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La pretesa tributaria dell’Agenzia delle entrate | |
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Iniuriam ipse facias, ubi non vindices.
Publilii Syri Sententiæ, 285
Presento in questa pagina di Internet l’esito di un braccio di ferro ingaggiato dall’Agenzia delle entrate che “accerta” per l’anno 1996 un mio reddito pari a 52.760.000 Lit, laddove quell’anno, essendo rimasto senza lavoro, avevo percepito appena 14.400.000 Lit (per il pagamento di una fattura dell’anno precedente). La cosa va per le lunghe, ricevo due lettere nelle quali mi propongono due patteggiamenti al ribasso (dapprima mi si propone di pagare le tasse su metà dell’accertamento, poi su un quarto). Mi reco di persona all’Ufficio delle entrate per rifiutare il patteggiamento. Infine, quando si è sul punto di andare in commissione tributaria, scrivo una memoria difensiva cosiddetta di “autotutela”. La scrivo tutta da solo, senza andar da commercialisti o avvocati, confidando nelle armi della logica e del buon Dio. Finalmente l’Agenzia rinunzia alla sua pretesa scrivendomi la lettera riprodotta qui accanto.
Trascrivo l’essenziale: «Questo ufficio, operando a mente della normativa sull’autotutela, ha proceduto in data 30.01.2002 all’annullamento dell’accertamento n. ... notificato il 20.12.2001 per infondatezza della pretesa tributaria».
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Memoria argomentativa | 1. Status Quæstionis[Ometto di trascirvere le minuzie, documentate negli allegati che ho preparato per l’Agenzia delle entrate. In sostanza, in questa prima parte della mia memoria difensiva espongo la formazione dei miei redditi nel passato e presento alcuni documenti a dimostrazione delle difficoltà in cui si trovò nel 1996 l’azienda della quale ero consulente, e che contribuiva preponderantemente alla formazione delle mie entrate. Avendo l’azienda cessato di valersi della mia opera (dopo due anni avrebbe chiuso i battenti), nel 1996 son rimasto nove mesi senza lavoro. Nota che tutte le informazioni che ho riassunto in questa sezione della mia memoria erano già state esposte, nel corso di due precedenti incontri, all’ing. G., dell’Ufficio delle entrate, al quale è indirizzata la memoria.]
2. Esposizione del contenzioso2.1 Voi “accertate” un mio reddito di lavoro autonomo pari a 52.760.000 Lit e mi convocate per il 27 aprile, ai fini di «instaurazione del contraddittorio e dell’eventuale definizione dell’accertamento con adesione». L’avviso mi viene notificato il 28 (il giorno successivo la data di convocazione!), perciò incontro il vostro funzionario responsabile del procedimento, l’ing. G., in data successiva. Faccio presente all’ing. G. i punti elencati nello Status questionis, qui sopra. Ci lasciamo con l’intesa che avrei avuto notizie. 2.2 Ricevo una telefonata – a luglio, se ricordo bene – da parte dell’ing. G. che mi propone di pagare le tasse sulla metà della somma di 52.760.000 Lit “accertata” (che pertanto diventa meno “certa”). Rispondo che non intendo aderire. 2.3 Ai primi di agosto, preoccupato per la spada di Damocle che incombe sul mio capo (innocente) mi presento all’Ufficio di G. e chiedo di parlare nuovamente con l’ing. G. Gli faccio presente che non intendo recedere dalla mia decisione e sottoscrivo una dichiarazione in tal senso, non senza aver nuovamente fatti presenti i punti che in questo documento sono presentati nello Status quaestionis qui sopra. 2.4 Ricevo il 20.12.2001 l’avviso di accertamento n. ... per l’anno 1996 comportante il pagamento di complessive 14.558.000 Lit (11.780.000 Lit per “infedele dichiarazione Irpef” + 2.303.000 Lit per “infedele dichiarazione di Contributo al Servizio Sanitario Nazionale” + 475.000 Lit per “infedele dichiarazione di contributo Straordinario per l’Europa”). 2.5 Nell’avviso di accertamento del 20.12.2001 mi si fa presente che «le sanzioni irrogate sono ridotte a un quarto [3.639.500 Lit] qualora il presente atto non venga impugnato e si provveda al pagamento entro il termine per la proposizione del ricorso». Invece «in caso di proposizione di ricorso contro l’avviso di accertamento» devo pagare «a titolo provvisorio» un terzo di quelle 14.558.000 Lit, cioè 4.852.667 Lit, con la prospettiva – se non sarò abile a difendermi – di versare i rimanenti due terzi. 2.6 Francamente sono allibito (per non dire “inebètito”, come ebbe ad affermare il senatore Antonio Di Pietro) riguardo a queste fluttuazioni di accertamento. Non capisco perché se uno è un evasore, debba godere di questi sconti. L’offerta di pagare 3.639.500 Lit – giusto per metterci una pietra sopra ed “esser poi lasciato in pace” – potrebbe essere allettante, anche per un non-evasore. Ma io non solo non sono un evasore: sono anche un uomo d’onore, non mercanteggio d’abitudine e non accetto la vostra proposta.
