La via Romea Canavesana

LA VIA FRANCIGENA: ISTITUZIONI PROMOTRICI E SOSTENITRICI

PROVINCE PIEMONTESI INTERESSATE AL PROGETTO DELLA VIA ROMEA CANAVESANA

CONTENUTO DELLA RELAZIONE

ASSOCIAZIONI CULTURALI CANAVESANE E VERCELLESI INTERESSATE AL PROGETTO DELLA VIA ROMEA CANAVESANA

ANTEFATTO

PREAMBOLO

LA VIABILITA' ANTICA NEL PIEMONTE NORD OCCIDENTALE

LA VIABILITA' MEDIEVALE IN CANAVESE

LA VIABILITA' MEDIEVALE NEL VERCELLESE OCCIDENTALE

IL PROGETTO E LE SUE IMPLICAZIONI

NOTE SUI CENTRI TOCCATI DALLA VIA ROMEA O DALLE SUE VARIANTI

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

ANTEFATTO

 

Nel 2004, il Consiglio d’Europa ha dichiarato la Via Francigena, al pari dello spagnolo Camino di Santiago, “Grande itinerario culturale europeo”, ribadendo quando affermato da Goethe più di due secoli prima, ovvero che la coscienza dell’Europa e nata sulle vie del pellegrini, favorendo l’interazione tra le varie culture e creando una base comune alla gente che popola il nostro continente.

Nel 2001, gli abitati posti lungo il tratto italiano della Via Francigena, hanno dato luogo ad una associazione, divenuta, dopo la dichiarazione del Consiglio d’Europa, “Associazione Europea delle vie Francigene”, oggi comprendente tutte le 86 città situate lungo i 1600 chilometri tra Roma e Canterbury.

Ovviamente una simile dichiarazione ha una grande valenza culturale e religiosa ma, pensando alla quantità di persone che, pur in un contesto abbastanza diverso almeno per quanto riguarda l’Italia,  paese storicamente molto frammentato, percorre annualmente il Camino di Santiago, non credo ci siano dubbi che ad essa debba essere attribuita anche una rilevanza economica. A tal fine in questi ultimi tempi, in Piemonte si è cercato di determinare quale fosse il percorso dei pellegrini per segnalarlo ed attrezzarlo ad uso degli emuli moderni, ma, ad esclusione della Provincia di Vercelli, con scarsi risultati, forse più che altro dovuti alla mancanza di ostelli a prezzi accessibili.

In Canavese, la sola iniziativa in atto per valorizzare il tratto di Via Francigena che attraversa il  nostro territorio è quanto intrapreso nei dintorni di Ivrea dalla Associazione Serra Morena, per indicare  l’itinerario che, abbandonata la Via Ployba (Via pubblica romana) percorreva la Serra a mezza costa, innestandosi sulla viabilità antica a Borgofranco da un lato ed a Alice Catello dall’altro.

Le Associazioni e le persone  in epigrafe, non fosse altro che per tutelare la realtà storica delle zone di loro pertinenza, pur plaudendo all’ iniziativa eporediese e ribadendo che quando argomentato ha unicamente lo scopo di completare il quadro delle vie Romee transitanti in Piemonte, intendono invece proporre un itinerario diverso, al quale forse sino ad ora non si era dato il credito che meritava.

L’iniziativa di riattivare, dopo secoli di oblio, la Via Romea Canavesana,  sostanzialmente una variante dell’itinerario di Sigerico, è nata casualmente da  contatti avuti delle Associazioni Mattiaca e F. Mondino di Mazzè, con la Associazione Amici della Via Francigena di Vercelli, sfociati nella decisione di  ripetere in Canavese quanto realizzato in quella provincia.

 Il modus operandi è stato di cercare la collaborazione delle Associazioni o dei singoli appassionati presenti nei paesi lungo l’itinerario, in modo da creare una rete di interessi di varia natura che supportasse l’iniziativa, trovando sempre buona accoglienza, tanto che si è deciso di procedere alla realizzazione del progetto. Curiosamente, il fatto che l’itinerario si snodasse in due province diverse non ha creato ostacoli, anzi al contrario è stato generalmente considerato come il riannodarsi di legami antichi forse andati un disuso, ma ancora vivi nella memoria della gente

 

 

 

 

 

Associazioni culturali F. Mondino e Mattiaca

Via Italia 51 – 10035 Mazzè (Torino) – Tel . 3392716027

Sito web www. mattiaca.it

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PREAMBOLO

 

Nel quadro del grandioso atto di devozione collettiva, quali furono i pellegrinaggi in epoca medioevale, si ricordano soprattutto tre itinerari principali, ma il fenomeno  interessò tutta l’ Europa cristiana, ed oggi  è molto arduo comprendere pienamente la natura della spinta che costrinse tante persone a  dei viaggi estremamente disagevoli e pericolosi, aventi l’unico scopo di salvare la propria anima.

Come accennato le mete più praticate furono essenzialmente tre: Gerusalemme, per la presenza  dei luoghi della passione di Cristo, Roma,  per le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, ed infine  Compostela in Spagna, per la tomba dell’apostolo Giacomo.

A queste destinazioni principali alcuni autori ne aggiungono altre, quali quelle che conducevano  ai santuari dedicati all’Arcangelo Michele, ma non credo che in questa sede la cosa abbia interesse, anche perché  il fenomeno, seppur rilevante, non raggiunse la consistenza dei percorsi maggiori.

Col tempo i pellegrini che percorrevano gli itinerari più praticati, furono contraddistinti col nome della loro destinazione o con quello delle strade che transitavano, ed adottarono un simbolo caratteristico facilmente riconoscibile in tutta la cristianità. Cosicché  quelli che  intendevano recarsi a Gerusalemme furono detti Gerosolimitani, città emblematicamente rappresentata dalla palma, mentre furono rappresentati dalla croce e detti Romei quelli che si recavano a pregare sulla tomba di san Pietro a Roma, infine la conchiglia, detta appunto di San Giacomo, fu il retaggio dei viaggiatori che intendevano raggiungere Compostela, cittadina  spagnola sull’oceano Atlantico, presunto luogo della sepoltura di questo apostolo.

