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Per Luciano Bianciardi, scrittore ed eroe

Approfondimenti / 4

 

 

 

Un’insolita zuppa

di Umberto Eco 

 

[“L'Espresso”, Bustina di Minerva registrata nel sito:

http://isbnedizioni.it/catalogo/varia/l-antimeridiano-volume-1/]

 

Per Luciano Bianciardi,
scrittore ed eroe

La trilogia della rabbia

Piccolo florilegio

Vita di un eroe senza fracasso

Approfondimenti

 

Approfondimenti

1.   Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre

2.   Mario Dondero, Dialoghi con Luciano

3.   Massimo Ortalli, Un’agra vita

4.   Umberto Eco, Un’insolita zuppa

5.   Ernesto De Pascale, Luciano Bianciardi

6.   Chi è Bianciardi

 

 

 

 L’ultima volta che ho visto Luciano Bianciardi era sulla porta del Derby Club, allora paradiso dei milanesi doc, dove facevano le loro prime prove Enzo Jannacci, Cochi e Renato, e dove Villaggio aveva pronunciato la celebre frase secondo cui la corazzata Potemkin era una gran cagata. Tempi eroici, e di grande gaiezza, ma quel giorno Bianciardi era triste – e avrei saputo dopo che stava subendo alcuni tormenti personali, che curava con l’alcool. Bianciardi triste? Ma certo, su tutta l’opera di questo grande scrittore comico si diffonde sempre un’ombra di malinconia, e spesso d’indignazione. E infatti la sua vena era quella del sarcasmo, e il sarcasmo nasce sempre da una rabbia dolente.

Non credo che Bianciardi sia stato dimenticato, ma ecco che a ricordarlo meglio ora esce da Isbn editore “L’Antimeridiano” (Bianciardi aveva sempre satireggiato il mondo dell’editoria maggiore, presso la quale rancorosamente lavorava). Questo anti-meridiano, in termini editoriali, è un Meridiano vero e proprio, una vastissima raccolta dei suoi scritti, più di duemila pagine, che si presenta come primo volume – e rimane da chiederci cosa ci sarà ancora nel secondo. Ma in ogni caso chi vuole rileggere questo autore e chi lo avvicinerà per la prima volta troverà tutti i romanzi e i racconti, più i saggi e i diari giovanili.

Tre dei primi libri di Bianciardi (Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra) sono spietati e godevolissimi affreschi delle avventure di un giovane intellettuale che si confronta con la vita giornalistica e editoriale della grande metropoli. Ne La vita agra rimane epica la scena in cui una redattrice (Bianciardi mi aveva poi fatto il nome del modello reale) insiste col giovane traduttore affinché renda il testo in modo fedele: «Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: the crew raised their hats. Vede l’inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone». Grande teatro grottesco.

Poi bisogna leggere due romanzi storici, La battaglia soda, sulle vicende garibaldine, e Aprire il fuoco, sulle cinque giornate di Milano. Potrebbero sembrare troppo legati al loro tempo perché Bianciardi faceva circolare, accanto ai personaggi ottocenteschi, da Garibaldi a Cesare Correnti, anche i suoi contemporanei, Gaber, Giorgio Bocca, Roberto Guiducci o Emilio Tadini – e quest’ultimo parlava in pieno Ottocento nello stile sperimentale dei suoi romanzi degli anni sessanta. Ma non è che chi non riconosce i personaggi perda qualcosa, perché proprio Tadini aveva annotato che, parlando di garibaldini, Bianciardi parlava dei partigiani e raffigurando certi politici piemontesi di allora rappresentava il potere democristiano – come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, alludesse a una deviazione della Resistenza.

Ma a chi volesse avvicinare, a titolo di degustazione, lo humour corrosivo di Bianciardi, consiglierei un racconto di poche pagine, La solita zuppa, dove egli sviluppava una idea esplosiva: immaginava un 1965, a Milano, dove però il sesso non era più tabù (e nel 1965 lo era più di oggi) mentre era tabù il cibo. Il lettore può immaginarsi una serie di situazioni in cui la gente parla con la massima libertà di atti innominabili, e li pratica con disinvoltura, mentre si reca in una sorta di casa di tolleranza per gustare una bistecca.

Incredibile a dirsi, questa novella era entrata nel mirino di non ricordo più quale censura, né ricordo bene se ci fosse stato un processo, ma ho ritrovato copia della lettera che l’editore Sugar mi aveva chiesto di scrivergli affinché la esibisse in sede giudiziaria. Abbondando di riferimenti dotti al topos del Mondo rovesciato e alle Lettere persiane di Montesquieu, cercavo di ricordare tutti i casi in cui la letteratura aveva guardato le cose da una prospettiva capovolta, a fini satirici, sì, ma morali. E mi affannavo a spiegare come, connotando atti culinari, i termini sessuali perdessero la loro carica erotica e se mai, connotando atti sessuali, una carica erotica avrebbero potuto assumere termini come bistecca. Salvo che, osservavo, «la presenza volgare della bistecca, coi suoi odori e i suoi sapori, interviene come pesante ipoteca grottesca sulla realtà sessuale evocata». Per cui, concludevo, «se qualche lettore si è inurbanamente eccitato alla lettura di questo racconto, allora è costui che deve essere convocato a giudizio».

Penosa ipocrisia, la mia, ma bisognava aiutare Bianciardi, sempre in lotta con teste di legno che ritenevano che le ciurme alzassero i loro cappelli.