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Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe | ||
SommarioVita di un eroe senza fracasso
| La vita agra, il romanzo che diede il successo a Luciano Bianciardi, è quella di un intellettuale che vive di collaborazioni editoriali nella Milano del boom economico. C’è nel libro l’idea di un grande progetto, che poi si stempera nelle difficoltà della vita: sotto questo aspetto può paragonarsi a Fiorirà l’aspidistra di George Orwell, storia di un pubblicitario che si vergogna del proprio mestiere – che sarebbe poi quello di “fare rumore con il mestolo, agitando il pastone nel truogolo dei porci” – abbandona il posto ben retribuito in agenzia e fa una vita miserabile. La rabbia di Bianciardi ricorda anche quella di Morgan matto da legare, film anarchico di Karel Reisz, esponente del “free cinema” inglese di quegli anni, o anche quella di John Osborne, e con lui la generazione degli angry young men, che avevano in dispetto il manierismo e le convenzioni di un ordine puntigliosamente stabilito per dare lunga vita all’ingiustizia. Ma nel libro di Bianciardi c’è anche l’amore, un amore sconfinato per gli uomini veri, quelli che il protagonista aveva conosciuto a Grosseto, e che invano si sforza di riconoscere a Milano. La lettura del libro – parecchi anni fa – mi servì per rinfrescare il ricordo di esperienze simili (ero stato redattore scientifico alla Mondadori), forse l’avevo acquistato proprio per questo, adesso non saprei dire. Il mondo dell’editoria l’avevamo frequentato non solo in decenni diversi, ma anche in modo diverso. Io ero un redattore interno, con diritti e privilegi sindacali, con la mensa aziendale, pagato in caso di malattia, pagato durante le vacanze, pagato anche in caso di rimbecillimento, perché – com’è noto – licenziare un inetto in una grande azienda non è cosa nemmeno pensabile. Bianciardi invece era un free-lance senza mutua (ai suoi tempi non era obbligatoria e per tutti), uno che mangiava nelle latterie e ordinava le mezze porzioni, uno che veniva pagato se lavorava, altrimenti avrebbe saltato i pasti. Inoltre lui il lavoro doveva cercarselo giorno per giorno. Lui era un eroe, io no.
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La trilogia della rabbia
| Ho riletto di recente la “trilogia della rabbia” di Luciano Bianciardi: Il lavoro culturale (pubblicato nel 1957), L’integrazione (1960), La vita agra (1962). Rabbia contro il mondo della cultura, contro Milano, contro l’economicismo e quello che in seguito si sarebbe chiamato il “terziario avanzato” (o il “quartario”, che Bianciardi aggiungeva al terziario, era proprio questo?) e contro due fenomeni – di livello infimo, ma devastanti per il futuro dell’umanità – come il consumismo e l’egoismo carrieristico degli impiegatucci. Mi domando se, ora che sono tornato a lavorare nel mondo dell’editoria e che sono un lavoratore autonomo (il che in Italia, se sei una persona onesta, è appena un po’ meglio che essere un sans-papier), possa dire di aver veramente capito Bianciardi, in profondità. L’esperienza, si sa, non sempre è condizione necessaria per capire e ben agire, e non è mai condizione sufficiente. Certo è che avendo letto, allora, la trilogia della rabbia, la mia vita non sarebbe più stata la stessa. Per dirla breve, cominciò di lì il mio stato di belligeranza contro l’aziendalismo; a quel tempo risale il mio impegno di non morire idiota. Speriamo bene. Per quanti italiani Bianciardi è stato un maestro? Questo non lo sapremo mai, perché per definizione i suoi discepoli non sono gente che ami appecorarsi nelle conventicole, men che meno nei talk show, dunque non si conoscono fra loro. Ma non è questo il punto, contarsi non serve a niente. È invece importante che Bianciardi possa avere nuovi discepoli, ora che finalmente la sua opera viene ristampata, sotto l’etichetta di “Antimeridiano”. La scelta del nome è felice e pertinente, infatti la collana “I Meridiani” della Mondadori pubblica tutti i grandi scrittori scomparsi, ha pubblicato anche Andrea Camilleri (che oltretutto è vivente), ma si è dimenticata di Bianciardi. Dunque, la collocazione idonea per Bianciardi non può essere che in un Antimeridiano. Speriamo che i librai non decretino per questo libro il confino in qualche scaffalatura impossibile a raggiungersi, speriamo anche che Internet possa colmare le carenze di distribuzione del libro di qualità. Perché a pensarci bene, i bei libri finisce che li trovi solo in Internet, ma Internet non può fare quel che potrebbero fare le librerie. Comunque, ecco l’indicazione bibliografica:
