RIFLESSIONI SULLA PACE
L'EMIGRAZIONE DEI CRISTIANI DAI TERRITORI PALESTINESI

Secondo Bernard Sabella, dell’Università di Betlemme, nel 2020 i cristiani rappresenteranno l’1,6% della popolazione totale della Terra Santa. Ma la situazione non è sempre stata questa. Betlemme, ad esempio, nel 1863 era una città quasi completamente abitata da cristiani: ben 4.400 a fronte di 600 musulmani. Ancora nel 1922 i cristiani rappresentavano la maggioranza: 5.838 contro 818 musulmani. Ma se nel 2002 sono diventati 12.000, di fatto i musulmani hanno toccato le 33.500 unità. Un’inversione di tendenza che si registra in tutti i territori palestinesi e che è andata rafforzandosi sotto l’autogoverno palestinese, particolarmente dall’inizio della “seconda Intifada”, quando Arafat rifiutò di costituire uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza e rigettò tutte le offerte di pacificazione che gli erano giunte da Israele.
Perché dunque i cristiani emigrano dai Territori Palestinesi? In primo luogo per il “problema casa”: i bassi salari non permettono loro di comprare e neanche di affittare un alloggio. In secondo luogo per via della disoccupazione: oltretutto il potere di acquisto dei palestinesi è diminuito di circa il 65% rispetto al periodo dell’amministrazione israeliana. Per non parlare dei pericoli e delle persecuzioni: gli estremisti musulmani spesso occupano e usano le case dei cristiani per sparare contro gli israeliani e molte volte li accusano di essere la longa manus della politica dei Paesi occidentali. Infine non va dimenticata la carenza dei servizi: l’acqua, l’elettricità, i servizi medici che, da quando sono divenuti di competenza palestinese, sono tornati ad essere un miraggio.
Eppure dagli anni ’70 (quando i Territori Palestinesi passarono dall’occupazione egiziana e giordana all’amministrazione israeliana) e sino agli inizi degli anni ’90 (quando incominciò il cosiddetto processo di pace e i palestinesi passarono pian piano all’autogoverno) gli indicatori economici ci mostrano come il livello di vita palestinese fosse aumentato del 400% a Gaza e del 430% in Cisgiordania. In vent’anni, tra il 1967 e il 1987, Israele costruì per i palestinesi ospedali, scuole, università; potenziò le telecomunicazioni, l’elettricità, la rete stradale e quella idrica.
Come ricordava Zacaria in un articolo pubblicato, ben vent’anni fa, da Renata Maderna su Famiglia Cristiana: “Quando eravamo nello stato arabo, io che sono cristiano e lavoro al Comune, dovevo fare il giorno festivo il venerdì e lavorare la domenica. Quando sono arrivati gli israeliani hanno chiesto: “Preferite il sabato o la domenica?”.
L’autogoverno palestinese - guidato prima dai “moderati” di Arafat e ora dagli estremisti di Hamas - ha cancellato tutto: ai cristiani, per non rischiare di essere sottoposti a una nuova dhimma, quando non addirittura alle conversioni forzate, non resta che emigrare da una Palestina che vuole essere soltanto islamica.
AGGIORNAMENTI DAL LIBANO

Come tutti noi ricordiamo, due anni fa alcuni terroristi Sciiti libanesi dell’organizzazione Hizbullah si infiltrarono in Israele, oltrepassando il confine e tendendo un’imboscata a una pattuglia dell’esercito di Gerusalemme: nel corso di quell’azione uccisero otto soldati e ne rapirono due (che ancora non hanno liberato e dei quali neppure la Croce Rossa Internazionale dà segno di interesse alcuno, tanto meno lo ha fatto il nostro Ministro degli Esteri D’Alema, troppo preso a creare vesti di credibilità per altri terroristi, i palestinesi di Hamas, con i quali i libanesi di Hizbullah collaborano). L’incursione, seguita da un attacco di Katyusha sul nord d’Israele, provocò il contrattacco israeliano e una guerra di 34 giorni.

Oggi, secondo fonti militari, Hizbullah è militarmente in una posizione persino migliore rispetto al passato. Vediamo come ciò sia possibile.

Iran e Siria non hanno infatti soltanto contribuito a riportare l’arsenale missilistico dell’organizzazione a livelli antebellici, ma hanno fatto in modo che questo venisse incrementato del 50%. Se gli Hizbullah avevano iniziato la guerra del 2006 con 12.000 razzi di vario genere, oggi pare ne abbiano accumulati ben 18.000.

Traendo inoltre lezione dalla guerra della scorsa estate, gli Hizbullah hanno raddoppiato il numero di squadre addestrate al lancio dei razzi, le hanno equipaggiate con una serie di veicoli e motociclette adatte a qualsiasi tipo di terreno al fine di potersi spostare rapidamente tra i siti di lancio.

La forza adibita al lancio di razzi a lungo raggio, denominata Planning Unit, è di stanza nel Libano del Nord nel distretto di Hermel. La maggior parte delle nuove forniture missilistiche che comprendono centinaia di Zilzal-2, Zilzal-3 e Fatah 110 – con una gittata, questi ultimi, di ben 250 km (in grado cioè di raggiungere Tel Aviv e zone persino più a sud) – si trova in depositi di emergenza sul lato siriano del confine. Ciò allo scopo di tenere i missili nascosti alla vista dei peacekeepers dell’ONU (ma se lo sappiamo noi, possibile che non lo sappiano loro?) e al di fuori della portata dell’aviazione israeliana in caso di ostilità. I terroristi introdurranno i missili in Libano poco prima di spararli.

L’unità adibita al lancio di raggi a corto raggio, denominata Nasr Unit, è invece di stanza nella regione di Tiro, nel Sud. Il centro di comando si trova nel villaggio di Maarub (perché non verificare?). I razzi sono già posizionati per colpire le città israeliane di Haifa, Kiryat Shemona, Tiberiade, Acri e Nahariya. Di fatto, per non farsi notare dall’ONU (che, lasciatemelo dire, già difficilmente nota qualcosa), questa brigata mantiene un basso profilo: ha reso nuovamente operativi - e adopera attivamente - soltanto alcuni dei bunkers utilizzati nella guerra del 2006. Tuttavia la maggior parte dei vecchi bunkers è stata ripulita, rifornita di munizioni e di razioni pronte all’uso: in altre parole i bunkers sono stati tutti nuovamente preparati per l’uso militare, ma al momento sono in parte mantenuti chiusi.

