 |
|
|
 |
|
 |
| Sappiamo che ormai nel Regno Unito la sha’ria ha di fatto valore legale, in quanto esistono corti sciaraitiche che emettono sentenze vincolanti anche per la Common Law britannica. Ora il Times avverte che la situazione sta sfuggendo dalle mani dell'architettura democratica anglosassone: il Muslim Arbitration Tribunal (Mat) ha, infatti, dichiarato che il cinque per cento delle sue cause coinvolge non islamici, i quali si rivolgerebbero alle corti per evitare di dover sottostare ai tempi, decisamente più lenti, della Common Low. I casi – per lo più cause civili – per il momento sarebbero una ventina. Ma il Mat ha annunciato di voler triplicare la sua presenza sul territorio, aprendo nuovi tribunali (ad oggi sono ottantacinque quelli operativi in Gran Bretagna, secondo un report redatto dal think tank Civitas) in dieci altre città entro la fine dell’anno.
L’Italia, che si appresta a festeggiare il centocinquantenario della sua unità, non ha di fatto ancora vinto la sua guerra d’indipendenza e uno Stato estero, quello Vaticano, ha di fatto infiltrato suoi “agenti” (nel senso di persone che agiscono secondo i dettami della chiesa romana) in ogni partito italiano, concentrandone un buon numero negli attuali partiti di governo. Anche se giova non dimenticare la finta opposizione (sui temi cosiddetti etici) dei vari Rutelli, Bindy, Binetti, per non fare che gli esempi più noti.
Ora il governo italiano, guidato da un Premier che di se stesso dice di non essere “un santo”, se davvero volesse pensare alla salute degli italiani, come sostiene Alfredo Mantovano, piuttosto che dissertare sulla Ru486 – la pillola abortiva - farebbe meglio a dirci perché in Italia le vaccinazioni dei bambini, contro l’influenza a/H1N1, partirà da gennaio e non con l’apertura delle scuole; farebbe meglio a dirci perché ha ritirato dalle farmacie l’unico medicinale attualmente in grado di contrastare la malattia; farebbe meglio a dirci cosa intende fare con i clandestini che si ammaleranno e trasmetteranno il contagio, non potendosi recare in ospedale pena l’espulsione.
Invece no, per occuparsi della salute degli italiani il governo si impegna in discussioni teocratiche volte a non scontentare la Chiesa di Roma in merito alla pillola Ru486 (chissà se il Tamiflu è scomparso anche dalle farmacie vaticane e se anche in Santo Padre non verrà sottoposto alla vaccinazione preventiva come i suoi vicini italiani…). E la Chiesa di Roma, che pure ha tolto la scomunica al negazionista antisemita Williamson, che pure ha da poco concesso una “sanatoria” ai preti con figli (concedendo loro di portare il nome del padre e di ereditarne i beni), si agita a tal punto da imporre la scomunica alle sventurate che dovranno scegliere di sottoporsi all’aborto. Bell’esempio di pietas cristiana!
Tuttavia Alfredo Mantovano ha dichiarato che: “Quando si parla di rispetto del Parlamento e di rispetto dei diritti dei quali il parlamento è garante, sarebbe il caso di far riferimento non solo a materie di frequenti e recenti polemiche, spesso pretestuose, come quella dell’immigrazione, ma anzitutto del fondamentale diritto alla vita… L’agenzia del farmaco sta decidendo come se si trattasse di un qualsiasi antipiretico e non di uno strumento funzionale a togliere una vita, sia pure allo stadio iniziale”.
Mi chiedo dunque se soltanto io noto l’incongruenza: si vuole proteggere la vita di un nascituro e non ci si preoccupa di quella di chi già è nato, ovvero di quella di tutti quei bambini che – privi dalla copertura vaccinale contro l’A/H1N1 e privati della possibilità di assumere tempestivamente il Tamiflu – potrebbero essere sottoposti al contagio influenzale, se il virus non modificherà la sua intensità, tra settembre e gennaio. Già gli ospedali italiani non hanno posti letto ora, figuriamoci il vero e proprio caos che deriverà dall'ammassarsi di persone nei pronto soccorso tra malati di influenza normale e di quelli di influenza "suina" che contageranno anche gli altri. Anche se ci fossero scorte di medicinali sufficienti, il fatto di non poterne disporre in farmacia, creerà lungaggini tali che non si rientrerà nei "tempi" necessari per la somministrazione (48 ore dalla comparsa dei sintomi). O sbaglio?