3. ArgomentazioneÈ noto che per poter affermare che qualcuno è un criminale (e l’evasione fiscale è un crimine) occorrono degli indizi e delle prove. In altre parole: a. Deve sussistere la probabilità a priori che l’indiziato possa aver commesso il crimine: senza indizi non può esserci indiziato. Altrimenti voi o anche io possiamo esser accusati del delitto di via Poma, o dei delitti seriali di Padova (dei quali è accusato Profeta) e di quant’altro. Per esempio, se in un ufficio lavorano due impiegati e uno dei due viene trovato morto, e per giunta è noto che i due impiegati erano in conflitto per fini di carriera, è ragionevole sospettare dell’impiegato sopravvissuto, anche se non è certo che sia l’assassino. Nel mio caso, potrebbero essere indizi a mio carico il possesso di una Mercedes di modello burino, un tenore di vita elevato, un conto bancario al di sopra delle mie possibilità di guadagno, una vita agiata passata fra un residence e l’altro. Ma non potreste trovare niente di tutto questo in me. b. Sono necessarie delle prove. Nel caso dei due impiegati, potrebbe essere la testimonianza della segretaria che dall’ufficio accanto ha sentito una voce: “Non uccidermi!”. Nel mio caso, potrebbe essere la testimonianza di chi possa dimostrare che ho continuato a lavorare per l’Ismes, o per altre società, ricevendo compensi “in nero”. Ma non potreste trovare niente di tutto questo in me. c. La cosa non mi riguarda, visto che non esistono indizi e prove fattuali contro di me: ma, giusto per il gusto della discussione, che certamente voi condividete con me, la probabilità dell’ipotesi di colpevolezza – la probabilità a posteriori – nasce dalla combinazione della probabilità a priori con quella della prova, secondo la formula del canonico Bayes:
dove Pr(h/e) è la probabilità a posteriori cercata, Pr(h) è la probabilità a priori di colpevolezza, Pr(¬h) è la probabilità a priori d’innocenza (complementare di Pr(h)), Pr(e/h) è la probabilità che io sia colpevole e che la prova sia veritiera, Pr(e/¬h) è la probabilità che io sia innocente e la prova menzognera (riguarda i casi cosiddetti “falsi positivi”).[1] Provate a dare dei valori attendibili a questi parametri: sarà facile verificare che niente si può ragionevolmente affermare su me. Detto fra parentesi: se i giudici conoscessero la formula di Bayes – soprattutto se ne tenessero conto – non ci sarebbero tanti errori giudiziari. Ma dove sono i vostri indizi, dove le prove? Voi vi limitate a far presente che «in relazione all’invito n. ... notificatoLe [grazie per il “Le”, in lettere maiuscole: ancorché (presunto) criminale, la cosa mi lusinga!] Lei non ha motivato e giustificato adeguatamente lo scostamento fra compensi dichiarati e compensi calcolati in base ai parametri, né ha accettato l’abbattimento dei maggiori compensi proposto dall’Ufficio ai soli fini dell’adesione». Qui è facile cogliere due errori logici:
i. Il fatto che io non abbia «accettato l’abbattimento dei maggiori compensi proposto dall’Ufficio ai soli fini dell’adesione» depone (sia pure debolmente) a favore della presunzione d’innocenza; in ogni caso, non può deporre a favore dell’ipotesi di colpevolezza (a meno che io non sia un disperato: ma non lo sono, visto che ho ripreso felicemente a lavorare: si veda ancora l’allegato A). ii. Il fatto che io non abbia «motivato e giustificato adeguatamente lo scostamento» presuppone una fallacia, del genere cosiddetto ad ignorantiam. Ecco come tale fallacia viene definita in un testo, esemplare per la sua chiarezza, ancorché ponderoso (I.M. Copi, C. Cohen, Introduzione alla logica, il Mulino, Bologna 1997, p. 129): L’argomento dell’ignoranza è costituito dall’errore commesso quando si sostiene che una proposizione è vera sulla sola base del fatto che non la si è dimostrata falsa, ovvero che è falsa sulla sola base del fatto che non la si è dimostrata vera. Ma c’è di più. Se io fossi stato depresso e “inebètito” e, in ragione di ciò, non avessi «motivato e giustificato» adeguatamente la mia posizione, avreste comunque torto – in mancanza di indizi e prove – ad affermare che io sono un evasore, in forza di quanto enunciato ai precedenti punti a., b. e c. Avete torto però anche – e fondamentalmente – per una seconda ragione: io ho presentato all’ing. G. tutti i dati dello Status quaestionis, riportati all’inizio di questa memoria. Certo, non gli ho consegnato gli allegati, che a quel tempo non avevo, ma gli ho comunicato tutti gli indizi: senza contare che i dati sul mio reddito relativo agli anni precedenti e seguenti il 1996 sono nei vostri calcolatori, certamente più potenti del mio, manovrati da persone indubbiamente più competenti di me. Ma tant’è.