A quel tempo le strade non erano solo percorse da pellegrini, ma da turbe di persone di ogni genere, quali mercanti, briganti, soldati, nobili, avventurieri, re, prelati, prostitute, pezzenti e chi più ne ha più ne metta. Ma poiché tutta questa gente, qualunque fosse la sua condizione, andava nutrita, alloggiata e se cadeva ammalata assistita, lungo gli itinerari più frequentati sorsero ostelli e chiese dedite a questo scopo, spesso gestite da persone che miravano unicamente alla grazia di Dio.

Naturalmente non tutti i viaggiatori erano in queste condizioni, cosicché per chi poteva viaggiare più comodamente, nacquero nei centri maggiori mercati nei quali si poteva comprare quanto occorreva e taverne in cui alloggiare e divertirsi. Da parte loro i vari signori dei luoghi attraversati, esigendo un  pedaggio, garantivano la sicurezza delle strade e la loro manutenzione, generalmente eseguita dai contadini a titolo di roide.

Nel caso del Canavese e del Vercellese, la funzione di provvedere alla sussistenza dei viandanti fu più che altro esercitata, provocando fieri contrasti con Ivrea, dal Comune Vercelli, che creò lungo le strade delle butee (botteghe) sul modello degli horrea publica romani, in cui si vendeva tutto quanto poteva occorrere al viaggiatore. Col tempo la funzione della città di San Eusebio diventò anche politica e cercò di estendere la propria influenza fondando o rifondando lungo le strade nuovi borghi detti franchi a causa del loro status particolare (Borgo d’Ale ad esempio),  ed acquisendo diritti od esenzioni, come la cosiddetta curaja, sui mercati delle località più frequentate, esemplare è il caso di Mazzè, sede di un traffico consistente perché qui esisteva un ponte sulla Dora Baltea, forse di origine romana.

Salvo che per lo spagnolo “Camino di Santiago”, il fenomeno del pellegrinaggio medioevale ebbe praticamente fine nel XVI secolo, allorché le strutture economiche e politico-religiose che ne garantivano l’esistenza, scomparvero col mutare dei tempi, salvo poi essere riscoperto in epoca moderna, quando alla via Romea proveniente da Canterbury e diretta a Roma fu dato il nome di Via Francigena, promovendo una confusione che permane tuttora.

Va subito ribadito che la Via Francigena non era una strada, ma un itinerario formato da un fascio di strade  che, dopo aver divagato le una dalle altre, tornavano ad incontrarsi in luoghi particolari, quali città, ponti, passi montani e simili, cosicché è più corretto pensare ad un percorso ideale che ad una via vera e propria.

Oggigiorno si tende ad individuare quale percorso più accreditato quello descritto nel suo resoconto da Sigerico,  arcivescovo di Canterbury, recatosi a Roma nel 990 d.C. a ricevere Palio dal Papa e poi successivamente, anche se in maniera molto meno dettagliata, da Nikolas di Munkathvera, abate del monastero islandese di Thingor, che compi lo stesso viaggio un paio di secoli dopo.

Nel nostro caso le stazioni descritte da Sigerico che più  interessano sono la  XLIII Vercel (Vercelli), la XLIV Sca Agath (Santhia) e la XLV Everi (Ivrea), che comprovano che l’itinerario passava anche dalle nostre parti, seguendo pressappoco quel che restava della romana Via delle Gallie, tenendo però conto di quanto avvenuto nei secoli successivi alla caduta dell’Impero, epoca in cui più nessuno provvedeva alla regolamentazione delle acque meteoriche,  alla manutenzione dei tracciati stradali e  delle infrastrutture.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VIABILITA’ ANTICA NEL PIEMONTE NORD OCCIDENTALE

 

In epoca antica i collegamenti tra Ivrea e Vercelli erano sostanzialmente garantiti dalla Via delle Gallie. Questa strada, lasciata Pavia, giungeva a Vercelli, scavalcava l’anfiteatro morenico eporediese a sud del lago di Viverone e raggiungeva Ivrea per poi risalire la valle d’Aosta sino ai passi montani.

 Lungo il Po esisteva parimenti un’altra grande via di comunicazione che collegava Torino a Pavia,  mentre Ivrea era legata alla città dei Taurini da due strade, la prima volgeva ad ovest quasi fosse una pedemontana, mentre la seconda, lasciata Ivrea, si inoltrava verso sud, collegando i centri  intermedi di origine romana con i due capoluoghi.

Per quanto riguarda la pertica (oggi provincia) di Vercelli, la viabilità era garantita, oltre dalle strade gia descritte, da una via militare detta via Liburbasca, che lasciata questa città, si dirigeva verso Livorno Ferraris per poi deviare verso sud-ovest e valicare la Dora Baltea nei pressi di Saluggia, raggiungendo la strada Pavia-Torino poco oltre il luogo dove sorgeva  Quadrata.

Nella zona esistevano anche strade che potremo definire secondarie, una particolarmente valicava la Dora Baltea a Mazzè, e dopo aver toccato Ulliaco e Cigliano, raggiungeva la via Liburnasca tra Bianzè e Livorno Ferraris, collegando il Canavese col Vercellese,  mentre la seconda  transitava ad est della Dora e confluiva nella prima nel territorio dell’attuale Villareggia.

Questa per sommi capi è la situazione descritta negli stradari antichi e nella Tavola Peutingeriana,  copia  medioevale del più famoso degli stradari romani, che prende  nome dallo studioso cinquecentesco Conrad Peutinger, attualmente conservata presso l’Hofbibliotek di Vienna. E’ stato però chiarito che la Tavola Peutingeriana, non fotografa la rete viaria romana esistente nella tarda antichità, ma avendo avuto origine da un modello marmoreo dell’epoca di Augusto, aggiornato sino alla prima metà del IV secolo, non va oltre l’età di Costantino, e quindi non vi sono registrate le strade costruite dopo la morte di questo Imperatore.

Come è noto nella seconda metà del IV secolo d.C. la situazione dell’Impero cambiò radicalmente, i barbari erano sempre più aggressivi ed occorreva rinforzare i confini, tra i quali anche il Limes Italico, sorta di baluardo interno posto a guardia della penisola, stabilendo nei punti strategici delle guarnigioni, quasi sempre costituite da Sarmati, popolazione dell’Europa orientale sconfitta da Costantino e poi inglobata nella armata romana. Nel Piemonte nord occidentale i Sarmati furono acquartierati in due punti ben precisi: Ivrea e Quadrata (Verolengo), una mansione sulla via che univa Torino con Pavia, quasi alla confluenza della Dora Baltea col Po.

