Trivium

Comminvs

Eminvs

 Quadruvium
 Ceterae artes
 Nugae
Negotium
  

 

Retorica minimalista: l’editing dei libri

Sommario

Analisi dei contenuti e affinamento dell’espressione

I mitici editor americani

I redattori-draghi

Lamento di un autore

Revisione linguistica

L’arte di pensare e quella di esprimersi

Revisione delle traduzioni

Controlli di qualità negli anni ’60

Cucina editoriale

Importanza delle virgolette

Burocrazia e sacralità delle norme di uniformazione editoriale

Perché l’editing si chiama così

Strutturazione degli argomenti

Inserimento delle tabelle e dei grafici

Verifica delle citazioni e della bibliografia

Controllo della bibliografia

Libri come sepolcri imbiancati

Controllo delle citazioni

Ultimi ritocchi in vista dell’impaginazione

 

 

 

Con la parola editing si intende, nel mondo delle case editrici, la revisione editoriale di un manoscritto (così si dice, anche se si tratta di un documento scritto al calcolatore) in vista della sua pubblicazione, tipicamente in forma di libro. Ma l’editing si applica anche ai testi da pubblicare in un Cd-Rom, o in un sito Internet.

Tuttavia nella pratica di questi ultimi anni l’editing non è più sinonimo di “revisione editoriale” – un’operazione (diciamo così) che richiede amore per il libro e buona cultura – ma tende sempre più a identificarsi con una sua parte, quella burocratica e meschinella dell’applicazione delle norme di uniformazione editoriale. Ed è forse per questo che nei paesi anglosassoni l’editing è una cosa seria, o almeno un po’ più seria che da noi, perché loro dicono “editing” ed è chiaro che questo significa “revisione editoriale” (lo dice la parola stessa, dal lat. edere, corrispondente al gr. ekdidónai: questi termini significano “pubblicare”, o anche “preparare per pubblicare”) mentre da noi si dice “editing”, con la pretesa però d’interpretare questa parola secondo convenienza.

Quando l’editing coincide davvero con la revisione editoriale, esso si articola in queste fasi, nelle quali si compendia lo sforzo di elocutio[1] del redattore:

 

a.      Applicazione delle norme di uniformazione della casa editrice (la cosiddetta “cucina editoriale”).

b.      Strutturazione degli argomenti.

c.      Verifica delle citazioni e della bibliografia.

d.      Revisione linguistica.

e.      Analisi dei contenuti e affinamento dell’espressione.

f.       Preparazione dei materiali per l’impaginazione.

 

Naturalmente, non è detto che il redattore proceda in quest’ordine. È probabile che il buon redattore voglia farsi un’idea della struttura del libro fin da principio, per tornarvi ancora in seguito, dopo l’analisi dei contenuti. Niente impedisce però che cominci proprio dall’uniformazione editoriale, soprattutto se quel giorno è influenzato, o comunque ha ragione di non sentirsi particolarmente in forma (i giorni e le ore migliori del giorno sono dedicate all’analisi dei contenuti). Noi cominceremo dall’analisi dei contenuti.

 

 

Analisi dei contenuti e affinamento dell’espressione

 

È questa, la fase e, la parte più qualificante, più impegnativa e più lunga della revisione editoriale, quella che fa la differenza fra un libro accurato e un libro sciatto.

Al termine del lavoro di analisi il redattore si mette in contatto con l’autore del libro e gli fa presente con garbo i punti che a vario titolo presentano qualche difficoltà, sotto il profilo espressivo e contenutistico. L’affinamento dell’espressione non va confuso con la revisione linguistica, della quale diremo in seguito, perché la revisione linguistica riguarda fondamentalmente la purezza e l’eleganza dell’esposizione, mentre l’affinamento perseguito in questa fase riguarda l’efficacia della comunicazione, ed è in stretta relazione con i contenuti. Per esempio, non è possibile che noi si riesca a individuare in una certa pagina un’eventuale fallacia di anfibolia, cioè di ambiguità, se non abbiamo capito dove il discorso intende parare e se non abbiamo convenientemente soppesato i possibili modi d’intendere un certo giro di frase.

