Poesie di Michelangelo Rossato di Venezia

Specchio

Nel blu dei giorni,
nell’acqua sottostante,
nel tramonto di vita,
guarda
guarda l’oggetto vitale per l’umanità,
non si incontra con la dimensione parallela
si incontra allo specchio di lacrime,
gorgoglia suoni sordi,
strega il suo essere immondo di un essere,
serve la sua rabbia padrona
per poi farne la sua migliore amica.
Si riprende l’essere specchiato nelle lacrime
lo indossa con sorriso malefico,
tra ghigni e risate,
l’essere impuro
trafigge le lacrime

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Il treno che conduce a casa

Stava lì,
sul pelo dell’acqua,
stava per chiudere gli occhi,
dove stava andando?
Il treno parcheggiò sulla plastica immersa nell’acqua,
si aprì la porta
cosa deciderà il piccolo?
Dove salirà?
L’acqua gorgogliava impaziente
Dove eravamo prima di essere qui,
era quella la nostra vera cosa?
Cosa faremmo quando vorremo ritornarci?
Il treno fischiò,
ma lui come se fosse sordo,
ascoltò muto sull’acqua.
Gli altri dentro la pozza d’acqua lo tiravano piangendo risate tristi
Con la coda,
scansò il treno,
che come un fantasma se ne andò,
nuotare in acque profonde di oceani sospesi in aria,
casa
ma perché non voleva ritornarci,
forse perché i labirinti sommersi in acque di case,
sono sconosciuti

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Colline di pianti di fata

Ed ecco che attraversando il mare di luce
sbucata fuori da occhi di ghiaccio
con impenetrabile sguardo di fuoco
scioglie
scioglie, tra gli alberi cade formando leggende,
sradicando gli alberi, come un fiume, camminava sulle colline
scioglie su di lei
e cade

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Echi

Bisbiglii, questi bisbiglii,
cosa sono questi bisbiglii,
echi di bisbiglii
dentro un quadro mi ritrovo,
una mano di plastica tocca la mia,
insieme ballando,
volto di donna ha il corpo di quella mano,
un bosco di echi conduce il cartello
Le gambe si stancano a battere sotto il lenzuolo
Continuo a camminare in questa realtà,
un mortale mi si avvicina e mi parla all’orecchio,
come una sirena incomincio a cantare
Ho sete, mi alzo accendo la luce e bevo dal bicchiere di plastica
cantavo una canzone che non ricordo,
sembrava un eco, un eco di un urlo.
Piove, a Londra piove, piove sempre a Londra,
senza ombrello mi riparo,
sotto un lenzuolo dove ora sto sognando
il lenzuolo, ecco la chiave, la verità oscura in cui sono ora,
basta soltanto che
mi sveglio

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Lacrime d'acqua dolce

Esprime sempre il pianto d’acqua,
esprime mai pianti veri,
lacrime cadono con rumore,
quando,
il sole come la luna,
le lacrime d’acqua,
cadendo, diventano mute.
Sincere lacrime,
lacrime rare,
cacciate come animali,
cadendo dagli occhi.
Lacrime d’odio del dolore,
cadendo, muta,
non la nota nessuno,
solo la fonte che l’ha abbandonata.

(A mio fratello, Davide)

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Guardati e taci

Non so se anche tu,
sei andato a guardarti allo specchio.
Non saprei se io sono andato.
So soltanto
Che lei mi pensa,
per sempre.
Non saprò mai se
lei esista
se lei mi ricorda
se lei mi ha.
tu non eri con me,
tu non hai visto,
tu non c’eri,

e di questo
non ti perdonerò mai.
Tornerò,
e quando sarà il momento
voi vi inginocchierete
ai miei piedi.
Vi pentirete
di quel che avete fatto,

morirete tutti.
Porterò i vostri cadaveri dentro uno specchio,
perché possiate
vedere che carcassa inaridita siete,
e sarete per sempre.

(Primo premio del concorso di poesia Scorzè)

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A volte

A VOLTE

Le luci si spengono
a volte,
a volte si piange
senza alcun motivo.
Piangi soltanto
perché sai
e basta.
Le gocce ti cadono fra le mani,
come semi di un futuro fiore;
sai soltanto di esistere
quando abbassi la testa,
quando piangi.
Non è una paura,
è soltanto uno strano sorriso.

