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L'ARCO  VOLTAICO
© by Vittorio Crapella - i2viu

Anno 1965                              [ Altri racconti ]

La luce intensa del sole quella mattina di primavera mi svegliò un'ora prima del dovuto ma mi accorsi solo quando ormai non era il caso di tornarmene a casa, ero già arrivato a Sondrio per  recarmi a scuola con la mia super bici e la cartella fissata alla canna della bicicletta con dentro un trasformatore e due carboncini ricavati da una pila piatta scarica.

Cosa centra quella roba con la scuola ?  Nulla ma volevo mostrare ai miei compagni e magari al prof. di scienze, se me l'avesse permesso, l'esperimento dell'arco voltaico che già avevo provato a casa.

Sinceramente non ricordo da dove mi venne l'idea ma forse è stato in quel periodo che ebbi l'occasione di vedere una cabina di proiezione per film a pellicola dove appunto veniva utilizzato come lampada del proiettore una basata sul principio dell'arco voltaico.   Mi avevano anche spiegato che ogni tanto bisognava avvicinare i carboncini per tenere sempre la luminosità ottimale.

Il trasformatore, che portavo in cartella, era uno di quelli della Scuola Elettra che avevo avvolto seguendo le istruzioni delle dispense.   Ricordo quanta pazienza per avvolgere il primario con tutte quelle spire perfettamente affiancate e isolate ad ogni strato con carta paraffinata e per di più con tutte le uscite intermedie perché allora si usava avere i cosiddetti primari universali che partivano dal 110Vac per arrivare a 220Vac con 4 o 5 valori intermedi. 
 Questo per adattare la tensione in base al valore di rete che di certo non aveva gli standard e le tolleranze ristrette di oggi.
Il secondario era di non tante spire ma di filo abbastanza grosso in grado di dare 3 o 4 Ampere  a 12V.

Appena arrivai in aula, anche senza la presenza del prof., infilai la spina nella prima presa che trovai (alla faccia della sicurezza) e avvicinai i due carboncini.  Per creare un arco sostenuto, efficiente e degno di nota bisognava dosare nella giusta misura la vicinanza dei due contatti.

Mentre i compagni guardavano un poco stupiti il bagliore scintillante dei due carboncini, sopraggiunse il prof. che ci richiamò all'ordine e ci fece terminare l'esperimento senza però lasciare la cosa senza commenti.

E ben presto dall'arco voltaico, il professore incalzato da varie domande, arrivò a parlare anche della pila di Volta.  Alla lezione successiva, la settimana dopo, arrivai a scuola con dei lamierini di rame e zinco (presi dal lattoniere del mio paese) per poter realizzare anche la pila di Volta.   
Il prof. ci portò presso l'aula di scienze dove c'era l'acido solforico diluito in acqua e le bacinelle di vetro e in poco tempo infilate le lamine e collegate ad una piccola lampadina da 2,5V potemmo vedere una fioca luce (forse era solo il filamento arrossato) ma l'importante era poter provare qualcosa di insolito. [ Pila di Volta versione moderna ]

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