Il contributo del redattore in questa fase è importantissimo, soprattutto per i libri “scientifici” (in senso lato: libri di filosofia, matematica, filologia, sociologia, economia ecc.), in particolare per quelli di carattere divulgativo. Cioè, per intenderci, un libro sulle applicazioni della teoria dei giochi in economia, scritto per un lettore che possiamo supporre laureato, ma in generale né matematico né economista, richiede un grosso impegno, oltre che da parte dell’autore, anche del redattore, proprio perché il libro sarà letto da uno che “non è del ramo”.

I mitici editor americani

 

 

Un buon redattore è fondamentale per la riuscita dei libri, anche quelli di narrativa. Prendendo la parola al Salone del libro di Torino (1988) sul tema La fabbrica del libro: l’editing, Fernanda Pivano passava in rassegna alcune figure di mitici editor americani, cominciando da quelli storici, al tempo in cui l’editoria si sviluppava come fenomeno industriale. Ecco un estratto del suo contributo:

Tra gli editor più illustri nella storia di questa professione, indimenticabili sembrano Maxwell Perkins, della casa editrice Scribners, e Saxe Commins, della Random House. Il primo è stato il grande artefice della disciplina imposta a due artisti imprevedibili come Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway; il secondo è stato il letterato al quale dobbiamo forse la possibilità di aver visto condotte a termine le opere di William Faulkner. Erano due amici insostituibili dei loro autori. […]

     Quando Perkins morì il 17 giugno 1947 Hemingway fece fatica ad adattarsi a lavorare senza i suoi consigli, a prendere decisioni editoriali senza i suoi suggerimenti; mi disse spesso che si sentiva smarrito senza di lui. […] Forse è a causa della mancanza di Perkins che tante sue opere sono rimaste incompiute.

     Il lavoro di questi grandissimi editor si svolgeva in una critica amorosa del testo, condotta con una umiltà che impediva agli autori di sentirsi offesi: una critica che segnalava le ripetizioni – grande pericolo anche per scrittori attenti fino alla pedanteria – o che indicava gli squilibri di scene che avevano preso la mano agli scrittori trascinati dall’emozione, o sottolineava episodi che invece erano stati trascurati. […]

     Da questa scuola nacquero gli editor successivi, che non sempre avevano a che fare con grandi geni e che non sempre sono stati grandi editor, ma hanno raggiunto risultati importanti nella storia dell’editoria.

(cfr. http://www.fieralibro.it/fiera/download/1988_fabbrica del libro.pdf)

I redattori-draghi

 

 

Grande è dunque nel mondo anglosassone la considerazione per i redattori, grandissimo il rimpianto per i cosiddetti redattori-draghi, che comunque vanno scomparendo anche da loro. Erano quelli che passavano i libri al setaccio, parola per parola, e n’espungevano gli errori, anche i più nascosti. Lamenta Doris Lessing: «Gli editor d’oggi non sanno neppure come debba essere un buon copy-editing». Comunque se in America e in Inghilterra non hanno più i redattori-draghi, almeno non sono arrivati alle galline editoriali. Su questo argomento vedi quanto ho scritto in un’altra pagina del sito: L’industria editoriale ieri e oggi.

 

Lamento di un autore

 

 

Roberto Vacca, ingegnere sistemista e scrittore di successo, tradotto in tutto il mondo, è tutt’altro che contento dei redattori (editor) italiani. Ecco che cosa scrive in proposito:

[Ai grandi editori] spesso manca una figura fondamentale come l’editor, cioè quello che fa l’editing, e non quello che stampa il libro. È colui che legge il libro per filo e per segno, dà consigli all’autore, suggerisce nuove formule.

     Nei paesi anglosassoni vengono editati anche autori importanti. Questo perchè le case editrici sanno che spesso uno scrittore s’innamora di quello che scrive e questo amore gli impedisce di vedere gli errori e le imperfezioni che commette.

     La maggior parte degli editori italiani non usa gli editor, e quando li usa chiama gente incapace. Ricordo, a proposito, quello che mi diedero mentre scrivevo il mio libro di morale, La via della ragione. Bompiani mi disse: «Questa volta seguiamo il suo consiglio: avrà al suo fianco un ragazzo brillante che le farà da editor!».