Questo dà la possibilità al governo libanese e, più a malincuore, agli alti comandi israeliani, di sostenere che la situazione è molto migliorata e che gli Hizbullah non si trovano più sul confine, ma vengono tenuti a distanza. Il che, come s’è visto, è vero soltanto in parte. Di fatto i terroristi Sciiti sono tornati nel Sud, anche se ben nascosti negli stessi villaggi Sciiti. Ma, almeno per il momento, i politici israeliani – i meno significativi che Israele abbia mai avuto da quando è nato lo Stato - hanno buon gioco nel continuare a spargere illusioni tra i loro elettori: le stesse con cui il governo Olmert ha nutrito l’opinione pubblica e i media prima della scorsa guerra.

La verità è che gli Hizbullah hanno triplicato anche il numero di missili antinave C-802, quegli stessi con cui colpirono una nave israeliana nel luglio 2006. Con 25-30 di questi missili la milizia Sciita è in grado di minacciare qualsiasi nave da guerra che incrociasse al largo delle coste libanesi, che sia essa una nave israeliana come la Sesta Flotta Americana o la flottiglia europea dell’UNIFIL.
Diverse altre dozzine di questi ordigni sono concentrate oltre il confine siriano, pronte a essere trasferite anche con poco preavviso. Pure nascosto oltre confine è il doppio dei missili anticarro di cui i terroristi disponevano nel 2006: quelli stessi che causarono le perdite più pesanti agli equipaggi dei carri israeliani. La Siria ha altresì migliorato queste forniture con missili di terza generazione comprati in Russia con finanziamenti iraniani.

Un’altra differenza rilevante, tra allora e oggi, è che attualmente gli Hizbullah hanno creato la loro prima unità per la difesa aerea. Questa dispone di missili terra-aria spalleggiabili Strela-7 e di batterie mobili Rapire 2s. Lo scorso anno, inoltre, gli Hizbullah misero in campo 1600 commandos ben addestrati: la spina dorsale della loro forza d’attacco. Ne persero 750 negli scontri con l’esercito israeliano. Da allora sono stati reclutati 1200 nuovi combattenti che si stanno addestrando in una struttura speciale vicino a Teheran. Ogni corso, al quale possono partecipare da 300 a 400 reclute Hizbullah, dura da tre a quattro mesi. La terza sessione è appena cominciata a luglio. Per la fine dell’anno gli Hizbullah disporranno di 2000 unità di elite, circa 400-500 in più rispetto alla scorsa guerra.

Quanto alla gerarchia militare, il segretario generale degli Hizbullah, lo Sceicco Hassan Nasrallah, è un’immagine per certo forte e carismatica. Tuttavia, dalla guerra, l’Iran e la leadership del movimento hanno ridotto il suo mandato alla politica interna libanese in opposizione al Primo Ministro Fouad Sinora e al resto del blocco politico anti-siriano guidato da Saad Hariri e Walid Jumblatt. L’attuale capo militare della milizia, e pianificatore delle operazioni speciali, in accordo con Iran, Siria e Al Qaeda, è il veterano super terrorista Hizbullah, noncè esperto sequestratore, Imad Mughniyeh. Sotto di lui, in qualità di capo di stato maggiore, c’è Ibrahim Aqil. Mentre il numero tre nella gerarchia militare del movimento è Hajj Khalil Harb, comandante della famigerata unità 1800: quella stessa che rapì i soldati israeliani Uri Goldwasser e Eldad Regev durante il raid oltre confine del 12 luglio 2006. Hajj Khalil Harb è anche il responsabile per le operazioni speciali in Israele, Territori Palestinesi e Iraq.

Membri di questa unità d’elite sono stati inviati nella Striscia di Gaza per appoggiare Hamas (il Ministro D’Alema ne è informato?). In Iraq essi collaborano con i terroristi Sunniti e Sciiti che combattono contro i soldati americani. L’unità 1800 è costituita da 5000 uomini addestrati in servizio permanente e da una riserva di 9000 uomini parzialmente addestrati. In totale i combattenti della milizia, includendo le agenzie di intelligence e di sicurezza, sono tra i 15.000 e i 16.000.

Quale motivo avrebbero gli Hizbullah – e i loro sponsor – di attuare un simile riarmo se non quello di attaccare nuovamente Israele? Eppure l’Unifil, ancora una volta, sta a guardare in silenzio. Il silenzio dell’impotenza.
SULLA CITTADINA ISRAELIANA SDEROT NE SONO CADUTI 100 IN CINQUE GIORNI...
Qassam palestinesi su Israele: giovedì sfiorata una scuola, venerdì centrata una casa, sabato feriti a Sderot due ragazzi di 8 e 19 anni...

Ma intanto oltre ai missili sono ricominciati gli attentati.

Persino i gruppi terroristi erano confusi: sono così tanti i terroristi passati da Gaza nel Sinai e sparpagliati per tutta l’area, che persino i loro capi non sanno più bene chi sia uscito e dove si trovi.

Il Fatah a Gaza, ad esempio, si è affrettato a rivendicare l’attentato suicida a Dimona (uccisa una donna israeliana di 73 anni in un centro commerciale), pubblicando le foto dei due attentatori che erano penetrati nel Sinai per compiere un attentato in Israele. Secondo fonti di Hamas, invece, l’attacco esplosivo a Dimona sarebbe originato dalla direzione opposta e sarebbe stato perpetrato da una cellula di Hamas basata nella città di Hebron, in Cisgiordania.

Secondo fonti palestinesi a Hebron, la madre dell’attentatore suicida avrebbe detto che il figlio era partito da casa la mattina presto e che da quel momento non l’ha più sentito né visto.

Anche le forze di sicurezza dell’ Autorità Palestinese hanno avviato un’inchiesta e, secondo le loro fonti, fino a martedì non sapevano ancora chi fosse il secondo attentatore.

Se la rivendicazione di Hamas secondo cui l’attentato è originato a Hebron dovesse rivelarsi corretta, questo rappresenterebbe un’ulteriore dimostrazione che Israele non può permettersi di abbassare la guardia neanche in Cisgiordania né aspettare che sia l’Autorità Palestinese ad occuparsi dei problemi della sicurezza in quel territorio. Hamas è viva e vegeta anche in Cisgiordania, per cui servizi di sicurezza e Forze di Difesa israeliane devono combatterla quotidianamente.

