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Capitolo 423.   Stile letterario

Questo capitolo, può essere solo un riferimento essenziale alla definizione di uno stile letterario e il contenitore di una piccola raccolta di regole, che dovrebbero semplificare la vita di chi scrive documenti elettronici.

L'autore di questo documento non ha una competenza specifica su questo problema; tuttavia, è importante almeno affrontare l'argomento sottolineando alcuni concetti importanti.(1)

423.1   Uniformità

Il concetto di stile letterario potrebbe essere espresso semplicemente spiegando l'esigenza di realizzare un documento uniforme: sia dal punto di vista visivo, sia dal punto di vista espressivo. Questo coinvolge quindi l'aspetto grammaticale (ortografia, sintassi, lessico, ecc.) e l'aspetto tipografico (impaginazione, tipi di carattere, dimensione, ecc.) o artistico.

L'esigenza di un'uniformità visiva deriva dal piacere e dal rilassamento che può dare al lettore un documento impaginato e strutturato in un modo ordinato e chiaro, per la facilità nella lettura che ne deriva. Nello stesso modo è importante l'uniformità grammaticale, cosa particolarmente delicata in una lingua come quella italiana in cui sono consentite molte variazioni, data la varietà linguistico-culturale delle varie regioni.

Il novello scrittore di documentazione tecnica, che scrive e impagina senza l'aiuto di un editore, tende a comprendere l'esigenza di uno stile tipografico, dimenticando che esiste anche uno stile espressivo-grammaticale.

Il problema dell'uniformità stilistica si accentua quando si deve collaborare alla realizzazione di un progetto letterario. L'uniformità non è più solo un fatto di coerenza personale, ma di coerenza complessiva di tutto il gruppo.

423.2   Regole di composizione del testo

Il modo migliore per definire uno stile grammaticale è lo studio su un testo di grammatica. Qui si vogliono solo raccogliere alcuni punti essenziali che non possono essere ignorati. In effetti, il tipico autore di testi a carattere tecnico, specialmente quando non si tratta di un'attività professionale remunerata, ha un'ottima conoscenza dell'argomento trattato e una pessima padronanza della lingua.

423.2.1   Punteggiatura e spaziatura

La punteggiatura si compone di quei simboli che consentono di separare le parole e di delimitare le frasi.

423.2.2   Utilizzo dei simboli di interpunzione

L'uso della punteggiatura nella lingua italiana è definito da regole molto vaghe che si prestano a facili eccezioni di ogni tipo. Qui si elencano solo alcuni concetti fondamentali.

, La virgola è un segno di interpunzione che collega due segmenti di testo separati da una pausa debole.
; Il punto e virgola è un segno di interpunzione che si colloca a metà strada tra la virgola e il punto. Non segna la chiusura di un periodo.
: I due punti sono un simbolo di interpunzione esplicativo. Collegano due segmenti di testo separati dal punto di vista sintattico, in cui la seconda parte, quella che segue il simbolo, elenca, chiarisce o dimostra il concetto espresso nella prima parte.
. Il punto fermo è un segno di interpunzione che collega due segmenti di testo separati da un pausa forte. Generalmente segna la conclusione di un periodo. La parola successiva al punto ha l'iniziale maiuscola.
! Il punto esclamativo indica generalmente la conclusione di un'esclamazione affermativa. Generalmente, quando conclude un periodo, il testo che segue ha l'iniziale maiuscola.
? Il punto di domanda indica un tono interrogativo alla fine di una frase. Generalmente, quando conclude un periodo, il testo che segue ha l'iniziale maiuscola.
... I punti di sospensione sono in numero fisso di tre e indicano che il discorso non viene portato a conclusione. Generalmente, sono uniti alla parola o al segno di interpunzione che li precede, oppure distanziati, a seconda che siano solo una sospensione oppure indichino l'omissione di un nome o di un'altra parola.
Se si trovano alla fine di un periodo, dove andrebbe collocato un punto, questo non viene aggiunto e la frase successiva inizia con la maiuscola. Nello stesso modo, se si trovano alla fine di un'abbreviazione che termina con un punto, questo punto viene assorbito.
ecc. Il punto di abbreviazione, quando si trova alla fine di un periodo, conclude da solo anche il periodo stesso, ed è seguito da iniziale maiuscola.
(  ) Le parentesi, generalmente tonde, servono per delimitare un inciso, come un commento, una nota dello scrivente, un chiarimento, ecc. Generalmente, i commenti del redattore o del traduttore sono terminati, entro l'ambito delle parentesi, con le sigle NdR (nota del redattore) e NdT (nota del traduttore).

423.2.3   Accenti e troncamenti

Nella lingua italiana scritta, l'uso degli accenti è un fatto puramente convenzionale. Ciò significa che l'accento non indica necessariamente il suono che ha effettivamente la lettera accentata, ma solo la sua rappresentazione consueta (più avanti, nella sezione 423.2.4 è riportato il testo originale della norma UNI 6015 sul «segnaccento obbligatorio»).(6)

Tabella 423.2. Elenco dei monosillabi accentati più importanti e dei loro equivalenti (omografi) non accentati.

indicativo di dare (dà valore) da preposizione (da voi)
è verbo e congiunzione
avverbio (resta là) la articolo
avverbio (vado lì) li pronome
congiunzione (né questo né quello) ne pronome (ne voglio ancora)
pronome tonico (pieno di sé) se pronome atono o congiunzione
avverbio (dice di sì) si pronome

Alle volte, l'uso delle vocali accentate può creare problemi tecnici, dovuti alla loro mancanza nell'insieme di caratteri a disposizione. Nelle circostanze in cui non è possibile scrivere direttamente con lettere accentate (per esempio quando si dispone di un sistema configurato male, o la tastiera non dispone dei simboli necessari), occorre utilizzare delle tecniche di rappresentazione che dipendono dal programma utilizzato per la composizione.