Questo volume comprende la trilogia della rabbia e ancora saggi, racconti e diari giovanili. Il secondo volume, in preparazione, comprenderà un’ampia scelta di articoli di giornale. | |
| Qui accanto, Luciano Bianciardi in un una foto scattata a Valeggio sul Mincio nel 1964. È l’immagine di copertina del libro L’alibi del progresso, che raccoglie gli scritti giornalistici di Bianciardi, pubblicato da ExCogita, Milano 2000 (foto per cortesia di Luciana Bianciardi). | |
Piccolo florilegio
Si veda anche in questo sito Retorica minimalista: l’editing dei libri, dove Bianciardi è ampiamente citato | Bianciardi aveva capito tutto – il consumismo, lo sfruttamento del lavoro dei precari, la dissoluzione dei legami di convivenza civile, l’egoismo autodistruttivo delle masse impiegatizie –, e reagì immediatamente. Non come certi maîtres à penser che nel momento in cui c’è da capire non capiscono, o fanno finta di non capire, poi quando quel che si doveva sapere ormai è arcinoto, lo insegnano. Insomma Bianciardi – possiamo esserne sicuri – non si sarebbe comportato come Norberto Bobbio. Il quale nel 1935 scrisse una lettera di autoraccomandazione a Mussolini, dove affermava che dai suoi studi aveva tratto «i fondamenti teorici per la fermezza delle» sue «opinioni politiche e per la maturità delle» sue «convinzioni fasciste», poi nel dopoguerra diventerà un monumento di eticità laica e coerenza antifascista. Ma un giorno la lettera riemerge dalla polvere dell’Archivio di Stato. Quando ha 90 anni, finalmente, Bobbio confessa: «Ero immerso nella doppiezza, fascista tra i fascisti e antifascista con gli antifascisti. Non ne parlavo perché me ne ver-go-gnavo» (intervista al “Foglio” del 12 nov. 1999). No, Bianciardi queste cose non le avrebbe fatte. Quando sbagliava non dimenticava, non rimuoveva, anzi si tormentava nel rimorso, come vedremo in seguito. Ecco dunque una breve antologia, molto parziale, giusto per entrare “in medias res” e capire immediatamente di che cosa fosse capace Bianciardi, quale fosse la sua capacità di sondare la realtà. A proposito della miseria, ma anche pericolosità sociale delle masse impiegatizie, ecco un passo esemplare, dove si parla della tecnica aziendale di marcamento, utilizzata per far carriera:
Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1974, pp. 112-113
Della gente «che corre, che si dibatte, che ti ignora», della totale disponibilità di ogni impiegatuccio – ottima e onesta persona, del resto – a trasformarsi in aguzzino appena se ne presenti l’occasione, Bianciardi tratta quasi in ogni pagina dei libri che compongono la trilogia della rabbia. Non era a conoscenza di quell’esperimento fatto in un’università americana, che dimostra che chiunque sia pronto ad accettare senza discutere un ordine in realtà è pronto a diventare un carnefice.[1] Ma Bianciardi, che aveva capito tutto, sapeva bene che un impiegatuccio sembra una persona perbene solo perché non è stato messo alla prova. Ecco infatti un impiegato dell’ufficio delle entrate, aguzzino d’infimo ordine, sbeffeggiato sul piano culturale da un lavoratore colto e precario, mentre si compiace della banalità del male che è suo potere infliggere:
Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1974, pp. 142-143
Ancora a proposito di lavoro precario, ecco che cosa è costretto a subire un giovane traduttore, un collaboratore esterno, da parte di un’impiegata-redattrice con posto di lavoro fisso e diritti sindacali:
Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, Milano 1974, p. 127
Vedremo in seguito che cosa Bianciardi pensasse della sinistra che s’inciucia, così diremmo oggi. Ecco intanto un quadretto sul linguaggio e la gestualità della sinistra che si prende sul serio:
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale , Feltrinelli 1974, pp. 81-82, 84