L’attentato di lunedì serve inoltre a ricordare, a quelli che lo hanno già dimenticato, che la barriera difensiva a sud di Hebron – che avrebbe dovuto essere completata già due anni fa – esiste solo sulla carta. Il percorso che conduce dalla zona del Monte Hebron al deserto meridionale del Negev è praticamente un colabrodo.

È in atto un curioso sodalizio formato da verdi, che vogliono salvaguardare alcuni tipi di formiche del deserto, e coloni politicamente e quasi geneticamente contrari a qualunque barriera. Quest’alleanza è riuscita a paralizzare il proseguimento della costruzione della barriera. Paralisi che al governo in realtà sta bene, perché i soldi per completare il progetto non ci sono.

Conclusione: gli abitanti del Negev devono mettere in conto la possibilità, a causa di questa follia, di subire ogni tanto un’infiltrazione terroristica dalla zona sud del Monte Hebron verso uno dei loro centri abitati, senza alcun preavviso. A quel punto, o saremo fortunati o non lo saremo.

Ora, pur di impedire che venga costruita una barriera, inizieranno a sentirsi discorsi del tipo: quale barriera va costruita per prima, quella di sicurezza a sud di Hebron o quella di confine alla frontiera fra Israele ed Egitto? In realtà, entrambi sono punti deboli nel ventre molle d’Israele: vecchi, ben noti e trascurati.

Conoscendo come vanno queste cose, c’è da temere che la barriera non verrà costruita né da una parte né dell’altra. Fra due o tre giorni l’attentato di Dimona verrà dimenticato, e continueremo a sentire grandi discorsi sulla necessità di una barriera… fino al prossimo attentato.

(Da: YnetNews, 5.02.08)
MAI PIU' COSì "EQUIVICINI"
Il ministro degli Esteri italiano - ormai fortunatamente ex - Massimo D'Alema indossa la keffia durante la "giornata internazionale di solidarietà con i diritti dei palestinesi", riccorrenza voluta dall'Onu che abitulmente si risolve in un'occasione propagandistica antisraeliana.