Con l'introduzione dell'insieme di caratteri universale, che nei sistemi Unix si attua attraverso la codifica UTF-8, il problema della rappresentazione dei caratteri con lettere accentate, viene meno, qualunque sia la lingua da utilizzare.

SGML e XML, comprendendo in queste categorie anche HTML e XHTML, dispongono di una serie di entità standard, a cui corrispondono in particolare le macro elencate nella tabella 423.3.

Tabella 423.3. Vocali accentate attraverso l'uso di macro SGML e XML.

Vocale accentata Macro corrispondente Vocale accentata Macro corrispondente
à à À À
è è È È
ì ì Ì Ì
ò ò Ò Ò
ù ù Ù Ù
é é É É

TeX (e di conseguenza LaTeX) dispone di una serie di codici elencati nella tabella 423.4.

Tabella 423.4. Vocali accentate per TeX.

Vocale accentata Codice TeX corrispondente Vocale accentata Codice TeX corrispondente
à \`a À \`A
è \`e È \`E
ì \`{\i} Ì \`I
ò \`o Ò \`O
ù \`u Ù \`U
é \'e É \'E

Lout dispone del comando @Char per indicare simbolicamente i segni tipografici che per qualche ragione non possono essere scritti letteralmente attraverso la codifica a disposizione. La tabella 423.5 mostra i comandi necessari a ottenere le vocali accentate.

Tabella 423.5. Vocali accentate per Lout.

Vocale accentata Comando di Lout Vocale accentata Comando di Lout
à @Char agrave À @Char Agrave
è @Char egrave È @Char Egrave
ì @Char igrave Ì @Char Igrave
ò @Char ograve Ò @Char Ograve
ù @Char ugrave Ù @Char Ugrave
é @Char eacute É @Char Eacute

Quando si scrive un file di testo puro e semplice, ma non è possibile utilizzare una codifica che consenta l'indicazione di lettere accentate, si può aggiungere un apice opportuno subito dopo la vocale da accentare. Naturalmente questa tecnica può valere solo per la lingua italiana in cui gli accenti si pongono solo nelle vocali finali. Visivamente il risultato è molto simile a quello corretto.

Tabella 423.6. Trucco per rappresentare le vocali accentate quando non si può fare altrimenti.

Vocale accentata Vocale apostrofata
corrispondente
Vocale accentata Vocale apostrofata
corrispondente
à a` À A`
è e` È E`
ì i` Ì I`
ò o` Ò O`
ù u` Ù U`
é e' É E'

423.2.4   Segnaccento obbligatorio (UNI 6015)

Quello che segue è la norma UNI 6015 sull'uso degli accenti. Il testo è stato ottenuto da Grafica; scienza, tecnologia e arte della stampa e della comunicazione, Preparazione del manoscritto <http://www.apenet.it/>.

Segnaccento obbligatorio nell'ortografia della lingua italiana (Uni 601567):

1. Scopo

La presente unificazione ha lo scopo di stabilire le regole ortografiche per il segnaccento nei testi stampati in lingua italiana, quando esso sia obbligatorio.

2. Definizione

2.1 Il segnaccento (o segno d'accento, o accento scritto) serve a indicare esplicitamente la vocale tonica, per esempio: andrà, colpì, temé, virtù.

2.2. Il segnaccento può essere grave (`) o acuto (').

3. Uso

Il segnaccento è obbligatorio nei casi seguenti:

3.1. Su alcuni monosillabi, per distinguerli da altri monosillabi che si scrivono con le stesse lettere ma senza accento:

ché («poiché», congiunzione causale) per distinguerlo da che (congiunzione in ogni altro senso, o pronome);

(indicativo presente di dare) per distinguerlo da da (preposizione) e da' (imperativo di dare);

(«giorno») per distinguerlo da di (preposizione) e di' (imperativo di dire);

è (verbo) per distinguerlo da e (congiunzione);

(avverbio) per distinguerlo da la (articolo, pronome, nota musicale);

(avverbio) per distinguerlo da li (articolo, pronome);

(congiunzione) per distinguerlo da ne (pronome, avverbio);

(pronome tonico) per distinguerlo da se (congiunzione, pronome atono);

(«così», o affermazione) per distinguerlo da si (pronome, nota musicale);

(pianta, bevanda) per distinguerlo da te (pronome).

3.2. Sui monosillabi: chiù, ciò, diè, , già, giù, piè, più, può, scià.

3.3. Su tutte le parole polisillabe su cui la posa della voce cade sulla vocale che è alla fine della parola, per esempio: pietà, lunedì, farò, autogrù.

4. Forma

4.1. Il segnaccento, nei casi in cui è obbligatorio, è sempre grave sulle vocali: a, i, o, u.

4.2. Sulla e, il segnaccento obbligatorio è grave se la vocale è aperta, è acuto se la vocale è chiusa:

- è sempre grave sulle parole seguenti:

ahimè e ohimè, caffè, canapè, cioè, coccodè, diè e gilè, lacchè, piè, ; inoltre sulla maggior parte dei francesismi adattati, come bebè, cabarè, purè, ecc. e sulla maggior parte dei nomi propri, come Giosuè, Mosè, Noè, Salomè, Tigrè;

- è acuto sulle parole seguenti:

ché («poiché») e i composti di che (affinché, macché, perché, ecc.), e i composti affé, autodafé, i composti di re e di tre (viceré, ventitré), i passati remoti (credé, temé, ecc., escluso diè), le parole mercé, , scimpanzé, , testé.

