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Locanda Ristorante "Vecchia Fattoria"
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Forme
Il documento più antico che riporta notizie storiche del paese di Forme è forse il manoscritto di Don Giustino De Andreis, parroco dello stesso centro, redatto nel 1768 per conto del vescovo e nel quale sono riportate notizie riguardanti “Alba e delle sue Ville e delle Chiese”. Forme era una delle Ville appartenenti alla Collegiata di Albe insieme a Massa Sottana ( o inferiore ), Massa Soprana ( o superiore ),S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo.

Lo stesso,oltre a narrare fatti dei suoi tempi, fa riferimento a fatti anche degli anni 1000 e 1100 riguardanti prevalentemente la Chiesa e descrivendo a volte, con dovizia di particolari i luoghi di culto di Forme e dei paesi vicini.
Alla pagina 4 riportando notizie circa una campagna di scavo ordinata dal Preside Provinciale Capredoni sulla collina di Albe in prossimità della chiesa di S.Maria tenta una ricostruzione storica dell’insediamento della Cristianità in Albe.

Secondo il De Andreis fu S. Marco Galileo che ordinato vescovo da S. Pietro fu inviato a predicare la Fede Cattolica presso gli Equicoli i prima nella città di Alba che era la più celebre dell’epoca ( anno 46 e seguenti). La Chiesa, secondo i documenti e gli “scritti” consultati dallo stesso, sarebbe “la prima Nascente” in questa regione proprio ad Alba Fucens presente gia’ intorno al 237 d.C. in quanto è di quel periodo la predicazione del vangelo ai popoli Marsi di S.Rufino Vescovo e S. Cesidio Figlio essendo papa S. Fabiano ed Imperatore Massimino.

IL De Andreis riferisce ancora di aver letto personalmente in un documento “vecchio e logoro” dei Signori Blasetti di Alba notizie relative alla Collegiata di Alba (la Collegiata era un raggruppamento di parrocchie che facevano capo ad una Chiesa Madre che per l’appunto, nel caso nostro, era S.Maria di Alba) operante negli anni 975-984 papa Benedetto VII e contante dieci canonici. Documenti del 1575 riferiscono di sei canonici che erano obbligati “ di portarsi a dir messa nelle rispettive Ville,cioè alla Forma,or Forme,S.Polino,a Castello Novo,a Massa di Sopra,or Corona,a Massa di Sotto e ad Antrosano..”.
Dal 1602 le Ville si staccarono dalla Collegiata e “ furono tutte nella necessità di provvedere da per loro del prete”.

Ciò comportò anche la divisione dei territori tanto che ogni centro (Castelnuovo e S.Pelino restarono uniti alla Collegiata di Albe ancora per circa 100 anni) si dotarono ognuno del proprio “Catasto” prendendo gli stessi il nome di Università con tanto di “Suggello” (sigillo). Il Monte Velino rimase ancora per molti anni in promiscuità tra tutte le Università e Ville residue, mentre altri Monti e Coste furono assegnate ai rispettivi paesi e chiamati Difesa ( attualmente tra l’abitato di Forme e Massa D’Albe esiste ancora una collina chiamata “ Defensa”) per il pascolo dei propri animali. Alla separazione tentò di opporsi il Principe Marcantonio Colonna che riteneva utile tenere unite le Ville ad Alba perché questa cinta da mura e quindi meglio protetta dai malviventi.

Le Ville intenzionate a separarsi ( Forme, Massa, Castelnuovo ed Antrosano) ottennero dal Camerario di Napoli l’autorizzazione a separarsi dietro pagamento di una tassa chiamata “ Colletta “ di entità commisurata al numero dei “Fuochi” ( famiglie ) ed all’epoca il centro che ne contava di più era Forme “ facendo in quell’anno 79 fuochi e prima passando i 90).
Considerato che in tempi recenti ( 80-100 anni fa ) i nuclei familiari contavano ancora mediamente 15-20 persone, si può dedurre che tra il 1600 ed il 1650 gli abitanti di Forme si aggirassero intorno alle 1500 unità. In tale epoca erano presenti famiglie oggi totalmente scomparse e i cui nomi non si sono tramandati tali da essere ricordati anche dalle persone più anziane.