Il ministro degli Esteri italiano (ex) è seduto a fianco di Hilarion Capucci, vescovo vescovo ausiliare di Antiochia dei Melchiti e Arcivescovo titolare di Cesarea in Palestina arrestato dagli israeliani mentre trasportava armi e rilasciato su interessamento di Paolo VI, con la promessa, mai rispettata, che non si sarebbe più occupato di politica mediorentale.
La bancarotta palestinese
Nonostante l’embargo internazionale sugli aiuti all’Autorità Palestinese, imposto quando i terroristi di Hamas sono saliti al potere nei Territori, gli aiuti arrivati ai palestinesi nel corso del 2006 - come emerge dai dati forniti dalle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale - sono stati persino più abbondanti di quelli del 2005. Nel corso del solo 2006 i palestinesi hanno infatti ottenuto 1 miliardo e 200 milioni dollari di aiuti: nel 2005 avevano ricevuto “soltanto” 1 miliardo di dollari. A questo denaro va poi aggiunto quello non precisamente conteggiabile versato dai paesi musulmani quali Iran (nel 2006 pare abbia versato 120 milioni di euro nelle casse di Hamas), Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Siria e via discorrendo e quello ottenuto tramite le raccolte fondi delle varie organizzazioni umanitarie e delle sinistre di mezzo mondo. Italia compresa, anzi orgogliosamente in prima linea. Ma è di poche settimane fa la notizia della fine dell’embargo stesso: Stati Uniti, Europa e persino Israele verseranno ulteriori centinaia di milioni di dollari nelle casse della nuova Autorità Nazionale Palestinese, al fine di sostenere il Governo di emergenza nominato dal presidente Abu Mazen e guidato dal premier indipendente Salam Fayyad.
Se, di fatto, possiamo ben immaginare a quale uso venga destinato il denaro ottenuto dai paesi islamici, mortalmente nemici di Israele da sempre, vi sono casi in cui non è neppure necessaria l’immaginazione. Un esempio tra i tanti ci viene dall’Università Rutgers (New Jersey, U.S.A.), dove annualmente si svolge indisturbata una “festa dell’odio contro Israele e in solidarietà ai palestinesi”, con annessa colletta. I volantini pubblicitari recitano: “Alla Rutgers non puoi uccidere gli ebrei, ma puoi aiutare le persone che lo fanno. Supporta gli attentatori suicidi”. E siamo negli Stati Uniti, figuriamoci in Iran o in Siria!
Certo nella aristocratica Torino queste cose non avvengono, almeno non alla luce del sole, ma gli appelli degli intellettuali contro Israele non sono mai mancati. Basti pensare a quello firmato lo scorso anno dai proff. Angelo d’Orsi, Michelguglielmo Torri, Diana Carminati, Gianni Vattimo e molti altri illustri colleghi contro quella che definivano “l’aggressione israeliana al Libano”. Non una parola, ovviamente, sui razzi Katiuscia o sui Qassam che gli Hizbullah libanesi sparavano contro i villaggi del nord d’Israele e che i palestinesi di Hamas sparavano contro i villaggi del sud d’Israele; nemmeno un piccolo cenno ai soldati israeliani rapiti dagli stessi terroristi in territorio israeliano e mai rilasciati; men che meno sull’abitudine dei terroristi palestinesi e libanesi all’uso di bambini come scudi umani, alla ricerca del maggior numero di vittime possibili.
Che dire poi della recente campagna “Gaza vivrà”? Il sottotitolo, “appello per la fine di un embargo genocida”, già la dice lunga sul contenuto dell’appello stesso. Gianni Vattimo, Franco Cardini, Margherita Hack, Hamza Roberto Piccardo dell’U.CO.I.I., Dacia Valent e centinaia di altri nomi illustri l’hanno firmato sottoscrivendo affermazioni da brivido, in cui lo Stato d’Israele viene messo sul banco degli imputati senza nemmeno l’avvocato d’ufficio. Eppure sono convinta che i sottoscrittori, per certo inconsapevolmente, stiano danneggiando la stessa popolazione palestinese. Basterebbe dare uno sguardo ai documenti raccolti e costantemente aggiornati dal Centro Palestinese per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah (non certo filoisraeliano!!!) per rendersi conto del fatto che la più grande colpa delle sofferenze palestinesi risiede proprio negli errori, e talvolta nella barbarie, dei palestinesi sugli stessi palestinesi, molto più che nell’atteggiamento israeliano nei loro confronti. Si veda a questo proposito il sito del Centro diretto dal dott. Bassam Eid, www.phrmg.org (The Palestinian Human Rights Monitorino Group). Eppure questi aspetti i media non ce li fanno conoscere e, si sa, le guerre si vincono anche grazie ai media. Ma ogni guerra ha bisogno di denaro.
Di fatto dal 1993 ad oggi i palestinesi hanno ricevuto – dai soli europei – più di dieci miliardi di dollari certificati. Questi fondi, pagati dai contribuenti europei, avrebbero dovuto poter cambiare le sorti di un popolo che vive in un territorio la cui estensione di 6.360 kmq corrisponde all’incirca a quella della provincia di Torino (non dimentichiamo che l’intero Stato di Israele ha un’estensione territoriale inferiore a quella del Piemonte). Ma così non è stato: il nostro denaro è semplicemente servito ad alimentare e a ingigantire la struttura corrotta fondata da Arafat il quale, nei suoi ultimi cinque anni di vita, non ha esitato – pare - a stornare circa 900 milioni di dollari di aiuti su un conto bancario a favore della moglie Suha che da anni viveva a Parigi. Oltre che a finanziare i terroristi palestinesi delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.
A questo punto è lecito chiedersi se l’Unione Europea non si sia mai accorta del mostro che stava generando con i soldi dei suoi contribuenti o se piuttosto non abbia volontariamente permesso ad Arafat di accumulare ricchezze per miliardi di dollari e di accusare, allo stesso tempo, il governo di Gerusalemme di affamare la popolazione palestinese e di ghettizzarla. La stessa sinistra italiana, che non ha mai perso occasione di puntare il dito accusatore contro Israele, avrebbe fatto meglio a prestare attenzione alle parole degli stessi palestinesi. Ata Abu Ramaileh, una sorta di tesoriere del campo-villaggio palestinese di Jenin, ha ad esempio dichiarato che milioni di dollari destinati a famiglie palestinesi non sono mai arrivati a destinazione. “Solo i corrotti dell’Autorità Palestinese hanno tratto vantaggi dall’intifadah” ha inoltre dichiarato Husam Khader, originario del campo-villaggio di Balata (presso Nablus) e membro, ai tempi di Arafat, del Consiglio Legislativo Palestinese, denunciando i furti di fondi pubblici palestinesi da parte di “dirigenti palestinesi che sono simboli di corruzione e prostituzione politica".
Al momento, tuttavia, è Hamas il vero pericolo. I terroristi – eletti proprio allo scopo di contrastare la corruzione dell’ANP – si sono dimostrati, per il loro stesso popolo, persino peggiori dei loro predecessori. Tuttavia Arabia Saudita, Qatar e Iran stanno facendo a gara per riempire loro le casse offrendo ad Hamas un sostegno monetario che, molto probabilmente, equivale anche al sostegno della stessa volontà di annientare lo Stato d’Israele.
Una diversa gara di solidarietà e di raccolta fondi - per la pace, of course - è partita anche in Italia grazie all’impegno delle varie ONG, delle associazioni pacifiste, dei quotidiani e dei movimenti legati alla sinistra. E Torino non è da meno, vista la mobilitazione dei Cantieri Pace, del Comitato Palestina e dei Cantieri Fluviali Arci, impegnati ad "avviare l'eliminazione della guerra dalla storia". Non dimentichiamoci poi che Torino è città gemellata con Gaza (ufficialmente anche con Haifa, città portuale israeliana, ma forse sarebbe bene avvertire il sindaco di Haifa dell’avvenuto gemellaggio: dal momento che le iniziative torinesi pare coinvolgano presso che unicamente i palestinesi, non credo se ne sia mai accorto!) ed è giusto che si adoperi per cercare di risollevare le sorti della città gemella. Tuttavia, mi chiedo, qualcuno controlla l’uso e la destinazione di quei fondi?
IL CANALE DELLA PACE


L'hanno soprannominato "il canale della pace". Il canale Mar Rosso-Mar Morto - un condotto che pompando acqua dal Yam Suf (Mar Rosso) la trasporterà fino al Yam hammelach (Mar Morto) beneficiando Giordania, Territori Palestinesi e Israele - avrà (se verrà effettivamente costruito) la possibilità di rispondere all'emergenza regionale di acqua per almeno 50 anni, di evitare il prosciugamento del Mar Morto e di aiutare (forse) il processo di pace tra palestinesi ed israeliani.

Utopia del futuro l'ipotesi di parlare di "pace per l'acqua" piuttosto che di "guerre per l'acqua"? In verità, no.

Già con la sottoscrizione del trattato di pace israelo-giordano (1994), Israele acconsentì ad una complessa serie di trasferimenti idrici che avrebbero, in qualche modo, aiutato a risolvere i gravi problemi giordani. Nella dichiarazione ad interim sottoscritta con i palestinesi, Israele riconobbe i diritti palestinesi sull'acquifero montano e i due partners introdussero il pricipio della gestione unificata delle risorse di questa falda.

È infatti alquanto superficiale ritenere, come sembra voler fare Jacques Béthemont nel suo "L'eau, le pouvoir, la violence dans le monde méditerranéen" (2001), che Israele sia insensibile nei confronti della sostenibilità dello sviluppo palestinese. Un'idea simile non tiene conto del fatto che Israele e i territori palestinesi costituiscono un'unica realtà geografica: lo sviluppo dell'uno e/o le eventuali negligenze dell'altro comportano inevitabilmente ripercussioni, positive o negative, reciproche. Lo Stato d'Israele non può non essere "colpito" dalle attività palestinesi e viceversa. I defluenti di scarico, i rifiuti tossici e quelli solidi di Giudea e Samaria, ad esempio, compromettono la qualità delle acque fossili degli acquiferi comuni. Le sostanze inquinanti che Gaza scarica nel Mediterraneo sono, inevitabilmente, trasportate dalle correnti fino alle coste israeliane. Secondo gli accordi ad interim, i rifiuti tossici palestinesi avrebbero infatti dovuto essere trasferiti al comune centro di smaltimento di Ramat Hovav, a sud di Beer-Sheva. In nome di una sorta di intifadah ambientale, grazie a finanziamenti olandesi, i palestinesi hanno invece costruito un proprio centro di smaltimento in prossimità del kibbutz Beeri. Allo stesso modo, contravvenendo agli accordi, i palestinesi hanno costruito, con finanziamenti tedeschi, un centro per lo smaltimento dei rifiuti solidi vicino al kibbutz Kisufim. Contestualmente le acque reflue di molti insediamenti ebraici nei Territori sono “convogliate e scaricate nelle valli sottostanti senza alcun trattamento” causando problemi di inquinamento alle comunità palestinesi, come nei casi di Wadi Qana, Qatanna, Nahhalin, Al-Khader, Al-Jania, Dura e Bani Na'im.