La pandemia potrebbe decimare molte vite, a meno che il governo possieda notizie in merito alla “suina” di cui non mette al corrente il popolo italiano. Forse è per questo che si preoccupa esclusivamente delle 29 vittime che in ventuno anni ha provocato, nel mondo, la Ru486. Oppure no? Se il Governo ha dati certi li esponga, permettendo così anche ad altri Stati di risparmiare sul costo dei vaccini stessi.
Quanto invece alla Ru486, questa è già adoperata da moltissimi anni, con successo, in diversi Stati: dal 1988 in Francia e in Cina, dal 1991 in Gran Bretagna, dal 1992 in Svezia, dal 1999 in Israele, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Spagna, Olanda, Svizzera, dal 2000 negli Stati Uniti, in Norvegia, in Russia, in Ucraina, in Serbia e Montenegro, dal 2001 a Taiwan, in Sudafrica e in Tunisia, dal 2002 in Bielorussia, in Lettonia, in India, in Azerbaijan, in Georgia, in Uzbekistan, dal 2003 in Estonia, dal 2004 in Moldavia, in Guyana, dal 2005 in Albania, Ungheria, Mongolia, dal 2006 in Australia, dal 2007 in Portogallo, in Armenia, dal 2008 in Romania…
Ma Eugenia Roccella, sottosegretaria al Welfare, si preoccupa proprio del fatto che – in tutti questi paesi e da quando è partito l’uso della pillola abortiva – ci siano stati 29 decessi. Ventinove, capite?
E allora, gentile signora Roccella, i conti non mi tornano. Se 29 decessi in ventuno anni sono tanti, perché non si dà con altrettanta solerzia da fare per la vaccinazione contro l’influenza A/H1N1? In molto meno tempo ha provocato molti più decessi e, dal momento che in Italia il Tamiflu non è più disponibile nelle farmacie, dal momento che le disposizioni sulla "sicurezza" impediranno di fatto ai clandestini di potersi rivolgere alle strutture sanitarie (estendendo così il contagio!) e che non sembra intenzione del Governo provvedere alla vaccinazione di massa, la “suina” potrebbe provocare un numero infinitamente più altro di morti. O quelle vite non contano? O contano meno?
Ma allora, fatemi capire: qual è la vita che ha significato e quale quella che no? Ad una lettura per certo superficiale delle azioni del Governo, mi sembra che per i Ministri pidiellini e leghisti, oltre che per alcuni “cattolici” dell’opposizione, vada difesa esclusivamente:
- la vita dei nascituri che finiranno in Istituti perché non desiderati o perché i genitori non possono mantenerli e/o occuparsene,
- quella di coloro i quali nasceranno con menomazioni fisico-psichiche,
- la vita di chi è rimasto in stadio vegetativo,
- o quella di chi di sta soffrendo così atrocemente da maledire il giorno in cui è nato… anche perché, secondo la logica del “meglio a casa che in ospedale”, i malati terminali quasi non hanno alternative alla sofferenza e ad una fine indegna.
Sono queste le forme di vita che vanno “difese”? Mi sembra quanto meno sadico.
Una proposta: se il governo non è in grado di legiferare in maniera laica per TUTTI i suoi cittadini, lasci che i cittadini scelgano le proprie leggi. I musulmani sceglieranno la sha’ria, i cattolici le leggi vaticane e via discorrendo. Personalmente sceglierei le leggi dello Stato d’Israele.
Ne deriverebbe un indicibile caos? Sempre meglio di ciò che abbiamo oggi, perché... col novo signore [Berlusconi] è rimasto l’antico [il Papa] e l'uno con l'altro sul collo ci stan!