Menzione di tali casati si fa nella raccolta di “ Segnalazioni di Fonti Notarili inedite per la Storia della Marsica- Anni 1506-1810” di Ugo Speranza. Vivevano in Forme le famiglie di Orazio Cici, di Angelina Alessandri, di Giacomo Volpe, di Domenico Orlandi ed altri oggi totalmente sconosciuti.
Monsignor Pietro Antonio Corsignani, vescovo di Venosa, nella sua “Reggia Marsicana, ovvero Memorie Topografico-Storiche” edito in Napoli nel 1738 parla del nostro villaggio “ .. nella salita del Monte Magiolo, o Maiola, v’è l’altro castello delle Forme, per gli Acquedotti che vi sono..” e lo stesso da spiegazione del termine di forme che veniva usato già in passato per indicare le sorgenti chiamate a Napoli anche formelle.

Nelle “Cronache Cassinesi” ( libro I cap. 36 e libro 3 cap. 39 ) non si descrivono i luoghi delle Forme, ma, secondo il Corsignani, si nominano le chiese del luogo e precisamente quella di S. Antimo, S. Benedetto, S. Donato e poi “ S. Pietro delle Forme .. spettante alla Marsicana Docesi con ampia bolla di Callisto II fin dall’anno 1123. “… la medesima (terra delle Forme .. in cambio di dire delle Fontane o de’ Fonti ) è situata in una Via molto amena,dintorno a ridenti Prati e con buon’Albergo, e abbondante di gente industriosa, massimamente nel negozio dell’olio.

Il Corsignai riferisce, nello stesso passaggio, che il luogo rimase famoso per il martirio di tre Cristiani ivi avvenuto intorno al 164 d.C. ad opera di Lucio Aurelio Antonino Vero imperatore in occasione di un suo soggiorno nella “Provinicia” (…pel martirio quivi accaduto di tre gloriosi seguaci di GIESUCHRISTO, di nome Vittore, Giovanni e Stefano, i quali meritarono palma cosi gloriosa circa l’A.164 sotto L.Aurelio Antonino Vero,allorché stava a deliziare nella Provincia; e però in odio della Cattolica Religione, fe’ i medesimi crudelmente morire….). Secondo altri studiosi quanto riportato nelle Cronache Cassinesi sarebbe da riferire ad una località situata tra Luco dei Marsi e L’Incile in prossimità dell’emissario del Fucino.

Nella “ Istoriae Marsosurm” Muzio Febonio (XVII sec.) riprendendo quanto contenuto nelle Cronache Cassinesi cosi scrive: “ Ad oriente di Alba, a circa duemila passi dal Monte Magnola, v’è un altro villaggio chiamato Forme dagli acquedotti, i quali nel linguaggio corrente sono chiamati appunto forme.e prende il nome da essi perché vi portano l’acqua….” Si ricorda che la stessa città di Alba era servita dall’acquedotto che convogliava acqua da S.Eugenia e Formarotta che si trovano nel territorio di Forme. Si rinvengono tuttora i resti di tale opera che alimenta attualmente la fontana medioevale ubicata nella piazza di Forme.

Nella stessa opera il Febonio, alla pag. 164 del III libro, cita il paese di Forme parlando della sterilità della campagna intorno ad Alba così scrivendo: “… non è errato attribuire la sterilità alla violenza delle acque spesso irrompenti; molti anni or sono, caddero così abbondanti piogge, che lo spiazzo sulla sommità del monte non riusci a contenerle, ruppero ogni argine e scendendo giù si abbatterono fin sul borgo di Forme, posto ai piedi del monte. e precipitarono con tanta violenza che, oltre devastare le case, trascinarono lontano gli uomini che giacevano nei loro letti, poiché era notte, dopo aver divelto le porte delle case stesse. In conseguenza di ciò, quantunque accada di rado, per la congerie di sabbia e sassi che l’acqua porta con sé, i campi diventano infecondi. Eppure il colle è tutto coperto di alberi, specialmente di meli, peri e noci.