Israele e Palestina sono perciò "condannati" alla cooperazione ed è quello che sta accadendo, quello su cui i media preferiscono non soffermarsi.

Nel processo di pace arabo-israeliano il problema idrico appare infatti, per come ci viene quotidianamente presentato dalla pubblicistica nazionale, essere il più drammatico. Così non è. Pur non potendo negare l'esistenza di un problema, riteniamo che esso non sia irrisolvibile.

Certo è tuttora molto complessa la situazione nel bacino del Giordano che interessa Siria, Giordania, Israele, Autorità Palestinese e, in parte, anche il Libano. Fin dagli anni della costruzione dell'acquedotto, gli Stati arabi incominciarono a pensare a possibili soluzioni per privare Israele delle acque dell'alto corso del Giordano: un attacco esclusivamente militare venne sostenuto dai siriani, mentre prevalse la posizione della Lega Araba che prevedeva di deviare l'Hashbani all'interno del Libano, incanalandone le acque in eccesso verso il Banias in Siria, nonché di deviare le acque del Banias verso lo Yarmuk a vantaggio della Giordania .

Alla Conferenza di Alessandria dei capi di Stato e dei sovrani arabi del gennaio 1964, oltre a ribadire l'intenzione di realizzare il progetto di deviazione degli affluenti dell'alto Giordano, venne decisa la costituzione di un comando militare arabo sotto la guida dell'Egitto, per difendere i siti e le opere di deviazione da un'eventuale aggressione israeliana. La reazione d'Israele al summit di Alessandria fu quella di annunciare che il Paese avrebbe resistito alle violazioni dei propri diritti da parte degli Stati arabi e infatti, dopo circa sei settimane dall'inizio dei lavori del progetto arabo di deviazione, si verificò il primo scontro militare israelo-siriano. L'incidente dette il via a una serie di risposte militari che, a seguito di tentativi di sabotaggio dell'Acquedotto Nazionale Israeliano e della distruzione di una stazione israeliana di pompaggio, portarono – tra le altre cause - alla guerra dei Sei Giorni: gli impianti idrici divennero dunque bersagli militari.

La guerra dei Sei Giorni fruttò a Israele il controllo di tutte le risorse idriche della Palestina (intesa come Israele e territori cisgiordani), delle acque di superficie e delle falde sotterranee, degli acquiferi della Striscia di Gaza, del Sinai (poi restituiti all'Egitto in cambio del trattato di pace) e delle alture del Golan. Con l'assunzione di controllo del Golan ogni progetto arabo di deviazione dell'alto Giordano venne vanificato.

Al termine della guerra dei Sei Giorni, sul fronte degli sconfitti, la Giordania fu il Paese rivierasco che subì le conseguenze più gravi per via della perdita dei territori cisgiordani occupati nel corso della guerra del 1948. Data questa realtà, l'obiettivo principale del regno hashemita fu limitato ad assicurare una giusta allocazione delle acque del bacino del Giordano-Yarmuk sul piano tecnico. E in effetti la disputa rivierasca entrò in quella che possiamo definire una fase tecnica di gestione idrica, caratterizzata dalla necessità di massimizzare l'accesso alle risorse idriche sempre più scarse. Il risultato fu una sorta di pax in bello con Israele: l'interesse nazionale consisteva nel non cooperare formalmente, ma raggiungere comunque accordi limitati alla sfera tecnica in settori in cui ciò era considerato indispensabile.

Tuttavia proprio la tendenza giordana al riconoscimento del diritto all'esistenza dello Stato d'Israele, dopo la guerra del Kippur dell'ottobre 1973, portò ad avviare alcuni accomodamenti di controversie legate all'acqua: da quel momento infatti la Giordania incominciò a cooperare su questioni tecniche di interesse comune senza, tra l'altro, venire additata come traditrice della causa araba.

Il principio della condivisione ha sostenuto dunque, per circa quattro lustri, gli operati israelo-giordani in materia idrica sino alla sottoscrizione, il 26 luglio 1994, del vero e proprio trattato di pace tra i due Stati, con il quale Israele e Giordania hanno deciso la riallocazione delle acque dei fiumi Yarmuk e Giordano.

Le disposizioni inerenti alle questioni idriche sono contenute nel “Preambolo” e negli “Allegati sull'acqua e sull'ambiente” (allegati II e IV). Nel “Preambolo”, proprio a voler indicare la priorità che le parti attribuivano al problema, gli articoli relativi all'acqua seguono immediatamente quelli riguardanti i confini internazionali e la sicurezza. L'art. V, ad esempio, afferma: “Nell'ottica del raggiungimento di una sistemazione globale e duratura di tutti i problemi idrici ... le parti decidono di riconoscere mutualmente le giuste allocazioni di entrambi per l'acqua del fiume Giordano, del fiume Yarmuk e delle risorse idriche sotterranee dell'Aravà” (Israel-Jordan, Treaty of Peace, International Legal Material, I, 1995, p. 48). Nel comma II dell'art. VI entrambe le parti riconoscono che “l'acqua potrebbe essere motivo di cooperazione” e, contestualmente, si impegnano a “non recare danno in alcun modo alle risorse idriche dell'altra parte attraverso i propri progetti di sviluppo idrico”. Questa cooperazione, ovviamente, riguardando tutti gli aspetti dello sfruttamento e dello sviluppo idrico, con esplicito riferimento al trasferimento di acque transfrontaliere, implica altresì l'impegno alla prevenzione dell'inquinamento, alla minimizzazione degli sprechi, come anche allo svolgimento di ricerche comuni e allo scambio di informazioni.