     Questi, un giorno, mi telefonò dicendo: «Lei, nel suo scritto, cita un libro inesistente: Summa Theologica di San Tommaso». Io gli dissi: «Bella notizia! Io ne ho una copia. Varrà cento miliardi!». E lui «No, perchè nel mio breviario c’è scritto Summa Theologiae di San Tommaso». Ed io: «Butta il tuo breviario, prendi una zappa e vai a lavorare nei campi!».

     Ecco, fare l’editor non è poi un mestiere così facile. C’è bisogno di molta preparazione.

(Dal sito http://www.scriptamanent.net/scripta/public/dettaglioNewsCategoria.jsp?ID=1000894)

 

 

 

Revisione linguistica

 

Anche la fase d della revisione editoriale, la revisione linguistica, è (o dovrebbe essere) importante. Oggi più che mai perché, si sa, i licei non sono più quelli di una volta, dunque non tutti gli autori sono linguisticamente attrezzati, e non tutti hanno frequentato il liceo. In prima istanza, la revisione linguistica riguarda la purezza e l’eleganza della lingua e, sia pure limitatamente, si svolge sotto l’egida delle norme di uniformazione della casa editrice. Le quali, per esempio, prescrivono che si dica “a mano a mano” e non “man mano”.

Le norme di uniformazione non ne fanno cenno, ma una revisione linguistica accurata dovrebbe raddrizzare le gambe a certi giri di frase che risentono dell’involuzione della lingua italiana moderna a favore di espressioni passivizzanti, con tendenza alla cosiddetta nominalizzazione. Per esempio, “L’accesso all’informazione è ottenuto per mezzo di una semplice procedura…”. Molto meglio si potrebbe dire “Per accedere all’informazione si utilizza una semplice procedura…”. Mi rendo conto che è difficile far capire ad alcuni che la prima formulazione è sgradevole, perché uno se l’orecchio non ce l’ha, non se lo può dare. Però la revisione linguistica è anche questo, ed è un peccato che se ne faccia così poca e così raramente, per varie ragioni, fondamentalmente per pigrizia, ignoranza e quieto vivere.

 

L’arte di pensare e quella di esprimersi

 

 

C’è anche una revisione linguistica più sottile, e più profonda. Basti considerare – mi riferisco soprattutto alla saggistica – che quasi tutte le discipline, in particolare quelle più recenti, si compiacciono dell’uso gergale. Ma se l’autore intende rivolgersi a chi ancora non è iniziato a quella disciplina, il nodo gergale – almeno la prima volta – dovrà pur esser sciolto.

Giusto per fare un esempio, in un libro propedeutico alla ricerca sociologica l’“attore” non è uno che interpreta sulla scena la parte di un personaggio, ma uno che esercita un ruolo attivo nel contesto indicato, e questo va detto, quando il termine occorre la prima volta. L’esempio ci aiuta a capire come le fasi d ed e della revisione editoriale interagiscano strettamente.

Dunque, in assenza di un’analisi dei contenuti (fase e), la revisione linguistica è necessariamente superficiale. Infatti, succede di frequente che un’impuntatura linguistica sia il segnale di una difficoltà di contenuto. Compito del buon redattore è spianare l’una e l’altra, insieme, perché aveva ragione Nanni Moretti in Palombella Rossa, quando affermava (anzi urlava, davanti a una giornalista sbigottita e schiaffeggiata, perché aveva usato la parola trend): “chi si esprime male, pensa male”.

 

Revisione delle traduzioni

 

 

Un aspetto molto importante della revisione linguistica è il riscontro della traduzione, se il libro è tradotto. Quello delle traduzioni è un punto dolente e ben noto. I traduttori sono pagati poco, si sa, e questa è una ragione per cui le traduzioni sono spesso infarcite di errori.

Nella generalità dei casi non si tratta di errori grammaticali (ci sono anche quelli), ma sono travisamenti dovuti a carenza di comprensione dei contenuti. Ne sono pieni i libri di filosofia moderna tradotti dall’inglese, specie quando facciano riferimento a questioni scientifiche: il principio di indeterminazione di Heisenberg diventa il “principio di vaghezza”; le entità prive di estensione (ingl. extensionless) diventano “entità estensionali”; la relazione di appartenenza a un insieme diventa una “relazione di insiemi di appartenenza” ecc.