Per queste ragioni, estintasi la dinastia costantiniana e fallito il tentativo di restaurazione intrapreso da Giuliano, negli ultimi decenni del IV secolo l’imperatore Flavio Valentiniano, un militare molto attento ai problemi della sicurezza,  fortificò massicciamente le zone più a rischio dell’Impero d’Occidente e costrui strade lungo i fiumi, in modo da permettere alle legioni di manovrare rapidamente.

A questo proposito negli anni trenta del XX secolo, il canavesano prof. Giandomenico Serra, docente di glottologia  e letteratura italiana prima in Romania, poi all’Università di Cagliari ed infine in quella di Napoli, forte di queste nozioni e sulla base di quanto recitato dalla Notitia Dignitatum”, ovvero che un solo “Praefectus Sarmatorum Gentilium Quadratis  Eporizio” aveva il comando dei Sarmati stanziati ad Ivrea ed a Quadrata, ipotizzò che fosse stata costruita una strada militare di collegamento tra i due centri. L’ipotesi del Serra non trovò  conferma nella Tavola Peutingeriana o negli altri stradari antichi, ma bensì nella localizzazione dei centri abitati presenti sulla direttrice Quadrata - Ivrea, e poi nel ritrovamento di necropoli antiche a San Pietro, località tra Rondissone e Mazzè ed a Carrone, una frazione prima di Candia e poi di Strambino.

 Successivamente, a seguito di una disastrosa alluvione, nel 1977 ad Ivrea vennero alla luce le rovine di un secondo ponte romano sulla Dora Baltea, indubbiamente a servizio della strada militare. Ma la definitiva conferma si ebbe venti anni dopo, quando in regione Resia di Mazzè venne portata alla luce, ad opera della Associazione F. Mondino coordinata dal prof. Cavaglià, la strada vera e propria, confermando definitivamente l’ipotesi dello studioso canavesano.

E’ invece ancora controversa  la questione se il ponte sulla Dora in funzione sino alla fine del XIV secolo a Mazzè, detto pontem Copacij, fosse più o meno antico. A noi pare però corretto pensare che e molto probabile che il manufatto fosse coevo alla strada militare, perché funzionale allo stesso disegno strategico, ovvero garantire le comunicazioni con Milano, allora capitale dell’Impero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VIABILITA’ MEDIEVALE IN CANAVESE

 

Già nei primi anni del Cristianesimo, si ha notizia di pellegrinaggi verso Roma  e a fasi alterne, il movimento  continuò almeno sino alla fine del XVI secolo, più di mille anni che videro cambiare sostanzialmente la rete stradale, gli itinerari e le situazioni dei paesi che i pellegrini dovevano attraversare.

Tornando al Canavese, nella tarda antichità e nell’alto medioevo, i romei giunti ad Ivrea dopo aver percorso la Valle d’Aosta, avevano due possibilità o percorrere l’antica Via delle Gallie, oppure imboccare la strada militare che portava al ponte di Mazzè, e di li dirigere verso Vercelli. Le altre strade che  dipartivano dalla città di San Savino, almeno sino alla fondazione dell’Abbazia della Fruttuaria, non si crede godessero di un particolare interesse, cosicché la scelta si limitava a queste due.

La distanza da percorrere per giungere a Vercelli era pressoché eguale, forse passando da Mazzè si doveva camminare qualche chilometro in più, ma, almeno finché la viabilità romana fu in funzione, la strada era più facile e non richiedeva particolari sforzi e le frizioni tra i Comuni di Ivrea e Vercelli non erano cosi evidenti e pericolose.

Col passare del tempo, man mano che la rete antica si deteriorava, nuovi tracciati sostituivano quelli romani tanto che alcuni tratti vennero abbandonati perché ormai impraticabili. Molto probabilmente fu questa la causa dell’abbandono del tratto della Via delle Gallie tra Ivrea e Alice Castello e della trasmigrazione di Settimo Rottaro, cosicché fu giocoforza spostare il tracciato a nord, sulla  direttrice Borgofranco, Chiaverano, Burolo, Bollengo, Piverone, ponendola  ad un livello non soggetto all’impaludamento provocato  dalla tracimazione del lago di Viverone.

Uguale sorte dovette subire la via militare Quadrata-Ivrea nei pressi del lago di Candia, la zona oltre Carrone fu impaludata dalla esondazione delle acque del lago, cosicché la strada dovette essere trasferita in collina, mentre il tratto Mazzè-Quadrata, con la distruzione di questa mansione e la nascita di Chivasso andò in disuso, sostituita dalla Via Mazenga, esistente ancora oggi.

Lasciando ad altri la descrizione del percorso che ricalcava la Via delle Gallie, ci si sofferma invece sulla strada che dirigeva a sud,  precisando che le notizie sono tratte in gran parte dalle opere del Serra e specialmente da “Contributo Toponomastico alla descrizione delle Vie Romane e Romee nel Canavese” riedito nel 1993 dal CORSAC di Cuorgnè e da quanto scritto dal prof. G. Cavaglià nel volume “Contributi sulla romanità nel territorio di Eporedia” Edito nel 1998 dalla GET di Chivasso)

Per quanto riguarda il secondo ponte romano di Ivrea detto Pons Maior dal GAC, si riporta integralmente quanto argomentato dal Cavaglià nel volume citato:

“ Possiamo supporre che esso (ponte di Ivrea) sia crollato non molto tempo dopo la sua costruzione, a causa delle alluvioni e della scarsa solidità delle basi, non improntate sulla viva roccia, e per una progettazione imperfetta. E’ pure probabile che sia stato costruito con una certa fretta, in tempi tardi dell’Impero Romano, per esigenze militari e sotto l’urgenza motivata dalla pressione dei barbari ai confini; infatti penso, il ponte serviva la strada di collegamento con Quadrata, stazione militare di Sarmati. Dopo il crollo, i resti saranno stati riutilizzati in parte, nel medioevo ed oltre, per realizzare opere edilizie varie, o come materiale di riporto per l’argine del Naviglio, e per la massicciata del Lungodora. L’innalzamento del livello del fiume creato per alimentare il Naviglio, infine ne ha celato i resti sino ad oggi. Concludo osservando che un ponte di tali proporzioni  doveva essere giustificato dalla enorme importanza della strada che serviva, la Eporedia-Quadrata appunto, che dall’attuale Longodora d’Ivrea, fra Via Siccardi e Via dei Patrioti volgeva verso sud”

Lasciata Ivrea la strada militare si inoltrava nell’territorio dell’ultraponte toccando la località Torfeno (oggi Torfano) e valicava il Chiusella al Goretum de Toriono (oggi Gore o Goretto, località posta sulla riva destra del torrente) a mezzo di un altro ponte e raggiungeva Carrone. Qui il Serra ipotizza esistesse la  vera sede dei Sarmati stanziati ad Eporizio (Ivrea), in ogni caso in questa località si installarono degli arimanni longobardi che innalzarono una chiesa a San Michele, il che autorizza la connessione con importanti itinerari e mete religiose medievali.