4. L’Italia dei valori “bollati”Ho letto – se ricordo bene – che i fogli di carta bollata sono stati aboliti. Mi sembra giusto: ma non basta, bisogna abolire la mentalità della carta bollata. Vedete, mio bisnonno era un garibaldino, e sono sicuro che una storia come quella che sta capitando al pronipote non gli sarebbe piaciuta. Perciò, se potesse tornare indietro, andrebbe a ricuperare i libri che a sedici anni buttò nel Serio – fiume che lambisce Bergamo – e si applicherebbe allo studio, sognando altri generi d’avventura. Ma io mi sento abbastanza forte: l’accaduto m’indigna, ma poi mi sovviene di quel quadro di Fragonard, dove Diderot è rappresentato con il “sorriso della ragione” a fior di labbra. E sorrido anch’io, nonostante la ferocia burocratica che si è abbattuta su di me. Non posso però fare a meno di pensare compassionevolmente agli altri, meno fortunati (o meno incoscienti, direte voi) di me. Artigiani, onesti lavoratori, “eroi del nostro tempo” (per parafrasare il titolo del romanzo di Lermontov) senza diritti sindacali, senza protezioni d’alcun genere. Gente come me che riceve soldi se lavora, altrimenti non ne riceve. Ma che se vengono accusati d’essere degli evasori, non trovano le parole e non sanno a che santo votarsi. Conosco il caso di un professionista che aveva ricevuto un’ingiunzione di pagamento per tasse non corrisposte, e che non avrebbe dovuto corrispondere, perché neanche lui per un anno aveva lavorato, credo più per ragioni di forza maggiore che per scelta. Neanche lui godeva di protezione sindacale, perciò quell’anno non aveva guadagnato che pochi spiccioli. Un uomo di grande cultura, con due lauree e una vita esemplare della quale andava orgoglioso. Fu trattato indegnamente da un impiegato del fisco con stipendio fisso e diritti sindacali, che non voleva e non poteva capire il suo dramma: cadde in una depressione duratura della quale, a quel che mi dicono, porta ancora le conseguenze. E non avete letto sui giornali il caso di quell’architetto milanese – abitava in un appartamento in piazza Ermete Novelli – che, non trovando più lavoro tentò di suicidarsi con il gas, facendo scoppiare l’appartamento proprio mentre i vigili del fuoco intervenivano, chiamati dai vicini di casa? Alcuni vigili furono ricoverati d’urgenza nel reparto “grandi ustionati” dell’Ospedale S. Raffaele, se ricordo bene. Ho letto poi che l’architetto è stato condannato a pagare i danni procurati agli uomini e alle cose. E questo mi sembra giusto. Però non mi sembra giusto che questa società sia solidale solo con i baby-pensionati che in questi mesi invernali se la spassano nei paesi caldi e fanno turismo sessuale, forti dei loro “diritti acquisiti”, che io chiamerei piuttosto “soprusi legalizzati”, alla faccia dei milioni di giovani che non trovano lavoro, anche per colpa di chi ha troppi “diritti”, compreso quello di distruggere la ricchezza. Voi direte: “Ma non siamo stati noi la causa della depressione di quel professionista, semmai è stato un nostro collega”. Solita storia: vada al quinto piano, no al secondo, guardi che lei ha sbagliato ufficio ecc. “Quanto all’architetto e ai baby-pensionati” – direte – “non c’entriamo proprio”. E invece, secondo me, tout se tient. Ma non voglio tediarvi oltre con le mie sottigliezze. Vi do allora un argomento più grossolano e, per così dire, pragmatico: qualcosa dovrò pur fare, a mia volta, per non scivolare nella depressione ed evitare eventualmente di far del male a me e, come nel caso dell’architetto, ad altri innocenti. Quale rimedio migliore all’ingiustizia di vivere nell’angoscia, al sopruso del tempo perso per difendersi da un crimine mai commesso e alla prospettiva di un’ingiustizia ancora maggiore, che un sano sfogo liberatorio? Dovreste essere contenti, perché così non commetto violenza né contro me stesso, né contro la società. O no? Proviamo adesso a vedere la cosa da un altro punto di vista: se per caso vi sembra di avere esagerato, prendete il coraggio e scrivetemi una lettera di scuse. Io non porto rancore nei confronti di chi si ravvede.
Claudio Piga Trezzo sull’Adda, 4 gennaio 2002 [1] Un’esposizione divulgativa dell’argomento (e senza formule) si trova in C. Bruce, Sherlock Holmes e le trappole della logica, Raffaello Cortina, Milano, 2001. Si veda, in particolare, il cap. 8, pp. 161-181. |