Questi tre esempi sono tratti dal bagaglio della mia personale esperienza, si annidavano in due pagine consecutive di una traduzione peraltro molto elegante, sotto il profilo della lingua italiana, ma che in ogni pagina presentava almeno un’amenità di questo genere. Vi lascio immaginare che ne sarebbe stato di quel libro, se non avesse avuto la mia cura editoriale, cosa che avvenne peraltro del tutto casualmente. Nella casa editrice mi si era fatto presente che il libro era stato tradotto da un professore universitario, e che un altro professore aveva affermato che la traduzione era corretta. Perciò avrei dovuto limitarmi all’editing (nella sua accezione ristretta, evidentemente). L’analisi dei contenuti e la revisione linguistica avvennero su mia insistenza: dopo che ebbi mostrato al professore-traduttore alcuni di quegli errori, lui stesso mi pregò di procedere nella revisione da me caldeggiata. Mi rimane il dubbio che la redattrice interna, la mia interfaccia con la casa editrice, non fosse molto contenta. Sembra che a nessuno importi più niente, se i libri sono stampati con mende deplorevoli, l’importante è che non si vedano al primo impatto, al momento dell’acquisto.

Sistemare una traduzione disastrosa è un’impresa improba, molto più difficile che tradurre ex novo. Perciò grande è la tentazione di lasciare le cose come stanno, soprattutto se nella casa editrice si è rinunciato a ogni tipo di controllo, salvo quello dei costi.

 

Controlli di qualità negli anni ’60

 

C’è da dire però che anche ieri, quando i controlli di qualità erano la norma, la buona riuscita di un libro era minacciata da ubbìe manageriali, caratteriali o di chissà quale natura, come testimonia questo brano tratto dalla Vita agra di Luciano Bianciardi, in cui una redattrice insiste col giovane traduttore affinché renda il testo in modo fedele (Umberto Eco in una sua “Bustina di minerva” afferma che Bianciardi gli avrebbe poi fatto il nome dell’originale che gli servì di modello per questo ritratto rassegnato e graffiante):

Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. […] Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone».

Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1974, p. 127

 

Grande teatro grottesco, commenta Umberto Eco.

 

 

 

Cucina editoriale

 

Ogni casa editrice ha un suo corpo di norme di uniformazione editoriale: riguardano il modo di citare i libri in bibliografia, nelle note e all’interno del testo, l’uso delle “d” eufoniche o di certe espressioni come “per esempio” (invece di “ad esempio”), “sia… sia” (invece di “sia… che”) ecc.

Un tempo le norme erano diverse da una casa editrice all’altra, oggi le stesse norme sono normalizzate, trasversalmente. Dipende dal fatto che sono cloni di un esemplare primigenio del quale si è perduto il ricordo. Le variazioni sono minime, giusto perché non sembrino copiate, anche se lo sono. Meglio così, almeno per i redattori, che non sono costretti a cambiar cappello, secondo che lavorino per questo o quell’editore.

Importanza delle virgolette

 

 

Si veda anche in questo sito la pagina dedicata a Bianciardi:
Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe

Luciano Bianciardi, ancora lui, descrive nell’Integrazione il travaglio che ha preceduto la stesura delle norme di un’importante casa editrice milanese (dovrebbe essere la Feltrinelli). Per esempio, per quanto riguarda le virgolette:

La questione delle virgolette la definimmo in una serie di riunioni successive. […] Decidemmo, e la Marisa prese appunto, che in fine di discorso diretto la virgola e il punto dovevano precedere le virgolette, le quali invece andavan seguite dai due punti e dal punto e virgola. L’uso inglese, insomma. Nel caso di discorso diretto interno a una citazione, o di una citazione interna a un discorso diretto, o di discorso diretto inserito in un altro discorso diretto, si sarebbe fatto ricorso alla virgoletta semplice. Per esempio: virgolette di apertura vieni virgola virgolette di chiusura disse Ignazio virgola riaperte le virgolette andiamocene in riva al mare come virgoletta semplice colombe dal desio chiamate virgoletta punto virgolette. Oppure, in una citazione: come dice anche il Calogero due punti virgolette maiuscolo è impossibile tradurre il valore sonoro dei versi virgoletta les sanglots longs des violons de l’automne virgoletta punto e virgolette. Chiuse naturalmente.