A ulteriore prova della militarizzazione della zona, poco discosto da Carrone, esisteva Suagia o Suavia (oggi Cascina  Savoia o Luisina) una colonia fondata dagli Svevi che tra l’altro edificarono una chiesa oggi scomparsa dedicata a San Pietro.

Dopo Carrone, non essendo il Serra al corrente che il  paese era stato prima distrutto e poi ricostruito a  nord-ovest della sua antica sede, citiamo  quanto da lui argomentato unicamente a titolo di documentazione:
” Dal luogo di Carrone, che dimostra tutt’oggi nell’asse verticale della via che ne attraversa l’abitato l’importanza e la direzione dell’antica strada che ne percorreva il territorio contiguo, questa proseguiva per la Via de strata, scostandosi un poco dal luogo della chiesa di S. Maria di Puliascum” (S. Maria di Pugliasco) in territorio di Vische oggi scomparsa”.

Lasciata questa località, la via militare proseguiva sino alla base delle morena frontale di Mazzè,  verso il luogo  detto  Marmoreolum Palatium (Marmarolo) , mansione atta ad ospitare viaggiatori di alto rango, oggi sostituita dalla cascina Deserta di Vische, e seguendo le rive della Dora Baltea, giungeva  al ponte Copacij, dipartendosi in due tronchi, uno verso Quadrata e l’altro, passato il fiume, dirigeva  verso Ulliaco ed il vercellese.

Questo era l’itinerario seguito nella tarda antichità e nell’alto medioevo da romei e mercanti che sceglievano questa via per raggiungere Vercelli. In seguito, come abbiamo già detto, la situazione cambiò, il lago di Candia tracimò  impaludando  la zona oltre Carrone e fu giocoforza trasferire la strada sulla collina che fronteggia la piana della Dora Baltea. All’ inizio del XII secolo, al tempo della venuta ad Ivrea  dell’Imperatore Enrico IV, la situazione viaria canavesana si può riassumere nei seguenti termini:

da Ivrea a Carrone i viandanti potevano forse ancora usufruire dell’antica via militare, dopo Carrone  la strada  romea risaliva la collina dove oggi sorge la chiesa di Santo Stefano, allora di proprietà dell’ Ospizio del Gran San Bernardo e forse a quel tempo titolata a Maria Vergine. In ogni caso il transito maggiore, come testimoniato dai numerosi monumenti romanici, era trasmigrato ad più ad ovest, toccando Pavone, Perosa e Scarmagno. Al Masero, una frazione di Scarmagno, l’itinerario dirigeva verso est sino a raggiungere Novenchiaro di Candia dove esisteva un ostello ora scomparso e qui ricollegarsi alla via che conduceva alla chiesa di santo Stefano.

 Lasciato questo luogo, la via scendeva a Castiglione ed a Candia e raggiunto il lago, dirigeva verso Mazzè risalendo il dolce pendio della valle della Motta  sino a Speratono. Poco oltre l’itinerario  intersecava la strada  proveniente da Caluso, quindi raggiungeva la chiesa di Santa Maria e poi contornando le mura della fortezza,  scendeva verso la chiesa di Santa Maria Maddalena ed al ponte Copacij, riallacciandosi all’antica viabilità Romana chiamata allora Via de Mazato.

Passata la Dora Baltea l’itinerario  raggiungeva l’Ospizio di S. Maria di Olliate nel territorio dell’attuale Villareggia, qui accoglieva  i viaggiatori provenienti dai paesi ad est della Dora Baltea già transitati per  Miralta di Moncrivello, e poi,  lasciata Ulliaco, dirigeva prima a Cigliano e poi verso Livorno Ferraris dove incrociava la via Liburnasca

 

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LA VIABILITA’ MEDIEVALE NEL VERCELLESE OCCIDENTALE

 

 

Nel vercellese nord-occidentale durante il medioevo, l’evoluzione della rete stradale antica ripeté a grandi linee quanto era avvenuto in Canavese, cosicché nel  tratto che andava da Ivrea ad Alice Castello, la via delle Gallie fu praticamente abbandonata, con la conseguenza che la viabilità si spostò su di un itinerario  transitante sulle pendici della Serra. Da parte sua Settimo Rottaro, cessata ogni funzione viaria, forse anche allo scopo di garantire condizioni di vita più salubri e sicure ai suoi abitanti, trasmigrò sulle colline ad ovest del lago di Viverone.

A causa di questo fenomeno, il tratto della antica  strada consolare romana tra Azeglio ed Alice Castello, anche se non scomparve del tutto, col tempo diventò una via di interesse quasi locale, anche nota perché da essa  diramava una via diretta a sud, verso i  nuovi borghi di Areglio, Meoglio ed  Erbario, sfociando, dopo essere transitata per Maglione e Moncrivello, nella via de Mazato, la strada che a Mazzè valicata la Dora Baltea  collegava già in antico il Canavese al Vercellese. A Maglione era inoltre possibile immettersi in una diramazione che dirigeva a sud-ovest verso Clivolo e Livorno Ferraris e da qui proseguire verso est sino a Vercelli oppure dirigersi verso Pavia o Torino.

L’altra antica strada che univa Tina e Vestignè con Villareggia passando lungo la pianura alluvionale ad est della Dora aveva cessato di esistere, e i nuovi centri di Borgomasino, Masino, Cossano e Caravino erano  uniti  tra loro e ai  primi due da vie di interesse locale, che si raccordavano  secondo le mutate esigenze.