Mentre la maggior parte delle disposizioni del trattato sono di carattere generale, è l'Allegato II a contenere le vere e proprie indicazioni per la suddivisione delle risorse idriche sopra citate. Dall'art. I al IV dell'Allegato troviamo infatti le indicazioni per la distribuzione delle acque dello Yarmuk e del Giordano, le possibilità di immagazzinamento e deviazione, la protezione della qualità delle acque di superficie nella valle dell'Aravà. In ultimo, l'art. VII prevede l'istituzione di un Comitato comune per l'acqua al fine di provvedere alle disposizioni dell'Allegato.

Il trattato bilaterale ha così fruttato alla Giordania un accrescimento idrico di circa il 7% nell'immediato, che potrà raggiungere il 15-20% a più lungo termine, aprendo nuove possibilità di cooperazione israelo-giordana. Infatti il trattato stesso contiene ulteriori disposizioni dirette a creare una sorta di interdipendenza funzionale tra le parti e, di conseguenza, induce al rispetto del principio di cooperazione. Gli scambi d'acqua interstagionali, l'immagazzinamento nel lago di Tiberiade di una parte delle acque dello Yarmuk spettanti alla Giordania, durante la stagione invernale, e i progetti comuni per la costruzione di dighe lungo il confine sono soltanto alcuni tra i risultati ottenuti in margine al trattato di pace stesso. Il 10 novembre 1997, ad esempio, è stato raggiunto un ulteriore accordo tra i due Paesi, il Jordan Plan Development, che prevede tra l'altro anche la costruzione di comuni impianti di desalinizzazione.

Pur tuttavia non è corretto ritenere che il semplice trasferimento di acqua da un Paese arido e semiarido (Israele) ad altri nella medesima situazione (Giordania) possa di per sé incrementare le risorse: al contrario. Un rapporto dell'UE prevede che verso il 2020 le risorse idriche di Israele saranno dimezzate e in Giordania ridotte di 2/3. È quindi comprensibile come gli accordi sull'acqua, privi di progettazioni innovative, possano essere criticati: da un lato non risolvono il problema arabo, d'altro lato vi è la sensazione che una conclusione per così dire "equa" del processo di pace tra tutti i Paesi rivieraschi finirebbe inevitabilmente col danneggiare le già ridotte riserve idriche d'Israele. Ecco perchè, per non fare che un esempio, la decisione libanese di deviare le acque del fiume Wazzani, arrivando a sottrarre da 3,5 mmc fino a 11 mmc d'acqua all'anno al lago di Tiberiade, minaccia seriamente la stabilità al confine israelo-libanese. Si tratta infatti di un'azione che può creare un precedente per futuri tentativi di bloccare le risorse idriche israeliane, soprattutto dopo che Israele - ottemperando alla risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU - ha ritirato le proprie forze dal Libano meridionale. "Abbiamo proposto al primo ministro libanese Rafik Hariri un progetto di sviluppo che riguarda tutti gli aspetti socio-economici del Libano meridionale, compreso l'uso razionale delle acque nel lungo periodo - ha speigato Patrick Renauld, rappresentante della UE a Beirut - Infatti, quand'anche Israele finisse per tollerare la sottrazione fino a 11 milioni di metri cubi d'acqua all'anno prevista con questa stazione di pompaggio sul Wazzani, se non si interviene in modo razionale prima o poi il problema è destinato a ripresentarsi negli stessi termini" (Jerusalem Post,15-10-02, p.2).

La ripartizione delle acque e le dispute sulle risorse naturali dovrebbero infatti essere risolte attraverso negoziati e accordi che garantiscano intese reciproche. In questo caso le norme che regolano la questione risalgono al Piano Johnston (1955) per lo sfruttamento delle acque del Giordano: piano che non fu mai tradotto in accordo ufficiale per il rifiuto degli Stati arabi a firmare un qualunque documento insieme allo Stato d' Israele. Ma le quote di acqua stabilite da quel piano per Israele, Giordania, Siria e Libano sono da allora internazionalmente riconosciute. Israele e Giordania, come s'è detto, già anni prima di firmare il loro formale accordo di pace avevano intrapreso progetti idrici basati sulle quote previste dal Piano Johnston.

Attualmente le risorse idriche del bacino sono sovrasfruttate, specialmente in Giordania e nei territori dell'Auorità Palestinese, che hanno un incremento demografico del 3,6% e del 3,8% rispettivamente. In Giordania le acque rinnovabili si calcolano in circa 275 MCM all'anno, quelle non rinnovabili, cioè sotterranee, in 190 MCM. Il resto proviene dalle piogge che, però, consentono soltanto una limitata produzione agricola. Se il Paese non si attrezzerà, come già avviene in Israele, con efficienti impianti per la desalinizzazione, entro il 2010 entrerà in una gravissima crisi idrica, malgrado l'accordo del 1987 con la Siria per la costruzione della diga dell'"unità" sullo Yarmuk.

Per il futuro è difficile immaginare una soluzione appropriata al problema della ripartizione delle risorse idriche del bacino del Giordano, prescindendo dalla risoluzione delle più ampie questioni politiche che riguardano l'area.

Lo Stato d'Israele - con la sottoscrizione del trattato di pace con l'Egitto e la restituzione del Sinai, con la cooperazione in materia idrica intrapresa con la Giordania, con il ritiro unilaterale dal Libano e dalla Striscia di Gaza e con gli accordi assunti con i palestinesi (e tuttora rispettati nonostante la feroce intifadah palestinese di Al-Aqsa) - ha dimostrato di essere pronto ad effettuare i passi necessari pur di giungere ad una soluzione equa del problema idrico-politico.

Rimane tuttora in bilico la situazione con la Siria la quale, pur rifiutandosi di riconoscere l'esistenza d'Israele e, di conseguenza, di firmare con lo Stato ebraico un trattato di pace, pretenderebbe la restituzione delle alture del Golan. Situazione, questa, a nostro parere altamente improbabile dal momento che proprio le alture costituiscono il luogo di confluenza di circa 1/3 delle risorse idriche d'Israele. Restituire le alture, in assenza di un trattato di pace e di cooperazione tra i due Paesi, significherebbe mettere in serio pericolo non soltanto l'esistenza dello Stato d'Israele, ma anche quella del futuro Stato palestinese e della Giordania.