Nello scritto del De Andreis, invece, si parla di un gradevole luogo di soggiorno già gradito anche ai potenti che frequentavano la città di Alba: “…. Ed infatti siccome il luogo delle Forme in tempo del fasto di Alba sì gentile, che di religione dovea essere il più frequentato, perché comodo potendo solo da Alba quello essere il cocchio la carrozza, e non altri, e anche perché in tempo di està, di autunno, di villeggiatura il più delizioso per il clima fresco e temperato, e per l’abbondanza delle acque in tali tempi fresche e salubri, da cui è derivato l’antico nome di Forma, il più popolato esser dovea, come lo era circa già l’anno 1500, contandosi un centinaio di fuochi in dimoranti ed in Albe, perché non ancora divisi, rilevandosi ciò dai catasti di Albe di quei anni. Quei consoli, imperatori, re pontefici, vescovi e grandi che in Alba feron dimora a diporto alla Forma ancora essere doveano per le limpide, salubri e fresche acque ivi nascenti, oltre quelle carcerate in una Forma, perciò chiamasi tale, ò sia grande acquedotto, vedendosene ancora i pezzi, che dall’acqua di S. Potito, di S. Eugenia, ed altre fontane di quella valle sino alle Forme unite scorrevano da… sino alla città di Alba circa miglia sette di distanza dalla prima acqua indottata.

Puol’essere la prova quel luogo di qua da S. Eugenia verso le Forme che chiamasi sinora Forma Rotta aprendosi una sorgente di acqua in essa copiosa che pur dovea incanalarsi nella Forma non rotta. La qual Forma pria… e dopo la venuta di Cristo ancor condur dovea l’acqua in città passando da Forma piedi l’abitato e sopra la Fontana delle Forme per non ledere quella, o raccoglierla doppo perché servibile e necessaria agli abitanti e villeggianti, e passeggeri, per la qual forse Ovidio Nasone partendo da Roma in tempo di està pernottando in Carsoli, da dove alle Forme e da questa alla sua padria Sulmona non volendo per l’aria per la inondazione del lago che in quei tempi giugneva piedi Paterno ivi passando..).

Il De Andreis asserisce che già prima della sua epoca (1700) Forme doveva essere il centro più popoloso e ciò si deduceva dalle dimensioni della chiesa e della pisside in essa contenuta che erano inferiori solo a quella di Albe sede della Collegiata. Lo stesso De Andreis aveva intenzione nel 1763 di iniziare un’opera di restauro del luogo di culto, che versava in cattive condizioni, ma sorsero dei dissidi tra coloro degli abitanti che erano favorevoli alla costruzione di un nuovo edificio e quelli che invece appoggiavano l’idea del Curato per un lavoro di restauro. Infine prevalse la volontà di edificare una nuovo chiesa attraverso la raccolta di fondi presso i parrocchiani; all’opera contribuirono i Colonna con circa 100 ducati.

Nel 1763 quindi fu benedetto “ il primo sasso “ : Il vecchio Curato, ivi ancora residente voleva intitolare la nuova chiesa al martire S. Teodoro, ma anche i quella occasione non vi fu accordo pieno tanto che il De Andreis curato pro tempore volle intitolarla a Maria Vergine presentata nel tempio a S.Anna.
Il De Andreis riferisce lui stesso “ non mi opposi a quel lavoro incominciato…ma non volli accudirvi”. Il progetto fu redatto da certo architetto Fontana. Il popolo fu coinvolto tutto nella raccolta del legname per dare fuoco alla calcara per la cottura delle pietre al fine di ricavare la calce.

Dopo la posa della prima pietra i lavori rimasero fermi per 11 anni e finalmente nel 1774 furono innalzate le mura. Dopo 6 anni fu terminata la copertura.
Sempre nello scritto di De Andreis si parla di altre due chiese situate in vicinanza di Forme.La prima, di cui residuavano all’epoca solo dei ruderi, era ubicata in località S. Chiumento, derivante da S. Clemente cui era intitolata la chiesa stessa, era ubicata oltre il valico Capo La Maina a destra della strada che sale al Monte Magnola.L’altra si trovava sulla strada per Castelnuovo a circa 1200 passi dalla chiesa parrocchiale di S.Teodoro e a circa 135 passi naturali dalla sorgente di Ruvo Capo le Prata. Il De Andreis riferisce di aver avuto notizie di detta chiesa direttamente da qualche anziano del paese che ne descrive le caratteristiche.