A sud di Clivolo, la presenza di una mansione templare a Livorno Ferraris, nata  sicuramente a motivo che qui si intersecavano le strade che dirigevano verso i passi alpini, lascia intendere che questo era un snodo importante. A dimostrazione, pur se per quanto concerne la viabilità diretta in Valle d’Aosta non si credono necessarie ulteriori spiegazioni, invece per le altre destinazioni crediamo sia necessario un approfondimento, perché oltre che a Vercelli, da Livorno Ferraris era possibile, passando da Castel Apertole, dirigersi a  verso Trino e Pavia, oppure, percorrendo l’antica Via Liburnasca valicare la Dora Baltea a Saluggia e raggiungere   Torino, dove si apriva la strada per la valle di Susa.

Per maggior comprensione e per evitare fraintendimenti, si sottolinea che lungo il corso di tutto il medioevo, il Comune di Vercelli cercò sempre in tutti i modi  di indirizzare  viandanti e traffici verso questa città, cosicché itinerari più brevi in realtà non erano praticati per motivi di sicurezza o per i pedaggi esorbitanti, cosicché non molto traffico proveniente da ovest o da nord dirigeva direttamente verso Pavia, Asti o Torino senza prima essere transitato da Vercelli e pagato i dovuti pedaggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PROGETTO E LE SUE IMPLICAZIONI

 

 

Sviluppato sulla base dei riscontri storiografici, archeologici, monumentali e religiosi descritti nelle pagine precedenti, si  esamina ora in dettaglio il progetto dell’itinerario Romeo Canavesano, specificandone i contenuti e le finalità.

In primis si sottolinea che snodandosi  parte nella Provincia di Torino e parte in quella di Vercelli, nella redazione del progetto della Via Romea è stata data la priorità alla unicità sociale e culturale delle zone attraversate, senza considerare i  confini amministrativi, fossero pur anche provinciali. In particolare,  pur non ripromettendosi certamente di soppiantare il percorso francigeno tradizionale, la riscoperta di questo itinerario si propone come una  storica variante della via di Sigerico, con Ivrea e Livorno Ferraris quali punti di raccordo con le grandi vie di comunicazione medievali.

Le motivazioni della scelta a cui erano chiamati i viandanti che giungevano ad Ivrea dopo aver disceso la Valle d’Aosta, sono già state ampiamente esposte nelle pagine precedenti, e si possono riassumere nelle condizioni ambientali delle zone da attraversare e nella pericolosità del percorso  di Sigerico tra Ivrea e Santhià, a causa delle continue lotte tra Vercelli ed Ivrea. Al contrario l’itinerario che volgeva a sud, transitando nella  sua parte mediana sulle terre soggette al conte di Mazzè, non era  interessato alle dispute dei due potenti Comuni, per cui ai viandanti era conveniente percorrere qualche chilometro per garantirsi la tranquillità.

Al contrario, per i viandanti provenienti da Pavia o da Asti e diretti ad Ivrea,  l’itinerario passante per  Trino, Livorno Ferraris e Mazzè, oltre ad essere più sicuro, era anche più breve di quello di Sigerico e non credo quindi che possano sussistere dubbi sulla strada che veniva scelta. Parimenti  anche i viaggiatori di ritorno da Roma, giunti a Vercelli per la via tradizionale, erano chiamati a fare questa scelta, che poteva indirizzarsi verso uno o l’altro itinerario, a seconda  della stagione e della situazione  esistente nelle zone più turbolente.

Complessivamente il progetto è formato, oltre al  presente studio, da tre cartine topografiche tratte dalle tavolette scala 1:25000 dell’I.G.M. opportunamente aggiornate, rappresentanti i mutamenti avvenuti nella rete stradale dal tardo Impero  al XIV secolo. Per maggior chiarezza, è stata anche predisposta una documentazione fotografica  dei monumenti romanici che s’incontrano ancora oggi lungo il cammino, a motivo che la loro presenza prova l’avvenuto  transito di viaggiatori.

Ulteriore conferma di questi transiti sono il ritrovamento avvenuto negli anni passati, di tutta una serie di monete medievali legate al consistente traffico commerciale e religioso che si svolgeva sulla Via Romea Canavesana. Pur tralasciando le monete locali dei Savoia e dei Monferrato, significative per quantità, risultano essere i denari pavesi in argento, a conferma che questa era la moneta più utilizzata dai viaggiatori del tempo nei loro spostamenti. Questa moneta era coniata a Pavia ( una delle località principali della Via Francigena) per conto degli Imperatori germanici in un periodo storico compreso tra il regno di Ottone I (962-973 d.C.) e quello di Federico II (1220-1250 d.C.). Ma i ritrovamenti più importanti riguardano monete provenienti da paesi lontani, quali denari dei regni cristiani d’Oltremare, coniati ad Antiochia da Boemondo III (1144-1202 d.C.) e Boemondo IV (1201-1232 d.C.), solidi bizantini coniati a Tessalonica (Salonicco) dall’ Imperatore d’Oriente Giovanni II (1118-1143), ed infine le monete papali di Urbano V (1362-1370 d.C.) e Gregorio XI (1370-1378 d.C.).

Tutti questi ritrovamenti, sia per quantità che per varietà, confermano l’utilizzo intenso di questo tracciato in un periodo storico esteso vari secoli, e l’importanza del percorso nella viabilità medievale europea.

Le finalità dell’iniziativa di recupero di questo itinerario sono multiple, è però  intenzione dei promotori privilegiarne l’aspetto culturale e religioso, in special modo per quanto concerne la possibilità di salvare dal degrado dei monumenti in grave pericolo, vedasi la chiesetta romanica di san Pietro a Mercenasco. In ogni caso le ricadute turistiche dell’iniziativa non saranno certamente la priorità, ma andranno considerate come delle conseguenze utili ma accessorie alle scopo primario.

In estrema sintesi l’itinerario principale, ovvero quello che per vari aspetti è storicamente più documentato, ha una lunghezza di una quarantina di chilometri e si snoda in zone molto gradevoli sotto il prifilo paesaggistico, quali le terre d’acqua di Livorno Ferraris, il passaggio della Dora Baltea a Mazzè, le colline ed il lago di Candia ed infine i piccoli paesi sulla strada che conduce ad Ivrea.