     Ma questo esempio sollevava un altro serio problema, quello cioè delle parole straniere. Gaeta propose di osservare una regola unica, vale a dire di metterle tutte in corsivo, ma la Marisa, che ormai s’era fatta una sua pratica, intervenne a dire che di questo passo avremmo dovuto mettere in corsivo anche foot-ball, sport, garage, eccetera. Convenimmo dunque che in corsivo andavano le parole straniere di uso non comune e non accettate ormai dalla nostra lingua. Cognac quindi in tondo, e cosí whisky e gin, dei quali non si può dare la traduzione italiana.

     “Anche brandy ?” chiese Ardizzone.

     “Be’... brandy sí e no. Ormai lo abbiamo quasi accettato nell’uso, al posto di cognac, che è vietato per legge, ma d’altro canto...”

     “E in un’opera italiana,” interruppe ancora Ardizzone, “può un personaggio bere tranquillamente il suo cognac, o bisogna invece correggere con brandy. Voglio dire il divieto dobbiamo considerano esteso anche alle opere letterarie?

     “Direi di no,” fece Pozzi, “a meno che il testo non dica esplicitamente che il cognac bevuto dal personaggio è roba italiana. Inutile altrimenti sostituire una parola straniera, francese, con un’altra parola straniera, inglese. Se poi si vuol tradurre, allora ricorriamo magari a un... che so io?, a un arzente, a un’acquavite, che secondo me sarebbe la cosa migliore.”

     “Ma l’acquavite,” disse ancora Ardizzone, “già c’è, è un liquore ben preciso e non possiamo...”

     Ma questa volta Gaeta tagliò corto, riportando il discorso sui corsivi: i nomi delle navi, ed eventualmente degli aerei (la Bismarck, lo Spirito di San Luigi, il Conte Biancamano), i titoli dei libri e delle riviste. I titoli degli articoli invece in tondo, ma fra virgolette, proprio perché quasi sempre essi si portano accanto il titolo della rivista su cui comparirono o compaiono, il quale titolo, come già detto, va in corsivo.

Luciano Bianciardi, L’integrazione, Bompiani, Milano 1976, pp. 74-76

 

Burocrazia e sacralità delle norme di uniformazione editoriale

 

 

 

Mi ha sempre stupito il fatto che le norme editoriali, che sono intese per conferire eleganza al testo, siano per lo più presentate in maniera sciatta, con un’impaginazione approssimativa e di difficile lettura per quanto riguarda il reperimento dell’informazione. Per esempio, spesso mancano gli indici, che sarebbero utilissimi. Comunque, a ben pensarci, non c’è da stupirsi se le norme sanno di burocrazia, anche nel loro aspetto materiale. Infatti, sono burocrazia: il che non significa però che debbano essere abrogate, e men che meno che la burocrazia sia sempre un male (la Francia ha una burocrazia migliore di quella italiana). E poi ci sono le eccezioni: per esempio, le norme della Moretti&Vitali si segnalano per eleganza formale e facilità d’uso. Vedi http://www.morettievitali.it/autori/index.html.

Luciano Bianciardi, che in questi ragionamenti intorno all’editoria è il nostro amato mentore, ci aiuta a capire perché le norme, che un tempo avevano nel lavoro del redattore un’importanza marginale, siano oggi divenute il cardine del lavoro editoriale. Affermare che le mansioni dei redattori interni nelle case editrici sono dequalificate, o anche che c’è l’ossessione di tagliare i costi (degli altri) e che tutti vogliono controllare il lavoro di tutti (sempre nell’ottica di una riduzione dei costi) e che nessuno se la sente più di lavorare sul serio sarà anche vero, ma è riduttivo. Per capire bene il fenomeno, è importante studiarne la genesi. Bene, sulla scorta delle indicazioni del maestro, non è difficile capire perché le sacre norme editoriali siano oggi così importanti. La chiave interpretativa sta nel fenomeno impiegatizio di “marcamento a zona”:

E poi badare ai marcamenti. Marcamenti a zona, marcamenti a uomo, Radice su Corso, David su Bettini, Salvadore su Hitchens liberando Maldini il capitano, il Cesare nostro, che è grande ma l’è anca un po’ ciula. Il marcamento di primo tipo giova ai piani minori, e se ne servono infatti le segretarie d’ogni livello, che io conosco meglio di ogni altro in Europa sia per esperienza diretta, sia per approfondimento teorico degli studi, essendo io, pur senza figurare, l’autore della più usata e citata trattazione sull’argomento.