4.3. Anche per la o si possono distinguere i due timbri (aperto o chiuso) con i due accenti (grave ed acuto) ma solo in casi in cui l'accento è facoltativo, per esempio: còlto (participio passato di cogliere), e cólto («istruito»).

423.2.5   Uso della «d» eufonica

Le congiunzioni e, o e la preposizione a, consentono l'aggiunta di una d eufonica, per facilitarne la pronuncia quando la parola che segue inizia per vocale. Si tratta di una possibilità e non di una regola; di questa d si potrebbe benissimo fare a meno.

Ognuno tende a usare questa d eufonica in modo differente, a seconda della propria cadenza personale, che ne può richiedere o meno la presenza. Quando si scrive, bisognerebbe mantenere lo stesso stile, anche sotto questo aspetto, quindi ognuno deve stabilire e seguire un proprio modo.

Esiste tuttavia un suggerimento che punta all'uso moderato di queste d eufoniche: usare la d solo quando la vocale iniziale della parola successiva è la stessa; e non usarla nemmeno quando, pur essendoci la stessa vocale iniziale nella parola successiva, ci sia subito dopo una d che possa complicare la pronuncia.

423.2.6   Elisione davanti alla lettera «h»

In linea di massima, l'articolo che si mette davanti a un termine che inizia con la lettera h, è quello che si userebbe pronunciando quella parola come se iniziasse per vocale. Secondo questo principio, va usata l'elisione, così come si fa con i termini che iniziano per vocale, senza alcuna «h» anteriore. Per esempio: l'harem; l'hotel; l'host.

Tuttavia, quando si tratta di un termine che, proveniendo da un'altra lingua, non è ancora diventato di uso comune e nella lingua originale si pronuncia con la lettera «h» iniziale aspirata, si preferisce evitare l'elisione.

423.2.7   Uso delle maiuscole

L'iniziale maiuscola si utilizza all'inizio del periodo e per evidenziare i nomi propri. Nel dubbio è meglio evitare di utilizzare le maiuscole. La lingua italiana fa un uso diverso delle maiuscole rispetto ad altre lingue. Il novello scrittore di documenti tecnici tende a lasciarsi influenzare dall'uso che si fa delle maiuscole nella lingua inglese. Per questo è bene ribadire che in italiano l'uso di queste deve essere ridotto al minimo indispensabile.

423.2.8   Plurali

Ci sono alcuni aspetti del plurale nella lingua italiana che vale la pena di annotare. In particolare, nel caso di chi deve utilizzare anche termini stranieri, si pone il problema di decidere se questi siano invariabili o meno. A questo proposito, esistono due regolette semplici e pratiche:

In particolare, per quanto riguarda la seconda, la logica è che non si può applicare un plurale secondo le regole di una lingua straniera mentre si usa l'italiano. Inoltre, dato che nella maggior parte dei casi si tratta di termini inglesi, che nella loro lingua prenderebbero quasi sempre una terminazione in -s al plurale, diventerebbe anche difficile la loro pronuncia in italiano.

423.2.8.1   Interfacce o interfaccie?

Esiste una regoletta che permette di stabilire facilmente come debba essere ottenuto il plurale delle parole che terminano in -cia e -gia: la i rimane se la c e la g sono precedute da vocale, oppure se la i viene pronunciata con accento, mentre viene eliminata se queste consonanti sono precedute da un'altra consonante.

Quindi si ha: camicia, camicie e interfaccia, interfacce; ciliegia, ciliegie e spiaggia, spiagge; energia, energie.

423.2.9   Elenchi

Gli elementi puntati, o numerati, possono essere composti da elementi brevi, oppure da interi periodi. Se tutti gli elementi sono brevi:

La descrizione appena fatta mostra un esempio di elenco del genere. Se anche uno solo degli elementi è troppo lungo, è bene trasformare tutti gli elementi in periodi terminati da un punto. In tal caso, se l'elenco viene introdotto da una frase, anch'essa termina con un punto.

Ci possono essere situazioni in cui queste indicazioni non sono applicabili: come sempre è necessario affidarsi al buon senso.

423.2.10   Citazioni

Le citazioni, cioè le frasi o i brani riprodotti letteralmente da altri documenti, devono apparire distinte chiaramente dal testo normale. Si usano normalmente queste convenzioni:

423.3   Traduzioni e termini stranieri

Le traduzioni rappresentano un problema in più, dal punto di vista dell'uniformità stilistica espressiva, soprattutto perché sono frequentemente il risultato di un lavoro di gruppo. Il problema più grave è rappresentato dalla traduzione o dall'acquisizione di quei termini che non fanno parte del linguaggio comune.

L'attività di traduzione è tanto più delicata se si considerano i vincoli posti dalle convenzioni internazionali che regolano l'editoria. In breve, la traduzione deve essere autorizzata dall'autore originale, verso il quale ci si assume la responsabilità del buon esito di questa operazione.

Per questo, la traduzione non può alterare il contenuto espresso dall'autore originale e nemmeno chiarirlo. Nello stesso modo, una traduzione deve sempre essere accompagnata dall'indicazione dei nomi dei traduttori che l'hanno realizzata.

423.3.1   Acquisizione di termini inglesi

Quando si decide di lasciare inalterato il termine straniero nel testo italiano, si pone il problema di stabilire il modo con cui questo possa convivere con il resto del testo. L'unica regola sicura è la verifica dell'uso generale, attraverso la discussione nelle liste specializzate. Tuttavia si possono definire alcune regole di massima, per dare l'idea del problema.