Per completare il quadro storico-culturale dell’iniziativa, oltre all’itinerario principale, sulle cartine sono state inserite quattro varianti a nostro parere necessarie per comprendere in che maniera il romanico si è espanso nelle nostre terre. La prima, della lunghezza di circa quindici chilometri, ricalca una via medievale che lasciato Livorno Ferraris toccava san Michele di Clivolo per poi correre sulla cresta della collina ad est della Dora Baltea, toccando i Comuni di Borgo d’Ale, Maglione, Moncrivello e Villareggia. La seconda è un percorso di carattere archeologico della lunghezza di circa venti chilometri e   ricalca il tracciato della antica via militare romana, toccando Vische, Carrone e le altre frazioni di Strambino, raggiungendo infine Ivrea dopo aver passato il Chiusella al ponte del Goreto.

La terza variante è di lunghezza limitata e costeggia il Lago di Candia,  riproponendo quello che fu sino al XIII secolo  il percorso principale della via Romea, ovvero sino a quando Caluso non assunse ad una certa importanza. La quarta, transitando per Strambino e Romano Canavese, ha unicamente il compito di collegare il percorso di carattere archeologico a quello di carattere religioso, rendendo possibile al viandante di usufruire di entrambi.

In ultimo si evidenza che  è intenzione dei proponenti, attrezzare la progettata Via Romea Canavesana, sulla falsariga di quanto fatto nella Provincia di Vercelli dalla Associazione Amici della Via Francigena, adeguandosi agli standard richiesti dalla Associazione Europea delle Via Francigene, ovverosia:

a)      Allestire una mostra fotografica esplicativa itinerante, con soste periodiche presso i vari centri.

b)      Pubblicare un libro fotografico illustrante i tratti ed i monumenti più  significativi, corredato da una parte di carattere religioso, nella quale si illustri la validità spirituale dei pellegrinaggi medievali.

c)      Istituire visite guidate per i gruppi che ne faranno richiesta, curando l’aggiornamento delle guide che saranno preposte alla bisogna.

d)      Garantire l’apertura al pubblico dei monumenti più importanti.

e)      Segnalare il percorso con delle paline.

f)       Posare nei punti più interessanti dei cartelli esplicativi.

g)      In prospettiva creare a Mazzè, sulla falsariga di quanto fatto a  Vercelli, un ostello ad uso dei pellegrini.

h)      Distribuire un pieghevole in cui sia inserita la cartina del percorso ed ogni altra notizia utile ad un eventuale viandante.

i)        Richiedere alle Parrocchie dei paesi toccati dalla via Romea e dalle sue varianti, la disponibilità a fornire una qualche forma di assistenza a chi ne avesse la necessità.

j)        Sollecitare i vari Comuni attraversati  a mantenere in uso il percorso, provvedendo alla sua manutenzione

E’ ovvio che simili obiettivi, in special modo per quanto concerne la realizzazione di un Ostello, potranno essere realizzati solo con gradualità, a seconda dei finanziamenti che sarà possibile reperire, ma siamo altresì convinti che, dato l’interesse che l’iniziativa ha incontrato tra le Associazioni  dei paesi attraversati, il progetto sia attuabile. E’ altresì chiaro che per procedere alla  realizzazione  occorrerà costituire  un Organismo di gestione composto dagli attuali promotori, dai Comuni e dagli altri Enti incontrati lungo il percorso, rendendo così possibile gestire efficacemente le risorse, ma si ritiene che il modus operandi graduale sino ad ora. usato, permetterà di raggiungere lo scopo efficacemente e senza problemi di campanilismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE SUI CENTRI TOCCATI DALLA VIA ROMEA O DALLE SUE VARIANTI

 

Ricordando che le vie romee  furono il miglior veicolo per la diffusione del romanico, si evidenzia quanto esiste ancora oggi dell’epoca degli itinerari proposti, nel territorio dei Comuni attraversati.

 

IVREA – Città di origine gallo romana che si considera fondata nel   100 a C. Innumerevoli le testimonianze del periodo antico, l’anfiteatro del I secolo d..C., il basamento del ponte vecchio sulla Dora Baltea, l’acquedotto ed reperti custoditi nel locale museo. Di epoca alto medioevale è invece il Duomo, edificato sulle rovine di un preesistente tempio pagano. Sono invece di chiara epoca romanica  la torre di santo Stefano, il Palazzo della Credenza con la Rua Coperta detta in dialetto le “Porte Toùpe, la torre dei Taglianti, parte della facciata  della chiesa di san Ulderico, la torre del Vescovado e alcune case di Via Palestro. Del XIV e XV secolo, sono rispettivamente il castello del conte Verde Amedeo VI di Savoia e il convento di S. Bernardino con all’interno il ciclo pittorico dello Spanzotti. I resti del Pons Maior non sono più visibili perché ricoperti dalle acque della Dora Baltea, mentre si possono ancora ammirare la Torre di Scalo edificata sulla collina che  sovrasta la strada che da Pavone conduce ad Ivrea, e la chiesa di san Antonio dei Vigintiuno  ricordo di un famoso ostello.

 

PAVONE CANAVESE – Centro di origine antica, forse preromana. Il toponimo deriverebbe da pagus (villaggio) o da padoascum ( luogo umido adibito a pascolo). Abitato di proprietà della Mensa episcopale eporediese già nell’alto medioevo, di cui segui sempre le vicende. Di epoca medievale il castello, ristrutturato nel XIX dal D’Andrade con all’interno la cappella gentilizia di san Pietro. Interessante, e forse di origine romanica la chiesetta di san Grato adiacente al paese.

 

PEROSA CANAVESE – Abitato di origine medievale, forse cosi denominato per la presenza nel suo territorio di una strada romana denominata Via Petrosa. Notevole la chiesa di santa Maria di Morano di epoca romanica, nel capoluogo è visitabile la molto ben conservata torre-porta del ricetto e l’antica parrocchiale.

 

COLLERETTO GIACOSA – Centro della Pedanea di origine medievale. Interessante la frazione Chiusellaro, probabilmente di origine romana, sede di un Ospizio sulla via che conduceva ad Ivrea, qui sono  ancora visibili le rovine della chiesa romanica dedicata a san Martino.

 

SCARMAGNO – Il toponimo, essendo il luogo in posizione centrale rispetto alla centuriazione canavesana, secondo il Cavallari Murat deriverebbe da quadramagnum, mentre secondo altri dalla parola salassa  schar (villa o paese) a cui in seguito si aggiunse il latino magnum.