     La segretaria ideale dunque marca a zona, si sceglie un settore e lo fa diventare importante. Basta anche un settore umilissimo, anzi è meglio. Ho conosciuto una segretaria che sapeva soltanto leccare le buste e i francobolli, eppure diventò indispensabile, perché fece in modo che il pensamento e la stesura delle lettere diventassero attività sussidiarie del leccamento suo.

     «Le mie lettere, dottàre» diceva slabbrando le vocali. «Scusi se le faccio premura, abbia la cortesia di dettare le mie lettere, che debbo spedirle.»

     Ho conosciuto telefoniste che in pratica dirigevano aziende di media grossezza. «Il suo nome per favàre» dicono slabbrando la vocale, oppure, strizzandola: «Il suo nome prigo».

     Devi dirgli il nome e il motivo della comunicazione, altrimenti quella si impunta, ti dice: «Lei non vuol callabarare con me» e non ti fa parlare, né camunicare col cammandatare. Basta che una di queste segretariette, con le sue gambette secche e il visino terreo, si impadronisca d’un pezzo di tubatura aziendale, e lo intasi, perché poi tutto si subordini a lei.

Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1974, pp. 112-113

 

Parafrasando Bianciardi possiamo dire che il redattore ideale in un contesto editoriale degradato “marca a zona, si sceglie un settore e lo fa diventare importante”. E questo settore è quello delle norme di uniformazione editoriale. In pratica, avviene nelle case editrici che i redattori siano stati esautorati di alcune funzioni essenziali della revisione editoriale (analisi dei contenuti, revisione linguistica ecc.), o anche che abbiano trovato opportuno esentarsene. Dunque tutta la loro “professionalità” si esplica nella cucina editoriale. Se un collaboratore esterno si lascia scappare una “d” eufonica là dove le sacre norme lo vieterebbero (per esempio, “ad esso”, invece del conforme “a esso”), il redattore con diritti sindacali prova un senso di orrore. Quel che è grave, tale orrore non è simulato, è autentico: altrimenti, se non ci fosse l’orrore, lui che ci starebbe a fare nella casa editrice?

Avendo in mente Bianciardi, possiamo affermare che come la stesura delle lettere diventa funzione del leccamento della segretaria, così l’uscita di un libro diventa funzione del controllo dell’editing da parte del redattore interno. Poco importa se una pagina contiene tre strafalcioni di traduzione e quattro impuntature linguistiche. Forte di una solida ignoranza, lui non se n’accorge, d’altra parte è pagato per controllare l’editing, che è una cosa concreta, altro che i sofismi di qualche intellettuale, che poi chissà mai chi crede di essere.

 

Perché l’editing si chiama così

 

 

A questo punto pensiamo di aver dimostrato il fondamento razionale di quanto si è anticipato all’inizio: da noi si preferisca dire “editing”, piuttosto che “revisione editoriale”, perché se dicessimo “revisione editoriale” verrebbero in mente tutte le sue fasi, quelle enumerate sopra, dalla a) alla f). Invece l’uso di una parola straniera, il cui significato è meno trasparente al nostro intelletto, dà adito a una libera interpretazione del significato, in primis quella che fa coincidere l’editing con le fasi a) e b) della revisione editoriale, tutt’al più con un po’ di fase c). Sono le fasi del lavoro che non richiedono cultura. Insomma si dice “editing” per nobilitare una cosa che nobile non è, per la stessa ragione per cui negli annunci del “Corriere della Sera”, quelli del venerdì con riquadro, scrivono “cercasi buyer” invece che “cercasi addetto all’ufficio acquisti”, per mascherare un lavoro ignobile con una patina di (pretesa) nobiltà.

