi a fondo capisci di trovarti davanti a un soggetto pericoloso eppure non hai in mano gli elementi decisivi per inchiodarlo. Cresce l'angoscia, stretto tra il bisogno di proteggere l'incolumità dei cittadini e il dovere di rispettare il codice. Senza prove non puoi mandare una persona in galera o quantomeno tenerla a lungo dietro le sbarre. E' una corsa contro il tempo, scandita da dubbi e certezze.
L'errore giudiziario è in agguato, ma lo è anche il terrorista come il criminale comune. Te lo dice l'esperienza, te lo confermano molti casi clamorosi. Riempi le pagine di intercettazioni, osservazioni, collegamenti sicuri e altri da esplorare, metti insieme i punti disegnando un mosaico investigativo. Prende forma un rapporto che tu devi presentare al magistrato. Toccherà a lui decidere cosa fare. Può dire: bene, si va avanti. Oppure è pollice verso. Gli elementi non sono sufficienti a giustificare i provvedimenti. Si può decidere di lasciar perdere o si prova cercando un'altra pista di indagine. E questo si traduce in altre nottate, pedinamenti, scarpinate, accertamenti. E in ore rubate alla tua famiglia. Che deve capire e pagare anch'essa qualcosa...
Il Questore “giusto”

Si svolge anche quest’anno, in occasione dell’anniversario della morte dell’ultimo questore di Fiume italiana Giovanni Palatucci, la V edizione del premio intitolato alla sua memoria. La cerimonia si tiene lunedì 18 febbraio alle ore 11 presso la Scuola superiore di polizia a Roma alla presenza del ministro dell’Interno, del vice ministro dell’Interno, del capo della Polizia e di numerose altre autorità, tra cui il rabbino capo e il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

Giovanni Palatucci, nato a Montella (Avellino) nel 1909 in una famiglia dai profondi convincimenti morali e religiosi, entra in polizia dopo la laurea in giurisprudenza. Trasferito a Fiume come responsabile dell’Ufficio stranieri, si adopera per mettere in salvo numerosi cittadini ebrei, fornendo documenti falsi e facendo sparire schedari dall’anagrafe. L’azione di Palatucci è appoggiata dall’aiuto incondizionato dello zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci, vescovo della cittadina salernitana di Campagna dove aveva sede un campo di internamento. Rimasto a Fiume quando tutti fuggivano per proseguire la sua opera, nel settembre del 1944 viene arrestato e quindi deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove muore tra gli stenti e le sevizie nel 1945.

I riconoscimenti

Il nome di Giovanni Palatucci compare sul Muro dell'onore, nel Giardino dei giusti della fondazione “Yad Vashem”, a Gerusalemme. Lo Stato di Israele lo ha anche insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni”, il massimo riconoscimento conferito ai Gentili che, rischiando la vita, salvarono gli ebrei dalle persecuzioni dei nazifascisti. Anche in Italia sono stati dedicati alla memoria del questore di Fiume numerosi parchi, vie e piazze. A lui è intitolata, tra l’altro, la questura di Brindisi. Nel 1995 lo Stato italiano gli ha conferito la medaglia d’oro al valor civile alla memoria, mentre è tuttora in corso il processo di beatificazione di questo valoroso testimone della fede, già consacrato “venerabile” nel 2004 dal tribunale del Vicariato.

9 febbraio 2008
Dalla parte della giustizia, sempre!
Due anni fa in Valsusa nutriti gruppi di No Tav, No Global, e Anarchici - purtroppo in alcuni casi senza neppure conoscere in modo approfondito la situazione d'impatto ambientale (il treno è infatti senza dubbio molto meno inquinante del traffico su gomma) - hanno affrontato gli agenti della Polizia di Stato che stavano a difesa dei cantieri: li hanno accerchiati, isolati, insultati. Eppure stavano semplicemente difendendo un'opera pubblica e i lavoratori in essa coinvolti, non certo gli interessi di un fantomatico "padrone". Poi è arrivato l'ordine di sgombero e, di conseguenza, la carica. Ci sono stati dei feriti, è vero. Sono rimaste ferite anche persone non più giovanissime, che però erano lì e sapevano perfettamente che stavano compiendo un'azione contro la legalità. I Sindaci non avrebbero dovuto neppure pensare che la questione Sì Tav-No Tav potesse essere risolta con una prova di forza popolare (con buone dosi di infiltrazioni "politiche") al grido di "distruggiamo i cantieri". Se ciò fosse accaduto, sarebbe passato il concetto secondo il quale basta imporsi con la forza per ottenere ciò che si vuole, non importa se a danno di altri. In questo modo si potrebbero impedire la costruzione di ospedali, di chiese di sinagoghe o di moschee, di scuole, di carceri, a seconda dei gusti particolari dei differenti gruppi d'opinione.
Le Forze dell'Ordine non possono, in un Paese democratico, permettere che siano gli umori del popolo (soprattutto quando questi umori sono strumentalizzati da menti che popolari proprio non sono) a decidere le sorti del Paese stesso.
Ma la Corte dei Conti del Piemonte alcuni mesi dopo ha convocato un centinaio di agenti, funzionari e dirigenti delle forze dell'ordine per accertare: "responsabilità per danno alla finanza pubblica nei confronti di appartenenti alle Forze dell'Ordine per comportamento lesivo dell'immagine del Corpo e dello Stato".
E' evidente che siamo giunti alla follia. Tanto varrebbe abolire le Forze dell'Ordine e permettere a chiunque di difendersi da solo. Anche perchè, d'ora in avanti, un poliziotto o un carabiniere ci penserà due volte prima di intervenire in tutela di un diritto: che sia esso della cosa pubblica come della persona umana. Eh sì, perchè se per arrestare un assassino gli capitasse mai di rompergli un dente, sarebbe il poliziotto a finire sul banco degli imputati. Come vergognosamente troppo spesso accade in questa Repubblica dell'indulto e dell'ipocrisia che premia gli spaccavetrine con uno scranno in Parlamento.
Solidarietà dunque alle Forze dell'Ordine, solidarietà alle donne e agli uomini coraggiosi che sono stati sottoposti all'incredibile attacco da parte della Corte dei Conti del Piemonte.
Non mollate: la parte sana del Paese è con Voi. Vi apprezza, stima e rispetta per il Vostro coraggio. Qualsiasi attacco non farà che rafforzarci nelle nostre convinzioni. Grazie per quello che fate!
Daniela Santus

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Dedicato a chi crede di non potersi permettere di essere voluto bene
Col cuore capisco...ancor prima che con la mente. La tua amicizia è per me un dono prezioso. Le tue parole sono stimolo di vita. La tua presenza è fonte di coraggio. La tua vita...un esempio da seguire. Grazie di esserci...ti voglio bene.