Tuttavia tale luogo di culto era importante in quanto in esso vi era collocata una statua lignea della Madonna del Pubblico alla quale era intitolata la chiesa. Molti fedeli frequentavano questo luogo di pellegrinaggio provenienti dalle stesse Forme, da Castelnuovo ed Albe in modo particolare nei giorni di sabato e di domenica. Successivamente la statua fu traslata presso la Chiesa di S. Teodoro in Forme, ove si trova tuttora, e la Madonna fu rinominata dal popolo Madonna delle Grazie. Alla fine del 1700 Alba cominciò a perdere la sua importanza e in epoca murattiana il centro del comune si spostò presso il più popolato centro di Massa-Corona realizzandosi una aggregazione civica comprendente appunto Massa, Corona, Albe , Forme, Antrosano, Castelnuovo, S.Anatolia, S. Pelino.

Nel 1812 S.Anatolia si separò dal Comune di Massa e più recentemente (negli anni 60 ) passarono al comune di Avezzano anche S.Pelino, Antrosano e Castelnuovo. In una relazione dell’Archivista Provinciale per l’anno 1881 nella quale si elencavano gli stemmi di ogni Università (comunità) della provincia è descritto anche lo stemma di Forme costituito da cinque monti con una croce che li sovrasta a centro una croce con due stelle ai lati. Attualmente Il Comune di Massa d’Albe è costituito dal capoluogo Massa, dalle frazioni di Albe e Forme. Fino agli inizi del 1900 il territorio di Forme era posseduto per buona parte dai principi Colonna di Avezzano. Tra i possedimenti di quest’ultimi assumeva particolare importanza il gruppo montuoso della Magnola ricco di pascoli in alta quota.

Dopo la prima guerra mondiale la montagna passò di proprietà di allevatori locali. L’occupazione prevalente degli abitanti di Forme in tale epoca era rappresentata dalla pastorizia a cui si dedicava la quasi totalità della popolazione maschile. I maschi venivano reclutati per tale attività fin dall’età dell’adolescenza. Gli addetti alla pastorizia erano organizzati in scala gerarchica a seconda della esperienza e dell’età del soggetto: Il Bescino era di solito il più giovane ( 11-15 anni ) ed a lui venivano riservati i lavori più umili e meno impegnativi ( pulizia delle capanne, raccolta dell’acqua, apertura degli stazzi); il Pastore (15-20 anni) era colui al quale veniva affidato il gregge da condurre al pascolo; il Casciaro era l’esperto nella trasformazione del latte in formaggio; il Fattore era la persona di fiducia del proprietario e competeva a lui la conduzione dell’azienda.

Gli abitanti non possidenti di greggi prestavano la loro opera, alcuni, per conto di allevatori locali, altri, per allevatori delle zone limitrofe o per proprietari di grandi aziende della campagna romana. Durante il periodo tra la I e la II guerra mondiale il patrimonio dell’allevamento locale raggiunse il numero di circa 15 mila capi di ovini ospitati nella stagione estiva sui pregiati pascoli del monte Magnola e trasferiti per l’inverno verso l’agro romano.

Il trasferimento degli ovini veniva effettuato con il treno. Il caricamento avveniva nella stazione ferroviaria di Cappelle dei Marsi e gli abitanti più anziani ricordano ancora oggi quegli interminabili fiumi di ovini che attraversavano per giorni e giorni le strade del paese essendo quella stazione luogo di partenza anche per le greggi provenienti dall’altipiano delle Rocche.
In questo periodo inizia il fenomeno della emigrazione.Molte famiglie formesi si trasferiscono verso le Americhe prima e successivamente verso Francia,Svizzera e Germania.

Dopo la II guerra mondiale numerose furono le famiglie che si trasferirono presso altre città d’Italia soprattutto a Roma. Il fenomeno migratorio cessa definitivamente negli anni ’60. Attualmente la popolazione conta circa 400 anime e relativamente alle attività svolte non può parlarsi di una attività prevalente in quanto tutte sono rappresentate per la presenza di artigiani, commercianti, impiegati, professionisti.

Ancora rilevante è l’attività agro-zootecnica che ha conosciuto nell’ultimo trentennio una evoluzione significativa: l’agricoltura orientata quasi esclusivamente verso la produzione foraggifera necessaria per l’allevamento ha consentito uno sviluppo rilevante di quest’ultimo oggi considerato tra i più importanti della intera regione abruzzese con circa 700 capi di bovini, 400 equini e circa 1500 ovini.

Testi a cura del dott. Cardilli Franco
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