Arrigo Boito - L'Alfiere Nero
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Gusto dell'orrido ed anticonformismo in una novella basata su una partita a scacchi


Arrigo Boito, noto soprattutto per la composizione di testi per opere liriche, è stato anche uno degli esponenti della Scapigliatura milanese della seconda metà dell'ottocento, movimento letterario che, rifacendosi ai bohemienne francesi, contestava i valori e la cultura tradizionale borghesi; al modo di vivere convenzionale della borghesia benpensante, gli scapigliati opponevano sregolatezza, disordine ed anticonformismo.  
In generale nella produzione letteraria di Boito, che comprende il poemetto "Re Orso" e alcuni racconti tra cui "L'Alfiere Nero", ricorre il tema dell'orrido e dell'esasperazione dei contrasti: il bene ed il male, la bellezza e la morte, il divino ed il satanico, il bianco ed il nero.

L'Alfiere Nero ha per oggetto una partita di scacchi tra un americano biondo ed elegantemente vestito di bianco, che ovviamente gioca con i pezzi bianchi, ed un negro etiope, vestito tutto di nero che gioca con i pezzi neri.


La partita ha avuto luogo quasi per caso, nella sala lettura di un albergo in Svizzera: l'Americano in attesa della cena stava conversando amabilmente con altri ospiti dell'albergo, sostenendo la manifesta inferiorità dei negri, quando si accorse che nella penombra lo stava ascoltando anche l'etiope, un giovane negro facoltoso e malato che frequentava l'albergo per venire a curarsi con le acque termali; per rimediare alla gaffe, ma anche per dimostrare la fondatezza delle sue affermazioni,  l'Americano con eleganza e cortesia offre del vino al nero e lo invita a confrontarsi in una partita di scacchi.  
Preparando la scacchiera, un alfiere nero cade, spezzandosi la testa che viene riattacata al corpo dall'Americano con la ceralacca rossa.  Proprio questo alfiere menomato, sarà l'incubo dell'Americano durante la partita.  Il Bianco, secondo la moda di allora, imposta un Gambetto di Re ma dopo 1.e4 e5 2.f4 l'etiope risponde in maniera dubbia ed anticonvenzionale, non prendendo in f4 ma difendendo il proprio pedone con l'alfiere rotto.  Il Bianco prosegue con mosse ordinate e logiche, preparando il suo attacco e posizionando i suoi pezzi in maniera armonica. Il Nero reagisce in maniera disordinata e confusa aumentando lo squilibrio della propria posizione, tutta imperniata su quell'alfiere menomato che sin dall'inizio era stato posto in d6.

Sembrava che la posizione del Nero non potesse avere scampo, pressata dal forte attacco del Bianco, ma proprio lo squilibrio ed il disordine dei pezzi neri impedivano alla logica ferrea del Bianco di porre fine alla partita.  Seguì un gioco lungo complicato e violento nel quale alla fine il Bianco si stava comunque avviando verso la vittoria.   Per l'etiope la partita poteva dirsi perduta e tutte le sue speranze erano aggrappate a quell'alfiere nero che ormai vedeva come un uomo: la ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera testa ferita. Era un moribondo, un essere caro tra la vita e la morte che bisognava salvare.  Alla fine l'Americano riesce a catturare l'alfiere nero, ma proprio quando ormai è certo di vincere il Nero promuove un proprio pedone e non sceglie la donna ma di riprendersi l'alfiero nero menomato con il quale subito dopo dà lo scacco matto. 




L'Americano incredulo non può accettare la sconfitta, prende la pistola e spara all'etiope; colpito alla testa e morente, un filo di sangue gli tingeva di rosso la gola e il collo facendolo sinistramente assomigliare all’alfiere nero che aveva vinto la partita.  L'Americano scappò, ma poi, vinto dal rimorso, si costituì autodenunciandosi.  Venne tuttavia assolto e riprese a giocare a scacchi ma l'alfiere nero si tramutò per lui in un fantasma, che gli impediva di vincere le partite e che lo portò, alla fine, alla pazzia.