D. Santus. |
|
|
 |
|
 |
| |
|
 |
|
 |
|
|
 |
| PERSONALI RIFLESSIONI SU IDENTITA' E CITTADINANZA |
|
 |
| 1. Introduzione
Sono cittadina italiana, di origini piemontesi. In un periodo in cui era divenuto di moda chiamare i propri figli Jessica, Sue Anne, Richy o John, ho preferito scegliere nomi sabaudi per i miei: Emanuele Filiberto e Umberto. Eppure ho sentito anche la necessità di aggiungere “Israel” quale secondo nome per il mio figliolo minore. Perché se è vero che sono italiana e piemontese, di fatto sono anche ebrea. Un’ebrea che a prima vista va controcorrente e che, in un’Italia dove l’ebraismo è ortodosso, frequenta la corrente riformata nordamericana (che permette addirittura il rabbinato alle donne!), un’ebrea che ama Israele, ma porta la mano sul cuore e si mette sull’attenti alle prime note dell’Inno di Mameli.
Ad un’osservazione superficiale della mia immagine - di donna che non disdegna gustare un buon tajin marocchino, anche se nulla potrebbe mai sostituire una gustosa bagna cauda fatta in casa - potrei essere considerata un classico esempio di meticciato, frutto della sradicante opera globalizzatrice della modernità. Invece mi sento profondamente italiana, sinceramente ebrea e persino piemontese. Ma allora su cosa si fonda l’identità di un singolo o, ancor più, di una collettività? Sulla semplice cittadinanza? Sul retaggio storico-culturale? Sull’appartenenza territoriale? Cosa vuol dire essere italiani? Ha senso definirsi europei?
Le domande non sono banali e, forse, è proprio per questo motivo che la complessa relazione tra luogo, identità e cultura rappresenta uno dei temi centrali della riflessione geoculturale contemporanea. D’altronde, come suggerisce Dell’Agnese, “appiattiti dal punto di vista architettonico in collezioni più o meno omogenee di edifici di forma standardizzata, che trasformano la realtà visiva in una sorta di flatscape, da tecniche costruttive che distribuiscono ovunque autostrade e cemento…i luoghi rischiano di essere uniformati in uno spazio privo di significato”. Eppure se è vero che “le persone fanno i luoghi”, è altrettanto vero che ciò accade “attraverso immagini deliberatamente costruite, a tutte le scale. E molto spesso queste scale si intersecano, come nel caso degli indigeni dell’Honduras, e delle loro rivendicazioni, che non sono battaglie del locale contro il globale, ma una lotta in cui questioni globali (il diritto degli indigeni alla terra) vengono rivendicate alla scala locale e, contemporaneamente, de-localizzate” .
Anche Claudio Morpurgo, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lascia trasparire la propria preoccupazione, facendo notare come il dramma dei nostri giorni stia nel fatto che viviamo in un’Europa senz’anima che rifiuta il concetto di appartenenza. Secondo l’attuale modo laicista di pensare, continua Morpurgo, “le identità forti terrorizzano” ed è per questo che vengono combattute a favore di una collettività indistinta e, in sostanza, priva di valori. Quest’Europa incapace di scaldare i cuori “sta ricreando moderni ghetti in cui emarginare coloro i quali scelgono di essere se stessi e di andare fino a fondo alla loro irripetibile individualità”
2. Identità e appartenenza
Il termine identità deriva dal vocabolo latino idem che – com’è anche d’uso nel linguaggio comune – sta a significare “identico”. Ciascuno è cioè uguale a se stesso, il che non implica – ovviamente – che non si possa essere moralmente o culturalmente uguali a un altro. “Io sarò sempre quello che sono” (Esodo 3, 14a) disse Dio a Mosè, che gli chiedeva come avrebbe potuto rispondere agli israeliti schiavi in Egitto quando loro gli avessero chiesto chi lo mandasse a liberarli. E forse è proprio per questo motivo che il popolo ebraico è sempre stato particolarmente attento alla questione dell’identità: non certo per altezzosità nei confronti degli altri popoli, ma semplicemente perché ognuno di noi è così com’è per esplicita volontà di Dio, di quel Dio che non ha esitato a farsi addirittura chiamare “Io sono” (Esodo 3, 14b).