 

 

 

Strutturazione degli argomenti

 

La strutturazione degli argomenti è la fase b della revisione editoriale vera e propria, ma fa anche parte dell’editing in senso ristretto del quale abbiamo detto sopra. Se il redattore non è tenuto a occuparsi della fase e della revisione editoriale (l’analisi dei contenuti), la strutturazione è una cosa del tutto banale. In pratica, si tratta di stabilire quali titoli siano di livello 1, 2 o 3 e assegnare loro i cosiddetti stili di paragrafo. Sono cose facilissime da farsi se si utilizza un programma di videoscrittura come Word. Però c’è chi assegna a queste banali operazioni un’importanza strategica, in esito a un’operazione di “marcamento a zona”, simile a quella esaminata poc’anzi. E se per caso si ponesse l’esigenza di un titolo di livello 4? Qui son dolori, perché i titoli di livello 4 non sono previsti, perciò devono scomparire e se il libro diventa una schifezza chissenefrega, rimane il fatto che i titoli di livello 4 non sono previsti. Questa è la linea di ragionamento di un redattore “dequalificato”.

 

Inserimento delle tabelle e dei grafici

 

 

 

La strutturazione degli argomenti diventa un affar serio per il redattore che sia un vero redattore, soprattutto quando il libro contenga informazioni che potrebbero convenientemente confluire in tabelle, o quando le tabelle fornite dagli autori potrebbero essere impostate diversamente, o anche essere convertite in grafici.

Il redattore esperto decide con cognizione di causa il da farsi ed è lui stesso che elabora i testi in forma di tabelle o grafici, invece di demandarne la realizzazione al grafico interno o allo studio di grafica editoriale esterno, salvo poi dire “mi piace” o “non mi piace”, e far andare avanti e indietro gli elaborati. È una questione di contenuti, gli strumenti informatici sono a disposizione di tutti, basta saperli usare, e il buon redattore non si tira indietro.

Molti libri contenenti figure e tabelle si mostrano sgangherati già a colpo d’occhio, soprattutto se fanno parte di una collana che normalmente non prevede illustrazioni e tabelle, dunque non c’è l’abitudine ad affrontare questo tipo di problemucci. Nonostante i progressi della composizione e impaginazione elettronica, le soluzioni corrette sotto il profilo della presentazione dei contenuti ed equilibrate sotto il profilo grafico sono ancora abbastanza rare, troppo rare in relazione allo stato dell’arte. Ciò è dovuto, oltre che a imperizia, anche a carenza, in serti casi alla totale assenza dell’analisi dei contenuti del libro in sede di revisione editoriale.

 

 

 

Verifica delle citazioni e della bibliografia

 

Anche questa fase della revisione editoriale (fase c nel nostro elenco) s’interseca con quella dell’analisi dei contenuti (fase e), almeno per quanto riguarda le citazioni.

 

Controllo della bibliografia

 

 

Cominciamo dalla parte più facile, dal controllo della bibliografia, che è facile perché oggi esiste Internet: ottimo, per esempio, il sito del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN), accessibile dal sito “Internet culturale” del Ministero per i Beni e le attività culturali ( http://www.internetculturale.it/).

Da un po’ di tempo il riscontro della bibliografia fa capolino fra le competenze del redattore “ristretto”, cioè del redattore che si limita all’editing in senso ristretto. Così un libro con l’editing a modino, cioè con tutti i titoli opportunamente graduati, con le “d” eufoniche a norma e con la bibliografia controllata grazie allo strumento interreziale sembra, a chi lo sfogli in libreria, un libro perfetto, anche se è pieno di strafalcioni, che di solito è difficile cogliere a colpo d’occhio (ma non è detto, se si tratta di una formula matematica che conoscete, o di una citazione che sapete a memoria).

 

Libri come sepolcri imbiancati

 

 

In realtà un libro pieno di strafalcioni ma con l’editing a modino è soltanto un sepolcro imbiancato e nel lungo periodo una casa editrice che stampa sepolcri imbiancati è destinata a chiudere i battenti. Meglio così per tutti. Le persone bennate si rifiutano di conservare nella loro biblioteca un libro pieno di strafalcioni, o sospettabile di tale indegnità. Se per caso l’hanno acquistato, poi si affrettano a disfarsene. Per giunta si guardano bene dal lasciarlo in vista nel pacco della carta per la raccolta differenziata, lo nascondono in mezzo ai giornali, perché a nessuno venga in mente di portarselo via, e di leggerlo. Un libro-sepolcro-imbiancato non dev’essere letto, deve andare al macero. Inutile dire che chi si è fatto l’idea che i libri di una collana siano poco attendibili, ben si guarderà dall’acquistarne di nuovi.