 Scarmagno fu feudo dei san Martino ed andò distrutto durante il Tuchinaggio dalle bande di Antonio Valperga conte di Mazzè. Notevole in località Masero la chiesa romanica di san Eusebio contenete al suo interno preziosi affreschi, interessanti le chiesa di san Michele ed i ruderi di quella di  san Giacomo.

 

ROMANO CANAVESE – Secondo il Serra, la località prese il nome da coloni di origine romana che l’abitarono sin dopo la fine dell’Impero. Successivamente probabilmente ospitò una guarnigione di arimanni longobardi, di epoca medievale le due porte del ricetto e la torre ora trasformata in campanile.

 

 

 

 

 

STRAMBINO – Paese di origine medievale di etimologia incerta, il capoluogo non conserva testimonianze di origine romanica o medievale.

 Rilevante la frazione di Carrone, in antico  Quadratone, forse perché punto nodale nella centuriazione della piana della Dora Baltea o anche per translitterazione  da Quadrata, destinazione finale della strada militare che lo attraversava.

Questo centro fu probabilmente sede prima di una guarnigione di Sarmati e poi di una fara di arimanni Longobardi, che tra l’altro edificarono una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, loro patrono. A Carrone, tenendo presente che l’attuale  abitato è stato ricostruito in epoca medioevale a nord-ovest di quello antico, iniziava il percorso alternativo alla strada Ivrea-Quadrata. Le altre frazioni, Crotte, Realizzo e Cerrone non godono di pregi particolari, ma testimoniano l’andamento della antica via militare, a tal fine è interessante il ponte sul Chiusella in località Goreto, ricostruito nel XVIII secolo su un basamento probabilmente antico.

 

 

MERCENASCO – Paese di origine romana, il nome è forse formato dall’unione del gentilizio Marcinius con il suffisso  “asco” di origine ligure. Forse in epoca antica una strada univa Mercemasco ad Ivrea ed a Candia, mentre in periodo medioevale un’altra importante strada univa il capoluogo alla frazione Masero di Scarmagno, permettendo ai viaggiatori di dirigersi verso l’ostello di Novenchiaro ora scomparso. Notevole, anche se malridotta, la  romanica chiesa di san Pietro sulla collina che sovrasta la strada romea.

 

CANDIA CANAVESE – Località forse di origine romana nota per il suo lago, l’etimologia farebbe risalire il toponimo al latino candeo, biancheggiare. Centro confinante  con CASTIGLIONE, un abitato era scomparso situato sulla collina su cui sorge l’omonima torre. Notevole la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo, probabilmente edificata su un preesistente edificio alto mediovale, come testimoniano le antiche fondazioni recentemente venute alla luce. Nel territorio di Candia sorge la chiesa di santo Stefano, pregevolissimo esempio di chiesa romanica e monumento più importante del tratto canavesano della progettata Via Romea, un tempo forse titolata a Santa Maria e di proprietà dell’Ospizio del Gran San Bernardo. Candia era un punto nodale per i pellegrini diretti a Vercelli, bellissima la strada che discende la collina, attraversa le stradine del paese, tocca la cappella di san Pietro e raggiunge il lago.

 

 

BARONE – Toponimo forse derivante da barros, roveto. Nel medioevo esisteva un castello dei Valperga distrutto durante le guerre del Canavese e ricostruito all’inizio del XVIII secolo in forme barocche. Interessante il masso detto “ la pera dal beucc” (la pietra del buco)  creduto testimonianza di  culti preistorici.

 

VISCHE – Borgo di origine medievale, il toponimo e  forse derivato  da un termine germanico,  nel capoluogo esiste un castello del XIV secolo completamente rimaneggiato in epoca moderna. Particolarmente interessante il sito in cui degli Svevi fondarono l’abitato di Suavia, erigendo la chiesa di San Pietro di Suavia. Distrutto il borgo originario, nel XVIII secolo fu eretta  in quel luogo la cascina Savoia o Luisina, interessante esempio di centro agricolo dell’epoca.

Non esistono più tracce dell’antica chiesa di Santa Maria di Pugliasco, probabilmente un tempo situata tra il lago di Candia e l’attuale abitato di Vische, come pure della mansione di Marmarolo, situata dove ora sorge la cascina Deserta. Interessanti le frazioni Pratoferro, Moncucco e Mombello, poste sul tracciato della antica via militare.

 

CALUSO – Cittadina di origine tardo medievale, forse nata dall’aggregazione di vari piccoli centri  preesistenti. Notevoli  ritrovamenti di origine romana e di una sepoltura longobarda nelle frazioni Aré, l’antica Arriacus e  Rodallo. Nel capoluogo scarse testimonianze di epoca medievale, rappresentate dai ruderi del castellazzo, fortificazione tardo medievale  al cui interno esistono le rovine della primigenia cappella titolata a san Calocero, e nella porta Crealis, detta popolarmente Purtasse

 Caluso assunse importanza nel XIV secolo con la costruzione di una strada diretta a Chivasso  ed a Ivrea, tanto da essere oggetto della famosa battaglia descritta dall’Azario nel “De Bello Canepiciano”

 

MAZZE’ – Centro di origine antica, il nome secondo il Serra  deriva dal toponimo celta-romano  Mattiacus. Fino alla metà del XIX secolo sede  dei conti Valperga Mazzè, nobile casata che  nel momento di maggior splendore governava anche Mercenasco, Candia, Castiglione, Carrone, Rondissone ed in parte Caluso.  Eccezionale l’antica via romea  proveniente da Candia, sostando nel luogo detto  “merenda lunga “ (nei suoi scritti il Serra conferma l’esistenza di altri luoghi cosi denominati,  spiegando che oltre a “merendare” questo termine  significava anche sito in cui si pagava un pedaggio) pare ancora udire le voci dei pellegrini in attesa.

 Romantico il centro storico con il castello Valperga risalente ai primi del XIV secolo,  riedificato in gusto neogotico in epoca moderna. Antica la chiesa della Madonna della Neve, costruita fuori dalle mura del ricetto in forme romaniche e successivamente adattata a motivi neoclassici.