È importante osservare che nell'ambito delle traduzioni di documenti tecnici, nella stragrande maggioranza dei casi, si ha a che fare con l'inglese. Infatti, l'acquisizione di un termine straniero tende a seguire logiche differenti a seconda della lingua di origine. Per comprenderlo basta pensare con quanta facilità si potrebbe acquisire un termine francese, come «console», rispetto a un termine inglese.

Quando il termine che non si traduce non è di uso comune nell'ambiente a cui si rivolge il documento, dovrebbe essere evidenziato in corsivo tutte le volte che viene utilizzato. Per chiarire meglio il concetto, un termine tecnico può essere o meno di uso comune per il pubblico di lettori a cui si rivolge: se si tratta di un termine considerato normale per quell'ambiente, non è il caso di usare alcuna evidenziazione.

423.3.2   Stesura di un glossario

Quando si traduce un documento è importante la preparazione di un glossario, inteso come una raccolta di traduzioni standard che permettono di mantenere uniformità nel documento tradotto. Questo diventa tanto più importante quando si lavora in gruppo, o si partecipa alla traduzione di un gruppo di opere che fanno parte di uno stesso ambito tecnico.

Un glossario del genere non può essere un documento statico, in quanto si ha la necessità di aggiornare continuamente il suo contenuto; se non altro per estenderlo.

Nell'ambito della documentazione GNU, ci si può iscrivere alla lista <tp (ad) lists·linux·it> per chiedere informazioni sul lavoro già svolto e per discutere termini non ancora definiti dal glossario in corso di realizzazione. Per iscriversi si possono consultare le indicazioni al riguardo nella pagina <http://lists.linux.it/listinfo/tp>; l'invio di messaggi al gruppo di discussione va indirizzato poi a <tp (ad) lists·linux·it>.

Eventualmente si può scaricare il glossario attuale da <http://www.linux.it/tp/>, tenendo presente che il moderatore della lista desidera che non sia distribuito ulteriormente, in modo da evitare che si diffondano versioni obsolete.

Come ultima nota è opportuno chiarire che un glossario per la traduzione può essere solo uno strumento, per l'utilizzo da parte di persone in grado di capire il contesto in cui i termini sono usati e di stabilire se le voci corrispondenti del glossario sono applicabili alle situazioni particolari.

423.3.3   Opere originali

Anche l'autore di un'opera originale di carattere tecnico, si imbatte in problemi simili a quelli dei traduttori. Infatti, quando l'acquisizione di un termine tecnico straniero riguarda solo l'ambito specializzato per il quale si scrive, si può dubitare del modo giusto di utilizzarlo.

Per questo, anche gli autori di opere originali possono avere la necessità di preparare un glossario e di discutere le espressioni migliori per un concetto determinato.

Per esempio, la parte lxxxi documenta l'organizzazione di questa opera e una serie di annotazioni a proposito delle convenzioni stilistiche, compreso un glossario.

423.4   Strafalcioni comuni

L'influenza della lingua inglese porta a deformazioni sempre più frequenti nella lingua italiana. Queste annotazioni vogliono essere di aiuto a chi scrive in italiano sotto l'influenza della prosa inglese, sia perché sta traducendo, sia perché è abituato a leggere solo documentazione tecnica scritta in inglese. Il problema più evidente, ma più facile da affrontare, è quello dei «falsi amici»: quei termini che, pur assomigliandosi (e pur avendo, spesso, la stessa etimologia), hanno significati diversi nelle due lingue. Gli esempi più celebri sono «factory» che diventa erroneamente «fattoria» e «cold» che si trasforma in «caldo».

Il problema meno evidente e per questo più insidioso è dato dalle altre differenze fra le due lingue: la punteggiatura, l'uso delle maiuscole e la struttura delle frasi. Trascurando queste particolarità si rischia di ottenere un testo che è formalmente in italiano, ma che non «suona» come tale.

Per completare il quadro, viene mostrato qualche esempio comune per chiarire questi concetti, ma è bene ricordare che le possibilità sono infinite e che l'unico modo per scrivere in buon italiano è leggere tanto buon italiano (così come avviene per qualsiasi linguaggio di programmazione).

423.4.1   Falsi amici

I «falsi amici» sono quei termini inglesi che sembrano avere una traduzione ovvia in italiano, che però non è corretta. Lo specchietto che si vede nella tabella 423.7 mostra la traduzione corretta di alcuni termini, frequenti nei testi informatici, lasciando intuire l'errore comune che si fa al riguardo.

Tabella 423.7 Traduzioni corrette dei «falsi amici».

consistent coerente
exhaustive esauriente
line riga (quasi sempre)
re... (recursive) ri... (ricorsivo)
set insieme («set» è tennistico)
  to set impostare («settare» è di pessimo gusto)
subject oggetto (di una lettera o di un messaggio)
to process elaborare
to assume supporre
proper (agg.) giusto, corretto
proper (avv.) vero e proprio
to support si usi, per quanto possibile, una perifrasi
to return something restituire qualcosa («ritornare» è intransitivo)

423.4.2   Ortografia e sintassi

Quello che segue è un elenco di annotazioni riguardo all'uso dell'ortografia e della sintassi.

423.5   Unità di misura

Nella documentazione a carattere scientifico diventa fondamentale la coerenza e la precisione nel modo in cui si indicano le grandezze e le unità di misura, oltre che la scelta di queste. In generale, ogni ambiente tecnico particolare tende a utilizzare le proprie grandezze e le proprie unità di misura, tralasciando gli sforzi di standardizzazione internazionale, contribuendo così a complicare inutilmente il proprio settore.