 

Controllo delle citazioni

Per quanto riguarda il controllo delle citazioni, sembra strano, ma qui succede il finimondo. Certo il redattore non può controllare tutto, e poi l’autore avrà ben controllato la trascrizione, o no? Tuttavia ci sono casi in cui i campanelli d’allarme fanno uno strepito tale che non si può non intervenire. Gli errori più frequenti si trovano nelle citazioni da libri tradotti (e regolarmente, ahinoi, pubblicati con i loro bei strafalcioni): niente di più facile che la citazione, per quanto breve, contenga uno di quegli svarioni che sono la norma nelle traduzioni italiane. Quando mi è capitato di incontrarne, d’accordo con l’autore del libro, ho corretto l’errore scrivendo in nota “trad. di…, mod.”, dove “mod.” sta per “modificato”.

Val la pena a questo punto che racconti un episodio, abbastanza recente. Mi si affida un libro tradotto dall’inglese dove leggo: «[…] nel senso indicato da Wittgenstein quando in Della certezza scriveva che “si potrebbe dire che questi muri maestri sono sorretti dall’intera casa”». Wittgenstein intendeva mettere in evidenza una situazione paradossale, perciò pensai che avesse fatto ricorso alla metafora dei muri che tengono insieme le fondamenta, invece delle fondamenta che tengono su i muri di una casa. Andai vedere l’originale, dove lessi, infatti: «[…] in the sense that Wittgenstein pointed to when he wrote in On Certainty that “one might say these foundation walls are held up by the whole house”». Proposi di emendare la traduzione in conseguenza. Bene, ci crediate o no, il direttore della collana, che in questo caso coincideva con il traduttore, si raccomandò perché si riportasse la traduzione errata, perché così era stata già pubblicata, per i tipi di una prestigiosa casa editrice. In questo caso non si può propriamente parlare di strafalcione, ma tutti sanno che c’è una bella differenza tra fondazione e muro maestro, e poi l’immagine evocata da Wittgenstein presentata in quei termini era molto meno efficace.

Inutile dire che se ci si limita a un editing in senso ristretto, cioè se si rinuncia all’analisi dei contenuti, difficilmente gli errori di citazione – come pure quelli di traduzione nel corpo del testo, le incongruenze, le impuntature linguistiche ecc. – verranno alla luce. Ma se gli errori devono rimanere – si potrebbe concludere amaramente – tanto vale neanche rilevarli. L’editing gallinaceo basta, e ne avanza.

 

 

 

 

Vedi anche in questo sito:
L’industria editoriale ieri e oggi

Negotium / Lavoro

Ultimi ritocchi in vista dell’impaginazione

 

Se il redattore non coincide con l’impaginatore, dovrà preparare il materiale da passare al grafico-impaginatore: qui i testi, qui le fotografie e i disegni al tratto, qui le didascalie, qui le tabelle (se il redattore non è in grado di farle da sé). E, naturalmente, occorre indicare nel testo i punti di inserimento delle figure, delle tabelle ecc. Lo faccio anch’io, per me stesso, che pure compendio le figure del redattore, del grafico e dell’impaginatore. Ma è buona norma avere il materiale ben ordinato e pronto sulla scrivania, anche quando si tratta della scrivania virtuale del computer.

Se il libro contiene solo testo, tutto diventa più semplice, il redattore passa il testo opportunamente “formattato” ed “editato” (ahimè, dicono proprio così) al grafico-impaginatore interno della casa editrice o a uno studio di grafica editoriale.

In alternativa, se il libro è particolarmente complesso, viene affidato a uno studio editoriale che si faccia carico di tutte le fasi della revisione editoriale, oltre che della preparazione dei grafici, fotoritocco, impaginazione. La maggior parte dei libri affidati alle mie cure appartiene a questa categoria.

  

 

 


[1] L’oratore, secondo la Rhetorica ad Herennium, deve applicarsi all’inventio, cioè alla ricerca degli argomenti, alla dispositio, cioè a una loro idonea collocazione, alla elocutio, cioè a una loro elegante e convincente formulazione, alla memoria, per ricordarsi di ciò che ha stabilito di dire, e alla pronuntiatio, perché la sua esposizione sia efficace: «Oportet igitur esse in oratore inventionem, dispositionem, elocutionem, memoriam, pronuntiationem» (Rhet. Her., I, 3).