 Nei pressi della Dora Baltea si può ammirare l’antichissima cappella titolata ai santi Lorenzo e Giobbe ed i resti della chiesa romanica di Santa Maria Maddalena, fondata nel 1208 accanto al ponte Copacij, ceduto  nel 1141 dal conte Guido IV Valperga al Comune di Vercelli assieme alla curaja sul mercato locale. Il ponte, tornato in possesso del Valperga, fu donato nel 1156 definitivamente “pro remedio anima sua” ad una congregazione di fratelli  pontari.

 

 

VILLAREGGIA – Comune  rifondato dopo la distruzione di  Ulliaco e Moriondo, da Vercelli, che in questo modo voleva salvaguardare il passaggio sulla Dora Baltea.

Il borgo di Ulliacos poi Ulliacum era indubbiamente di origine antica. Il Serra localizza  ad Ulliaco la chiesa di “ Sancta Maria in Oliade que dicitur Monasteriolum ove l’Hospitale Montis Jovis aveva una sua casa ospitaliera “ aggiungendo “ Da Ugliacco la strada proseguiva per Vercelli, mentre quella da Ivrea a Mazzè, che un tempo doveva continuare a rettifilo sino a Quadrata , col decadere di quest’ultima, cui più non accennano le carte più antiche medievali, e con il crescere d’importanza del contiguo centro di Chivasso, trasferiva il proprio movimento di pellegrini sulla strada Mazenga diretta da Mazzè e Chivasso”

Oggigiorno di Ulliaco, è ancora visibile lungo l’ antica strada che conduce a Miralta ed a Moncrivello,  la vecchia parrocchiale romanica  di san Martino, mentre nella sottostante Villareggia è usufruibile la molto ben conservata porta del ricetto costruito nel XIV secolo dai vercellesi. Sulla strada verso Mazzè è visibile a picco sul fiume quel che resta di Moriondo, ora  abitazione privata.

 

MONCRIVELLO – Borgo di origine medievale, il toponimo forse deriva da “Moncravellum” monte delle capre, luogo noto perché il suo castello fu residenza della duchessa Jolanda di Savoia, moglie del duca Amedeo IX, tra l’altro promotrice della costruzione del naviglio di Ivrea. Dell’epoca sono ancora visibili: il campanile romanico della chiesa parrocchiale di San Eusebio, alcune parti del castello ed in ultimo, sulla strada che conduceva a Ulliaco, il campanile e la chiesa  di Santa Maria di Miralta risalente all’XI secolo, ora molto rimaneggiata. Da rimarcare lungo la strada che da Moncrivello conduce a Maglione, la presenza di una località chiamata sino al XVII secolo “merenda lunga“, il che è un’ulteriore conferma del transito di viandanti.

 

 

MAGLIONE – Paese di origine medioevale il cui nome deriva probabilmente dalla parola latina malleum (maglio) oppure da malhones (vigne). La sua sorte fu quasi sempre legata a quella di Masino sino a subire nel 1462 dei guasti ad opera dei Savoia nella loro spedizione contro i Valperga. Da ricordare l’esistenza di affreschi murali moderni sulle facciate delle case, Maglione  non conserva monumenti medioevali di rilievo.

 

 

BORGO D’ALE – Centro fondato nel 1270 dal Comune di Vercelli quale borgofranco col compito di  arginare le ambizioni di Ivrea. Fu popolato dagli abitanti di Clivolo, Areglio, Erbario, Meoglio, ed in parte anche di Alice, trasferitisi nel nuovo borgo abbandonando  le loro abitazioni. Notevoli le testimonianze romaniche  delle chiese dei paesi abbandonati. Santa Maria ad Areglio, san Dalmazzo a Arbaro, santa Maria della Cella a Meoglio e san Michele a Clivolo, nel cui interno esistono antichi  affreschi, sono di fondamentale importanza  per la comprensione dell’evoluzione del romanico nelle nostre terre.

 

 

 

CIGLIANO –  Abitato di origine romana, il toponimo deriva  probabilmente dal gentilizio Acilius (fundus). Il ritrovamento di monete, tombe ed anche di un miliarium di epoca agustea ne conferma l’origine antica, e suffraga l’ipotesi che qui doveva esistere una strada per Ulliaco ed un presidio romano a difesa dei guadi sulla Dora Baltea.  Purtroppo tutte le costruzioni di origine medievale sono andate perse durante le guerre dei secoli XVI e XVII. Appassionati affermano che sulla parete di una cappella romanica inglobata in una cascina della frazione san Pietro, esistono ancora i resti di un affresco dell’epoca.

 

LIVORNO FERRARIS – Cittadina di origine incerta ma certamente antica. Il toponimo è forse derante dal latino liburnum, luogo paludoso, o dal francese antico libe, lastra o blocco di pietra,  ricollegabile al fatto che già in epoca romana l’abitato di Livorno, era attraversato da una via militare selciata detta Liburnasca, proveniente da Vercelli e destinata a collegarsi presso Quadrata alla  strada Pavia - Torino.

Livorno Ferraris era certamente già importante in epoca romana tanto che  durante i lavori per la costruzione della TAV è venuta alla luce una necropoli comprendente circa 150 tombe. Di epoca medievale sono il torrione sulla Via G. Ferraris un tempo adibito a prigione, la chiesa  cimiteriale di san Andrea sulla strada verso Lamporo ed infine la chiesa della mansio templare di santa Maria di Isana, situata all’interno di una cascina sulla circonvallazione verso Trino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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www. duchessa Jolanda. it

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Siti Wikipedia ed istituzionali relativi a:

Ivrea

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Livorno Ferraris

 

Comunita’ Europea

Italia

Regione Piemonte

       

 

 

 

 

 

Province di Torino e Vercelli  

 

 

 

 

 

 

 

 

Relazione sulla congruità storico-scientifica della strada Romea: "Livorno Ferraris – Ivrea" detta un tempo“Via de Mazato”  

 

 

 

 

 

 

 

 

Progetto redatto a cura delle Associazioni  

 in collaborazione con :

Amici di Santo Stefano (Candia Canavese), Le Purtasse (Caluso), Duchessa Jolanda (Moncrivello), Pro Loco di Maglione, I Carti dal Burg (Borgo d’Ale), Natura e Paese (Vische), Nocturna (Romano Canavese) e di Luigina Enrico (Scarmagno),Claudia Carra (Villareggia), Michele Formia (Cigliano) e di Giovanni Franco Giuliano (Livorno Ferraris).