Passa il tempo fra i rami secchi,
le lancette avanzano
nelle ventiquattro stanze.
Nessuno ti ascolta mentre piangi
lacrime.
Nessuno ti parla
tranne l’angoscia.
Stai seduto a pensare
quando le luci si calano,
nessuna luce si spegne con le lacrime,
non sai perché,
ritornerai.
Non sai quando
lo farai,
sai soltanto di piangere lacrime insolite,
lacrime salate,
lacrime di un bambino,
lacrime di una vergine.
Piangi soltanto,
un sorriso strano,
piangi soltanto
acqua che sgorga dal cuore,
come un canto.
Un canto diverso
di uno strano popolo.
Quando calano le luci,
tu piangi,
a volte.
Tu piangi per una cosa semplice,
una cosa così piccola.
Tu sorridi strano,
piangi,
per non fuggire.

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Santa euforica perversione

SANTA EUFORICA PERVERSIONE

Quando il sale non si scioglie,
che fumo dai miei occhi.
Una rabbia come quella
Da omicidio.
Sono stufo di vivere in questo mondo
Da schifo.
Non voglio più il tuo successo del fango,
non voglio più la tua pace di dolore,
non voglio più il tuo sesso con le tende rosse.
Distruggo vasi di porcellana,
squarcio con lo sguardo le membra
dei peluche.
Uccido bambole,
rompo scaffali,
rovescio, la cioccolata calda.
Cammino sui vetri con la mia santa perversione,
diafana e insolita rabbia,
dolore atroce come lacrime su seta
nera.
Raggiante urlo di gelosia,
mi strappo i capelli neri
dalla testa.
Corro libero senza più
Catene,
canto,
bacio e
faccio l’amore.
Corro nudo per le praterie,
cavalco cavalli neri.
Ho i capelli al vento,
a farmi compagnia c’è la mia santa perversione.
Ingenuo e mistico,
distruggo palazzi,
squarcio alberi,
brucio,
infuoco lampi e lampioni,
sciolgo il cemento sotto le auto.
Spacco il ghiaccio con i miei denti,
divoro,
mi scateno e mi abbandono alla vita.
Rivivo,
son vivo,
non son ancora morto,
la vostra speranza non verrà mai accolta.
Arcana rabbia da poca ragione,
mi limito a battere sul muro.
Chiamami come chiami il tuo cane,
sono come un peso sul cuore.
Fuoco, e ghiaccio sulla mia pelle,
urlo, rincorro i tulipani.
Uccido sogni
Non ce la faccio più,
son libero,
stanco e non voglio pregare.
Distruggo chiese
Ingoio camapane,
non voglio più il tuo umorismo razzista.
La tua indifferenza congenita e così
Insensibile.
Saltami addosso
Non aver paura,
ti sbrano mi sbrani,
facciamo la guerra.
Vieni aria accarezza la mia mente,
o finirò per abbandonarmi al mio
perverso digiuno di buone maniere.
Parole, parole che squarciano i muri,
parole da far morire.
Acqua bollente sulla mia pelle,
mi ghiaccio, mi uccido
e infine rinasco.
Parliamoci chiaro
Ucciditi e basta.
Tanto la vita non andrà più oltre.
Rabbia e incontrollabile e
Santa perversione,
assalimi rompimi,
spezzami a metà.
Son fragile e duro
Son peggio di un muro.
Esangue.

(Alle mie collere isteriche contro nessuno)

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Come gli spiriti d'oggi

Avete mai camminato tra i giunchi
come granchi che si nascondono?
Avete mai riso di non averlo fatto?
Io solo ho sofferto più di voi e per voi,
come l’amore che ti disprezza,
come di streghe la morte,
trascinato tra carri di pazzi,
non sapete cosa significa,
ma vi perdono di avermi inchiodato.

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La panchina dell'aeroporto

Camminando tra le strade,
elettriche,
come un fiume che gorgogliava
alla sorgente,
camminava con i capelli al vento,
si guardava intorno
il sole era eclissato da molto,
pioveva ieri?
Piangeva con sorriso malinconico,
rideva come una rosa,
come sarà domani?
Lei non lo sapeva,
aspettava soltanto
il suo amore.
Seduta su di una panchina
di un aeroporto,
coi capelli al vento,
un canto le sgorgò dal cuore.

(A Mariaelena)

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Pensiero del nulla

Sordo, perché non ascolti?
Cieco perché non mi guardi?
Muto perché non mi parli?
Forse non potete farlo,
o forse non volete.
Io aspetto con calma
La vostra risposta,
mentre un nuvolo di polvere mi assale.
Siete voi o io le vittime?
Chi lo sa,
so soltanto che io
non posso vedere,
non posso ascoltare,
non posso parlare,
non posso essere.

