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Poesie di:
Ugo Mastrogiovanni
Ugo Mastrogiovanni Nato il 12-03-1936 a Orria (SA, residente a
S. Nicola La Strada (CE. Coniugato da 41 anni. Figli 2, nipotini
2 Laureato in Scienze Agrarie Attività lavorative - Dal 01-10-1963
al 31-12-1965: vice ispettore dell’Istituto per Il Commercio con
l’Estero in Verona. - Dal 01-01-1966 al 31-12-1976: informatore
Medico Scientifico della Carlo Erba SpA. Dal 01-01-1977 al 31-12-1981:
direttore scientifico della Tecnoscuola SrL azienda di forniture
scientifico-didattiche in Napoli. Dal 01-01-1982 al 30-06-1992:
dirigente e amministratore unico della UMA Scientifica SaS azienda
di apparecchiature scientifico-didattiche in Portici (Napoli). Da
giugno 1992 al giugno 2005: dirigente e amministratore unico della
HUMAN Scienze SrL azienda di apparecchiature scientifiche e strumenti
per laboratori di chimica, in Marcianise (CE). Appassionato di poesia
da quando era al liceo. Durante gli studi universitari ha scritto
parecchio. Poi, la sua vena poetica è stata contrastata dal lavoro.
Ora che è a riposo, nei lunghi periodi di riflessione e quando l’ispirazione
gli fa visita, ha ricominciato a scrivere.
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Bianchi i tuoi capelli
Bianchi i tuoi capelli biondi
i miei solo un ricordo
d’accordo con le previsioni.
Trafugata l’estate e l’illusioni
eccoci pronti a traghettare.
Genuflessi, immobili,
senza parlare,
gessi davanti a Dio;
di sperare almeno ci sia dato.
Piccoli punti morti,
senza fiato,
spogli di passioni e senza primavere,
esili fiammelle aggrappate al vento
come le stagioni collassate.
Cosa dirai di me, leale mia compagna
che penserai di noi!
Anche se stanco,
muto pregherò trai denti:
conservaci uniti,
mettici nel banco insieme
come due studenti.
(2005)
Il conto
Un setaccio la vita
che quando passa non trascura niente:
cerne bello e brutto, il buono ed il cattivo
il giorno e la notte,
convoglia tutto e presenta il conto.
Alla miseria oltraggio, vaglia l’oro e la ricchezza;
all’indigenza vera compie il suo viaggio;
taglia le glorie e la virtù
e l’ozio e l’agiatezza
il genio di pochi e l’artificio di molti
gli stolti ed i sapienti con il capo chino
e perfino il saggio consegna il suo di buon senso.
Macina i vip e la matrona indegna,
la poltrona dei grandi non avvezzi al censo
ma disposti a pagare per accomodare.
E l’onestà dei rari sempre pronti
ed io ed i miei stracci
che non m’importa di scure e di setacci,
da tempo pronto a saldare il conto
con porta sempre aperta al gioco della vita
finita appena cominciata.
(2005)
C’era una volta mio Padre
C’era una volta mio Padre
taciturno, ponderato, saggio
con cui ho parlato troppo poco per imparare
il messaggio che ora conosco a perfezione.
L’ho guardato pochissimo quest’Uomo
per non capire che era un paesaggio da scoprire
eppure oggi è l’unica mia fonte di coraggio,
il solo con cui parlare quando il mio mondo trema,
quando l’ora si fa scura.
Dalla sua Pace
mi consiglia, rassicura
e tace quest’Uomo assente
ma presente in ogni anfratto di me
suo figlio prediletto.
C’era una volta mio Padre
che col suo silenzio
m’insegnò soggezione, onestà e rispetto.
Rallento
Con fretta,
da anni ho colmato
il tempo che accanto saetta,
forse da quando son nato,
con furia da sempre ho marciato.
Nessuna fermata.
e vetta sperata mai guadagnata.
Ma bizzarra sorpresa,
impossibile indugio mi sussurra un rifugio:
.
Imprevisto pensiero di tregua m’intralcia la strada;
d’un tratto mi sono concesso un quesito:
“vado o ritorno or che il giorno dilegua?”
Mi guardo d’intorno,
sono confuso, perplesso, non so cosa fare:
“devo frenare?”
feroce ritorna una voce.
Ripenso: “affondo se freno”.
Ma ecco violenta la scelta s’affaccia:
“taccia la voce, ho deciso rallento”.
Divento viandante appiedato,
guardo il rigagnolo pigro,
scolpisco il mio paesaggio,
mi fermo, mi parlo e non sento disagio.
“Fatti coraggio mi dico,
ammira la luce d’autunno sul tiglio che tarda sui rami declina,
ascolta il silenzio che scende veloce sulla collina,
non c’è più tempo impara ad amarlo.