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Vita di un eroe senza fracasso | Luciano Bianciardi era un eroe, uno di quelli che nessuno direbbe che sono eroi. Anzi, se a Milano nel suo quartiere avessero saputo che questa vita precaria se l’era scelta lui, proprio lui che a Grosseto era stato bibliotecario e professore di liceo, avrebbero detto che era un ciula. Forse lo dicevano lo stesso, anche se non sapevano, perché si capiva che era una persona colta e anche uno che era nato bene, e allora come mai s’era ridotto a fare quella vita? Nessuno direbbe che è un eroe, perché tutti, o quasi, abbiamo l’idea che l’eroe è uno che ha coraggio, certamente, ma è anche chiassoso, ha bisogno dell’applauso. Come Cicerone quando si atteggiava a salvatore della patria e pretendeva di essere un nuovo tipo di eroe (cedant arma togae, concedat laurea laudi!), e fingeva di non sapere perché Catilina avesse un seguito così imponente. Insomma abbiamo dell’eroe l’idea di Voltaire: «ils font trop de fracas».[2] Ma non tutti gli eroi sono fracassoni. Ci sono anche gli eroi delle Termopili, c’è Garibaldi, del quale Bianciardi scrisse una biografia. Ci sono anche quelli che non portano le armi, e non sono roboanti né con le armi, né con le parole. Bianciardi era uno di questi, il suo era un eroismo quotidiano, fatto di piccole rinunce e di qualche gran rifiuto, improntato all’etica socratica per cui è preferibile patire un male, piuttosto che farlo. Gran rifiuto fu quello che oppose a Indro Montanelli, che gli aveva procurato un lavoro al “Corriere della sera”, un posto fisso da 300.000 Lit al mese (siamo negli anni ’60!). Ma Bianciardi declinò l’offerta, perché lavorare per il quotidiano di via Solferino significava lavorare per gli amici di coloro che alla Montecatini tagliano i costi – quelli degli altri – ed è così che nella miniera di lignite di Ribolla, provincia di Grosseto, 43 operai persero la vita. Il “Corriere della sera” per uno come Bianciardi non era una testata prestigiosa, tutto il contrario. E se poi questi mezzi uomini indifferenti alla sorte degli uomini veri “aprono a sinistra” (come ebbe a scrivere), ecco una ragione in più per tenerli in spregio. Lui era di sinistra perché stava dalla parte dell’uomo, non certo per convenienza. Aveva plasmato la sua vita sugli ideali della sinistra. Altri avrebbero plasmato una carriera – o, in mancanza di meglio, si sarebbero ritagliato un posto fisso –, calpestando quegli stessi valori che dicevano di professare. Affar loro. Bianciardi era un uomo d’onore. Non era neanche come quel Simonetta che descrive nel Lavoro culturale:
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 65, 87
Bianciardi non calpestava gli ideali, e non cercava sistemazioni. Perciò rifiuta il “Corriere della sera” mentre, più tardi, accetterà di scrivere per una rivista semipornografica come “Playmen”. Sempre meglio che il “Corriere della sera”. Scriveva su “Playmen” lui, intellettuale raffinato, che nella Vita agra esordisce con una gustosa dissertazione glottologica, sul fenomeno di rotacizzazione della dentale, che spiegherebbe come dall’alto tedesco Breite si passi a Brera, toponimo milanese (passando per Braida, perché nel quartiere di Brera c’era la Braida del Guercio). Scriveva anche su altri giornalacci, lui che nel Lavoro culturale interpreta la battaglia di Maratona descritta dal Foscolo nei Sepolcri, e vi riconosce la tecnica espressiva cinematografica dell’inquadratura soggettiva e del campo lungo:
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 51-52
Essendo un eroe e un uomo d’onore, non ci teneva a passare per eroe. Il precetto evangelico «non sappia la tua destra ciò che fa la sinistra» (Mt. vi, 3) era parte della sua natura. Nessuna rodomontata dunque, quel che aveva da dire lo scriveva intingendo la penna, se necessario, nel vetriolo. Nella vita, tutt’al più, si concedeva qualche sberleffo, come quello del cappotto di Feltrinelli. Racconta la figlia Luciana:
Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre [cfr. http://www.trax.it/luciana_bianciardi.htm]
Era un eroe Bianciardi, ma non era perfetto. Lui non pretendeva di essere né l’uno nell’altro. Però aveva un grande senso del dovere, aveva appreso a coltivare la religione dei doveri ascoltando i racconti risorgimentali del padre, conversando con gli operai della sua terra, con i minatori che andava a trovare quando uscivano dalla miniera, alla fine del turno di lavoro. Perciò detestava i parassiti e i «fannulloni frenetici, gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non si sa come, a dare l’impressione fallace di star lavorando. Pensa, si prendono pure l’esaurimento nervoso». Eppure anche lui era venuto meno al dovere. Aveva lasciato la moglie e due figli a Grosseto e se n’era venuto a Milano con l’idea di fare una vita autentica, se non proprio di cambiare il mondo. Mandava i soldi a casa è vero, poi però si trovò una nuova compagna, dalla quale ebbe un altro figlio. Per quei due