(A tutte le donne Afghane)

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Plenilunio

Il plenilunio ha effetti strani
sulle persone.
Si accorgono ad un tratto,
di avere i capelli troppo lunghi
per continuare.
Certi si accorgono,
di essere stati troppo
in una piscina di liquido amniotico.
Certi diventano,
dei demoni per le strade
e per le case.
Certi si ricordano,
di avere una vita troppo breve del solito
per sorridere.
Certi spiccano il volo,
su un’asola di un cordone,
viaggiano per monti e crateri lunari,
mentre la guardia carceraria li guarda appesi al soffitto.
Certe camminano per le strade
senza niente da fare,
solo pensare alla vita.
Certi guardano
tranquilli la luna,
libera dal manto nero.

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Giornate spente all'ombra di bambini mai nati

Giornate spente
all’ombra dei cipressi erbosi,
circondati da contorti ceppi
di ortiche e di vite vissute.
Bambini mai nati,
morti nel ventre della madre
drogata,
distesa sull’erba,
nuda.
Vite vissute,
spente nel ventre
di contorti ceppi erbosi,
drogati dall’erba
morti
per la madre;
bambini nati
all’ombra nuda
delle ombrose ortiche,
in giornate distese.
Bambini spenti,
nudi,
tra ceppi mai nati
e madri mai vissute.
Giornate di droga,
erbosa,
all’ombra del ventre morto,
presso cipressi spenti.

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Il mercato delle fate

Soffiava tra le collere omogenee dei fotografi,
volava tra gli imperturbati passatempi al bar,
veniva acclamata dai cani
che abbaiavano stupidamente alla luna,
giocava con i semi dei soffioni
e camminava con il suo mantello nero
nelle case sfregiate dalle colline.
Si infilava nelle torte delle pasticcerie
e cantava ai sordi.
Insegnava ai pesci a respirare le spore
e agli uccelli a volare con gli aquiloni.
Faceva delle pizze una bontà,
gettava in faccia alle tele i colori della vita,
piangeva la sua vera identità.
Volava frettolosamente per le strade,
e fece compagnia ai passerotti,
sbattuti sui finestrini delle auto.

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Sono come un granello di polvere grigia

Sono come un granello di polvere grigia,
volando tra i capelli di una donna.
Alla luce mi vedono indifferente ai tumulti,
il vento mi accarezza
Mi appoggio agli specchi e parlo ai muri,
gioco con le gocce di pioggia.
Sono come un granello di polvere grigia,
che vola con ali di fumo
e soffia sui campi di ortiche.
Sono come un granello di polvere grigia,
che riposa sulle penne dei grifoni.
Mi appoggio sui vestiti bianchi
delle baccanti,
e
scivolo
come
un piede
nella
scarpa
sui
raggi
di
luna
nera.

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Ninna Nanna

Mi manchi,
anche quando
sono poco lontano dal
tuo
cuore.
Canzoni e profumo di fiori.
Piangi stelle,
le perle dei tuoi occhi,
sono invidiate,
da qualunque dea.
Ho navigato per anni nelle tue parole,
ho sognato.
Cantami una ninna nanna.
Cammini con un sorriso,
sono le tue labbra disegnate.
Vorrei ancora vivere dentro di te,
nel tuo ventre caldo.
Vorrei ancora essere un neonato,
per passare altre mille vite con te.

(A mia mamma, Michela)

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Pallidi silenzi

Piccole scuciture penetranti,
trapassano.
Filtri per il cuore e ghirlande appassite.
Hai abbandonato la casa,
lasci il fuoco che canta.
Non dipingi più le tue storie sonore,
non ascolti il tuo ritratto
nel buio.
Perché stai freddo e immobile come una foto,
sbiadito e muto.
Non c’è più la perla nei tuoi occhi,
l’hai donata alle acque del lago.