D’altra parte, come sostenne Ben Gurion al termine della Guerra dei Sei Giorni , «Essere ebrei significa porsi ogni giorno la domanda: cosa significa essere ebrei?». E la domanda se la pose infatti anche la Knesset, il parlamento israeliano, nel 1970, durante il governo di Golda Meïr . Il dibattito che ne seguì portò così a un cambiamento della “legge del ritorno” , nonostante intellettuali come Scholem non avessero esitato ad accendere la polemica: il governo – lasciò intendere Scholem - non può stabilire per legge chi sia ebreo e chi no, poiché l’ebraismo è un organismo vivente in continua formazione che si autodetermina storicamente.
Si potrebbe trarre da questa presa di posizione la seguente conclusione: chiunque sia ebreo può appartenere allo stato di Israele, ma questo essere ebreo non è definibile una volta per tutte, e tanto meno lo è dallo stato che non può decidere, su queste basi, circa l’attribuzione o meno della cittadinanza. L’ebraismo è parte dell’identità del singolo individuo e non è certamente qualcosa di immutabile o statico.
A voler attualizzare il discorso entro un ambito alla gran parte dei lettori più comune, sarebbe come dire che il Parlamento Europeo non può decidere ope legis chi sia europeo e chi no, chi abbia il diritto di far parte dell’Europa - sulla base di una serie di parametri da rispettare - e chi debba restarne fuori. Il discorso è infatti molto più complesso e per certo non può prescindere dagli eventuali legami storico-economici che i popoli hanno intessuto tra loro nei secoli passati, oltre che da un altrettanto eventuale retaggio culturale, ma anche religioso, comune, dando al termine “religioso” l’accezione più ampia. E se è vero che la religiosità debole post-moderna difficilmente è riuscita, per lo meno in Italia, a far nascere una forte religione civile connotata da un significativo impegno etico-pubblico, da un profondo senso civico e dalla lealtà verso lo Stato e le istituzioni, è altrettanto vero che l’Italia è un paese ricco di simboli di appartenenza territoriale che aiutano, in maniera significativa, a fare dei singoli un popolo. Se, su scala locale, l’esperienza quotidiana del territorio e l’interrelazione tra le persone costituiscono infatti l’ordito intorno a cui si intrecciano il senso di appartenenza e di solidarietà, su scala nazionale l’italianità non può che fondarsi su “rappresentazioni collettive” non necessariamente legate all’esperienza del singolo. La nazione costituisce quindi la “comunità mentale” per eccellenza, per la coesione della quale giocano un ruolo di grande rilievo storia etnica, leggende, miti fondatori. Ma il senso di comunanza, per continuare ad esistere, deve essere alimentato e questo compito è tradizionalmente assolto dall’inno nazionale, dalla bandiera, dalle festività, da comuni valori, dalle personalità più rappresentative del paese con le quali identificarsi.
Ogni società, com’è normale che sia, organizza i propri luoghi, produce il proprio territorio, dà forma al proprio paesaggio imprimendovi segni e simboli legati alla propria cultura materiale (campi, case, strade, città,…), ma soprattutto alla propria cultura non materiale (toponimi, luoghi sacri, confini,…). Tutto ciò porta a un’identificazione uomo-luogo, gruppo-territorio, società-paesaggio che definisce una precisa appartenenza, un preciso legame biunivoco, che non è ovviamente da intendersi nel senso deterministico di “causa-effetto”, ma che deriva esclusivamente da un processo di oggettivazione culturale in costante evoluzione.
L’identità italiana, come anche quella europea, non è qualcosa che si possa conquistare né per diritto di nascita, né tanto meno con un viaggio per nave: italiani o europei si diventa, sempre. Non è sufficiente ricordarsene soltanto in occasione delle partite di calcio della nazionale del proprio paese: l’unico modo per poterci riuscire è attraverso l’introiezione del senso di comunanza e di appartenenza territoriale. Cosa che, per un migrante, è ovviamente più difficile. La tentazione è quella di mantenere i vincoli con il proprio passato, resistere a qualsiasi forma di sincretismo, tenere stretta la propria identità fondamentale in una sorta di revival etnico che, di fatto, impedisce la piena integrazione. Da qui il nascere dei vari fondamentalismi, da qui la tentazione di chiudersi agli altri fino al punto di voler creare un “partito degli immigrati” proprio nel momento in cui si intravede la possibilità della piena integrazione grazie all’acquisito diritto di voto.