figli laggiù fu un padre assente, questo era il suo rimorso. Non li vedeva più. Dopo il successo della Vita agra andò in giro a presentare il libro. Queste presentazioni, gli inviti nei salotti, gli parevano cose poco dignitose, roba da comici d’avanspettacolo, le battute eran sempre le stesse. Andando a Grosseto, quella presentazione fu l’occasione per un riavvicinamento con i figli. Che però non cancellava il passato. I tempi d’altra parte non erano propizi per il dialogo tra padri e figli. Luciana, la figlia, chiede al padre che cosa pensi delle prospettive del ’68, lui le mostra un volantino, le dice che non c’è molto da sperare da chi nemmeno sa scrivere in italiano. Una risposta deludente, soprattutto allora. Intanto si era trasferito con la sua compagna a Rapallo, che ogni tanto lasciava per Grosseto. Alla figlia diceva di essere il “padre prodigo”. Ma era tormentato, e depresso. Beveva. La vita di Bianciardi precipita. Torna a Milano, su insistenza della compagna, nella speranza che succeda qualcosa, che si trovi un rimedio. Lei chiede aiuto agli amici, perché da sola non ce la fa, è chiaro che lui vuole morire. Adesso è solo, non risponde più al telefono. Un amico, uno dei pochissimi rimasti, corre a casa sua. Chiama l’ambulanza, Bianciardi morirà in ospedale, di coma epatico, a quarantanove anni, il 14 novembre 1971. Piace ricordare che il suo male conobbe sporadici momenti di tregua, qualche mese prima di morire, quando frequentava il set del film Il merlo maschio, interpretato da Laura Antonelli, diretto da Pasquale Festa Campanile e tratto da un racconto dello stesso Bianciardi, Il complesso di Loth. Anzi, nel film lui ebbe una particina, quella di un suonatore di violoncello. Intanto beveva, leggeva e commentava i giornali e ancora beveva, aperitivi, grappini, superalcolici. Ma ecco la nota di felicità: vedeva il fondo schiena di Laura Antonelli. Lo commentava tra sé a fior di labbra con parole di sommessa, commossa e incondizionata ammirazione.
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Approfondimenti
| Ho raccolto e trasferito in questo sito alcuni documenti che si trovano sparsi nella rete, così il materiale non andrà disperso (almeno finché il sito avrà vita). I documenti sono riprodotti nella loro integrità, con qualche piccola modifica redazionale, riguardo alla forma.
· Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre [da http://www.trax.it/luciana_bianciardi.htm] · Mario Dondero, Dialoghi con Luciano [dal “Diario” del 20.12.2002: Sito: http://www.cavallini.org/Furio/bianciardi.htm] · Massimo Ortalli, Un’agra vita [da “Rivista anarchica”, anno 35 n. 307, aprile 2005. Sito: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/307/56.htm] · Umberto Eco, Un’insolita zuppa [“L’Espresso”, Bustina di Minerva registrata nel sito: http://isbnedizioni.it/catalogo/varia/l-antimeridiano-volume-1/] · Ernesto De Pascale, Luciano Bianciardi [http://www.ilpopolodelblues.com/state/bianciar.html] [dal sito della Fondazione Bianciardi: http://www.fondazionebianciardi.it/pagine/chi.asp]
Altri articoli e approfondimenti si trovano collegandosi ai seguenti siti:
Tut’altro che spregevole, con buona pace di certi critici “di apparato”, è il film La vita agra, che Carlo Lizzani trasse dal libro di Bianciardi. Il film è reperibile in Dvd. Si veda, a proposito della lavorazione del film, quest’intervista con Bianciardi, tratta dagli Archivi Rai. | |
| [1] «Philip Zimbardo, un docente dell’Università di Stanford, nel 1971 fece un esperimento. Creò una prigione e vi chiuse dentro ventiquattro studenti, divisi tra guardie e prigionieri. Nel giro di pochi giorni, i “custodi” si erano trasformati in carnefici, e a un certo punto coprirono la testa dei detenuti con dei sacchetti, li obbligarono a spogliarsi e ad eseguire atti sessuali. I responsabili dello studio bloccarono l’esperimento, di cui sono rimaste le foto come documentazione» (Alessandra Vitali, Lynndie, la ragazza di Abu Ghraib. Un’aguzzina acqua e sapone, in “La Repubblica”, 6 maggio 2004). [2] Scrive Voltaire, in una lettera indirizzata al re di Prussia che si vantava di aver riportato una nuova vittoria: «J’aime peu les héros, ils font trop de fracas. / Je hais ces conquérants, fiers ennemis d’eux-mêmes, / Qui dans les horreurs des combats / Ont placé le bonheur suprême, / Cherchant partout la mort, et la faisant souffrir, / A cent mille hommes leurs semblables. / Plus leur gloire a d’éclat, plus ils sont haïssables». | |