Ascolta tacendo la gente, sorridi se non dice niente,
il giorno assapora pensando,
il foglio ricama scrivendo.
atroce ritorna la voce.
Non è un’ingiunzione è come canzone e sono contento.
Mi sento di farlo, mi pento di questa vitaccia,
da oggi, da ora, all'istante,
ho chiuso: rallento.
(2006)
All’ombra della tua fronte
Arrampico la mia notte
per un cielo senza luna;
sogna vagiti la culla,
segreti il mistero;
non vale più nulla
la tumultuosa fretta
di rincorrere l’alba,
il crepuscolo del mattino
ci sorprende ancora insieme.
Continuo a sostare
all’ombra della tua fronte
frescura di sempre
sorpresa continua
difesa sicura.
(2005)
Andai ricordando
Tra le foto sbiadite
spalmate di talco,
condite di tempo
andai ricordando
il palco da cui le scattai.
Entrai in quei volti,
negli occhi di carta,
alcuni contenti,
altri raccolti
da palcoscenico.
Attori da prato,
scene di strada
senza un sipario
senza copione.
Lo scenario del giorno,
dall’alba alla sera,
così come tutti
così era allora;
ognuno campione
attore di sempre:
nasci e debutti.
Mancava qualcuno:
ci aveva lasciato
per altre scritture,
per scene sicure
dove non avrebbe sbagliato
giammai la battuta.
(2005)
Mia Madre
Il resto della chioma che,
castana un giorno,
le fu corona al volto pien di giovinezza,
oggi, lieve e d’argento, carezza la sua fronte stanca.
Bianca, delicata fronte,
che pensasti tanto
in su degli occhi tremuli e infossati,
oggi ancora non ti stanchi.
Cari, casti, venerati occhi,
qual lucerne brillate a dar la luce al viso:
un viso di venerande rughe
ch’al riso mai vidi chinato,
e bimbo fui io pure.
La rattristante, irremovibil tua lunga mestezza
quanti baci strappò alle mie labbra
e quante volte,
perchè ti son di noia,
li rituffai nel core.
Oh madre,
il viver tuo qual pena al petto mio riserva!
Grande croce inchiodò destino agli anni tuoi.
Nel volto tuo
il supremo scultor
di Cristo vide la dolente Madre e il duol del mondo.
Sorridi oh mamma,
dato non fu di rattristarti sempre;
se cerchi nessun ti vende gioia, saria troppo costosa a noi,
me se tu cerchi, ma se tu scruti in te,
ne troverai un poco: un poco sempre c’è.
(1961)
Sciagurata
Tornare a casa lo vedea la sera
per nulla cambiato a ritrovare
tutto com’era:
disfatto il letto mai riordinato,
il desco ancor apparecchiato
e quel raggio di luna rassegnato
anche se fioco illuminar la scena,
sempre la stessa, molto commovente.
Quasi volesse cominciar la cena,
la sedia scostata e si sedeva;
gomiti sul tavolo, viso tra le mani
burrascoso tornava a ripensare
quando decise di lasciare,
maledetto il giorno, sciagurata lei
sorpresa a letto con l’amante.
Nessuno rimaneva indifferente:
la fontana di là che gocciolava,
l’uomo del quadro lo guardava,
il gatto di fuori miagolava.
premuti a trattenere il pianto
gli occhi stringeva intensamente
e se più forte
lagrima turbata si staccava
richiudeva tutto e se ne andava.
Eternità
Non scalfisce il tempo le modelle,
attrici, donne di TV,
signore della moda,
damigelle patrizie, dive;
giorni, mesi ed anni son scomparsi
lustri e decenni mai apparsi,
sempre più belle e levigate,
complete, scolpite, miniate!
Senza profumo d’angeli
sfiorisci solo tu,
e io mi scrosto;
intanto, unico infame,
mi fletto, mi consumo,
senza fame d’immortalità,
perché non sono accreditato
presso i palazzi dell’eternità.
Il gatto
Un di, dalla silvestre landa,
ove artigli erano unghie,
selvaggia e di fiera la tua voce,
tetto bosco e cespugli,
tane per giacigli il tuo rifugio,
stanco e annoiato, per altra vita nato,
pensasti a noi.
Lasciasti la tua casa madre e fortunato
passasti nel salotto
di sotto alle poltrone
a mutilar peluche e spelacchiar tappeti.
Sui tetti, ignori sfortunati
e randagi i tuoi fratelli,
per campar costretti ad inseguire
topi e fringuelli.
Indolenza, unico tuo dovere
una mezz’ora al giorno
far le fusa in braccio alla signora
che ti striglia, profuma ed accarezza
per prepararti al premio di bellezza.