Purtroppo, l'ambito informatico costituisce l'esempio più problematico sotto questo aspetto, dal momento che l'esigenza di mantenere una compatibilità con il sistema binario ha attribuito a delle denominazioni ben precise del sistema decimale un significato differente rispetto a quello comune a tutti gli altri ambiti scientifici.

Lo standard internazionale sulle unità di misura è costituito dal SI, ovvero Le Système international d'unités, in italiano Sistema internazionale di unità. Il punto di riferimento per questo lavoro di armonizzazione è il BIPM (Bureau international des poids et mesures), con sede in Francia (<http://www.bipm.fr/>).

423.5.1   Come si scrive una grandezza

Per esprimere una quantità riferita a una grandezza in modo grafico, occorre disporre del simbolo (la sigla) che ne esprime l'unità di misura o un multiplo opportuno di tale unità, al quale si fa precedere il numero, in cifre, di tale quantità:

n simbolo

È importante che tra il numero e la sigla ci sia uno spazio, che non deve poter essere interrotto in fase di impaginazione del testo. Per esempio: si può scrivere 5 kg, ma non 5kg.

423.5.2   Nomi e simboli

È bene chiarire il significato di alcuni termini che riguardano la misurazione di qualcosa:

Termine Definizione
grandezza ciò che viene misurato, come la lunghezza, la massa, il tempo;
unità di misura il nome attribuito a ciò che si usa per misurare, come il metro, il kilogrammo, il secondo;
simbolo il simbolo che rappresenta l'unità di misura in modo standard, come «m», «kg», «s».

Secondo il SI, il kilogrammo è l'unità di misura della massa, tenendo conto che i prefissi si utilizzano facendo riferimento al grammo. Si osservi inoltre che non si parla di «peso», perché questo termine è riferito piuttosto alla forza applicata a un oggetto.

I nomi delle unità di misura si esprimono generalmente senza iniziale maiuscola, mentre i simboli usati per rappresentarle simbolicamente vanno espressi esattamente come stabilito dagli standard, per quanto riguarda l'uso delle lettere maiuscole o minuscole.

Tabella 423.16. Esempi di grandezze e unità di misura.

Grandezza Unità di misura Simbolo
lunghezza metro m
massa kilogrammo kg
tempo secondo s
corrente elettrica ampere A

423.5.3   Prefissi moltiplicatori

Oltre alla definizione dei simboli che esprimono le unità di misura, si aggiungono dei simboli che rappresentano un multiplo ben preciso di tali unità. Tali simboli di moltiplicazione si pongono davanti al simbolo di unità a cui si riferiscono; per esempio, il simbolo «km» rappresenta mille unità «m», ovvero mille volte il metro.

I simboli che rappresentano tali moltiplicatori hanno anche un nome che normalmente si esprime senza iniziale maiuscola, indipendentemente dalla forma, maiuscola o minuscola, che ha il simbolo stesso.

I moltiplicatori riferiti alle unità di misura hanno un significato e un valore ben preciso. È un errore l'uso dei termini «kilo», «mega», «giga» e «tera», per rappresentare moltiplicatori pari a 210, 220, 230 e 240, come si fa abitualmente per misurare grandezze riferite a bit o a byte.

Tabella 423.17. Prefissi del Sistema internazionale di unità (SI).

Nome Simbolo Valore Note
yotta Y 1024
zetta Z 1021
exa E 1018
peta P 1015
tera T 1012
giga G 109
mega M 106
kilo k 103 Lettera «k» minuscola.
hecto, etto h 102
deca da 10
1 Nessun moltiplicatore.
deci d 10-1
centi c 10-2
milli m 10-3
micro µ 10-6
nano n 10-9
pico p 10-12
femto f 10-15
atto a 10-18
zepto z 10-21
yocto y 10-24

423.5.4   Prefissi per multipli binari

Lo standard IEC 60027-2 introduce un gruppo nuovo di prefissi da utilizzare in alternativa a quelli del SI, per risolvere il problema dell'ambiguità causata dall'uso improprio dei prefissi del SI in ambito informatico. A questo proposito, una discussione particolareggiata su questo argomento si può trovare nel documento Standardized Units for Use in Information Technology, di Markus Kuhn, <http://www.cl.cam.ac.uk/~mgk25/information-units.txt>. La tabella 423.18 riporta l'elenco di questi prefissi speciali.

Tabella 423.18. Prefissi IEC 60027-2.

Origine Nome Simbolo Valore Note
kilobinary kibi Ki 210 Si usa la «K» maiuscola.
megabinary mebi Mi 220
gigabinary gibi Gi 230
terabinary tebi Ti 240
petabinary pebi Pi 250
exabinary exbi Ei 260
zettabinary zebi Zi 270
yottabinary yobi Yi 280

423.6   Rappresentazione di valori

La rappresentazione di valori numerici tende a seguire forme differenti a seconda del contesto e delle convenzioni nazionali. Nella Guide for the Use of the International Systems of Units (SI), pubblicato dal NIST (National institute of standards and technology), si trovano alcuni criteri per risolvere il problema in modo non ambiguo, validi anche al di fuori della realtà inglese.

423.6.1   Valori percentuali

In generale, l'uso del simbolo % va inteso come una forma abbreviata per 0,01 e in questo modo va usato, senza eccedere. In particolare, il simbolo di percentuale va posto dopo un valore numerico, staccato da questo, ma non separabile in fase di composizione tipografica:

n %

Per esempio, si può scrivere x = 0,025 = 2,5 %, mentre non è corretta la forma x = 0,025 = 2,5%.