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Aspettando Hel

Come mai non filate più,
i nostri arcani destini?
State accovacciate su una bara
che non c’è,
le vostre lacrime non cambieranno
il corso
dei nostri secoli.
Pulite con la bava, le vostre speranze,
non avete più il potere.
Insinuose nascite,
insipide,
e taglienti intrusioni,
sui tuoi racconti
germoglianti.
Le cose non vanno mai come credi,
piccola ed ingenua Cloto,
nelle tue perverse manie.
Corrono gli anni e filano
gli arcolai,
da soli.
Un destino che va per la sua via
E ti blocca le mani,
come fare a fermare,
come fermare il fato occultus wird
della nostra vita.
Rassegnati Lachesi isterica,
le tue mani non formeranno mai più ingorghi
disumani.
Malattia congenita senza scopo,
non si ferma a giusta
fine.
Omicidio, come non avresti mai
calcolato,
Atropo malinconica.
Come fai a capire,
la fine
se la fine ha gia capito
te stessa?
Mai come una volta tagli
il filo,
non usi
i tuoi taglienti e
meticolosi ferri arrugginiti
dei tempi dolci.
Il tuo dono scorre come fiumi,
neri,
sul mondo,
viene usato troppo poco
o a dosi
troppo,
troppo esagerate
per noi.
Il come,
il quando e il perché,
non scorrono più nelle nostre vene,
Norne spente.
Sputate da un dio,
su un mondo,
che non c’è.
ma continuate a filare,
le vostre vite;
sperando che la fredda Hel,
arrivi a cullarvi,
portandovi via da questo mondo
che non c’è.

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Mundulfari

Portala dove il cielo comanda,
portala lontana dai guaiti
del tuo nemico.
I tuoi capelli d’oro,
volano sotto le nostre teste.
Mundulfari inesperto,
sei troppo bello per loro,
ti hanno punito,
per la tua nascita,
magnifico.
Sei con il tuo nome che ti fa compagnia,
ti fa luce la luna dietro di te.
Guida il tuo carro,
Mundulfari fedele.
Scappa dal rumore
delle sue zampe.
Perché sei nato,
con questa luce?

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Farina e fatica

Arrivi, dolci arrivi, come
un treno che passa veloce.
Un pensiro sfuggito,
tempi remoti,
dimenticati
perduti.
Arrivi, dolci arrivi,
come la posta,
che sa di bucato
fresco.
Arrivi, dolci,,
anche se amari.
Piccoli ricordi impregnati
di farina e fatica.
La fatica di esistere,
finchè l’ultima riga
non arrivi.

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Gli ultimi capitoli

Nelle tenebre una canzone risuona
sotto le scale una canzone.
È la mia cantilena vitale,
monotona e ripetitiva,
quanto basta.
È come una bombola d’aria,
è come una macchina,
che ti tiene in vita.
Negli abissi una canzone risuona
silenziosa e penetrante
quanto basta.
È come un cigno che vola nella notte,
è come un pugnale
che taglia il burro.
Nelle tenebre una canzone risuona
succube e in simbiosi con la mia gola,
secca e assetata.
Datemi da bere, o non canterò più.

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Innata ignoranza

Siediti accanto all’uomo puzzle,
è a pezzi.
Si sente sempre solo,
con tanti amici.
Una miriade di emozioni unite,
come il peperoncino nella
ciccolata calda.
Lo incontrerai mentre cammina sui muri,
con uno sguardo di insolita indifferenza,
ti guarderà,
malinconico.
Saluta l’uomo puzzle,
quando lo incontri che cammina per strada,
insellando una bicicletta
dai sinistri suoni avversi.
I suoi elastici non girano più,
le sua ragnatele continuano a filare,
nella sua testa.
L’uomo puzzle, avvolto in una coperta
di pensieri e nitidi sogni
cuciti con rituale esigenza.
Unisci i suoi pezzi,
poiché nessuno lo fa,
ascolta, quando cammina sui muri,
e parla alla sua solitudine,
parla, con l’innata ignoranza.
Accudito con severità
e un pugno di amara filosofia,
ora il mondo non nota la sua esistenza,
Adesso nessuno culla più
l’uomo puzzle.

(Dedicata all’ostilità verso i portatori di Handicap)

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Amore di lame

Era li, stupito.
Era lì, nel suo giubbotto di
pelle
Era invidioso,
geloso
Quante volte ho sognato
di
averlo vicino
per studiarlo
scrutarlo con attenzione
minuziosa,
osservarlo dietro una
lente parabolica,
ingigantita dal mio volto
Da tutte le angolazioni
In tutte le stanze
della grande villa
Le sue spalle stavano
sudando,
dietro alti colletti
avrei baciato il suo collo,
se fossimo stati soli,
avrei baciato il suo collo,
come due buoni amici,
il bacio del vampiro,
prima dolce poi
affilato.
Amore odio,
odio amore,
due simili cose,
due spose.
Prima dolce poi
affilato amore di lame