I felini di sotto non osservi,
fan di mestiere i gatti,
per volere dei servi,
sempre a vigilare la cantina
di guardia ai sorci
e se salgono in cucina son pedate.
Se fortunati i mici profumati
tanta sfortuna quelli di cantina
se hanno da leccare due piatti
comincia bene la mattina.
Sempre agnello
Sempre agnello il mio cuore
mai leone,
in odore d’estati e primavere,
me lo impone il dovere,
ancora sempre quello
anche se or bandir saprei la spada.
A volte non avrei dovuto,
purtroppo ho ricevuto
la scuola di mia madre,
strada retta, ferrata,
mai dimenticata
come Lei.
Funerale
Serrate le porte,
socchiuse le finestre,
i muri fissano sorpresi,
i tetti accennano al saluto,
il geranio rupestre sul verone
sembra turbato a stelo chino.
Struscio di passi a testa bassa,
chi passa si ferma per rispetto
e poggia la mano al petto.
Marcia a singhiozzo di stalloni,
pochi brusii segnano il passo,
mozze le parole masticate.
altre soffocate dal pianto.
Le affezioni terrene, i paradisi
per oggi son lasciati indietro,
domani si riprende, si dimentica,
pensar non vale,
meglio dimenticarci;
in futuro chissà, oggi, stasera o forse mai…
ci toccherà ripensarci.
Aspetto ancora
Ho in cuore d’una vita il canto,
di pianto riempito il cielo,
il peso di quest’anima scomposta
che aspetta ancora
risposta e resoconto
di cosa che non so che sia
mentre chiara è la via
dell’andata e del ritorno.
In gloria
pensose nubi serene
ininterrottamente percorreranno
del mio cuor avidi spazi,
riposi in viali lunghissimi.
Castissimi sguardi innamorati
nuoteranno eterni sul creato
con pietosa memoria.
Sorriso e pianto
vagheranno in pena
senza gloria
ad inseguir letizia.
Spettatore
di bisogni immensi,
testimone impotente
ascolterò sperduto
i tonfi della mia pietà
per la sconfinata ingiustizia,
cagione della mia miseria.
Il quadro
Fragoroso a un tratto
inatteso ecco bisbiglia
Il vento tra gli eucalipti con foglie argento
Fitte piovono luci
e luccichii intensi
sull’acqua ove sonnecchia il lago.
Non ombra ne raggiunge il pelo
ove un’ochetta variegata ondeggia;
disteso a riva
ramarro di sole pago sembra che pensi;
un cane che vaga per fame e non passeggia
mi guarda storto,
cerca morto rapace.
Tace stupito un corvo più lontano
che trova strano il mio cappello
di paglia, molto bello, costoso.
Ignorato è il pesce che affiorato
provoca cerchi.
Barca azzurrina,
di destra affianco,
riva corteggia, sposa il suo riflesso,
mentre di pancia al sole
il suo padrone riposa
e sorseggia qualcosa che non vedo.
Vertiginose cime assai discoste
ammirano il quadro:
me ne accorgo, mi scuoto, sono di troppo,
me ne vado
non voglio disturbare.
Il foglio
La penna vacillante nella mano,
sfoglio il quaderno,
scelgo un foglio e, con il solito vezzo,
lo fisso senza attenzione,
col polso lo stiro e l’accarezzo,
socchiusi gli occhi,
lo contemplo e m’ispiro.
Distratto, tensione alcuna,
annoto, scarabocchio,
spesso senza senso,
scrivo quel che penso
e occupo l’ore.
Sincero amico bianco,
muto compagno
del mio sostar per l’ode,
tu che tacendo sai quello che dico,
che rifletti con me come non mai
forse non sai che d’ora innanzi
dei segreti miei sarai custode.
Il bianco e la sua bugia veniale
Era convinto il bianco d’essere il migliore,
colore superiore, unico, imbattibile.
Quando dipoi s’avvide che attraversato
da luce vigorosa cambiava ogni cosa
venendo separato in sette tinte strane,
vistosi corruttibile di colpo s’adombrò.
meditava il bianco;
Bambina
Esplode di chiarore il volto,
declina la chioma a vezzeggiare il collo,
prorompe di bellezza il seno,
flette l’onda dei fianchi
in sopra l’anche;
arde di vita la figura.
Rivolto all’orizzonte
lo sguardo controlla l’andatura
e di profumo invade
angoli e strade.
Desiderio non sia il tuo guardare
distogli l’insano tuo bramare:
gli anni di così tanta bellezza
sono soltanto una decina;
rassegnati è solo una bambina
degna di tanta tenerezza.

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