423.6.2   Valori numerici

Nella lingua italiana, come in molte altre, si usa la virgola come segno di separazione tra la parte intera e quella decimale, mentre nei paesi di lingua inglese, si utilizza il punto. A parte il problema di scegliere il segno opportuno in base alle proprie convenzioni nazionali, si pone piuttosto la difficoltà nel rappresentare numeri composti da una grande quantità di cifre.

La Guide for the Use of the International Systems of Units (SI) indica un metodo molto semplice e non equivoco: si separano le cifre a gruppi di tre, usando semplicemente uno spazio, sia prima, sia dopo il marcatore decimale, come si vede in questi esempi:

123 456 789
  3 456 789,012 345 6
      6 789,012 3

Naturalmente, lo spazio in questione non può consentire l'interruzione della riga in fase di composizione.

È ammissibile anche un'eccezione in presenza di raggruppamenti di sole quattro cifre, prima o dopo il marcatore decimale. In quel caso si può evitare la separazione:

1234
  23,2345

Un altro problema è quello della rappresentazione di valori numerici espressi con una base maggiore di 10, per i quali si utilizzano le prime 10 cifre numeriche e per il resto si usano le lettere alfabetiche. Queste lettere andrebbero utilizzate coerentemente, possibilmente in forma maiuscola.

423.7   Stile tipografico

La definizione dello stile tipografico è un altro punto delicato nella definizione dello stile letterario generale. Di solito, la sua preparazione, è compito del tipografo o del coordinatore di un gruppo di autori o traduttori.

Il modo migliore per stabilire e utilizzare uno stile tipografico è quello di usare un sistema SGML, attraverso cui definire un DTD che non permetta alcun dubbio nella relazione che ci deve essere tra le varie componenti di un documento. In questo modo, gli autori hanno solo il compito di qualificare correttamente le varie componenti del testo, senza pensare al risultato finale, per modificare il quale si può semmai intervenire sul sistema di conversione successivo.

Le sezioni seguenti trattano dei problemi legati alla definizione di uno stile tipografico per la redazione di documenti tecnico-informatici. L'idea è presa dalla guida di stile del gruppo di documentazione di Linux: LDP (Linux documentation project), ma le indicazioni si basano sulle consuetudini tipografiche italiane.

423.7.1   Blocchi di testo in generale

Scrivendo documenti che riguardano l'uso dell'elaboratore, si incorre frequentemente nella necessità di scrivere nomi, o intere parti di testo, che devono essere trattati in modo letterale. Possono essere nomi di file e directory, comandi, porzioni del contenuto di file, listati di programmi, ecc. In questi casi è sconsigliabile l'uso di un tipo di carattere proporzionale, perché si rischierebbe di perdere delle informazioni importanti. Si pensi al trattino utilizzato nelle opzioni della maggior parte dei comandi Unix: utilizzando un carattere proporzionale, attraverso un sistema di composizione come LaTeX, si otterrebbe un trattino corto, mentre due trattini posti di seguito genererebbero un trattino normale; e ancora, da tre trattini si otterrebbe un trattino largo.

423.7.2   Nomi di file e directory

I nomi di file, di qualunque tipo, dovrebbero essere rappresentati attraverso un tipo di carattere a spaziatura fissa.

I nomi di questi tipi di entità sono sensibili alla differenza tra maiuscole e minuscole. Per questo vanno scritti sempre così come sono, anche quando si trovano all'inizio di un periodo, senza acquisire un'eventuale iniziale maiuscola.

I nomi di file eseguibili, in quanto tali, sono indicati preferibilmente senza il percorso necessario al loro avvio.

I nomi di programmi per i sistemi Dos dovrebbero essere indicati utilizzando lettere maiuscole, senza tralasciare l'estensione.

423.7.3   Schermate, listati e simili

Il testo ottenuto da listati di vario tipo, come i pezzi di un programma sorgente, il risultato dell'elaborazione di un comando, o il contenuto di una schermata, possono essere rappresentati convenientemente attraverso un ambiente di inclusione di testo letterale a spaziatura fissa.

Il problema sta nel fatto che l'ampiezza di tale testo non può superare i margini del corpo del documento, in base al tipo di impaginazione finale che si ritiene dover applicare. Infatti, tale testo non può essere continuato nella riga successiva perché ciò costituirebbe un'alterazione delle informazioni che si vogliono mostrare.

Generalmente, non è possibile superare un'ampiezza di 80 colonne, pari a quella di uno schermo a caratteri normale.

423.7.4   Variabili di ambiente

I nomi di variabili di ambiente dovrebbero essere rappresentati attraverso un tipo di carattere a spaziatura fissa.

I nomi di questi tipi di entità sono sensibili alla differenza tra maiuscole e minuscole. Per questo vanno scritti sempre così come sono, anche quando si trovano all'inizio o all'interno di un periodo.

A seconda del tipo di documentazione, potrebbe essere stata definita la convenzione per cui questi nomi debbano essere indicati sempre preceduti dal simbolo dollaro ($).

La scelta di rappresentare le variabili utilizzando il dollaro come prefisso è motivata dalla facilità con cui queste possono essere poi identificate durante la lettura del testo. Tuttavia, una scelta di questo tipo potrebbe essere discutibile, perché il dollaro non appartiene al nome della variabile e perché potrebbe indurre il lettore a utilizzarlo sempre, anche quando negli script non si deve. Quindi, il buon senso deve guidare nella decisione finale.