Tuttavia nonostante la complessità della situazione, le controversie relative all'acqua possono essere gestite con successo per vie diplomatiche. Basti pensare che la storia dei trattati internazionali sulle acque risale al 2.500 a.E.V., quando le due città-stato sumere di Lagash e Umma conclusero abilmente un accordo che metteva fine a una disputa sull'acqua del fiume Tigri. Secondo la FAO, infatti, a partire dall'805 E.V. sono stati sottoscritti più di 3600 trattati in merito a risorse idriche internazionali.

Dove la qualità delle acque diminuisce e la quantità disponibile è, già di per sé, scarsa, può accadere che la necessità di condivisione possa generare, anziché l'esacerbarsi del conflitto, una inaspettata cooperazione, come nel caso di Giordania e Israele. La Siria, rassicurata dalle abbondanti risorse idriche dell'Eufrate e dell'Oronte, difficilmente si trasformerà in un credibile sostenitore della pace.

Tuttavia non ritengo utopico pensare che le guerre dell'acqua possano verosimilmente trasformarsi in pace per l'acqua. Il conflitto potrebbe ad esempio essere evitato nell'ambito di una collaborazione regionale nella quale i paesi del bacino del Tigri, dell'Eufrate, del Nilo e del Giordano diventino una sorta di "alleati" per l'acqua, vincolati da un serio trattato di pace. La stessa campagna ecologistica contro le dighe costruite dalla Turchia, in quest'ottica, verrebbe meno. Grazie alla catena del Tauro, infatti, la Turchia dispone di grandi quantità d'acqua: un'imponente sistema di canali potrebbe condurre parte di quell'acqua in Israele/Palestina e in Giordania, come anche in Arabia Saudita, permettendo alla Turchia di vendere fino a 2000 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno. Attualmente invece, ferme restanti le tensioni geopolotiche presenti nell'area, il progetto è bloccato dall'opposizione siriana. L'acqua che Israele comunque acquista dalla Turchia proviene dal Manavjat, un fiume costiero che sbocca vicino a Antalya, e viene trasportata nel Paese per mezzo di grandi navi cisterna.

Un altro significativo esempio ci è offerto ancora una volta dalla cooperazione israelo-giordana per la creazione, come si è detto all’inizio, di un canale Mar Rosso-Mar Morto. Lo yam hammelach, il mare del sale (in it. Mar Morto) sta effettivamente morendo, a causa dell'intenso utilizzo a monte delle acque del Giordano: un canale che lo connetta al Mar Rosso può incrementare il livello delle sue acque e, in un certo senso, ridargli la vita. Il livello della superficie del Mar Morto (il punto più basso delle terre emerse) è sceso da 395 metri a più di 410 metri sotto il livello del mare. La realizzazione di questo progetto permetterà di immettere nel Mar Morto 1,8 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno dal Golfo di Aqaba/Eilat. La costruzione del canale, che correrà da sud verso nord per 180 km attraverso condotte e tunnel prevalentemente in territorio giordano, ma a ridosso del confine fra i due Paesi, avrà un costo iniziale di un miliardo di dollari, coperto dalla Banca Mondiale. Altri 3-4 miliardi saranno necessari per costruire impianti di desalinizzazione in grado di produrre 850 MCM d'acqua dolce all'anno. Due terzi di quest'acqua servirebbero la Giordania, il rimanente verrebbe suddiviso tra Israele e territori palestinesi.

Ma la concezione secondo la quale l'acqua è una risorsa condivisibile, se supportata da un'attenta e innovativa progettazione, è propria anche del Gruppo di Lavoro Mediorientale sulle Risorse Idriche (composto da 91 ricercatori e studiosi palestinesi, 70 giordani, 47 egiziani, 38 israeliani, 14 omaniani, 8 yemeniti, 4 tunisini, 2 marocchini e 1 arabo saudita). Il gruppo, la cui sede è situata presso l'università di Gaza, si sta impegnando nella ricerca di soluzioni comuni particolarmente intorno al problema dell'ottimizzazione dell'agricoltura intensiva grazie a sistemi irrigui all'avanguardia e all'uso di acque di scarico e salmastre (Water Resources Multilateral Working Group, www.mfa.gov.il). Contestualmente, a partire dal 1999, si sta sviluppando un Progetto Regionale per l'intensificazione della pioggia che vede riuniti l'Istituto Idrologico Israeliano, l'Istituto Meteorologico Israeliano, l'Ufficio Israeliano per la Ricerca sull'Erosione del Suolo, il Ministero Giordano dell'Acqua e dell'Irrigazione, il Dipartimento Meteorologico Giordano, il Dipartimento Palestinese dell'Acqua e l'Ufficio Meteorologico Palestinese (http://exact-me.org). Ed è anche bene ricordare che, pur se in piena intifadah, israeliani e palestinesi si sono accordati proprio al fine di preservare dagli scontri le infrastrutture legate all'acqua.

A questo proposito Vi riporto, per esteso, un brano dell'intervento di Julie Trottier al seminario internazionale, svoltosi presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, sul tema “Il conflitto Israele-Palestina: per una pace giusta e sostenibile”:

Salfit è una città palestinese di 8000 abitanti, situata tra Ramallah e Nablus, e utilizza tre diverse fonti di approvvigionamento idrico. Circa il 25% dell'acqua proviene dalla sorgente El Matwi, un altro 25% proviene dalla sorgente El Sika, il restante 50% viene acquistato dall'azienda idrica israeliana Mekorot. Mentre una delle sorgenti si trova all'interno dei confini della città e tutta la sua acqua viene fatta affluire nel serbatoio che alimenta la rete di distribuzione, l'altra è situata a 5 km dalla città ed è usata anche dagli agricoltori, che la utilizzano per irrigare in forme tradizionali...La già difficile situazione della città è rapidamente peggiorata da quando è incominciata la rivolta [palestinese] del 2000. L'insediamento [israeliano] di Ariel è localizzato proprio a nord di Salfit e i suoi abitanti hanno chiuso tre volte la valvola che immetteva metà dell'acqua nel serbatoio della città. Tutte le volte la valvola è stata riaperta e una volta persino riparata dalla [israeliana] Mekorot, perchè ogni volta l'ingegnere idraulico palestinese di Salfit aveva telefonato al suo collega israeliano della Mekorot, segnalando l'improvvisa perdita di pressione nel sistema cittadino e il fatto che loro erano stati tagliati fuori. La terza volta, Mekorot è stata costretta a riparare le sue infrastrutture danneggiate da atti di vandalismo dei coloni israeliani di Ariel...Esiste chiaramente una relazione di cooperazione tra l'ingegnere idraulico palestinese di Salfit e l'ingegnere israeliano della Mekorot.