(Al mio nemico)

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Sulle loro labbra

Sto pensando
accanto ad un’eccentrica lumaca
Sguardo timido
verso la strada
Sguardo tenue
rivolto ai sedili posteriori.
Mi chiamano per nome.
Non sono mai stato più felice
fino a questo momento.
Perché non possono corteggiarmi
ogni giorno?
Partendo dalla nascita della luce,
fino al commiato delle lingue di notte
Voglio sentire il mio nome
sulle loro labbra vermiglie

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Le lacrime necessarie

Mi accorgo di parlare troppo
di me.
Non sono più lo stesso.
Mi guardo al mio specchio
guardo quella persona
che riflette
Aria aria voglio respirare,
aria aria ho voglia di ricominciare:
riconducetemi alla porta
del mio labirinto,
tra i suoi intricati corridoi;
voglio ripercorrere le ambizioni,
i sentieri di scelte inafferrate
e ceche, come talpe terrene.
Aria aria com’è dolce il silenzio
Le stelle girano intorno a te
Aria aria aria
Com’è bello piangere le lacrime necessarie

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Una tenda del deserto

Profumo d’incenso
Mi rotolo nel fumo,
aspiro le lingue di mirra,
mi avvolgo in una coperta di braci

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Titubante percezione

Cercherò di sembrare più leggero,
anche se afflitto da troppo peso.
Cercherò di sembrere più interessato,
anche se lo sono fin troppo.
Cercherò di sopportare di più,
anche se ho sopportato abbastanza a lungo.
Cercherò, poco loquace,
ma non troverò niente.
Titubante percezione,
non mi vedo attento
a quel che succede.
Rimetterò, cosciente sul teppeto.
La televisione è spenta,
nessuno a farmi compagnia,
soltanto il mio folle cercare
e il mio essere apparente

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Penserai a me

Non sento il bisogno
di sentirti.
Non ho più fiato per risponderti,
chiuso nel tuo vaso
di plastica
Ora ti lascio per sempre così,
i tuoi germogli dei semi chiusi in te
cresceranno da ora in poi;
ti scorderò
come l’inutilità.
Ma tu penserai ripetutamente
a me.
Avrei voluto essere paziente
verso i tuoi politici
servizi.
Puntualmente fingevo di usare la serenità,
anche se non è vero niente
I cieli immensi mi accompagnano
verso la mia vitalità
ed io ti lascio
accovacciato.

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Fai il morto

C’era una volta,
una volta ancora.
Giurerei che prima
finiva diversamente
Ho pregato a lungo
ripetendo le strofe imparate
stupidamente a memoria.
La pagina di un libro è volata,
un'altra volta sarà nominata
la versione delle favole
la visione delle viole
e dei gigli tigrati.
Tattiche di addestramento
che dovrebbero addomesticarmi:
un salto in aria,
fai il morto,
le capriole
Ma non ci sono riuscito
il mio guinzaglio era troppo stretto
tagliente.
Ho compreso di rimanere incatenato al muro,
saldamente assicurato ad una cinghia di cuoio.

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Con nonchalance

Sto aspettando
non so che cosa.
Un cambiamento radicale
di stagione
ho una metereopatica
voglia
di diversità.
Mentre la neve cade,
io aspetto,
non so che cosa,
non so chi.
Con nonchalance,
definirò la nostalgia
dalla normalità
dal fuoco e la coperta,
le candele e l’ironia,
i libri sul comodino e
il vento tra le tende.
Aggrovigliato nelle mie lenzuola
da cambiare
generalmente scalzo.
Ho aperto il mio vaso di Pandora,
ho curiosato nei miei
destini.
E così sto aspettando di arieggiare
la mia casa,
detesto il dilagante tanfo
dell’ipocrisia.

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Non sa più sorridere

Quando le foglie cadevano
leggermente
sopra la sua fronte
Camminava ancora
riusciva a discutere
gli raccontavano le favole.
Scrutava alveari colmi di miele,
scaltro atleta dal lungo resistere.
Ma ora non più,
non può
camminare,
ora non più,
non può più parlare
Non ricorda mai il suo compleanno
Corri, nel deserto
delle tue fantasie,
calcia, un mucchio di pelle
cucita assieme
Ma ora non più,
non può più giocare
non più,
non sa più sorridere

(Ai tantissimi bambini africani che tutti i giorni muoiono)

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Poesie di poeti italiani, toscani e pisani