423.7.5   Comandi e istruzioni

A volte si ha la necessità di indicare un comando, o un'istruzione, all'interno del testo normale. Per questo, è opportuno utilizzare un carattere a spaziatura fissa, come nel caso dei nomi di file e directory, però qui si pone un problema nuovo dovuto alla possibile presenza di spazi e trattini. I programmi di composizione normali tendono a interrompere le righe, quando necessario, in corrispondenza degli spazi ed eventualmente anche dei trattini. Se il comando o l'istruzione che si scrive è breve, è consigliabile l'utilizzo di spazi e trattini non interrompibili.(7)

Quando si utilizza SGML (compreso HTML), si può usare l'entità &nbsp; per indicare uno spazio non interrompibile, mentre se si usa solo LaTeX, è il carattere tilde (~) che ha questa funzione.

Il problema del trattino non è semplice, perché non esiste un trattino generico non separabile, fine a se stesso. Di trattini ne esistono di varie misure e non sempre esistono corrispondenti per diversi tipi di programmi di composizione.

423.7.6   Nomi di applicativi

Quando si fa riferimento al nome di un programma si pongono due alternative: l'indicazione del file eseguibile oppure del nome attribuito dall'autore al suo applicativo.

Per comprendere la differenza, si può pensare a Apache: il servente HTTP. Non si tratta di un semplice eseguibile, ma di un applicativo composto da diverse parti, in cui l'eseguibile è httpd. Nello stesso modo, nel caso di Perl (il linguaggio di programmazione), si può pensare all'applicativo in generale, composto dalle librerie e tutto ciò che serve al suo funzionamento; oppure si può voler fare riferimento solo all'eseguibile: perl.

I nomi di programmi applicativi dovrebbero essere indicati nello stesso modo in cui lo fa il loro autore, rispettando l'uso delle maiuscole e delle minuscole, in qualunque posizione del testo.

I nomi di questi tipi di entità non dovrebbero essere evidenziati in modo particolare.

423.7.7   Concetti e termini nuovi

I concetti e i termini che non si ritengono familiari per il lettore, dovrebbero essere evidenziati la prima volta che si presentano.

Per questo tipo di evidenziazione si utilizza un neretto oppure un corsivo. L'uso del neretto è contrario alla tradizione dei testi italiani, in cui questo viene fatto normalmente utilizzando solo il corsivo. Tuttavia, il neretto si presta meglio alla composizione in formati molto diversi; per esempio si ottiene facilmente anche su un documento da visualizzare attraverso uno schermo a caratteri.

423.7.8   Termini stranieri

A volte è opportuno utilizzare termini stranieri, non tradotti. Quando si tratta di termini non ben acquisiti nel linguaggio comune, almeno per il pubblico a cui si rivolge il documento, è opportuno utilizzare il corsivo tutte le volte in cui il termine viene adoperato.

Un termine tecnico può essere o meno di uso comune per il pubblico di lettori a cui si rivolge: se si tratta di un termine considerato normale per quell'ambiente, non è il caso di usare alcuna evidenziazione.

423.7.9   Nomi proprietari e logotipi

L'indicazione di nomi che fanno riferimento a marchi di fabbrica o simili, va fatta come appare nel copyright o nella nota che fa riferimento al brevetto, rispettando l'uso delle maiuscole e dell'eventuale punteggiatura. Si dovrebbe evitare, quindi, di prendere in considerazione un eventuale logo grafico del prodotto. Non è il caso di fare risaltare maggiormente i nomi di questo tipo. Inoltre, a questa regola si può aggiungere che, nel caso il nome sia scritto utilizzando solo lettere maiuscole, può essere opportuno limitarsi a indicarlo utilizzando solo l'iniziale maiuscola, lasciando il resto in minuscolo.

All'interno del testo non è conveniente fare riferimento al detentore del copyright o del brevetto. Eventualmente, di questo problema dovrebbero farsi carico delle note opportune all'inizio del documento che si scrive. Si osservi che in generale non è indispensabile fare alcun tipo di riferimento di questo genere, se lo scopo di ciò che si scrive non è quello di trattare espressamente di questo o di quel prodotto.

423.7.10   Titoli

Nei testi di lingua italiana, i titoli vanno scritti come se si trattasse di testo normale, con le particolarità seguenti:

Un documento a carattere tecnico viene suddiviso normalmente in segmenti a più livelli. Per avere maggiore facilità nella trasformazione del documento in diversi formati tipografici finali, conviene limitare la scomposizione a un massimo di due livelli.

423.7.11   Didascalie

Gli elementi che non fanno parte del flusso normale di un documento, come tabelle e figure, sono accompagnate generalmente da un titolo e da una didascalia. Il titolo serve a identificarle, mentre la didascalia ne descrive il contenuto.

I titoli di tabelle, figure e oggetti simili, seguono le regole dei titoli normali, mentre il testo delle didascalie segue le regole del testo normale. Tuttavia, quando si utilizzano programmi di composizione che permettono di abbinare solo una nota descrittiva, che funga sia da titolo, sia da didascalia, occorre fare una scelta:

Naturalmente, la scelta fatta deve valere per tutte le descrizioni che si abbinano a questi oggetti di un particolare documento: brevi o lunghe che siano.

423.7.12   Elenchi descrittivi

Gli elenchi descrittivi, come quelli che si ottengono con HTML utilizzando la struttura seguente, possono essere insidiosi, perché potrebbero tradursi in modo differente a seconda del tipo di programma di composizione utilizzato.

<dl>
<dt>Primo elemento</dt>
<dd>
    <p>Descrizione del primo elemento,...
    Bla bla bla...</p>
</dd>
</dl>    

L'elemento descrittivo dell'elenco è in pratica un titolo che introduce una parte di testo generalmente rientrata. Sotto questo aspetto, la voce descrittiva segue le regole già viste per i titoli. Tuttavia, il problema sta nel fatto che si potrebbe essere indotti a riprendere un discorso lasciato in sospeso quando veniva introdotto l'elenco, come nell'esempio seguente:

Bla bla bla bla...