Non possiamo infatti dimenticarci che siamo figli di un Dio che ci ha fatti a Sua somiglianza e che non soltanto ha detto a Mosé: “Io sarò sempre quello che sono”, ma ancor prima ha posto l’accento sul concetto di nazione, con la promessa fatta ad Abramo di far diventare la sua discendenza “un popolo numeroso, una grande nazione” (Genesi 12, 2). Il che non sottintende – come qualcuno potrebbe pensare - un senso di supremazia. La tradizione ebraico-cristiana non suddivide gli uomini, come fa quella islamica, in dar al-islam (casa dell’islam, ovvero dei credenti) e dar al-harb (casa della guerra, ovvero degli infedeli da assoggettare con la spada). La tradizione ebraico–cristiana ci dice che tutte le nazioni sono benedette, non importa che tu sia italiano, francese, marocchino o indiano perché, per mezzo di Abramo, Dio benedirà “tutti i popoli della terra” (Genesi 12, 3).
3. Identità e cittadinanza
L’identità presuppone, da quanto si è detto, una certa qual individualità. Geograficamente parlando, la scala nazionale è possibile soltanto grazie alla coesione e all’unione di un certo qual numero di scale locali: il sentirsi profondamente cattolico, valdese o ebreo, come anche piemontese, umbro o siciliano, piuttosto che creare suddivisioni, permette il rafforzamento della poliedrica identità italiana e arricchisce il sentimento nazionale. Ma per essere italiani è sufficiente avere la cittadinanza italiana? Sono convinta che non sia così.
Il termine “cittadinanza”, per come viene inteso in Occidente, tende sempre più ad assumere il significato sinonimico di identità e a definire in qualche modo l’appartenenza politica. Le lingue mediorientali, invece, non possiedono – o non hanno posseduto sino ad epoche molto recenti – vocaboli che indicano il concetto di cittadinanza. I termini che generalmente vengono tradotti con il significato di “cittadino” – muwatin in arabo, vatandas in turco, hamvatan in persiano – significano letteralmente “compatriota”, ovvero appartenente allo stesso watan (paese, villaggio, quartiere).
Infatti pare che il califfo ‘Umar avesse esortato i suoi dicendo: “Imparate le vostre genealogie e non fate come i nativi della Mesopotamia che, interrogati sulla loro origine, rispondono ‘vengo da quel villaggio’” . In altre parole è il lignaggio, secondo questo modo di pensare, a definire l’identità, piuttosto che l’appartenenza a una determinata collettività. E se i monarchi europei, cristiani, erano soliti definirsi, a titolo d’esempio, re d’Inghilterra o re di Francia, quelli islamici si definivano, invece, principi dei credenti. Quasi che l’aggressivo proselitismo e il conseguente espansionismo territoriale messi in atto dai diversi leaders musulmani prevaricassero la relazione affettiva tra uomo e territorio, intendendo per territorio quello spazio all’interno del quale l’uomo non soltanto si localizza, ma si autodefinisce.
Il senso del luogo, o di appartenenza a un luogo, è invece ciò che sta alla base dell’identità occidentale e che affonda indiscutibilmente le proprie origini nella tradizione ebraico-cristiana. E se l’equazione “luogo certo=identità certa” è, secondo me, sostanzialmente priva di valore, lasciando intendere che il luogo sia un’entità culturalmente chiusa, unica, dotata di un proprio genius loci capace di elaborare strategie proprie di relazione con l’ambiente, e modi e generi di vita specifici, che difficilmente possono essere scalfiti da quanto avviene al di fuori, di fatto così non è per il concetto di nazione.