Dunque i progetti per l'acqua in medioriente, nonostante le difficoltà geopolitiche presenti nell'area, esistono: molti sono in fase di esecuzione, altri sono già divenuti operativi e altri ancora necessitano di quell'aiuto che neppure la Banca Mondiale potrà mai offrire: fiducia reciproca. Spetta dunque a chi sta sull'altra sponda del Mediterraneo, quella ricca d'oro blu, cambiare la propria mentalità al fine di poter rafforzare la fiducia reciproca dei paesi mediorientali. Non possiamo continuare ad ergerci giudici dell'umanità, a ipotizzare devastanti scenari da effetto serra, sventolando ingrigiti arcobaleni, e poi puntare il dito accusatore contro i palestinesi che inquinano, contro gli israeliani che consumano più acqua dei loro vicini, contro i turchi che costruiscono le dighe. Chi quotidianamente lotta – accantonando i propri risentimenti e le proprie diversità - nel tentativo di preservare e stoccare acqua, al fine di poterla condividere secondo una giusta economia di mercato, merita se non altro la solidarietà di chi questo problema non ha. Ecco perchè - senza timore di apparire utopici - non ci pare corretto continuare a parlare di guerre dell'acqua, alimentando così la diffidenza. In una tra le regioni più "calde" del pianeta, com'è il Medioriente, non c'è infatti alcuna necessità di adoperare l'acqua quale fattore scatenante per un'ulteriore guerra. L'acqua, dispensatrice di vita, può soltanto portare la pace.
COMBATTERE LA PAURA
(Da un articolo di Micha Goodman )
Obiettivo del terrorismo è trasformare azioni violente in risultati politici, seminando terrore fra la popolazione bersaglio. Non stiamo dunque parlando, qui, di un evento meramente fattuale, quanto piuttosto di un evento psicologico, che non ha luogo sulla scena pubblica bensì all’interno della percezione degli individui.
Il segreto del successo del terrorismo è che, colpendo con la violenza un numero relativamente piccolo di persone, riesce a seminare paura fra moltissime altre. Un attentato su un autobus di Tel Aviv che uccide una mezza dozzina di persone terrorizza sette milioni di cittadini.
Questa la sequenza su cui agisce il terrorismo: trasformare un evento fattuale relativamente minore in un grande dramma psicologico, che a sua volta viene trasformato in una vittoria politico-diplomatica. Assistiamo così a uno slittamento dal piano fattuale a quello psicologico, e da quello psicologico a quello politico: sistema d’elezione per chi ha pochi mezzi giacché col terrorismo, per infliggere un danno a un’intera società, non è necessario colpirne tutti i componenti. Basta colpire alcuni individui. Chi dispone della capacità (e della indecenza morale) di colpire con ferocia alcuni individui presi a caso, può di fatto di colpire masse intere.
Il compito delle forze armate e dei servizi di sicurezza è quello di impedire l’attuarsi del primo anello fattuale della catena del terrorismo: gli attentati. Il compito della leadership politico-diplomatica è quello di impedire il passaggio al terzo anello: la vittoria politica del terrorismo.
Ma chi si occupa di impedire lo slittamento dall’attacco fisico al terrore psicologico di massa? In altri termini, chi si assume il compito di combattere il terrore in se stesso?
Le forze di sicurezza, che prevengono attentati con lealtà e professionalità, non possono combattere il terrore perché si tratta di qualcosa che si produce nella percezione umana: uno spazio dove anche i servizi segreti non hanno accesso.
Dal momento che abbiamo a che fare, qui, con un fenomeno mentale, è a questo livello che si deve trovare il terreno di lotta. Pertanto il terrorismo dovrebbe essere combattuto nel sistema educativo, nelle scuole, nei movimenti giovanili, nei centri di studi religiosi. Questi sono i luoghi dove si consolida la volontà nazionale e la resistenza personale dei cittadini d’Israele.
Lo slittamento da un attentato fisico che coinvolge alcune persone ad un moto che semina terrore fra molte persone ha luogo grazie ai mass-media. I giornali che riportano gli attentati con titoli cubitali accompagnati da immagini esplicite trasformano l’attentato in un evento che viene interpretato in termini di terrore e paura. Ma non si può incolpare i proprietari dei giornali: il loro obiettivo non è seminare paura, è vendere giornali. La consapevolezza che più un attentato viene raffigurato in modo esplicito e terrifico più alte saranno le vendite, trasforma la competizione per l’attenzione del lettore in un fattore che rafforza il terrorismo. Vale a dire che il problema non sta nei mass-media quanto piuttosto nei consumatori di notizie.
Gli attacchi di missili Qassam rappresentano un caso interessante. Si tratta di armi che seminano terrore in modo estremamente efficace. A differenza degli attentati suicidi, che terrorizzano sì, ma rispetto ai quali i cittadini hanno la sensazione di mantenere un minimo di controllo sugli eventi (possono decidere di non salire sugli autobus, di evitare centri commerciali, di star lontani da persone sospette), nei caso di razzi e missili questa sensazione scompare del tutto: il Qassam arriva dal cielo, può arrivare in qualunque momento del giorno e della notte, può colpire sia per strada che dentro casa. Per questo il Qassam, con un limitatissimo danno fisico, è in grado di causare un enorme danno psicologico.
Ecco perché le centinaia di volontari che giungono a Sderot per assistere gli abitanti e aiutarli a combattere il senso di solitudine svolgono un ruolo importantissimo nel modo in cui la società israeliana fa fronte ai Qassam. Lo stato può fare molto per ridurre al minimo il danno fisico, con le operazioni militari a Gaza. Ma i volontari (e non solo da Israele) sono la vera risposta al terrore in se stesso. La loro presenza in prima linea può fare ciò che l’esercito non può fare: perché l’esercito può contenere solo gli attentati, ma i volontari possono contenere il terrore.

(Da: YnetNews, 12.02.08, www.israele.net)