Primo elemento

        Descrizione del primo elemento,...
        Bla bla bla...

Qui si riprende il discorso precedente all'elenco descrittivo.
...

Infatti, l'utilizzo dei rientri fa percepire immediatamente la conclusione dell'elenco stesso. Quando si scrive un documento che deve poter essere convertito in molti formati differenti, che quindi potrebbe essere elaborato da programmi di composizione di vario tipo, può darsi che i rientri vengano perduti e gli elementi descrittivi dell'elenco appaiano come dei titoli veri e propri. Ma se ciò accade, quando si ricomincia «il discorso lasciato in sospeso», sembra che questo appartenga all'argomento dell'ultimo titolo apparso.

Bla bla bla bla...

Primo elemento

Descrizione del primo elemento,...
Bla bla bla...

Qui si riprende il discorso precedente all'elenco descrittivo.
...

Pertanto, se si vogliono utilizzare strutture di questo tipo, è consigliabile che appaiano alla fine di una sezione, quando quello che viene dopo è un titolo di una sezione o di qualcosa di simile.

423.7.13   Richiami in nota

I richiami in nota (le note a piè pagina e quelle alla fine del documento) sono composti con le stesse regole del testo normale. Quando il riferimento a una nota si trova alla fine di una parola cui segue un segno di interpunzione, è opportuno collocare tale riferimento dopo il simbolo di interpunzione stesso.

423.7.14   Indicizzazione

La costruzione di un indice analitico deriva dall'inserzione di riferimenti all'interno del testo, attraverso istruzioni opportune definite dal tipo di programma usato per la composizione.

Le voci inserite in questi riferimenti, che poi vanno a formare l'indice analitico, devono essere scelte in modo uniforme, secondo alcune regole molto semplici.

I riferimenti per la generazione dell'indice analitico vanno posti preferibilmente nei luoghi opportuni, in modo da evitare inutili rimandi a pagine che non contengono ciò che si cerca. Per esempio, la parola file potrebbe trovarsi in quasi tutte le pagine di un testo di informatica, mentre è conveniente che l'indice analitico riporti solo le pagine in cui si parla del concetto che questa parola rappresenta.

I nomi di programmi eseguibili e di file di dati standard, come per esempio i file di configurazione, dovrebbero essere inseriti nell'indice analitico ogni volta che appaiono nel testo.

423.7.15   Riferimenti bibliografici e simili

Esiste una forma precisa e molto articolata per la stesura delle bibliografie, che corrisponde allo standard ISO 690. A ogni modo, vale la regola generale per cui un riferimento bibliografico deve contenere tutti i dati necessari a reperire il documento a cui si fa riferimento. In condizioni normali, le informazioni essenziali per identificare una pubblicazione sono quelle seguenti:

Generalmente è consigliabile comporre gli elenchi bibliografici indicando le opere a partire dall'autore, mettendo il titolo in testo corsivo o inclinato, separando le varie componenti di ogni riferimento bibliografico attraverso delle virgole, come nell'esempio seguente:

Claudio Beccari, LaTeX, Guida a un sistema di editoria elettronica, Hoepli, 1991, ISBN 88-203-1931-4

Se non si dispone di un sistema automatico per la gestione dei riferimenti bibliografici, quando si cita un documento all'interno del testo, è bene seguire alcune regole elementari.

Segue un esempio molto semplice di come può essere fatto un riferimento del genere all'interno del testo normale:

... Questa sezione fa riferimento a concetti contenuti in LaTeX, Guida a un sistema di editoria elettronica, di Claudio Beccari...

423.8   Riferimenti


1) Come sempre, tutte le segnalazioni di errore sull'ortografia, la sintassi e il contenuto di questo documento, sono gradite. :-)

2) Secondo una regola della tipografia del passato, ormai condannata generalmente, è necessario aumentare lo spazio che divide la fine di un periodo dall'inizio del successivo. Per qualche ragione si trovano ancora documenti in lingua inglese che seguono questa regola, anche quando si tratta di file di testo.

3) Purtroppo LaTeX segue la vecchia regola dell'allungamento dello spazio dopo il punto fermo che chiude il periodo, con l'aggravante che per riuscire a determinarlo può fare solo delle supposizioni, che a volte sono errate. Per fare in modo che LaTeX eviti di applicare questa regola errata, si può utilizzare il comando \frenchspacing nel preambolo del documento.

4) Quando il sistema di composizione si basa su TeX e si usano virgolette elevate, le virgolette doppie si ottengono preferibilmente attraverso una coppia di apici singoli aperti (``) e una coppia di apici singoli chiusi (''). In altri casi, soprattutto quando si tratta di file di testo puri e semplici, gli apici doppi si indicano con le virgolette normali ("...").

5) TeX permette l'uso di tre trattini di lunghezza differente: il trattino corto che si ottiene con un trattino singolo, il trattino medio che si ottiene con due trattini in sequenza e il trattino lungo che si ottiene con tre. Nella lingua italiana vanno usati solo i primi due, dove il trattino medio di TeX corrisponde al trattino lungo della grammatica italiana.

6) Nell'ambito della documentazione tecnica, sarebbe consigliabile di evitare l'uso di accentazioni non comuni, anche se queste potrebbero essere preferibili in contesti più raffinati.

7) Naturalmente questo ha senso se poi il programma di composizione non tenta di suddividere le parole in sillabe.


Appunti di informatica libera 2008 --- Copyright © 2000-2008 Daniele Giacomini -- <appunti2 (ad) gmail·com>


Dovrebbe essere possibile fare riferimento a questa pagina anche con il nome stile_letterario.htm

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