L’Italia, che pure è il prodotto di una serie di invasioni, insediamenti e conquiste da parte di differenti gruppi etnici, appartenenti a differenti culture, che parlavano lingue differenti, si è gradualmente evoluta in un’unica nazione composita. Compito della cultura nazionale è stato non tanto quello di rispecchiare, nei suoi accomodamenti politici, un popolo e una cultura già unificati, quanto quello di produrre una cultura nella quale i diversi elementi si sono potuti gradualmente unificare nel senso di una comune appartenenza. Di fatto – ed è inutile negarcelo – la sfida del prossimo futuro sarà proprio una sfida di tipo culturale.
Huntington, già una decina di anni fa, aveva sostenuto che i nuovi conflitti avrebbero in qualche modo assunto aspetti fortemente culturali e, già allora, il teorico della democratizzazione aveva parlato di scontri tra civiltà, al di sopra delle nazioni . La cultura appare, secondo questa impostazione, quasi come un sorta di “forza originaria”, di malattia ineluttabile che porta alla frammentazione le diverse comunità. E la frammentazione diventa il luogo comune che comprende tutti gli sforzi nefasti e i conflitti sanguinosi che si richiamano all’origine etnica, dovendo giustificare una regressione politico-sociale in nome della cultura.
La formazione e l’articolazione delle identità culturali vengono incredibilmente interpretate come reazioni dei popoli al livellamento sociale e politico nell’era della globalizzazione. Una sorta di strenuo tentativo di resistenza nei confronti di un dilagante McWorld dove la cultura è ridotta alla funzione di supermercato ben fornito. Mondi un tempo autentici, ci viene detto, vengono distrutti dall’ubriacatura consumistica occidentale che impedisce di fatto la costruzione di un sé autentico, intendendo per autentico ciò che ha un radicamento originario, storico e possibilmente non occidentale .
Tuttavia ciò che ritengo significativo mettere in evidenza è come, di fatto, l’autenticità si basi, piuttosto, sull’appropriazione riuscita dei fenomeni culturali. Secondo Hegel l’uomo crea qualcosa di “originario” nel corso di un processo che inizia con l’alienazione e passa attraverso l’estraniazione che conduce all’insoddisfazione, la quale si trasforma in forza motrice del successivo processo di appropriazione. E’ così che, nell’ultima fase del ciclo evolutivo, l’uomo riconosce come originariamente proprio ciò che si supponeva estraneo. La dialettica hegeliana coglie dunque il processo continuo all’interno del quale la cultura cambia: l’autenticità non dipende dall’origine, ma dal grado di appropriazione. Di fatto non è un caso se i fondamentalismi rifiutano la globalità pur servendosi talvolta dei metodi propri della globalizzazione, dai media elettronici ai trasferimenti di capitali sino ai pellegrinaggi.
4. Conclusioni
La globalizzazione pluralizza e frammenta le comunità nazionali e locali, con la conseguenza che sempre meno individui di un medesimo luogo condividono un patrimonio culturale comune, cioè leggono gli stessi libri, parlano la medesima lingua e difendono gli stessi valori. Grazie alla crescita esponenziale di contatti diretti e mediatici tra gli individui, si dispone oggi di una grande varietà di alternative e visioni del mondo per dare forma alla propria vita privata e sociale. Ampi orizzonti che richiedono però all’individuo un’elevata misura di responsabilità: non tutte le differenze sono infatti superabili e non è bene che siano superate. Esiste ciò che non è condivisibile, ciò che non è integrabile: l’immolazione delle vedove in India sarà, ad esempio, sempre incompatibile con i diritti umani e i valori dell’Occidente.
Il ruolo della cultura nazionale non dovrebbe perciò essere quello di esprimere “sentimenti unitari” di appartenenza, ma di rappresentare quelle che sono, di fatto, le vere differenze “in qualità di unità”; produrre – attraverso l’educazione, la letteratura, la pittura, i media, la cultura popolare, il retaggio storico, il marketing – un’identificazione, un senso di appartenenza che, se non venisse costantemente alimentato, perderebbe la sua forza unificatrice nazionale.
Soltanto così sarà possibile una vera Europa dei popoli, creata su una forte base identitaria. Anche perché, com’è scritto nelle Mishnà : "Se io non sono per me, chi è per me? Ma se io sono soltanto per me, che cosa sono? E se non lo sono adesso, allora quando devo esserlo?" |
|
|
|
 |
|